Grande dimensione e cittadinanza

Cittadinanza

Alla Biennale di Architettura di Venezia 2018, intitolata Free Space dal duo di curatori irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara (founding partners di Grafton Architects), sono stati affrontati molti argomenti dello scenario architettonico contemporaneo. Uno dei temi passati più in secondo piano, sebbene di primaria importanza, è stato quello esplorato dal Padiglione Americano, a cura di Niall Atkinson, Ann Lui e Mimi Zeiger che ha analizzato il link tra cittadinanza e dimensione urbana. Attraverso la mostra On dimensions of citizenship, si è voluto mettere, infatti, in luce il ruolo che gli architetti e i progettisti ricoprono nei confronti della cittadinanza. In un periodo in cui l’espansione del Muro che segna la frontiera tra Stati Uniti e Messico incombe su un dibattito più articolato relativo alla cittadinanza nazionale, è un imperativo che gli urbanisti possano rendersi conto di cosa significhi oggi essere un cittadino.

Gli interrogativi sull’appartenenza, sull’inclusione e le sue modalità, vengono posti da ogni like, da ogni tweet presidenziale, ogni segno di protesta o pugno alzato. Eppure con l’aumentare della circolazione transnazionale di capitali, tecnologie digitali e trasformazioni geopolitiche, le idee convenzionali sulla cittadinanza vengono meno. Noi definiamo il termine cittadinanza come un intrico di diritti, responsabilità, attaccamenti collegati all’ambiente costruito. Ci chiediamo quindi: come può l’architettura rispondere, configurare ed esprimere i requisiti rizomatici e paradossali della cittadinanza?

Il padiglione degli Stati Uniti analizza sei livelli dimensionali: citizen, civitas, region, nation, globe, network. Questi livelli dimensionali che si estendono dal corpo umano alla città, al cielo e in generale propongono la cittadinanza come tematica globale cruciale. Le installazioni, richieste ad architetti e teorici, indagano gli spazi di cittadinanza segnati da una storia di disuguaglianza e dalla violenza inflitta alle persone, ai soggetti non umani e all’ambiente naturale. Sono opere che mirano a rendere manifesti gli ideali democratici di inclusione che vanno controcorrente rispetto ai sistemi più generali: nuove forme di programmi di condivisione economica, l’eredità della underground rail-road, tenuti da alleanze transnazionali nella zona di frontiera, o l’impresa apparentemente degna di Sisifo di difendere le topologie costiere dall’innalzamento delle maree. Le installazioni e le opere video presentate non risolvono la complessa relazione tra governance e circostanze che ci legano, bensì hanno più a che fare con i concetti di “sé” e di “altro”.

La capacità ordinatrice dell’architettura viene usata per rendere visibili i paradossi e le formulazioni dell’appartenenza. Solo quando sarà visibile una concezione spaziale della cittadinanza – legale, culturale, economica – potremo liberarci di definizioni, forme e burocrazie antiquate, e attivare spazi progettuali efficaci.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Cittadinanza: citizen, civitas, region, nation, globe, network

Pagina 2: Cittadinanza e livelli dimensionali

Pagina 3: Conclusioni


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Nato a Brescia nel 1994, ha conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano. Ha vissuto in Corea del Sud dove ha lavorato per il City Architect di Seoul Seung H-Sang. Successivamente ha svolto il tirocinio Schuman presso il Segretariato Generale del Parlamento Europeo a Bruxelles. È attualmente Consigliere dell'Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Milano.

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