“I militari italiani nei lager nazisti” di Marco Avagliano e Mario Palmieri
- 10 Gennaio 2021

“I militari italiani nei lager nazisti” di Marco Avagliano e Mario Palmieri

Recensione a: Marco Avagliano e Mario Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), il Mulino, Bologna 2020, pp. 464, 26 euro (scheda libro)

Scritto da Gianluca Panciroli

6 minuti di lettura

La fase compresa tra l’8 settembre 1943 e la Liberazione rappresenta uno snodo cruciale nella storia del nostro Paese; in merito ad essa si è scritto molto, ma per quanta luce sia stata fatta restano numerose le zone d’ombra ancora da rischiarare. Di un aspetto a lungo trascurato dagli studi, e ancora relativamente poco esplorato dalla storiografia, si sono occupati Mario Avagliano e Marco Palmieri in I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945).

È anzitutto opportuno definire l’oggetto della trattazione dei due autori. La categoria degli Internati Militari Italiani (d’ora in poi Imi) racchiude tutti quei militari che, dopo essere stati disarmati dalle truppe tedesche nelle settimane successive all’armistizio, preferirono la deportazione nel sistema concentrazionario nazista piuttosto che continuare a combattere a fianco del Reich. Alcuni dati aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno: su oltre 800.000 militari italiani catturati dopo l’8 settembre e immediatamente posti di fronte al bivio, soltanto 94.000 accettarono l’inquadramento nelle SS. Deportati e sfruttati «come forza lavoro di fatto schiavistica nell’economia di guerra del Reich» (p. 72), gli altri 710.000 militari subirono pressioni a più riprese durante il periodo di internamento affinché optassero per l’arruolamento. La stragrande maggioranza, corrispondente a circa 650.000 uomini, confermò il proprio rifiuto, nonostante la durezza delle condizioni di internamento: la categoria degli Italienische Militär-Internierte, infatti, in quanto creata ex novo su diretto ordine Adolf Hitler, era sconosciuta alla convenzione di Ginevra del 1929. Neppure valse a far cambiare idea ai militari internati la nascita della Repubblica Sociale Italiana, con la quale era sorto un punto di riferimento istituzionale specificamente italiano e fascista, e dunque potenzialmente più attrattivo per una generazione di giovani uomini, ancor prima che di soldati, cresciuta all’insegna del culto del Duce e della Patria fascista. Il noto scrittore Giovannino Guareschi, uno dei più celebri tra gli Imi, espresse probabilmente meglio di chiunque altro la condizione dei prigionieri italiani, indisponibili a cedere alle sirene della propaganda martellante all’interno dei campi, quale che fosse il prezzo da pagare per la loro scelta. Lo fece con una poesia, intitolata proprio Internato Militare Italiano, cui Avagliano e Palmieri fanno più volte riferimento nel corso del volume; emblematici appaiono i primi versi della composizione: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato/ Internato, Malnutrito, Infamato/ Invano Mi Incantarono/ Inutilmente Mussolini Insistette» (p. 10).

Il lavoro di Avagliano e Palmieri è contraddistinto da un massiccio utilizzo di fonti di grande interesse, in buona parte inedite oppure scarsamente consultate. Si tratta prevalentemente di diari tenuti segretamente dai prigionieri e di corrispondenza tra gli stessi prigionieri e i familiari in patria. Queste testimonianze costituiscono fonti preziose che permettono ai due autori di guidare il lettore nelle diverse tappe dell’odissea degli internati militari: i momenti della cattura e della deportazione; l’arrivo nei lager (distribuiti su un’area compresa tra i territori delle attuali Germania, Francia, Polonia, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ucraina e Bielorussia); la vita quotidiana all’interno nei campi, fatta di violenze, privazioni e soprusi, ma anche di scambi epistolari con gli affetti e di creazione di legami con i propri compagni di prigionia; sino ad arrivare al momento del ritorno a casa, reso per molti amaro dagli atteggiamenti di diffusa freddezza e incomprensione riscontrati presso la società italiana.

L’ultimo punto merita un approfondimento. Quali furono le ragioni di tanta freddezza nei confronti degli Imi da parte dei compatrioti? Indubbiamente, una fetta consistente della popolazione italiana riteneva che la detenzione in terra straniera offrisse sicurezze e garanzie minime che erano invece venute a mancare a coloro che avevano affrontato la guerra in Italia. In quest’ottica, quella dell’internato militare veniva rappresentata come una condizione privilegiata rispetto a quella di chi era rimasto in patria. L’ex Imi Pensiero Acutis ha così ricordato il clima che percepì attorno a sé una volta rientrato nella sua Torino: «Mi sentii osservare in modo malevolo e quasi astioso. Si levarono commenti […] Loro avevano conosciuto i bombardamenti, la tessera, la scarsità di combustibile, le angherie dei repubblichini, e meno male che i partigiani erano venuti a sistemare le cose. Noi era come se rientrassimo da una villeggiatura» (pp. 371-372). Con la “villeggiatura”, inutile sottolinearlo, l’esperienza degli Imi non aveva proprio nulla a che vedere: ad oggi, come riportano Avagliano e Palmieri, sono stati accertati 50.834 morti tra i militari italiani internati. Malattia e deperimento, bombardamenti, fucilazioni e percosse sono le cause principali.

