“Giustizia e mito” di Marta Cartabia e Luciano Violante
- 17 Settembre 2018

“Giustizia e mito” di Marta Cartabia e Luciano Violante

Recensione a: Marta Cartabia e Luciano Violante, Giustizia e mito. Con Edipo, Antigone, Creonte, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 176, 13 euro (scheda libro)

Scritto da Jacopo Mazzuri

6 minuti di lettura

Che anche i giuristi siano attratti dal fascino senza tempo della tragedia non è cosa nuova: e il pensiero di chi scrive, solo per fare un esempio recente e riferirsi ad un autore a tutti noto, non può che correre alla lectio magistralis di Gustavo Zagrebelsky intitolata Antigone fra diritto e politica.1

Oggi si inseriscono in questa tradizione anche Marta Cartabia (prima donna Presidente della Corte costituzionale) e Luciano Violante (uomo noto al grande pubblico per la sua lunga esperienza politica), raccogliendo il contenuto di due loro conferenze del 2016 in Giustizia e mito. Con Antigone, Edipo e Creonte: si tratta di un itinerario che ripercorre il mito dei Labdacidi come rielaborato in due classici drammi sofoclei, Antigone e Edipo Re, al fine di trarne un messaggio attuale per il nostro tempo e far riflettere il lettore sul presente politico e giuridico.

Il volume si compone, oltre che del testo delle due lectiones e di un’introduzione generale, anche di una sorta di appendice (A due voci) contenente quattro domande aperte, alle quali Cartabia e Violante rispondono discorsivamente. In questa recensione ci si concentrerà particolarmente sui due contributi principali, autentici pilastri dell’opera, limitandoci a pochi accenni per quanto riguarda il resto.

Se, come detto, l’idea di confrontarsi con la tragedia (in particolare, quella greca classica) per “interrogare con le domande del presente” delle “vicende singolari che recano un contenuto universale” (p. 7) non è in sé originale, la scelta di Edipo Re rende particolarmente interessante il testo di Marta Cartabia: infatti, come ricorda l’autrice, quest’opera tarda di Sofocle non è mai stata particolarmente frequentata dai cultori del suo campo di studi.

A chi scrive pare che le considerazioni della giudice costituzionale, dedotte dalla vicenda narrata nel dramma, si possano schematizzare dividendole così: in prima battuta quelle che si svolgono sul piano del diritto sostanziale, poi quelle che vertono piuttosto sull’aspetto processuale, sul meccanismo di applicazione delle norme.

Sotto il primo aspetto, la professoressa Cartabia mette in dubbio che si possa dar giustizia mediante la mera imposizione di un diritto “pre-confezionato”, frutto della volontà del legislatore. Per tutta la vicenda Edipo ha il solo fine di applicare l’editto da egli stesso emanato, e così punire chi ha portato su Tebe la maledizione degli dei: arriverà infine ad auto-esiliarsi e pure a cavarsi gli occhi, ma si può dire che così abbia fatto giustizia? Il bersaglio polemico dell’autrice è proprio la convinzione che la giustizia degli uomini corrisponda a nient’altro che alla meccanica applicazione di regole previste una volta per tutte: infatti, è sempre dietro l’angolo il pericolo che il summum ius provochi la summa iniuria.

Come soluzione, ella invoca un sapiente utilizzo di principi elastici (la ragionevolezza, la proporzionalità… tutti correntemente utilizzati nelle giurisprudenze, specie costituzionali, del mondo intero) da parte di chi esercita la delicata attività giurisdizionale: questi infatti permettono alla decisione giudiziale di aderire meglio alle esigenze concrete del singolo caso, sono strumenti duttili che consentono di “spalancare la ragione sulla realtà regolata dal diritto, tanto sulle esigenze del caso quanto sugli effetti generali della decisione, liberandosi dalle limitazioni della ragione astratta ed euclidea [corsivi miei]” (p. 57).

