I dilemmi dell’energia: ambiente, sicurezza e competitività. Intervista a Davide Tabarelli
- 24 Giugno 2022

I dilemmi dell’energia: ambiente, sicurezza e competitività. Intervista a Davide Tabarelli

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso evidenti alcuni dei rischi relativi alla questione energetica, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza delle forniture e degli approvvigionamenti. Riflettere su una possibile strategia energetica richiede però di considerare problematiche di lungo periodo, con la necessità di conciliare obiettivi che possono talora essere contrastanti. In questa intervista, Davide Tabarelli – Presidente e fondatore di NE-Nomisma Energia – riflette sulle maggiori questioni energetiche di questa fase storica, proponendo una prospettiva che tenga in equilibrio tre elementi: ambiente, sicurezza energetica e competitività.


Partendo dal quadro generale, è possibile tracciare una panoramica di quali sono state le tendenze più importanti nel contesto europeo negli ultimi anni, com’è cambiato il mix energetico e quale è stato e qual è il ruolo del gas all’interno del mercato europeo?

Davide Tabarelli: La prima questione da evidenziare riguarda l’arco temporale da prendere in considerazione per cogliere realmente i termini del discorso, se, ad esempio, guardassimo solamente agli ultimi dieci anni non riusciremmo a cogliere pienamente le dinamiche dell’evoluzione del settore energetico. È opinione diffusa che nell’arco di pochi anni si possa operare il cambiamento di una struttura economica, vale a dire quella energetica, che è fondamentale per ogni civiltà; in realtà, questo tipo di trasformazioni si definiscono nell’arco di decenni. Anche l’Europa è giunta alla vigilia di questo conflitto attraverso un percorso che dura dalla Seconda guerra mondiale e forse anche da prima. Questo perché i sistemi energetici si definiscono nel lungo e nel lunghissimo termine e ciò serve a capire anche quanto siamo “prigionieri” di alcuni dati di fatto, di certi limiti fisici che si pongono per le scelte del futuro. Guardando al futuro – come capita sempre in particolare per l’economia, ma non solo – è essenziale tenere presente da dove veniamo, comprendere come siamo arrivati qui per ipotizzare dove andare. Dieci anni, quindi, sono pochi e occorre guardare al più lungo termine. Negli ultimi anni c’è stata, prima di tutto, una deriva – come sono solito definirla, in maniera forse troppo negativa – verso un “ambientalismo facile”. Questo ci ha distratto da altre due questioni dirimenti. Tre sono infatti i pilastri nelle politiche energetiche europee, e anche di tutto il mondo: l’ambiente – e su questo ci si è ampiamente focalizzati negli ultimi anni –, la sicurezza degli approvvigionamenti – problema la cui rilevanza è diventata platealmente evidente dopo il 24 febbraio 2022 – e infine la competitività, poiché l’energia deve essere accessibile a condizioni economiche vantaggiose, a prezzi bassi per le imprese e per le famiglie. Se è vero che si è enfatizzata la dimensione ambientale, gli altri due pilastri non sono stati tenuti nella giusta considerazione, e questo per molteplici ragioni su cui ritornerò in seguito.

 

Ha accennato al tema dell’ambiente e della transizione ecologica: quali sono a suo giudizio le potenzialità effettive e quali i limiti delle energie rinnovabili? Quale può essere anche il ruolo di altre tecnologie?

Davide Tabarelli: Le potenzialità, sul piano teorico, sono enormi: bastano sei ore dell’energia che arriva sulla Terra dal Sole attraverso l’irradiazione per soddisfare il fabbisogno energetico dell’intera umanità per un anno. Il problema è che noi non abbiamo bisogno soltanto di energia, ma abbiamo bisogno che questa energia sia di grande qualità, il che si misura con il parametro della densità energetica. Un esempio significativo e facile da comprendere è quello delle auto elettriche: queste ultime funzionano a batterie, ma le batterie hanno una densità energetica – cioè un’energia per chilogrammo – che è pari a un settantesimo di quella di un chilogrammo di gasolio, ricchissimo di energia. Tuttavia, è chiaro che tecnologie come il solare, l’eolico, il fotovoltaico, ma anche le biomasse, il biometano e il grande idroelettrico, rappresentino una prospettiva su cui investire. Le tecnologie necessarie ad estendere questi campi sono già ampiamente disponibili, si pensi che le premesse teoriche del processo di affinamento del fotovoltaico furono poste da Albert Einstein, che ricevette il premio Nobel per la fisica del 1921 proprio per la sua scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico. Infatti, le celle dei pannelli fotovoltaici producono energia elettrica sfruttando l’effetto fotovoltaico, che a sua volta si basa sull’effetto fotoelettrico. Si tratta quindi di una tecnologia matura, ma che naturalmente si può sviluppare e far avanzare ulteriormente; in effetti, negli ultimi anni vi sono stati enormi progressi nella riduzione dei costi. Il prezzo dell’elettricità sulle borse europee, dove si venderebbe l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici, si attesta a livelli molto più alti rispetto ai costi di produzione del fotovoltaico, negli ultimi mesi fino a 300 euro per megawattora, contro costi di 50-70 euro; quindi l’energia solare rappresenta una fonte estremamente conveniente. Tuttavia, ci sono dei limiti fisici: il problema della densità e la questione di come stoccare l’energia. Infatti, il solare è per natura intermittente: quest’ultima andrebbe accumulata ed è difficile farlo.

