Il 17 ottobre 1961 e l’eredità coloniale francese
- 24 Agosto 2022

Il 17 ottobre 1961 e l’eredità coloniale francese

Scritto da Federico Dionisi

8 minuti di lettura

Il 17 ottobre 2021, sul lungo Senna nei pressi di Nanterre, Emmanuel Macron è stato il primo Presidente della Repubblica francese a prendere parte ad una commemorazione ufficiale[1] per la strage di cittadini nordafricani perpetrata dalla polizia parigina nell’autunno del 1961, durante l’ultima e più calda fase della guerra d’Algeria. Il capo dello Stato ha parlato chiaramente di “crimini inaccettabili per la Repubblica”, commessi sotto l’autorità della Prefettura di polizia. Se da una parte questo gesto si inserisce nella recente e progressiva, oltre che non facile, ammissione da parte della Francia a partire dagli anni Novanta delle molte ombre del suo passato coloniale, dall’altra le istituzioni francesi non sembrano ancora intenzionate ad ammettere quello che è stato da tempo appurato da storici e studiosi: quella del 17 ottobre 1961, lontana dall’essere un’eccezione o una deviazione dalla legalità repubblicana, è stata una vera e propria strage di Stato, per il contesto, le modalità con cui si è svolta e per l’oblio che in seguito è stato scientemente fatto calare sulla questione.

La guerra d’Algeria – per molto tempo nemmeno chiamata con il suo nome, ma con locuzioni come “mantenimento dell’ordine” o “operazioni di polizia” – inizia nella notte del primo novembre 1954, quando un’organizzazione ancora sconosciuta, il Front de Libération Nationale (FLN), mette in atto una serie di attacchi contro caserme e stazioni di polizia francesi. Dietro l’insurrezione vi sono militanti quasi tutti giovani, cresciuti nei ranghi del nazionalismo algerino e della sinistra marxista francese, delusi dall’immobilismo delle vecchie organizzazioni e decisi a sbloccare con le armi lo status quo coloniale. Il nazionalismo era già da tempo in marcia sotto forma di partiti e sindacati, attivi sia in Francia sia in Algeria, ma le repressioni e i morti di Sétif[2] e di Parigi – dove il 14 luglio del 1953, significativamente proprio nel giorno della presa della Bastiglia, la polizia spara su un corteo di lavoratori nordafricani –, insieme all’esempio vittorioso dell’Indocina liberatasi con le armi dal dominio francese, convincono una parte dei militanti che solo attraverso un’insurrezione violenta sia possibile ottenere l’autodeterminazione.  La reazione della Francia è immediata: François Mitterrand, allora ministro degli esteri nel governo progressista di Pierre Mendès France, che pure concederà l’autonomia a Marocco e Tunisia, dichiara senza mezzi termini che l’Algérie, c’est la France; i primi reparti di paracadutisti e della Legione straniera, oltre che i riservisti richiamati ad hoc, raggiungono le montagne dell’Aurès e della Cabilia per impegnarsi contro i guerriglieri, non senza proteste nelle stazioni e nelle caserme. Per i governi francesi di qualsiasi colore è impossibile pensare di poter abbandonare l’Algeria, sia per l’attaccamento al “gioiello dell’Impero” sia per il fatto, molto più concreto, che oltre il Mediterraneo vivono e lavorano da generazioni circa un milione di coloni europei, in gran parte agricoltori e lavoratori manuali, cittadini della Repubblica a tutti gli effetti e per nulla intenzionati a rinunciare ai propri privilegi di fronte alla massa dei colonizzati. La determinazione degli europei d’Algeria e dei militari francesi, decisi ad evitare una nuova Dien Bien Phu, saranno fattori decisivi nell’orientare la politica francese: nel gennaio del 1956 una coalizione di centrosinistra, guidata dai socialisti, vince le elezioni con la promessa della pace e delle riforme in favore della popolazione musulmana. Il neo eletto primo ministro Guy Mollet, leader del Partito socialista (SFIO), si reca ad Algeri per rendersi conto in prima persona della situazione; al suo arrivo in città Mollet viene fatto oggetto di insulti, minacce e un fitto lancio di ortaggi. Il programma socialista, fondato sul duo cessate il fuoco-riforme, capitola di fronte alla rabbia pied-noir in quella che passerà alla storia come la “giornata dei pomodori”.  Tornato in patria, Mollet decide che prima di qualsiasi negoziato è necessario battere i nazionalisti sul campo di battaglia. Il 12 marzo all’Assemblea nazionale passa una legge detta dei “poteri speciali”, che trasformano il territorio algerino in una zona di operazioni militari, con tutte le conseguenze del caso. Il Partito comunista francese, che vive nel ricordo del Front populaire (la coalizione di sinistra che ha governato la Francia dal 1936 al 1938) e non vuole mettere in difficoltà un esecutivo di sinistra[3], voterà a favore della legge.

Con il beneplacito dell’unica organizzazione che fino a quel momento si era – almeno formalmente – opposta all’escalation militare in Algeria, ha inizio la fase più “sporca” del conflitto. Mentre i reparti dell’armée rastrellano le campagne impegnati dai partigiani dell’ALN[4], nel gennaio 1957 il prefetto di Algeri affida ai paracadutisti del generale Jacques Massu lo smantellamento della rete cittadina del FLN. La “battaglia di Algeri” si concluderà con la vittoria francese, ma il ricorso sistematico alla tortura provoca una crisi morale senza precedenti in Francia, soprattutto dopo che numerosi europei – in gran parte militanti comunisti come Henri Alleg[5] o il giovane Maurice Audin, scomparso nel nulla – finiscono nelle mani dei para. La patria dei diritti dell’uomo si scopre improvvisamente in grado di azioni che a molti ricordano l’occupazione nazista. La Quarta Repubblica, stretta tra la question della tortura e la determinazione a non cedere degli europei d’Algeria, si schianterà nel 1958, aprendo la strada al ritorno di Charles de Gaulle e all’instaurazione del regime politico che perdura ancora oggi.

