I lati oscuri della sharing economy
- 30 Ottobre 2015

I lati oscuri della sharing economy

Scritto da Nicola Melloni

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Sharing economy e sostenibilità 

Anche la sostenibilità della sharing economy, da molti sbandierata come prova di successo, è discutibile. Si dice: utilizziamo al meglio il capitale esistente (macchine, case) per ottimizzarne la resa e ridurre dunque gli sprechi. Non è però quello che avviene. Al contrario del vero car sharing, dove il numero di macchine viene ridotto, proprio perché l’utilizzo è condiviso (è la base del trasporto pubblico, in fondo), con Uber i veicoli in circolazione rimangono immutati e rischiano anzi di aumentare: si tratta di una semplice sostituzione della propria macchina con quella di qualcun altro; quei chilometri vengono però fatti lo stesso, e quella benzina viene egualmente consumata per quel viaggio. Gli asset rimangono comunque sotto-utilizzati, trasportando un passeggero alla volta. Se poi Uber sostituisce il mezzo di trasporto pubblico, ecco che l’effetto su traffico ed inquinamento è deleterio. Il rischio di una competizione verso il basso dei prezzi è anche quello di rendere ancora più inefficienti ed in perdita i mezzi di trasporto pubblico, proprio in un momento in cui andrebbero potenziati. Quanto ad Airbnb, l’espulsione degli affittuari dal centro città ha una cascata di possibili conseguenze quali: spostamenti più lunghi, maggiore inquinamento, costruzione di nuove case e maggior consumo del territorio.

Non tuti i trend, è chiaro, sono così negativi, e bisogna differenziare caso per caso: in situazione di sovrabbondanza di case sfitte – per esempio in Spagna – gli effetti potrebbero essere di rivalutazione di un capitale svalutato dalla crisi. Se poi Uber imponesse la piattaforma UberPool (viaggi in taxi condivisi con altri passeggeri – quantomeno un servizio finalmente condiviso) si potrebbe ridurre il numero di macchine in circolazione.

C’è però un ultimo elemento, di carattere culturale, che è forse ancora più preoccupante: la mercificazione del tempo libero e della propria abitazione. Già nel 1944, Karl Polanyi metteva in guardia contro l’iper-mercificazione delle economie liberali che distrugge il tessuto della società. Con la finta economia della condivisione, in realtà, si cancella in maniera definitiva la distinzione tra lavoro e tempo libero, tra luogo di lavoro e luogo di riposo. Il lavoro non finisce con il termine della giornata di lavoro ma si prolunga ad libitum. Addio a straordinario, otto ore, giornata di riposo: tutte queste regolamentazioni esistono per proteggere i lavoratori, e la società come insieme; permettere alle famiglie di passare del tempo assieme; ai genitori di educare i figli; ai lavoratori di godere di una vita che esiste anche fuori da fabbrica e ufficio. Ma certo, ora non sono più lavoratori, ma imprenditori.

“Liberi” di scegliere, ma non certo liberi dalla necessità. Ugualmente, per qualche soldo in più si apre la propria porta a estranei, non per scelta ma per bisogno. Il mercato pervade così le sfere più private dell’esistenza, trasformando i cittadini in automi il cui unico scopo è il profitto, con ricompense sempre più basse schiacciate proprio da questa offerta infinita. Il costo opportunità di passare una serata con la propria famiglia verrebbe confrontato con quello di affittare la propria cucina; quello di una serata tra amici con la possibilità di portare estranei in giro. Il ritorno, appunto, del proletariato ottocentesco.

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Scritto da
Nicola Melloni

Nicola Melloni e' Visiting Research Fellow presso la Munk School for Global Affairs, University of Toronto. Ha vissuto a lungo nel Regno Unito, insegnato a Londra e studiato a Oxford. Scrive ed ha scritto per diverse testate tra cui: Micromega, Jacobin, Liberazione, Il Mulino.

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