 

Quale può essere eventualmente il ruolo di una tecnologia come l’idrogeno in questo quadro?

Davide Tabarelli: L’idrogeno è come l’energia elettrica: è un vettore, non una fonte primaria. L’idrogeno solleva a sua volta questioni legate allo stoccaggio, ma si potrebbe – e anche questo è facile da annunciare, meno da realizzare – produrre un “idrogeno verde”, cioè ricavare grandi quantità di elettricità dal sole e dal vento, utilizzarla per fare elettrolisi e separare nell’acqua l’ossigeno dall’idrogeno, per poi usare l’idrogeno per produrre elettricità quando ne abbiamo bisogno. Anche questa è una tecnica conosciuta da più di un secolo, ma il problema è competere coi fossili, vale a dire riuscire a costruire dei sistemi di trasporto e di accumulo che siano altrettanto agevoli ed economici da utilizzare.

 

Passando più nello specifico al gas, qual era la situazione a livello europeo alla vigilia della guerra in Ucraina? In particolare, che peso aveva il gas nel mix energetico dei diversi Paesi? Quali erano, grossomodo, le incidenze dei vari fornitori e quale quella della Russia?

Davide Tabarelli: Fino a metà giugno 2022 la situazione non era mutata, sia perché i flussi dalla Russia erano stati abbastanza stabili, sia perché i tempi di riconversione sono estremamente lunghi. Dal 15 giugno, invece, la Russia ha cominciato a consegnare meno gas all’Europa, taglio che ha colpito prima la Germania e poi gli altri Paesi. Il gas in Europa vale circa il 30% dei consumi energetici e, alla vigilia della guerra in Ucraina, dalla Russia ne proveniva circa il 40%. Le stesse percentuali valgono anche per l’Italia. Il Paese europeo con la dipendenza più forte è la Germania, un grande Paese industriale, che consuma la maggiore quantità di energia. In termini percentuali, tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale hanno una dipendenza molto forte: l’Austria, ad esempio, è fortemente dipendente dal gas russo, e l’Ungheria dal petrolio. In Italia, il gas vale circa il 37% del consumo energetico complessivo, e questo gas viene per il 40% dalla Russia; siamo quindi particolarmente esposti. Inoltre in Italia, unico tra i grandi Paesi europei, metà della produzione elettrica – e l’elettricità è il sistema nervoso di un Paese – viene da gas naturale. Ora con il taglio dei flussi dalla Russia la situazione si complica parecchio e non è da escludere che il prossimo inverno si debba adottare qualche forma di razionamento.

 

Ha fatto riferimento alla necessità di trovare un equilibrio tra i tre pilastri delle politiche energetiche che ha menzionato: impatto ambientale, sicurezza energetica e competitività. In che modo è possibile perseguire questo equilibrio?

Davide Tabarelli: È un equilibrio difficile, ovviamente, perché a volte i tre pilastri ricordati – ambiente, sicurezza e competitività – possono entrare in contrasto. E questo non solo in Europa, ma in tutte le economie del mondo: ad esempio, in Cina sono considerate come prioritarie la sicurezza e la competitività, mentre dell’ambiente si è iniziato ad occuparsi solo negli ultimi anni; gli Stati Uniti guardano principalmente alla competitività; l’Europa negli ultimi anni si è focalizzata in maniera predominante sull’ambiente. Comprendere come conciliare questi tre elementi è molto difficile, e lo vediamo in questi mesi, in cui stiamo sperimentando tutta la fatica di attuare delle sanzioni verso chi ha riportato la guerra in Europa. Abbiamo bisogno di far tesoro di questa esperienza. Se è facile ora essere critici su quello che si è o non si è fatto in precedenza, le azioni da intraprendere sono ormai ben note e sempre le stesse. Innanzitutto, privilegiare le fonti rinnovabili, che sono pulite, ma anche autonome e consentono dunque l’indipendenza; in Europa vi è una lunga tradizione in questo senso fin dalla nascita della moderna energia, già a partire dall’Ottocento con la seconda rivoluzione industriale, in cui ci si è adoperati per sfruttare maggiormente l’idroelettrico, che è appunto una fonte rinnovabile. Al tempo stesso, oggi in Europa resta centrale il ruolo del gas e l’importanza di investire sulla rigassificazione, anche in ottica strategica. Occorre poi tenere presente che le fonti rinnovabili non sono prive di costi ed esternalità negative; infatti, se è vero che l’idroelettrico sarebbe ancora da sviluppare largamente in Italia, non sempre è possibile investire in nuovi progetti perché vi sono forme di opposizione consistenti, che non riguardano solo l’idroelettrico, ma anche le altre fonti rinnovabili. In conclusione, contemperare sicurezza, competitività e ambiente è un processo che mira ad armonizzare elementi che potenzialmente possono essere in contrasto: si tratta della ricerca di un equilibrio complesso ma necessario.

