I fantasmi di un Paese lacerato: la difficile ricostruzione in Siria
- 19 Maggio 2020

I fantasmi di un Paese lacerato: la difficile ricostruzione in Siria

Scritto da Beatrice Gori

9 minuti di lettura

Il 2020 rappresenta per la Siria il decimo anno di un conflitto che non risulta ancora concluso. Alla rivoluzione del 2011 hanno fatto seguito 9 anni di atroce guerra civile dove il Presidente Bashar al-Assad ha lottato contro tutti coloro che per qualche ragione ostacolassero il suo regime. Sebbene l’annosa questione del nord della Siria continui a rappresentare una fonte di instabilità per Damasco, Bashar al-Assad sta recuperando gran parte dei territori ed è innegabile che l’obiettivo per il quale l’Esercito Siriano ha combattuto sia stato raggiunto: ad oggi, maggio 2020, Assad è ancora il Presidente della Siria. Questo articolo intende soffermarsi sulle principali e cruciali fragilità che la Siria del post-guerra civile dovrà affrontare e in cosa, effettivamente, consista la vittoria del suo Presidente Bashar al-Assad.

Allo stato attuale, la rivoluzione del marzo 2011 ha fallito nell’obiettivo di spodestare Assad. Le manifestazioni partirono dalla cittadina meridionale di Daraa, in seguito all’ennesimo abuso di potere da parte delle guardie del regime contro un gruppo di adolescenti – appartenenti al clan degli Abezzed – colpevoli di aver scritto frasi contro l’autoritarismo sul muro della loro scuola[1]. Le proteste si diffusero rapidamente in tutto il paese accodandosi al “vento rivoluzionario” che spirava già da qualche mese nei paesi del Nord Africa; originatosi a fine 2010 in Tunisia e velocemente propagatosi nei vicini Libia ed Egitto, stava così dandosi forma il cosiddetto fenomeno delle Primavere arabe. Sebbene le ragioni e gli esiti di queste mobilitazioni differiscano molto da paese a paese, esse vengono racchiuse sotto un unico fenomeno in virtù della comune causa contro un regime dittatoriale pluridecennale e proprio per questo, anche le rivolte popolari in Siria rientrano in questa prospettiva di analisi.

Le manifestazioni in Siria hanno costituito un concreto pericolo per il potere centrale degli Assad, che si erano spesso misurati in passato con una società civile debole e silente. La situazione di privazione nella quale versava la maggior parte della popolazione è stata il collante per la frammentata società siriana che ha saputo dimostrare una forte resistenza contro il regime settario.

Molto spesso in Medio Oriente si parla di assenza di società civile a causa del forte ruolo repressivo delle forze dittatoriali al potere. La debolezza della componente civile in Siria risaliva alla divisione settaria che essa ha sempre subìto: prima con il regime mandatario francese e l’imposizione del “divide et impera”, poi con gli Assad e l’élite alauita al potere. La Siria si caratterizza infatti per avere un complesso reticolo etnico-religioso che ha sempre posto numerose sfide di governabilità, maggiormente accentuate con una famiglia appartenente a una comunità minoritaria alla guida del paese dal 1971. Il gruppo maggioritario siriano è infatti rappresentato dai musulmani sunniti, circa il 70% della popolazione, a cui si affiancano poi 4 comunità minoritarie: gli alauiti che rappresentano l’11,5% della popolazione e di cui fanno parte gli Assad, i cristiani, circa il 15% che comprendono armeni, ortodossi e cattolici, i curdi, musulmani sunniti di etnia indoeuropea che rappresentano circa l’8,5% della popolazione e infine i drusi, antica setta religiosa dello sciismo ismaelita corrispondente al 1,5%[2].

La costruzione di un’identità nazionale basata sul pluralismo non è mai stata contemplata e le minoranze sono sempre state ignorate. La concezione statuale della “Siria di Assad” ha dominato il paese dall’arrivo di Hafez al-Assad al potere nel 1971 e ha avuto poi seguito anche dopo la sua morte con il figlio Bashar. Questo concetto si riferisce alla privatizzazione dello Stato da parte della famiglia Assad che considera il regime come di sua proprietà. L’assenza di scissione tra la dimensione pubblica e quella privata dello Stato in Siria – equiparabile, seppur estremizzando, all’Arabia Saudita dove la famiglia Saud in termini economici effettivi possiede lo Stato – implica il fatto che la Siria alauita di Assad è l’unica esistente[3]. Dunque, chiunque vi si opponga è un traditore.

