Grande dimensione e cittadinanza
- 16 Giugno 2018

Grande dimensione e cittadinanza

Scritto da Alberto Bortolotti

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Alla Biennale di Architettura di Venezia 2018, intitolata Free Space dal duo di curatori irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara (founding partners di Grafton Architects), sono stati affrontati molti argomenti dello scenario architettonico contemporaneo. Uno dei temi passati più in secondo piano, sebbene di primaria importanza, è stato quello esplorato dal Padiglione Americano, a cura di Niall Atkinson, Ann Lui e Mimi Zeiger che ha analizzato il link tra cittadinanza e dimensione urbana. Attraverso la mostra On dimensions of citizenship, si è voluto mettere, infatti, in luce il ruolo che gli architetti e i progettisti ricoprono nei confronti della cittadinanza. In un periodo in cui l’espansione del Muro che segna la frontiera tra Stati Uniti e Messico incombe su un dibattito più articolato relativo alla cittadinanza nazionale, è un imperativo che gli urbanisti possano rendersi conto di cosa significhi oggi essere un cittadino.

Gli interrogativi sull’appartenenza, sull’inclusione e le sue modalità, vengono posti da ogni like, da ogni tweet presidenziale, ogni segno di protesta o pugno alzato. Eppure con l’aumentare della circolazione transnazionale di capitali, tecnologie digitali e trasformazioni geopolitiche, le idee convenzionali sulla cittadinanza vengono meno. Noi definiamo il termine cittadinanza come un intrico di diritti, responsabilità, attaccamenti collegati all’ambiente costruito. Ci chiediamo quindi: come può l’architettura rispondere, configurare ed esprimere i requisiti rizomatici e paradossali della cittadinanza?

Il padiglione degli Stati Uniti analizza sei livelli dimensionali: citizen, civitas, region, nation, globe, network. Questi livelli dimensionali che si estendono dal corpo umano alla città, al cielo e in generale propongono la cittadinanza come tematica globale cruciale. Le installazioni, richieste ad architetti e teorici, indagano gli spazi di cittadinanza segnati da una storia di disuguaglianza e dalla violenza inflitta alle persone, ai soggetti non umani e all’ambiente naturale. Sono opere che mirano a rendere manifesti gli ideali democratici di inclusione che vanno controcorrente rispetto ai sistemi più generali: nuove forme di programmi di condivisione economica, l’eredità della underground rail-road, tenuti da alleanze transnazionali nella zona di frontiera, o l’impresa apparentemente degna di Sisifo di difendere le topologie costiere dall’innalzamento delle maree. Le installazioni e le opere video presentate non risolvono la complessa relazione tra governance e circostanze che ci legano, bensì hanno più a che fare con i concetti di “sé” e di “altro”.

La capacità ordinatrice dell’architettura viene usata per rendere visibili i paradossi e le formulazioni dell’appartenenza. Solo quando sarà visibile una concezione spaziale della cittadinanza – legale, culturale, economica – potremo liberarci di definizioni, forme e burocrazie antiquate, e attivare spazi progettuali efficaci.

Tra i sei livelli dimensionali sopra citati, i primi ad essere affrontati nelle sale iniziali del percorso sono Citizen e Civitas. In questa parte i curatori e gli architetti della mostra si interrogano riguardo al rapporto astrazione/materializzazione, su quanto questo sia diventato sfumato all’interno del concetto di stato-nazione.

Come dichiara, infatti, Niall Atkinson “gli edifici non sono leggi”, alludendo al concetto della mancata relazione tra complessi appartenenti alla grande dimensione e city users.

La mostra si articola poi attraverso Region e Nation, il progetto di lotta contro l’espulsione di cittadini stranieri dagli USA, che è rappresentato con i disegni della grande infrastruttura MEXUS, sigla generata dall’unione di Mexico e USA, l’ipotetica area di cittadinanza di una cultura mista, reale e concreta, una realtà priva di diritti, esempio plastico del mancato riconoscimento di diritti e doveri di una cittadinanza avulsa dallo Stato-Nazione, ma comunque esistente. Riprendendo il saggio Espulsioni di Saskia Sassen, i curatori evidenziano come la costrizione sociale nella quale vivono le persone gravitanti tra USA e Messico, non venga applicata minimamente al flusso di capitali e tecnologie presente tra i due Paesi, precisando che il concetto di “sicurezza nazionale” sia, di fatto, assoggettato alle logiche geopolitiche contingenti. In MEXUS, il grande paradosso presente tra sovranismo politico e capitalismo economico, emerge in modo dirompente attraverso la grande dimensione di questa infrastruttura geopolitica. A tal proposito, citando la sociologa Sassen, la curatrice Ann Lui si chiede “Quali sono gli spazi esclusi? Esattamente quelli che lasciano intravedere, nelle loro economie locali, nuovi modelli di membership”. Il MEXUS non è dunque solo un simbolo di illegittimità civile o una linea tra due paesi, come è vista dal Dipartimento Homeland Security, che ha militarizzato e infrastrutturato l’area attraverso impianti di controllo e sorveglianza, ma anche la sfida di costruire il volto di una comunità che nei canyon presenti tra Tijuana e San Diego – escludendo queste città – raccoglie oltre 85.000 persone.