 

Quali sono gli scenari che si concretizzerebbero qualora si arrivasse ad un embargo del gas russo? Quali potrebbero essere le opzioni concrete per perseguire l’obiettivo di una tendenziale autonomia dal gas russo?

Davide Tabarelli: I problemi sono di lungo termine, e i piani su cui ragionare sono tanto quello dell’emergenza quanto quello della prospettiva. Adesso intervenire è molto difficile, e le cose sono cambiate ulteriormente da quando la Russia ha cominciato a tagliare le forniture. Ora un blocco totale è altamente probabile. Occorrerebbe procedere subito al razionamento, allo stoccaggio massiccio dei volumi e a una riflessione su come tagliare i consumi, il tutto naturalmente in maniera ben ragionata. Dopodiché, sarebbe possibile agire anche a livello di produzione nazionale. Abbiamo ancora molto gas, in diverse regioni italiane, che sarebbe “a chilometro zero” e a bassissimo costo di trasporto – è bene ricordare che il trasporto di gas importato inquina, oltre a fornire risorse a Paesi produttori non necessariamente democratici. Entro i prossimi mesi non si farà molto, anche per responsabilità di noi esperti che non siamo stati in grado di comunicare efficacemente all’opinione pubblica e alle istituzioni quanto questa fosse invece una strada percorribile e quanto pericolosa fosse la dipendenza energetica. È paradossale per un Paese in cui il gas è la prima fonte energetica affidarsi totalmente alle importazioni dall’estero, quando localmente sono disponibili quantità considerevoli di questa risorsa energetica. È una forma di miopia economica e strategica di cui, ripeto, siamo tutti responsabili. Anche sul fronte dei rigassificatori avremmo potuto e dovuto agire con maggior decisione. Oggi questo tema sta diventando nuovamente centrale. Nell’emergenza stanno arrivando due rigassificatori galleggianti, ma uno di questi, quello per Piombino, incontra opposizione locale, mentre quello di Ravenna sembra sia accettato. Per i grandi rigassificatori a terra, il primo progetto che potrebbe partire è quello del terminale di rigassificazione di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, ma si tratta di un progetto che risale a 18 anni fa. Per l’ultimo rigassificatore realizzato, quello off-shore dell’Adriatic LNG a Rovigo, ci sono voluti oltre dieci anni. Ecco, quindi, che emerge ciò che non abbiamo fatto: non abbiamo saputo costruire una cultura industriale in grado di far convivere ambiente, infrastrutturazione e sicurezza. Questo è il problema centrale.

 

Lei accennava ai rigassificatori: in questo ambito quali sono le tempistiche per giungere a risultati significativi?

Davide Tabarelli: Ci vorranno tre anni per realizzare il rigassificatore a terra, che sarebbe il primo dal 1973, vale a dire da cinquant’anni a questa parte; anche questo è indicativo delle difficoltà dell’Italia in questo campo: ne sono stati costruiti altri due, ma collocati in mare. Fortunatamente, oggi ci viene in soccorso la tecnologia che permette di prendere delle vecchie navi, dei gassificatori, che trasportano il gas naturale liquefatto, e trasformarle in modo da realizzare una sorta di piattaforma – simile a quella di Livorno. Sono i due rigassificatori galleggianti a cui accennavo. Qui i tempi potrebbero essere nell’ordine dei sei mesi, come auspica anche il Governo, che ha annunciato di voler puntare sulla soluzione delle Floating Storage and Regasification Units (FSRU – Unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione) che possono, con un po’ di tecnica, essere realizzate velocemente. Rientra in questa tipologia anche l’importante progetto che è stato annunciato per Ravenna. Ma qui si ritorna al paradosso implicito nell’adoperarsi per un grande progetto di questo genere quando vicino a Ravenna, sottoterra, è presente ancora moltissimo gas che si potrebbe estrarre. Al contrario, scegliamo di importarlo da Paesi africani e asiatici che pure lo estraggono dal loro sottosuolo, dal Qatar, dall’Egitto, e addirittura dagli Stati Uniti, acquistando gas che proviene dal fracking – che come noto è un processo altamente inquinante e impattante. Poi ovviamente c’è anche un problema di costi e quindi di competitività.