Proprio dal tema delle minoranze nazionali scaturisce un nodo fondamentale per la ricostruzione del paese dopo la guerra civile. La parola ricostruzione fa riferimento all’idea di ripristinare una condizione che esisteva in precedenza; nel contesto siriano, ricostruzione è il termine adeguato a indicare il ritorno alla situazione pre-conflitto con il governo di Bashar al-Assad[4]. Ripristinare lo status quo ante bellum potrebbe significare anche riprodurre le divisioni settarie tra le varie comunità che permangono sul territorio siriano e che sono state fonte di scontento per il trattamento differenziato che la famiglia Assad ha riservato ai membri delle comunità non alauite[5].

Qualunque sia la scelta riguardo alle minoranze – o alle maggioranze antigovernative nel caso dei sunniti – la ricostruzione di un’unità nazionale già debole prima della guerra e ora dilaniata dal sanguinoso conflitto civile, deve passare necessariamente per le varie realtà siriane al fine di scegliere se continuare a ignorarle o provvedere a una riforma che invece ne tenga di conto.

In questo processo si inserisce il tema della legittimità e del consenso di Assad. Un alto numero di persone, tra cui innumerevoli bambini, ha sperimentato durante la guerra la quotidiana visione di sangue, violenza e sofferenza[6]. Le profonde ferite della guerra, e nello specifico della violenza del regime, saranno difficilmente superabili nel breve periodo con Assad nuovamente al potere.

Proprio per questo ora Assad avrà bisogno più che mai dell’appoggio delle forze armate per restare al potere. Nel contesto mediorientale, sovente le forze armate ricoprono un ruolo centrale per la tenuta dei regimi. La Siria è formalmente una Repubblica, ma all’atto pratico dal 1971 al 2020 ha visto solo due Presidenti, Hafez al-Assad e suo figlio Bashar a lui succeduto nel 2000 seguendo un criterio che ricorda quello di una successione dinastica di una monarchia più che di una repubblica. In un contesto di scarsa legittimità legale-razionale – ricalcando gli idealtipi weberiani – le forze armate sono sempre state asservite al regime svolgendo il preciso ruolo di reprimere il dissenso. Il problema della legittimità si pone maggiormente adesso, nel contesto post-guerra civile dove colui che per lunghi anni è stato combattuto, è ancora alla guida del paese senza alcuna volontà politica.

Ciò nonostante, la guerra civile ha messo in luce non poche fragilità dell’Esercito Siriano. Dopo alcuni mesi dall’inizio delle proteste nel marzo 2011, un gruppo consistente di soldati ha voltato le spalle al regime rifiutandosi di sparare sui manifestanti ed è passato dalla parte dei ribelli. Queste defezioni furono sempre più frequenti e nel luglio 2011 fu formato l’Esercito Libero Siriano (FSA)[7].

Dal punto di vista della capacità militare, dalla fine del 2011 al 2015 l’Esercito Nazionale Siriano perse velocemente il controllo su numerosi territori caduti in mano alla eterogenea fazione dei “ribelli”. A metà 2015 le dinamiche di guerra vedevano l’esercito regolare in grave difficoltà sulla difesa, tra le altre, della zona di Latakia, regione alauita natia degli Assad, e della stessa capitale Damasco. Allo scoppio delle proteste del 2011, l’Esercito Nazionale Siriano contava 220.000 unità, nel 2015 queste non arrivavano a 65.000[8]. Nel luglio 2015, Assad dichiarò pubblicamente di trovarsi in gravi difficoltà. Il grido implicito di aiuto fu raccolto dalla Federazione Russa di Putin. La situazione sembrava quanto mai favorevole per la costituzione di nuovi equilibri nello scacchiere mediorientale: gli Stati Uniti erano in Siria per sconfiggere il Califfato e non sembravano interessati al sostegno dei ribelli contro il regime. Putin aveva dunque campo libero. Per tutti gli anni della guerra, la Siria poteva essere difficilmente definita come Stato sovrano, non solo per la perdita del controllo su molti territori ma anche, e soprattutto, perché non poteva sopravvivere senza l’intervento di potenze straniere, prime fra tutte la Russia ma anche l’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah.

A guerra quasi conclusa, non è ancora chiaro quanto la Siria possa fare a meno dei suoi alleati. Non più solo in termini di difesa militare ma anche e soprattutto per finanziare la ricostruzione di un paese ridotto in macerie. Uno studio del 2016 condotto dal Fondo Monetario Internazionale ha presentato numeri astronomici: 275 miliardi di dollari per la perdita economica delle imprese e altri 200 stimati per riparare le infrastrutture danneggiate o distrutte dalla guerra[9]. In un forum dell’agosto 2018 della Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale (ESCWA), un panel di più di 50 esperti internazionali ha stimato un conto ancora più elevato: il volume di distruzione del solo capitale fisico ammonterebbe intorno ai 400 miliardi di dollari[10].