Parallelamente, l’autrice raccomanda di garantire un carattere “aperto” ai processi, perché solo permettendo a quanti più soggetti possibile di intervenire apportando il proprio punto di vista (la loro dòxa, la conoscenza soggettiva della tradizione filosofica greca) si potrà giungere ad una ricostruzione dei fatti condivisa e ad una decisione accettabile per l’intera comunità.

Cartabia e Violante: conflitti tragici, conflitti giuridici

Luciano Violante, invece, si concentra su di una tragedia ben più frequentata nella storia della letteratura. Tuttavia, contro l’interpretazione “scolastica” del dramma, l’autore inanella una serie di argomenti che fanno acquisire vigore alla pretesa del re di Tebe e indeboliscono quella della figlia di Edipo. In primo luogo, le leggi che Antigone invoca sono àgrapta theòn nòmima, ovvero delle norme divine non scritte e dunque, per definizione, non verificabili; al contrario, il decreto di Creonte con cui viene criminalizzata la sepoltura di Polinice è noto a tutti. Inoltre, mentre Antigone rimarrebbe legata al passato arcaico della legge del ghènos e dei vincoli familiari, Creonte sarebbe il portatore di un’istanza di modernizzazione della città, da compiere tramite il rafforzamento di quel potere politico che lui intende incarnare con la massima autorevolezza.

Ancora, mentre Antigone non sembra preoccupata della responsabilità, che pure il fratello ha contratto quando ha volto le armi contro la sua patria (“dimentica la storia”, p. 89), Creonte giustifica la sua spietatezza con l’esigenza di mettere in chiaro che il tradimento non può essere tollerato, nemmeno dopo la morte. Ma neppure Creonte è del tutto immune da colpe: tanto lui quanto sua nipote sono vittime di uno stallo dovuto alla completa mancanza di comunicazione, giacché il ius ancestrale di Antigone e la lex della nuova pòlis sembrano due linguaggi reciprocamente irriducibili.

Ripercorrendo il testo delle due lectiones, la posizione di Marta Cartabia sembra riconducibile a quello che sulle pagine di questa rivista (“L’invenzione del diritto” di Paolo Grossi, e La certezza del diritto come illusione necessaria? giusnaturalismo e positivismo giuridico; in particolare, si sottolinea il riferimento a Il diritto mite di Zagrebelsky) è stato già definito “neo-costituzionalismo”. Senza pretesa di voler qui dare un giudizio su quella dottrina, ci si limita a dire che gli spunti critici accennati allora paiano validi anche in questa sede: davvero l’applicazione di ragionevolezza e proporzionalità ai giudizi, la professionalità del giudice (le sue “virtù intellettuali” salomoniche,2 per dirla con l’autrice), nonché tutto lo strumentario di norme processuali che impongono udienze, contraddittori, motivazioni etc. sono mezzi sufficienti a garantire una giustizia “giusta” e correggere i difetti di un positivismo legalistico rigido fino all’ottusità?

Qualunque sia l’opinione in materia, in particolare riguardo al rischio di concentrare troppo potere nelle mani dei giudici, la suggestione che la “ragione astratta e euclidea” delle regulae iuris possa condurre ad esiti aberranti (verrebbe da dire, più che sotto il profilo di una qualche giustizia ideale sotto quello, pragmatico, della minaccia alla coesione di una comunità) rimane forte.

Ma non è tutto: pare di notevole interesse, in particolare rispetto alla materia penale, la sfiducia mostrata da Cartabia verso la pretesa di ricorrere sempre agli strumenti tradizionali del diritto per risolvere il conflitto che sorge dalla commissione di un torto. Poiché conducono sovente all’imposizione di una sanzione (si pensi soprattutto alla pena detentiva), essi rispecchiano un modello non conciliativo di giustizia, ancora incollato all’idea che al male si debba rispondere col male piuttosto che cercare una ricomposizione pacifica della frattura verificatasi fra i consociati. Invece l’autrice (e Violante con lei, in quello che è una dei più interessanti fra i capitoletti finali) mostra simpatia verso una “giustizia riparativa [che] si volge alla ricostruzione dei legami interrotti, dei nessi spezzati” (p. 163), auspicando un “salto evolutivo” paragonabile a quello che in Eumenidi Atena fa compiere alle Erinni quando le invita a trasformarsi da divinità vendicative e furiose a benevole protettrici della giustizia nella città.

