“Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” di Colin Crouch

Crouch

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Le questioni lasciate aperte da Crouch

Il libro di Crouch ha il merito di sollevare e compendiare molte delle questioni cruciali che sono oggi sul tavolo, e la cui soluzione, in un senso o nell’altro, deciderà del destino del nostro mondo. Il testo rappresenta anche una presa di posizione chiara nei confronti di tali questioni, che muove dalla prolungata riflessione di un grande politologo, ma anche da precise convinzioni politiche, che emergono nel corso del testo. Il libro lascia nondimeno alcune questioni aperte. Vi è innanzitutto un problema di tipo metodologico. La forza dell’analisi di Crouch sta, fin dai tempi di Postdemocrazia, in una grande capacità di costruire efficaci schemi di comprensione della realtà, idealtipi in grado di dar conto di fenomeni sociali, economici e politici contemporanei. Al tempo stesso però questo tipo di lettura non deve far perdere di vista la storicità dei processi e i nessi specifici che i diversi fenomeni intrattengono nel concreto. Riportare l’attuale dialettica alla matrice dello scontro tra conservatorismo e illuminismo liberale è utile, ma forse non ci dice ancora abbastanza sullo specifico dei processi che abbiamo di fronte.

Entrando poi nel merito delle questioni lasciate aperte dal libro, nel testo viene più volte sottolineato, come accennato, il carattere neoliberista della globalizzazione, al quale appaiono imputabili molti dei limiti e delle contraddizioni del processo. Resta però fuori dal campo visivo dell’analisi di Crouch una riflessione su quali potrebbero essere le caratteristiche di un’ipotetica globalizzazione non neoliberista. Se un ritorno ad un sistema con caratteristiche simili a quello di Bretton Woods sempre essere escluso in diversi passaggi – forse con una discussione implicita delle tesi di Rodrik – e se si fa riferimento ai ripetuti accenni autocritici da parte di istituzioni come il FMI o la Banca Mondiale, non viene affrontata in positivo la questione dei contorni di un ordine globale post-neoliberale. Un altro tema è relativo alla valutazione – che il lettore stesso può compiere – della forza che una concezione di identità come quella proposta da Crouch – che finora è stata appannaggio di una minoranza della popolazione – può mettere in campo come sorgente di legittimazione e di energia per un obiettivo politico estremamente ambizioso come la costruzione di una democrazia sovranazionale. Appaiono d’altra parte, per molti aspetti, persuasive le osservazioni di Crouch nei confronti delle posizioni che individuano nello spazio nazionale il luogo esclusivo su cui far leva per un cambiamento in senso post-neoliberista. Appare difficile pensare che, nello scenario conflittuale generato da una rottura delle forme di cooperazione internazionale, possa nascere l’accordo e il consenso necessari per costruire regole che limitino il potere di soggetti economici il cui campo d’azione resta a tutti gli effetti globale. Su questo tema la discussione resta, insomma, aperta.

Chi scrive si sente di proporre, a questo proposito, un differente angolo visuale. Sia che si individui nella costruzione di una democrazia sovranazionale l’obiettivo da perseguire, sia che si veda nello Stato nazionale l’ambito prevalente di un’azione possibile, se l’obiettivo è un superamento dell’attuale fase di crisi in una direzione che possa permettere la soluzione dei principali elementi di squilibrio che contrassegnano il modello attuale, occorre ricostruire – e qui Crouch fornisce intuizioni preziose – forme di identità di tipo differente, identità che superino l’atomizzazione oggi prevalente costruendo in nuce nuovi legami sociali. Questi potrebbero rappresentare la base per la ricostruzione di un rapporto tra classi dirigenti rinnovate e parti della società, potrebbero permettere di rilegittimare istituzioni in grado di assumersi compiti nuovi, anche in virtù, appunto, di nuovi legami con una società capace di riaggregarsi intorno a scopi che essa stessa possa darsi a partire da una riflessione diffusa sulle principali questioni del presente. Qui vi è un nuovo possibile compito per il mondo della cultura. Vi è, infatti, necessità di una forte intensificazione della riflessione, che, saldandosi con l’intelligenza organizzativa, immagini le modalità attraverso le quali possa nascere e svilupparsi una nuova sfera pubblica. Questa dev’essere da un lato all’altezza dei problemi da affrontare, ma al tempo stesso occorre creare le condizioni perché abbia la più ampia accessibilità possibile. Il superamento della dicotomia attuale relativa ai livelli di istruzione, che in buona parte ricalca le fratture economiche e sociali a cui abbiamo accennato, richiede che oltre al compito dell’elaborazione, si sia in grado anche di sviluppare una grande capacità di “traduzione”, di semplificazione intelligente, di conversione dei linguaggi, di costruzione di nuovi nessi tra ragione ed emozione. È un nuovo possibile compito per gli intellettuali, di diverse generazioni, e rappresenta il prerequisito indispensabile e ineliminabile affinché la crisi che viviamo possa conoscere un’uscita diversa rispetto a quella di quel mondo sempre più caotico e conflittuale che sembra aprirsi davanti a noi.

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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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