“Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” di Colin Crouch

Crouch

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Democrazia e globalizzazione

L’analisi di Crouch procede attraverso una breve ricognizione storica dei passaggi che hanno portato alla nascita degli Stati-nazione moderni, di cui viene sottolineata la natura di costruzioni artificiali – per quanto fondate su elementi importanti come la lingua e la religione –. Crouch rintraccia poi nella contrapposizione tra tradizionalismo conservatore e razionalismo illuminista – segnato a sua volta da una divisione interna in merito al tema della disuguaglianza e delle distribuzioni della ricchezza – le radici dell’attuale dialettica tra cosmopolitismo e nazionalismo. L’autore evidenzia il modo complesso in cui questa dicotomia si è intrecciata negli ultimi decenni con il cleavage destra/sinistra. Una sinistra spiazzata dall’erosione della sua base tradizionale, per via del processo di deindustrializzazione, ha assistito al consolidarsi di un asse di lungo periodo tra liberali e conservatori, dove i primi ispiravano le linee della politica economica, mentre i secondi offrivano un risarcimento identitario e un senso di ritorno alle vecchie certezze ad una popolazione spaventata di fronte ai destabilizzanti cambiamenti in corso. D’altra parte progressivamente gli stessi partiti di sinistra hanno finito per adeguarsi al nuovo consensus neoliberista e a «trascurare le preoccupazioni per la redistribuzione e la sicurezza del loro elettorato tradizionale, la classe operaia» (p. 71), elettorato che sempre più iniziava a subire l’attrazione di partiti di tipo conservatore.

Un altro elemento che la sinistra ha finito per trascurare, secondo Crouch, è legato al ruolo dell’emozione in politica, terreno sulla quale è stata sfidata con successo non essendo stata in grado di mettere in campo un’efficace saldatura tra la propria costruzione razionale e una capacità di costruire una connessione sentimentale con la propria base. In definitiva, la forza di quest’ondata nazionalista deriverebbe anche dalla sottovalutazione, fatta dalle forze progressiste, dell’importanza di produrre meccanismi di identificazione efficaci e credibili, di costruire comunità e sistemi di riconoscimento. In questo vuoto alcuni leader politici hanno fatto leva su una delle possibili identità, quella nazionale, che, seppure prima latente, conservava una grande forza e un’energia potenziale soprattutto a fronte di una globalizzazione, di processi migratori e di una crescente percezione della forza di un Islam radicale, che potevano apparire come potenzialmente destabilizzanti.

Dopo un’attenta ricognizione che restituisce il quadro problematico che, per le linee essenziali, abbiamo ricostruito, Crouch tratteggia alcuni elementi di una possibile via d’uscita. Rifacendosi al trilemma di Rodrik (non possono darsi al tempo stesso democrazia, sovranità nazionale e “iperglobalizzazione”, ma solo due di questi elementi alla volta) e rigettando sia l’ipotesi di un ritorno al livello nazionale sia quella di un rollback della globalizzazione, ripropone l’idea di una democrazia sovranazionale, su scala europea e non solo. Questo non significa per Crouch un superamento degli Stati tout court, ma piuttosto una progressiva intensificazione dei meccanismi di cooperazione tra di essi, un rafforzamento delle istituzioni internazionali, una maggiore interazione tra livelli differenti. Dove trovare l’energia politica per realizzare tutto questo, in una fase nella quale la storia sembra tendere altrove? Crouch propone una diversa concezione di identità, che andrebbe contrapposta a quella esclusiva ed escludente propria dei nuovi nazionalismi: un’identità nella quale i diversi livelli di appartenenza – da quello locale a quello sovranazionale – coesistono e si rafforzano a vicenda. Un maggiore coinvolgimento di questo tipo consentirebbe di rafforzare la partecipazione nei confronti di istituzioni sovranazionali che restano prevalentemente tecnocratiche e soffrono di un deficit di legittimazione. Al tempo stesso un mutamento di segno delle politiche attuate e una maggiore attenzione al problema della redistribuzione potrebbe creare le condizioni per includere i cittadini e le aree che attualmente si sentono – a torto o a ragione – escluse dalla globalizzazione e dallo sviluppo economico e sociale.

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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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