Queste cifre sono destinate ad aumentare anche a causa del conflitto ancora in corso nel nord della Siria, una delle aree più compromesse dell’intero paese, dove le infrastrutture sono completamente distrutte e la popolazione vive una profonda crisi umanitaria[11].

L’applicazione pluridecennale della “Siria di Assad” ha marcato anche la struttura dell’economia siriana. I maggiori investimenti nel settore privato sono da sempre stati concessi a componenti della comunità alauita di cui è originaria la famiglia Assad. Questa élite di cui si sono attorniati per anni gli Assad è stata identificata a livello internazionale grazie al legame esplicito con il regime di Damasco e molti degli esponenti più influenti sono stati inseriti nelle liste nere americane ed europee degli investitori[12]. Con una scarsa possibilità di reperire fondi a livello nazionale, gli alleati internazionali di Assad rappresentano perciò gli attori più plausibili nella ricostruzione. All’atto pratico però, difficilmente riusciranno a pagare il conto esorbitante che le stime prospettano. La Russia si trova attualmente ancora impegnata nel fronte con la Turchia riguardo alla contesa della striscia di territorio intorno alla città di Idlib. Il Cremlino dimostra dunque dal 2015 la sua volontà di impegnarsi militarmente a fianco di Assad, ma non vi sono state concrete erogazioni di fondi a sostegno della ricostruzione del paese.

L’Iran ha rappresentato in questi anni uno dei principali prestatori di credito per la Siria ma recentemente la situazione si è ridimensionata a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Inoltre, la contingenza del coronavirus ha imposto all’Iran un’ulteriore sofferenza economica che nei prossimi mesi potrebbe costringere il paese a ridimensionare i finanziamenti a paesi terzi come la Siria.

Quanto alle milizie sciite di Hezbollah, l’apporto economico si riduce a qualche decina di facoltosi investitori sciiti desiderosi di prendere parte alla ricostruzione; il governo centrale libanese, benvoluto dalla comunità internazionale, si è invece dimostrato cauto nell’esporsi troppo a sostegno di Assad[13].

I governi europei sembrano per ora intenzionati a mantenere una linea dura contro Assad. La condizione per il sostegno economico era sempre stata quella di una transizione politica[14]. Il rifiuto netto di intervento nel paese si traduce però anche in una sostanziale indifferenza verso la grave crisi umanitaria che la popolazione siriana sta affrontando.

Un attore centrale fino a qualche anno fa inaspettato è adesso la Cina. Gli interessi di Pechino in Siria riguardano innanzitutto la lotta al terrorismo islamico. La Cina infatti da anni rifiuta ogni riconoscimento alla minoranza nazionale musulmana degli uiguri e questo ha generato episodi di tensione. Questa mancanza di dialogo ha provocato la radicalizzazione di una parte della comunità e centinaia, se non migliaia di uiguri hanno raggiunto la Siria per unirsi alla jihad del Califfato[15]. Per questa ragione, la Cina ha tacitamente sostenuto il governo di Bashar al-Assad durante la guerra civile. Dal punto di vista economico, poi, la Siria ricopre una posizione strategica per il rafforzamento della Belt and Road Initiative (BRI) – la cosiddetta nuova Via della Seta – in quanto costituirebbe un’alternativa al Canale di Suez per raggiungere il Mediterraneo. Tuttavia, la Repubblica Popolare ha pubblicamente chiarito che ogni investimento in Siria ha come condizioni la stabilità politica del paese e la riconciliazione tra Assad e la sua popolazione[16]. La partita insomma è decisamente ancora aperta e incerta.

Le stime della ricostruzione non includono i costi del capitale umano. Più di 500.000 sono i morti durante la guerra e un numero non quantificabile di persone ha perso la vita a causa di conseguenze indirette del conflitto come la fame e la chiusura o l’inagibilità degli ospedali.

Inoltre, la Siria ha subìto e sta ancora sperimentando un dramma migratorio e umanitario senza precedenti. Secondo l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), i siriani che dall’inizio del 2013 al marzo 2020 hanno lasciato il proprio paese sono più di 5 milioni e mezzo[17]. Di questi, circa il 65% è arrivato in Turchia. Da lì, un numero non quantificabile di richiedenti asilo è approdato illegalmente sulle coste delle isole greche di Lesbo, Chio, Samos, Leros, Kos e Simi nell’intento di raggiungere il continente europeo. A questi numeri, vanno poi aggiunti i 6 milioni e mezzo di persone sfollate all’interno della Siria (IDP)[18].