Chi scrive si sente di fare una diversa osservazione a proposito del testo di Violante. Se infatti è in sé apprezzabile la messa in discussione dell’interpretazione “scolastica” di Antigone (“quella della nostra giovinizza”, nelle parole di Zagrebelsky),3 le ripetute e ostentate (così paiono) manifestazioni di simpatia per Creonte e per la sua intenzione di farsi carico di una moderna responsabilità politica (al contrario della “irresponsabile” e “antiquata” Antigone; cfr. in particolare le pp. 96-100), accompagnate dalla rassegnata constatazione che re e nipote sono fatalmente destinati a non poter coesistere (“uno dei due protagonisti è di troppo”, p. 121), paiono stonare col messaggio contenuto nella prima delle lezioni raccolte nel volumetto.

Non si intende qui dare ragione a uno dei due autori, solo rilevare quello che sembra un mai esplicitato contrasto fra loro. Si avanza infatti l’ipotesi che, a voler far proprio il pensiero di Cartabia (ben espresso anche a pp. 127-132), per Violante sarebbe stato più coerente condannare il comportamento di Creonte come scioccamente inflessibile: ciò, non per prender semplicisticamente le parti di Antigone ma piuttosto per sottolineare come in entrambi sia (in modo tragico, è il caso di dirlo) assente la consapevolezza della necessità del dialogo, del venirsi incontro per trovare un accomodamento pratico. Solo quello sarebbe stato un agire guidato dalla prudentia.4 Luciano Violante sembra però prediligere la diversa lettura, risalente ad Hegel, a cui si è fatto cenno: solo alla fine sembra ammettere (con considerazioni, invero, assai succinte; pp. 120-121) la trattativa e la negoziazione come vie d’uscita dal conflitto, ma la cosa non sembra riguardare la storia narrata da Sofocle.


1) Reperibile all’indirizzo http://www.centrostudiparlamentari.it/website/quaderni/send/21-quaderno-13-seminario-2002/271-q13-02-inaugurazione-zagrebelsky ; poi pubblicata, col titolo Il diritto di Antigone e la legge di Creonte, anche in I. Dionigi (a cura di), La legge sovrana. Nomos basileus, BUR, Milano, 2006, II ed.

2) In un bel passaggio della sua lectio, Cartabia ricorda come Salomone chiese a Dio un “cuore docile”, nel senso di “capace di apprendere […], di distinguere il bene dal male, cioè una ragione […] capace di abbracciare le complessità e la profondità delle azioni umane” (p. 59).

3) Zagrebelsky, op. cit., p. 31.

4) Si vedano i versi che Sofocle fa pronunciare a Emone, figlio di Creonte, al re di Tebe suo padre: “Non chiuderti nella convinzione incondivisa che sia giusto quello che dici tu, e nient’altro. Chi crede di essere l’unico ad aver saggezza, o parola, o animo [in corsivo nel testo], quali nessun altro, una volta aperto, si scopre che è vuoto” (cit. a pp. 74-75). Cfr. anche lo stesso G. Zagrebelsky, op. cit., pp. 43 e ss.


Crediti immagine: Jean-Antoine-Théodore Giroust, Edipo a Colono, Dallas Museum of Art [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Scritto da
Jacopo Mazzuri

Nato a Bagno a Ripoli nel 1992, è laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Firenze, dove si è diplomato al Liceo Ginnasio Dante e ha sempre vissuto. Ha trascorso un semestre all’Università di Uppsala ed è stato rappresentante degli studenti in organi locali e centrali del suo Ateneo. Si interessa, sia privatamente che per completare il corso di studio, di storia costituzionale italiana e comparata, di forma di governo, del sistema delle fonti normative e di ordinamento giudiziario.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]