“Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” di Colin Crouch

Crouch

Recensione a: Colin Crouch, Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo, Laterza, Roma-Bari 2019, pp. 144, 15 euro (scheda libro).


Al centro di Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo, il nuovo libro del politologo britannico Colin Crouch che ha coniato il concetto di postdemocrazia, vi è una questione che occupa le cronache di tutto il mondo, decisiva per capire in quale direzione si evolverà la situazione economica e politica mondiale. Questo tema è esplicitato già nella prima frase del libro, nel capitolo intitolato “Le questioni”:

«Uno scontro epico tra globalizzazione e un risuscitato nazionalismo sta trasformando le identità e i conflitti politici in tutto il mondo.»

Globalizzazione e nazionalismo, termini evocati anche nel titolo, sono i due poli intorno a cui ruota il libro, resi oggetto di una dettagliata analisi critica. Il secondo capitolo del libro (“L’economia”) è dedicato ad un bilancio della globalizzazione e dei suoi effetti, mentre il terzo (“Cultura e politica”) si concentra sul rafforzamento delle identità nazionali. Al capitolo “Il futuro” sono poi affidate alcune considerazioni conclusive.

Volendo stilizzare in estrema sintesi, il movimento argomentativo del testo potrebbe essere restituito nei seguenti termini. La globalizzazione, pur tra molte contraddizioni, che si manifestano soprattutto nelle diseguaglianze e dissimmetrie che essa alimenta – tra strati sociali all’interno dei paesi, tra territori che si situano in posizioni diverse della catena del valore, tra grandi città e aree depresse o periferiche – e che Crouch imputa prevalentemente all’egemonia neoliberista affermatasi nel periodo in cui il processo di globalizzazione è stato portato avanti, ha avuto un impatto economico complessivamente positivo. Ha permesso a grandi masse di persone di uscire dalla povertà, riducendo la disuguaglianza nel mondo nel suo complesso – anche se, come ricordato e come risulta dagli studi di Bourguignon e Milanovic, si determina un “paradosso della disuguaglianza” per cui essa aumenta all’interno dei singoli paesi, pur diminuendo tra i diversi paesi –. La globalizzazione ha inoltre aumentato enormemente l’interscambio tra i diversi paesi e, a dispetto delle apparenze, ha beneficiato anche i paesi occidentali che hanno potuto contare su merci a basso costo che hanno salvaguardato il potere d’acquisto delle classi medie e basse e su un incremento della domanda derivante dalla nascita di nuovi mercati nei paesi emergenti. Così scrive Crouch a conclusione della sua disamina:

«Se non ci fosse stata alcuna globalizzazione – se fossimo rimasti nelle economie della fortezza nazionale, con muri e barriere tariffarie attentamente controllati, limitazioni severe ai viaggi all’estero e persino più severe all’immigrazione – la maggior parte del mondo sarebbe oggi di gran lunga più povera; l’immigrazione illegale, con tutte le sue conseguenze di aumento della criminalità, sarebbe stata maggiore; le relazioni tra gli Stati sarebbero state più ostili».

Certo, l’autore non nasconde i diversi lati oscuri che il processo ha implicato e le molteplici esclusioni che ha prodotto, nei confronti di regioni del mondo consegnate al sottosviluppo e alla spoliazione delle proprie risorse naturali, di città e aree depresse nei paesi sviluppati, di gruppi sociali fortemente colpiti dalla deindustrializzazione di centri produttivi un tempo fiorenti. Per tutti coloro la globalizzazione ha portato difficoltà materiali e disorientamento esistenziale. Oltre al già citato squilibrio nella distribuzione della ricchezza, un altro pesantissimo effetto collaterale della globalizzazione è stato rappresentato dal degrado ambientale. Eppure tutti questi aspetti, che per Crouch derivano soprattutto dal modo in cui la globalizzazione è stata implementata, dalla cultura politica ed economica delle classi dirigenti che l’hanno costruita, non possono cancellare il fatto che, di fondo, si tratti di un processo a somma positiva. Pensare a un rollback della globalizzazione non solo è per l’autore impossibile, ma il mero tentativo avrebbe un esito molto negativo.

Eppure, nonostante questo chiaro giudizio sul piano economico, l’opposizione alla globalizzazione in nome del ritorno ad una visione delle nazioni come entità sovrane che cerchino di minimizzare la propria interdipendenza appare oggi l’«idea forza più dinamica che motiva gran parte del mondo» (p.57). Questa presa d’atto costituisce l’avvio della seconda parte dell’argomentazione di Crouch, che tenta di dar conto di questo fenomeno. La riscoperta di un discorso identitario forte, che segna una battuta d’arresto almeno temporanea di una lunga fase storica nella quale la tendenza principale era stata volta alla riduzione dell’importanza dei confini, pur apparendo «priva di logica in senso stretto» possiede però una «potente logica emotiva» (p. 5) come risarcimento nei confronti di una realtà percepita come difficile, disorientante e priva di prospettive.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Un bilancio della globalizzazione

Pagina 2: Democrazia e globalizzazione

Pagina 3: Le questioni lasciate aperte da Crouch


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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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