La strada per Basilea. Settore bancario e regolamentazione
- 28 Agosto 2017

La strada per Basilea. Settore bancario e regolamentazione

Scritto da Gianluca Piovani

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La storia della regolamentazione di Basilea

La storia della regolamentazione di Basilea inizia nel 1988. In quell’anno i principali banchieri centrali del mondo si ritrovarono a Basilea, presso la sede della Bank for International Settlement, e si accordarono su un documento denominato regolamentazione di Basilea il quale appunto definisce dei requisiti minimi di capitale in funzione della grandezza di una banca. Questo documento non è una legge ed in se stesso non ha forza vincolante, ma negli anni seguenti è stato adottato e trasformato in regolamenti dai paesi prima del G10 (entro il 1992) e poi di gran parte del resto del mondo e ad oggi più di 100 paesi dichiarano di adottare le regole di Basilea. Ciò non vuole dire che il documento di Basilea sia interpretato ed applicato “esattamente” nello stesso modo da tutti, ma mutatis mutandis la regolamentazione di Basilea è diventata un vero e proprio standard comune a livello globale.

La regolamentazione del 1988 è denominata Accordo sul Capitale Minimo delle Banche o Basilea 1. Considerato il successo dell’idea, nel 2004 si è pensato di produrre un nuovo documento ed è stata varata Basilea 2 la quale è entrata in vigore nel 2008. Il periodo tra 2004 e 2008 è detto di “phase in” ed è un periodo intermedio di transizione in cui i nuovi requisiti entrano gradualmente in vigore. La novità di Basilea 2 fu di permettere cosiddetti modelli interni di valutazione del rischio. L’esempio riportato sopra indicante un requisito dell’8% non è in realtà esattamente corretto: le attività di una banca possono essere più o meno rischiose: prestare alla Germania non è pericoloso come prestare a un debitore a rischio. Attività più o meno rischiose implicano diversi requisiti in termini di capitale ed in sostanza Basilea 1 riportava varie tabelle in cui era evidenziato che prestare alla Germania richiedeva un requisito – poniamo – dell’1% o addirittura nullo, mentre prestare a un debitore poco affidabile il 20%. Basilea 2 permette alla banca stessa, dietro autorizzazione del regolatore nazionale, di stimare il coefficiente di requisiti da applicare utilizzando così detti modelli interni di valutazione del rischio. I modelli interni sono modelli matematici estremamente complessi che solo una banca di dimensioni grandi è in grado di sviluppare.

Una banca che usi un modello interno di valutazione del rischio è palesemente in conflitto di interessi e molto probabilmente adotterà i modelli che più le permettono di ridurre i requisiti: è come chiedere a un oste di valutare il tasso alcoolico dei propri clienti, proibendogli di vendere loro da bere se lo ritiene eccessivo. D’altra parte il controllo e la validazione del regolatore sui modelli interni delle banche avrebbe dovuto assicurare standard di qualità elevata e fu inoltre ritenuto desiderabile avere banche che, essendo loro stesse in grado di valutare i propri rischi con modelli interni, fossero di conseguenza maggiormente responsabilizzate. Alcuni commentatori sostengono che dei modelli interni si è abusato da parte dalle banche di dimensioni grandi ed essi sono diventati un elemento di discriminazione a loro favore rispetto alle piccole. Mentre una banca piccola generalmente svolge attività bancarie tradizionali ed è molto semplice da valutare in termini di requisiti, una banca grande utilizza molta più finanza e contratti di ingegneria finanziaria innovativi su cui la regolamentazione di Basilea è molto meno stringente. In altre parole la regolamentazione di Basilea potrebbe risultare forte con i deboli e debole con i forti, le così dette banche too big to fail di cui la crisi ha mostrato la debolezza.

Basilea III, varata nel 2010, vuole in parte di rimediare a questa ed altre problematiche. Basilea III comprende alcune novità tecniche tra cui l’introduzione di requisiti di liquidità ed il miglioramento della qualità del capitale utilizzabile; la vera novità che però ci interessa in questa sede è il requisito di “leverage ratio”. A seguito del florilegio di modelli matematici complicatissimi che in sostanza servivano ad eludere i requisiti di capitale, il regolatore ha pensato di introdurre un requisito rozzo ma efficace: il capitale di una banca non può mai essere inferiore al 3% dei suoi attivi. Questo requisito non comprende in nessun modo la pesatura degli attivi per il rischio ed è aggiuntivo rispetto al requisito con pesatura dei rischi. Le banche dovranno cioè rispettare sia il requisito con pesatura del rischio (vecchio requisito) sia quello senza (nuovo requisito di “leverage ratio”). In linea di principio è un passo indietro molto forte poiché è una critica implicita al concetto alla base della regolamentazione stessa di Basilea, in base a cui il rischio è effettivamente misurabile.

Il “leverage ratio” nella sua forma attuale, ovvero al 3%, è un requisito molto blando ma ha già causato grattacapi ad alcune grandi banche come ad esempio Deutsche Bank, notoriamente banca finanziarizzata in misura rilevante e di dimensioni considerevoli. Tale banca non avrebbe passato l’esame della BCE senza che questa non le concedesse un’eccezione speciale consistente nel considerare come già avvenuta un’operazione che sarebbe invece dovuta avvenire in futuro[1].

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Scritto da
Gianluca Piovani

Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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