Nel determinare atteggiamenti simili a quelli descritti da Acutis ebbe certamente un peso centrale anche la volontà del Paese di lasciarsi alle spalle l’esperienza fascista e la guerra condotta dal regime; il fatto che tutti gli internati fossero militari che volenti o nolenti sino all’8 settembre avevano combattuto la «Guerra fascista» concorre a spiegare l’offuscamento di un’esperienza che pure aveva visto protagoniste centinaia di migliaia di persone. Di fronte a queste condizioni avverse, non può stupire che moltissimi ex Imi abbiano scelto di parlare il meno possibile della propria esperienza. Del resto, anche coloro che intendevano far sentire la propria voce si trovarono non di rado di fronte a ostacoli insormontabili. In tal senso, Avagliano e Palmieri ricordano la significativa vicenda del futuro segretario del Pci Alessandro Natta, che nel 1954 si vide rifiutare dalla casa editrice Editori Riuniti il manoscritto in cui, partendo dalla propria esperienza personale di internato, forniva un dettagliato resoconto della storia degli Internati Militari Italiani. In definitiva, quella degli Imi è apparsa per lungo tempo ai più come una storia poco interessante e destinata all’oblio[1].

Negli ultimi decenni si è assistito a una complessiva rivalutazione dell’esperienza degli Imi. Lo straordinario lavoro di raccolta e sistemazione delle tante memorie individuali effettuato dalle associazioni dei reduci come l’Anrp (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari) e l’Anei (Associazione Nazionale Ex Internati) ha reso possibili nuove acquisizioni sul piano della ricerca storica. Grazie alla maggiore disponibilità di fonti, sempre più studiosi hanno preso a considerare il rifiuto opposto dagli Imi come una forma diversa di resistenza, accanto alla lotta partigiana. D’altra parte, come è facilmente intuibile, per la stragrande maggioranza dei militari imprigionati quella di unirsi alle brigate partigiane non era un’opzione praticabile. Nelle condizioni date, il rifiuto di continuare la guerra sotto i vessilli del Reich e della Rsi era per molti la massima forma di resistenza opponibile[2].

Gli autori non si limitano a tracciare un parallelo tra la Resistenza armata e quella «senz’armi» degli Imi; essi vanno oltre, cercano di individuare gli elementi di reciproco condizionamento tra le «due Resistenze». Un aspetto sino ad ora poco considerato e meritoriamente messo in luce da Avagliano e Palmieri è il contributo che il «no» degli Imi fornì alla Resistenza nazionale. «Dal no pronunciato in massa dagli Imi – scrivono gli autori – derivano diverse conseguenze che, più o meno direttamente, danno un contributo alla Resistenza nazionale. La prima e più evidente di queste conseguenze è di ordine militare, poiché quella che l’ambasciata fascista a Berlino definisce “l’irriducibile ostinazione degli ufficiali a firmare una dichiarazione di lealtà nei riguardi del nuovo governo”, sottrae in un momento decisivo del conflitto oltre seicentomila uomini alla Germania e alla Rsi». Inoltre, evidenziano gli autori, «il contraccolpo alla Rsi è anche di credibilità, sia verso i tedeschi, sia agli occhi della popolazione ancora sottoposta alla sua amministrazione, avendo perso la fedeltà di gran parte degli uomini sotto le armi e faticando a giustificare perché i nazisti li trattengono nei campi di concentramento» (p. 133).

In ultimo, è necessario porre l’attenzione su uno dei temi più pregni di significato storico tra quelli affrontati dagli autori nel volume: le ragioni del rifiuto di massa espresso dagli Imi e le implicazioni che se ne possono trarre sul piano storiografico. Tra le motivazioni più spesso addotte dagli Imi nei diari e nelle lettere figurano la residua fedeltà alla monarchia, una stanchezza complessiva nei confronti della guerra, un’antipatia di lungo corso nei confronti della Germania e dei tedeschi. Nella maggioranza dei casi, evidenziano gli autori, il rifiuto non rispose a una scelta consapevolmente antifascista. É un dato che non deve sorprendere, dal momento che i militari internati appartenevano in gran parte a una generazione cresciuta senza alcuna educazione politica che non fosse quella fascista. Se tuttavia non si può parlare di consapevolezza antifascista è però sicuramente possibile concludere che il rifiuto di massa degli Imi ha costituito di per sé una sconfessione di massa del progetto del regime di plasmare a proprio piacimento gli italiani all’insegna del motto «Credere, obbedire, combattere». È questo un aspetto sul quale gli autori avrebbero forse potuto soffermarsi maggiormente, data l’assoluta rilevanza del tema sul piano storiografico: il rifiuto di continuare a combattere per il nazifascismo, ribadito anche dopo la nascita della Rsi, rappresenta una delle più nitide fotografie del fallimento storico del progetto pedagogico fascista; progetto che proprio nell’educazione dei giovani italiani ai valore supremo della guerra aveva uno dei suoi pilastri[3].


[1] Il libro di Natta fu pubblicato solamente nel 1997. Cfr. A. Natta, L’altra Resistenza: i militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino 1997.

[2] Tra i lavori pioneristici i storici italiani dedicati al tema figurano: N. Labanca (a cura di), Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), Le Lettere, Firenze 1992; A. M. Casavola, N. Sauve e M. Trionfi (a cura di), Sopravvivere liberi. Il no dei militari italiani internati nei Lager nazisti, Anei, Roma 2005.

[3] Su questo tema è utile vedere: P. Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura, Carocci, Roma 2015.

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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