 

Un’azione congiunta a livello europeo potrebbe essere una leva per ottenere migliori condizioni di fornitura da Paesi terzi? Quali sono gli ostacoli con cui bisogna confrontarsi?

Davide Tabarelli: Non ci sono ostacoli insormontabili, vi sono piuttosto potenziali problemi contrattuali. Ci sono poi rischi politici e geopolitici nel rapporto con alcuni dei Paesi coinvolti: si pensi solo all’Algeria o all’Egitto, ma anche alla Nigeria e ad altre aree dell’Africa subsahariana. Ciò detto, i prezzi in Europa oggi si aggirano intorno ai 100 euro a megawattora, mentre in questi Paesi produrre energia costa circa 10-15 euro a megawattora; dunque, c’è un forte interesse intorno alla possibilità di sviluppo di questi Paesi produttori e di trasferimento di risorse economiche verso aree del mondo che hanno un bisogno impellente di affrancarsi dalla povertà. Naturalmente vi è un rapporto complesso, per questi attori, fra la necessità di accrescere il proprio sviluppo economico e l’obiettivo della sostenibilità ambientale. Ma certamente si può parlare di un’occasione e trovare in questo alcuni lati positivi. Ad esempio, questa crisi sta spostando il centro nevralgico dell’approvvigionamento energetico da Est a Sud, provocando uno “spostamento” dell’energia dalla Russia verso l’Africa: per noi italiani questo vorrà dire tornare nel Mediterraneo e provare a ritessere, pur con tutte le difficoltà e i rischi insiti in questo processo, i legami storici che ci uniscono a Libia, Algeria, Egitto, Congo, Angola, e in generale a tutto il continente africano.

 

Quali elementi sarebbero, a suo giudizio, importanti per impostare una strategia energetica nazionale a lungo termine? Quali sono stati finora i problemi e gli ostacoli in questo senso?

Davide Tabarelli: Rifletterò su un elemento che mi sembra particolarmente importante: dobbiamo fare tesoro dell’esperienza che purtroppo stiamo vivendo. Questo conflitto è la cosa peggiore che potesse capitare anche dal punto di vista dell’energia. Infatti, lo scenario di un’interruzione degli approvvigionamenti da parte del nostro principale fornitore di idrocarburi – che è anche il Paese in generale più ricco di risorse naturali ai confini dell’Unione Europea – deve portarci a ragionare concretamente su una strategia energetica di lungo periodo, che ci consenta di arrivare preparati e superare crisi come questa. Al tempo stesso, dobbiamo vedere anche “il bicchiere mezzo pieno” e i punti di forza del sistema italiano: abbiamo un sistema energetico articolato; si è iniziato a diversificare negli anni Settanta; possiamo contare su legami storici con i Paesi produttori africani; il TAP (Trans Adriatic Pipeline) è stato realizzato pur con enormi difficoltà; abbiamo ancora importanti riserve nazionali non sfruttate; è aumentata la quota di rinnovabili. Un discorso a parte è, poi, quello che riguarda il nucleare: siamo il Paese della fisica e della grande cultura scientifica, il Paese di Enrico Fermi, padre dell’energia nucleare. Su questo c’è un tema che riguarda il ruolo delle classi dirigenti, e il dialogo tra cultura scientifica e umanistica. Occorre trovare il modo di trasmettere l’importanza della tecnologia, non nascondendone o minimizzandone i rischi, ma comunicandone il carattere indispensabile per la vita e per lo sviluppo del genere umano. In conclusione vorrei, però, sottolineare come il nostro Paese abbia le risorse per provare a tenere in equilibrio quegli elementi potenzialmente conflittuali – ambiente, sicurezza e competitività –essenziali per attuare una strategia energetica efficace e lungimirante. Peraltro, non mancano riflessioni e documenti strategici elaborati nel corso del tempo: diverse strategie sono state formulate e tentate negli ultimi anni. Basti pensare che già nel 1982, esattamente quarant’anni fa, il nostro Parlamento approvava la legge 302 (Norme sul contenimento dei consumi energetici, lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia e l’esercizio di centrali elettriche alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi) che attuava il piano energetico del 1981 e, sostanzialmente, conteneva delle indicazioni valide ancora oggi. Poi è arrivato l’incidente di Černobyl’ e siamo usciti dal nucleare; sono seguiti il piano energetico del 1988, le strategie energetiche degli anni Duemila e i Piani nazionali per l’energia e il clima. Di per sé, non serve dunque inventare niente, ma occorre impegnarsi maggiormente sul piano dell’attuazione.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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