I lati oscuri della sharing economy
- 30 Ottobre 2015

I lati oscuri della sharing economy

Scritto da Nicola Melloni

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Sharing economy: innovazione o competizione?

Inutile dilungarsi più di tanto sull’attuale impatto economico. Lo ha già fatto, in maniera chiara, Frances Coppola in un pezzo su Forbes: con le nuove piattaforme digitali non si crea lavoro, non si accelera la produttività, non si contribuisce alla crescita: le maggiori ore lavorate da alcuni rimpiazzano, a prezzi più bassi, i servizi offerti da altri, dunque si estendono semplicemente le possibilità di consumo. Vi è certo un effetto benefico, come sempre quando calano i prezzi, per gli utenti che vedono aumentare il proprio reddito disponibile.

È un fatto positivo a prescindere? Questo è quello che siamo portati a pensare dal martellamento imperante dell’ideologia corrente: sempre più consumi, sempre più mercato. D’altronde, dalle liberalizzazioni in giù, si è insistito, anche e soprattutto da sinistra, sulla competizione come toccasana dell’economia. C’è chiaramente competizione e competizione e non si può fare di tutta l’erba un sfascio. C’è quella sana, fondata sull’innovazione. E c’è la corsa al ribasso, basata su prezzi e sfruttamento della manodopera. Sul mercato i meccanismi a monte contano poco: prezzi bassi, consumatori contenti. Ma qualcuno paga: in questo caso, i lavoratori, con salari più bassi, e non certo le quote di profitto del capitale, in continua crescita. Qualche esempio. Ryanair ha rivoluzionato i trasporti, favorito gli spostamenti, ma i costi – abilmente nascosti – non sono certo indifferenti: salari bassi, zero diritti sindacali, sovvenzioni pubbliche per attirare la compagnia irlandese pagate dai cittadini in termini di tasse maggiori o tagli ai servizi. Oppure Walmart, dove tutto costa meno, ma i salari sono ridicoli, e dove l’effetto sostituzione porta alla chiusura di tanti piccoli negozi e a un generale impoverimento delle zone dove apre il nuovo supermercato – appunto, il famigerato effetto Walmart.

Con la sharing economy più che innovazione abbiamo una liberalizzazione di fatto, circonvenendo le regole esistenti. Liberalizzazione che non vuol dire solo ampliamento dell’offerta, ma cancellazione della legislazione sul lavoro e sulla sicurezza dei consumatori stessi. Con Uber si ha un classico iper-sfruttamento della forza lavoro. Secondo la compagnia, i “tassisti” d’occasione sono in realtà tanti piccoli imprenditori, possessori di capitale che, sfruttandolo, remunerano il proprio lavoro (già questo è, in nuce, opposto all’idea di economia della condivisione). Sotto questa scintillante superficie di capitalismo di base vi è una realtà molto più prosaica: la compagnia prende il 20% dei ricavi e setta tariffe (altro che libera impresa) in cambio dell’utilizzo del software, virtualmente senza costi; i cosiddetti micro-imprenditori hanno tutte le spese, e nessun tipo di garanzia (contributi, malattia, assicurazione sanitaria, ferie, etc), in effetti una nuova underclass di lavoratori “liberi” di vendere il proprio lavoro al minor prezzo possibile. Uber è la vera proprietaria, semplicemente affittando lavoro ad un prezzo più basso dei “colleghi” tassisti – un po’ come fatto con l’utilizzo delle partite IVA per sfruttare meglio i dipendenti. Per usare le parole di un commentatore attento come l’ex Ministro del Lavoro di Clinton, Robert Reich, si tratta semplicemente “di una maniera per aggirare le leggi sul lavoro che stabiliscono misure minime per salari, orari e condizioni di lavoro… un lavoro a cottimo che ci riporta alle condizioni del XIX secolo”.

Quanto ad Airbnb, la confusione tra strutture abitative e strutture ricettive – due cose profondamente diverse, con diverse funzioni sociali e regolate da misure differenti, proprio per garantire certi tipi di standard di servizio – genera effetti redistributivi ancora più diretti e calamitosi. In città come New York e San Francisco, la presenza della piattaforma digitale incide pesantemente sul prezzo degli affitti. Semplicemente, per numerosi possessori di casa, è molto più conveniente affittare le proprie seconde e terze case “a notte”, piuttosto che con affitti di lunga durata – i ricavi sono fino a 3 volte superiori. Riducendo l’offerta disponibile, i prezzi si alzano, espellendo gli affittuari più poveri dal centro. Si tratta di un passo ulteriore verso la gentrificazione delle città – e un ulteriore aumento della diseguaglianza. I consumatori, è vero, pagheranno di meno, ma i proprietari di case da affittare (ricchi, per definizione, detentori del capitale) vedranno il proprio reddito da capitale aumentare (e non per una maggiore domanda, ma per una modifica d’uso del capitale stesso), mentre gli affittuari (nuovamente, per definizione, i più poveri) vedranno il loro reddito disponibile diminuire. Di più ai più ricchi, di meno ai più poveri. Ecco allora che nella progressista San Francisco, proprio la patria della sharing economy, hanno indetto un referendum per bloccare Airbnb, limitando a 75 notti l’affitto al “dettaglio”.

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Scritto da
Nicola Melloni

Nicola Melloni e' Visiting Research Fellow presso la Munk School for Global Affairs, University of Toronto. Ha vissuto a lungo nel Regno Unito, insegnato a Londra e studiato a Oxford. Scrive ed ha scritto per diverse testate tra cui: Micromega, Jacobin, Liberazione, Il Mulino.

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