Giovanni Arrighi e la crisi dell’egemonia USA
- 09 Novembre 2017

Giovanni Arrighi e la crisi dell’egemonia USA

Scritto da Paolo Missiroli

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Il colpo di stato (mancato) in Iraq

Di fronte a questa situazione di crisi prolungata, gli Stati Uniti tentarono, secondo Arrighi, di mantenere il dominio sul globo (giacché l’egemonia era oramai persa) scaricando (anni Novanta) la spesa e l’onere dell’comando militare sul mondo su altri componenti della NATO (guerre del Kosovo, I guerra del Golfo) e successivamente, in qualche modo, di “fare come il Regno Unito”. Cosa significa?

Nel corso dell’Ottocento, il Regno Unito ha esercitato incontrastato la propria egemonia globale, grazie a tutta una serie di dinamiche che non possiamo qui descrivere, ma in forza specificamente della propria proiezione coloniale su quello che sarebbe poi divenuto il Terzo Mondo. Il Regno Unito ha egemonizzato il pianeta, di fatto, grazie all’India, che svolgeva il ruolo di “caserma a costo zero”: percentuali intorno all’80% dell’esercito coloniale inglese erano composte da indiani – naturalmente il tutto non andava senza problemi, come dimostrano le rivolte dei sikh. L’India era inoltre un vastissimo territorio che fungeva da mercato dal quale estrarre materie prime a prezzi bassissimi e a cui rivendere il prodotto finito su “corsie privilegiate”. Tutto questo è sempre mancato agli USA, che hanno esercitato un tipo di egemonia che probabilmente aveva una tenuta maggiore dal punto di vista della legittimità (in alcuni ambienti permane anche oggi l’idea che gli USA siano i “salvatori e difensori del mondo libero”), ma che ha sempre impedito agli USA di avere questo tipo di canali a cui attingere ed a cui fare riferimento.

Lo sviluppo dell’ideologia neocon nei tardi anni Novanta e nei primi anni Duemila rappresenta per Arrighi proprio il tentativo di pensare al sistema mondo in termini di un’egemonia USA rinnovata ed esercitata più “direttamente” di prima. La guerra in Iraq è quindi davvero il “colpo di Stato” tentato dagli Usa per avere accesso diretto alle risorse necessarie a mantenere l’egemonia globale. Il fallimento dell’operazione consiste (ricordiamo che Arrighi scrive nei primi anni Duemila, molto prima dell’ISIS, della guerra in Siria e della vittoria di Trump), nella mancata instaurazione di un governo fedele agli Usa, nel prosieguo delle lotte intestine all’Iraq e la necessità di ulteriori pesanti spese militari nella regione per gli Stati Uniti. La guerra in Iraq, oltre a confermare l’incapacità dell’esercito americano di vincere una guerra, conferma anche la famosa Sindrome del Vietnam, amplificandola, nella misura in cui tecnicamente gli Stati Maggiori dell’esercito americano stavano preparandosi a vincere un nuovo Vietnam dagli anni Settanta. Naturalmente, Arrighi lo sottolinea spesso, non è in questione la “potenza di fuoco” o di distruzione degli Stati Uniti, quanto la loro capacità tecnica di sconfiggere il nemico nel modo in cui si manifesta negli scontri concreti che si pongono al loro esercito. Infatti, non può esserci egemonia ed accumulazione capitalistica senza unione tra potere politico-militare, capacità di guida egemonica e spoliazione economica dei territori. Gli Usa hanno dimostrato una volta di più con la guerra in Iraq di non essere in grado di operare la prima di queste condizioni senza generare sconvolgimenti politici-locali, guerriglie che non possono gestire, nonché crisi di consenso interne (si veda il crollo della popolarità del presidente Bush dopo solo pochi anni dall’inizio della guerra in Iraq) ed esterne (numerosi paesi ed alleati storici degli USA si opposero alla decisione di Bush di invadere e di rimanere in Iraq).

Emerge qui una questione centrale per il funzionamento del capitalismo secondo Arrighi, sostanziale e fondamentale: il capitalismo vive di una logica territoriale. E cioè, il capitalismo funziona essenzialmente per spoliazione di territori, sul considerarli territori dati allo sfruttamento, risorse, e sulla loro mercificazione, cioè sul farli entrare all’interno delle dinamiche dell’accumulazione globale. Per questo non si può concepire un capitalismo senza lo Stato. Perché lo Stato è sempre stato il mezzo con cui nuovi settori di mondo venivano aggiunti all’accumulazione, la sua potenza è da questo punto di vista sempre stata al servizio del capitale. La “Produzione dello Spazio” è sempre stata fatta per mezzo del capitale e del potere politico insieme. Anche per questo, soprattutto per questo, non è pensabile egemonia senza unione di due logiche: una imperiale, di potenza politica e militare (nonché consensuale) ed una economica, di accumulazione infinita e di spoliazione del mondo (da questo punto di vista emerge anche qui l’indissolubilità del legame capitalismo – crisi ecologica, molto al di là delle logiche di controllo possibili da parte degli Stati o delle potenze egemoni). La questione (politica) non è quella del controllo, è quella della dinamica. I lavori di James Moore sono, in questo senso, illuminanti, e confermano le ipotesi di Arrighi.
Naturalmente non si può ridurre una logica all’altra:

«La fusione di queste due componenti (logica imperiale e di accumulazione) presenta sempre aspetti problematici e perfino contraddittori. Le due logiche non possono mai ridursi l’una all’altra e, per esempio, “non sarebbe possibile spiegare la Guerra del Vietnam o l’invasione dell’Iraq […] solo in termini delle immediate necessità dell’accumulazione capitalistica”, dato che si potrebbe sostenere a buon diritto che “iniziative belliche di quel tipo tendono a ostacolare piuttosto che a favorire le fortune del capitale”. E specularmente risulterebbe “difficile spiegare la strategia generale di contenimento territoriale dell’Unione Sovietica perseguita dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale – la stessa strategia che fa da sfondo all’intervento americano in Vietnam – senza tener conto della vitale necessità per il sistema economico americano, che la maggior parte possibile del mondo fosse mantenuta aperta all’accumulazione capitalistica tramite l’espansione degli scambi internazionali […] e delle occasioni di investimento all’estero».

Questo comporta ulteriori indebitamenti della potenza ex-egemone nei confronti di altri protagonisti in erba della politica mondiale, tra cui, prima tra tutti, la Cina.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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