“Homo premium. Come la tecnologia ci divide” di Massimo Gaggi

homo premium

Recensione a: Massimo Gaggi, Homo premium. Come la tecnologia ci divide, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 192, 15 euro (scheda libro).


L’ultimo libro di Massimo Gaggi, editorialista del Corriere della Sera negli Stati Uniti, affronta temi cruciali quali le tecnologie, l’intelligenza artificiale, le disuguaglianze e le trasformazioni nel mondo del lavoro. Il filo conduttore del volume è dato dal pericoloso percorso evolutivo imboccato dall’uomo, analizzato dall’Autore nelle sue varie sfumature – politiche, economiche, sociali e antropologiche – e riassumibile in queste parole: «È l’itinerario che conduce una parte dell’umanità – non tutti – verso una nuova condizione: quella dell’homo premium.

Un uomo, cioè, che, trovandosi sulla sponda migliore del fiume in un mondo di enormi e crescenti disuguaglianze di reddito e di conoscenza, non solo è più ricco e istruito, ma gode di salute migliore, vive più a lungo e, magari, riesce ad ottenere capacità intellettive e fisiche aumentate grazie alle manipolazioni genetiche o alle protesi messe a disposizione dalle tecnologie informatiche più avanzate». Una parte dell’umanità, non tutti: questo è il nucleo della trattazione di Gaggi, un viaggio dal sapore quasi fantascientifico nella silenziosa rivoluzione tecnologica cui stiamo assistendo, tra disuguaglianze e divaricazioni sempre più marcate, grandi monopoli digitali e l’incognita di una intelligenza artificiale dalle infinite potenzialità.

La struttura economica negli ultimi anni è radicalmente cambiata. Secondo Gaggi «buona parte del malessere economico che si è diffuso nell’Occidente industrializzato deriva dal modo in cui vengono gestiti i processi di automazione e di smaterializzazione dell’economia» (p. XIV), più che dal libero mercato o dalla globalizzazione in sé. Secondo uno studio della Ball State University solo il 13% dei posti di lavoro manifatturieri della rust belt – la decaduta cintura industriale del Nord Est americano (dal Michigan all’Ohio, alla Pennsylvania) – sono andati persi a causa delle delocalizzazioni: il resto è dovuto all’automazione. Sempre per comprendere le anomalie del capitalismo contemporaneo, si consideri l’impatto del modello di business di Facebook sull’occupazione: la società vale in borsa circa 520 miliardi di dollari dando lavoro a 21 mila dipendenti, mentre se sommiamo General Electric, IBM, Ford e AT&T arriviamo a circa 550 miliardi in borsa, ma con più di 1 milione e 100 mila addetti stipendiati.

I grandi monopoli della Silicon Valley poggiano le loro radici culturali nella controrivoluzione californiana degli anni ’60/70 e, più in generale, nella svolta antropologica che ha visto prevalere il privato sul pubblico, l’individuo sulla collettività. Lo sviluppo delle tecnologie è stato accompagnato da una logica di progressiva privatizzazione dell’esistente, troppo spesso sottovalutata da una politica miope dinanzi alle trasformazioni globali e alle criticità del progresso. Al giorno d’oggi i grandi monopoli digitali possiedono un potere pressoché totale, non solo economico, ma anche socio-culturale. Inoltre, come sottolinea l’Autore, i padroni di queste aziende, spesso visionari e megalomani, si stanno impegnando a colonizzare il futuro, sottraendolo al controllo pubblico e alla politica: «mentre Richard Branson tenta di inaugurare il primo servizio di turismo spaziale con la sua Virgin Galactic, Jeff Bezos alimenta la sua dimensione da sognatore […] coi missili della sua Blue Origin […] Più concreto Elon Musk che ha affiancato alla produzione delle auto elettriche Tesla, delle batterie di nuova generazione e dei pannelli solari, lo sviluppo di missili e capsule spaziali della sua SpaceX: primo operatore privato in grado di soppiantare la NASA traghettando carichi – e presto anche astronauti- verso la Stazione spaziale internazionale in orbita intorno alla Terra» (pp.6-7). Questi monopoli, scrive Gaggi, stanno diventando sempre più simili a reti infrastrutturali: Google manda ad alta quota palloni aerostatici per offrire una connessione wireless a vaste superfici dell’Africa, Amazon dispone di una flotta di Boeing 767, migliaia di autotreni, navi e droni, e Facebook ha iniziato con Microsoft a posare cavi sottomarini di telecomunicazioni attraverso l’Atlantico.

Nel frattempo, la ricchezza è sempre più concentrata e le disuguaglianze di reddito aumentano a dismisura. Questo fenomeno è dovuto anche, sottolinea Gaggi, al particolare modello di business sviluppatosi negli ultimi anni: l’economia della condivisione (Uber, Airbnb etc.), per quanto di condiviso vi sia ben poco. Oltre ad essere campioni di elusione fiscale, i padroni di queste nuove app in grado di far incontrare la domanda con l’offerta si avvalgono di collaboratori sottopagati e privi di tutele, non essendo loro riconosciuto lo status di lavoratori dipendenti: «nell’era della gig economy la durata media degli impieghi continua a calare e […] questo incide negativamente anche sui livelli retributivi, oltre che sulle tutele sociali, pressoché scomparse» (p.78).

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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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