Globe e Network indagano la scala mondiale che converge con quella della rete, lo spazio infinito nel quale l’idea di cittadinanza si confonde con quello di identità, trasformando gli individui in una serie di IP per localizzare persone e cose in un mondo digitale. I video di Diller Scofidio + Renfro ci fanno ragionare su quanto le politiche della scala siano poco incisive nella valutazioni della gerarchia di spazi, edifici, distretti e città all’interno delle nostre realtà giuridico-amministrative. Nella realtà globalizzata, l’arbitraria crudeltà che costruisce muri tra nazioni e barriere economico-commerciali tra nord e sud del mondo viene mostrata attraverso zoom in e zoom out dei principali motori di ricerca geografici. Attraverso questa installazione, gli architetti pongono con forza la questione del confronto tra due “schermi” o “layer”: quello della globalizzazione, che viaggia ad un livello internazionale accessibile esclusivamente a persone altamente qualificate, e quello dell’impossibilità di scalare la società, espresso fisicamente dall’isolamento geografico o sociale di alcuni luoghi. In particolare, alcuni fotogrammi notturni della Terra, fanno ragionare i fruitori sui binomi sviluppo-sottosviluppo e urbano/rurale, espressi mediante la luce implacabile delle mega-regions e, simultaneamente, l’oscurità di vaste aree geografiche che, sebbene siano largamente popolate, come Lagos, non sono in grado di garantire i propri approvvigionamenti energetici a tutta la popolazione.

Infine, l’ultima parte della mostra, Network analizza il ruolo delle grandi infrastrutture immateriali dei nostri giorni, le quali, oggi più che mai, hanno messo in discussione i concetti di identità e inclusione. Reti pubbliche e democrazia digitale rappresentano un server di oltre 65 milioni di cittadini che, in giro per il mondo, usufruiscono per oltre il 50% di beni e servizi offerti dalla rete. Questo processo rappresenta una forma globale di matchmaking che ha radicalmente cambiato le funzioni e il modo di vivere le nostre aree urbane, convergendo verso un sistema sempre più mobile il quale oggi si appresta a collidere con le realtà nazionali e le identità culturali che gravitano intorno ad essi.

Nell’intreccio di economia, politica, urbanistica, architettura e geopolitica che Dimensions of Citizenship espone in questa Biennale, si può affermare che il lavoro del Padiglione Americano miri a indagare le forze e gli interessi che controllano il significato di cittadinanza odierna, in un periodo storico nel quale i rigidi confini che hanno tradizionalmente definito questo concetto sono diventati fluidi, globalizzati e sottoposti ad una trasformazione geopolitica continua.

Ne consegue che le materializzazioni di questo fenomeno, come edifici e infrastrutture, si sviluppano in una dimensione che tende ad aumentare il divario tra sviluppo e concentrazione da un lato, e impoverimento e decentramento dall’altro, ponendo la divisione geografica come un indice secondario rispetto ai network mondiali tra città e realtà connesse. Una condizione che pone enormi problemi alla legittimità della rappresentanza democratica e alla regolamentazione di diritti e doveri della cittadinanza, sempre più concepita nella sua dimensione globale/internazionale, piuttosto che in quella locale/regionale.


http://dimensionsofcitizenship.org/#essays

https://www.archdaily.com/895699/dimensions-of-citizenship-the-us-pavilion-at-the-2018-venice-biennale

AAVV, Dimensions of Citizenship, Inventory Press, New York, USA 2018

Scritto da
Alberto Bortolotti

Laureato in Architettura con una tesi di urbanistica al Politecnico di Milano, è Consigliere Iunior dell’Ordine degli Architetti di Milano. Collabora con il Politecnico di Milano e ha svolto il proprio apprendistato presso lo studio del Commissario Presidenziale per la Politica Architettonica Coreana Seung H-Sang. È autore di Modello Milano? Una ricerca su alcune grandi trasformazioni urbane recenti (Maggioli 2020).

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