Un’ipotesi plausibile di ricostruzione potrebbe prevedere il ritorno dei milioni di rifugiati siriani nel loro paese. Considerando che l’esodo non sembra arrestarsi – nel primo trimestre del 2020 sono state ancora registrate circa settemila persone in fuga – è facilmente ipotizzabile che questi cittadini non prenderanno parte alla ricostruzione del loro paese per mano di Assad[19]. Chi fugge appartiene in maggioranza a una fascia di età inferiore ai 35 anni (circa il 78%) e con un livello di istruzione almeno secondario superiore[20]. Difatti, un sondaggio delle Nazioni Unite condotto nelle principali isole greche di arrivo dei siriani nel 2015 affermava che l’86% dei profughi ha concluso il ciclo di educazione superiore e che metà di essi afferma di aver studiato all’università[21]. Dopo gli studenti, le professioni più frequenti tra i rifugiati sono commercianti, carpentieri, elettricisti, idraulici, ingegneri, architetti, dottori e farmacisti[22]. In generale, i siriani che lasciano il loro paese hanno un livello di istruzione e qualifica professionale medio o elevato.

Uno dei problemi che la Siria del post-conflitto deve porsi è proprio la diminuzione del capitale culturale della propria popolazione. La Siria a differenza di altri stati della regione – per esempio il vicino Libano – poteva vantare una popolazione con un livello elevato di qualifica e istruzione e dunque non aveva bisogno di importare competenze[23]. La guerra civile ha mutato radicalmente la struttura sociale siriana e questo si traduce non solo in uno svantaggio per la ricostruzione, ma anche nel fallimento degli investimenti che lo Stato siriano ha compiuto per l’istruzione di intellettuali e professionisti di cui adesso non potrà avere l’ausilio.


[1] A. Negri, Il Musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente, Rosenberg & Sellier, Torino, 2017, pp. 53-55.

[2] N. van Dam, The Struggle for Power in Syria, I.B. Tauris, New York, 2011, p.1.

[3] Y. Al Haj Saleh, The Impossible Revolution. Making Sense of the Syrian Tragedy, Hurst and Company, Londra, 2017, pp. 149-152.

[4] E. Dacrema, “Syria in the New Middle East: The Fate of a War-Torn Country” in E. Dacrema, V. Talbot (a cura di), Rebuilding Syria. The Middle East’s Next Power Game, ISPI, LediPublishing, Milano, 2019, pp. 13-14.

[5] L. Trombetta, Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre, Mondadori Università, Milano, 2014, pp. 292- 293.

[6] Y. Al Haj Saleh, op.cit., p. 180.

[7] N. van Dam, Destroying a Nation. The Civil War in Syria, I.B. Tauris, Londra-New York, 2017, p. 79.

[8] Ivi, p. 108.

[9] J. Gobat, K. Kostial, IMF Working Paper. Syria’s Conflict Economy, WP/16/123, International Monetary Fund.

[10] ESCWA, Experts discuss post-conflict reconstruction policies after political agreement in Syria, 7 agosto 2018, Beirut.

[11] Europe.mercycorps.org.

[12] J. Qaddour, “Assad Needs the United States and its Allies for Reconstruction” in TheWashingtonInstitute.org, 28 Febbraio 2019.

[13] Z. Karam, “Syria hopes to jumpstart rebuilding massive hurdles” in Financialpost.com, 3 ottobre 2018.

[14] J. Qaddour, op.cit.

[15] G. Cafiero, “China plays the long game in Syria” in MiddleEastInstitute.edu, 10 febbraio 2020.

[16] Ibidem.

[17] UNHCR, “Syria emergency” in unhcr.org.

[18] UNHCR, “Situation Syria Regional Refugee Response” in data.unhcr.org.

[19] Ibidem.

[20] D. Murray, “UNHCR says most of Syrians arriving in Greece are students”, 8 dicembre 2015 in unhcr.org.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] A questo proposito si veda l’analisi delle relazioni Siria-Libano di F. Dionigi, “Il Libano e la crisi dei rifugiati siriani” in Esilio siriano. Migrazioni e responsabilità politiche, M. Calculli, S. Hamady (a cura di), Edizioni Guerini e Associati, Milano, 2016.

Scritto da
Beatrice Gori

Beatrice Gori, nata a Firenze nel 1997. Laureata in Studi Internazionali presso la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze con una tesi sul potere degli Assad in Siria e l’avvento della guerra civile. Attualmente studentessa alla laurea magistrale in Relazioni Internazionali e Studi Europei presso l’Università di Firenze. Appassionata di storia e geopolitica del Medio Oriente.

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