Nell’ultimo biennio del conflitto, tra il 1961 e il 1962, la guerra sbarca in territorio metropolitano. Il voltafaccia di De Gaulle nei confronti dell’Algérie française fa infuriare gli ultra europei, che danno vita all’OAS[6]; allo stesso tempo il FLN inizia a colpire le forze di sicurezza e la polizia in Francia e mobilita il vasto proletariato immigrato, allo scopo di fare pressione e di accelerare un’indipendenza oramai di fatto acquisita. Bombe pied noir e terrorismo algerino, che si sommano ai tentativi di colpo di stato messi in atto dai generali ad Algeri e alle prime (tardive) mobilitazioni di piazza messe in atto dagli studenti e dalla Nouvelle gauche, contribuiscono a creare una situazione di forte tensione in Francia, quasi da guerra civile. A farne le spese sarà soprattutto la popolazione nordafricana residente nelle banlieue e nei quartieri periferici parigini. È interessante sottolineare che, nel 1961, a capo della polizia della capitale francese c’è Maurice Papon, collaboratore del prefetto di Bordeaux sotto il regime di Vichy e responsabile della deportazione di 1.600 ebrei nei campi di sterminio[7]. Papon era rimasto in sella grazie alla superficialità con cui nel dopoguerra era stata condotta l’epurazione negli apparati dello Stato e alla sua tardiva, nonché piuttosto dubbia, conversione alla causa della Resistenza. Si dimostra un funzionario zelante ed efficace nella repressione di scioperi e agitazioni. Secondo lo storico Alain Dewerpe, inoltre, è l’ambiente stesso che si respira all’interno della polizia francese ad accrescere la violenza espressa nelle strade contro manifestazioni e cortei[8]: un clima brutale e di profonda ostilità verso il “nemico”, sia esso l’operaio comunista, lo studente o il lavoratore immigrato. Il 5 ottobre del 1961, a seguito di una serie di attentati contro caserme e stazioni di polizia, ai residenti di origine nordafricana a Parigi è imposto il coprifuoco: dalle 20 alle 5 del mattino è loro vietato di circolare. Il provvedimento si accompagna alle sempre più numerose vessazioni da parte delle forze dell’ordine e degli harki, ausiliari reclutati proprio presso gli immigrati algerini. Il Fronte di Liberazione Nazionale operante in Francia, per opporsi al provvedimento, convoca per il 17 ottobre una manifestazione in piena Parigi. Migliaia di algerini affluiscono in città dalle banlieue e, fatto inedito, occupano le strade del centro. Si tratta per lo più di manovali e operai, tutti disarmati e con mogli, compagne e bambini al seguito. Contro questa folla si scatena la violenza cieca dei reparti antisommossa, esasperati e in cerca di vendetta contro i raton. I manifestanti vengono pestati, fatti bersaglio di colpi di arma da fuoco, arrestati a migliaia. Testimonianze provenienti dagli stessi agenti di polizia, raccolte dal giornalista Claude Bourdet[9], raccontano di torture, di esecuzioni sommarie nei cortili delle caserme e di persone gettate nella Senna, dalla quale nei mesi successivi verranno ripescati diversi cadaveri. Il bilancio, ricostruito con fatica nel corso degli anni, parla di 11.000 arrestati e diverse centinaia di morti.

Sulla vicenda cala immediatamente il silenzio, sia per la volontà delle istituzioni di insabbiare il tutto, sia a causa di una sinistra che non riesce a mettere in campo nessuna risposta concreta a esclusione dei soliti comunicati e articoli di giornale. Solo la Nouvelle gauche e il Partito socialista unificato (scissione a sinistra della vecchia SFIO) scenderanno in piazza il primo novembre contro il razzismo istituzionale[10]. Lo stesso Bourdet, consigliere comunale per il PSU, pronuncerà una dura accusa in aula contro Papon, senza provocare la minima reazione [11]. Il prefetto di Parigi, del resto, godeva del pieno appoggio e della copertura del governo gollista. Un’altra strage, questa volta l’8 febbraio 1962 presso la fermata della metropolitana Charonne in occasione di una manifestazione unitaria anti-OAS, nella quale perdono la vita nove persone – tutti militanti comunisti –, contribuisce ancora di più a spingere nell’oblio la giornata del 17 ottobre. Stride in particolare l’enorme partecipazione ai funerali delle vittime[12] rispetto all’assenza pressoché totale di reazione per il massacro di tre mesi prima. Come sottolineato dallo storico Andrea Brazzoduro, i metodi impiegati contro i manifestanti algerini – e in misura minore contro la folla della Charonne – sono ascrivibili non tanto alla violenza della polizia francese – ancora oggi fortemente criticata –, ma al dispiegamento anche in territorio metropolitano delle tecniche di “mantenimento dell’ordine” messe in campo in Algeria[13]: a partire dal 1958, anche in Francia si tortura, si arresta e si interna in maniera arbitraria[14], anche in Francia gli algerini sono vittime del sistema di classificazione di tipo coloniale, che li vede come “indigeni” benché formalmente cittadini francesi a tutti gli effetti. La stessa modalità della repressione del 17 ottobre ricorda scene già viste a Sétif, Orano o Algeri.

Nel 1962, con la firma degli accordi di Evian, la guerra d’Algeria cadrà nell’oblio per decenni. La Francia, sia a destra che a sinistra, preferisce dimenticare la profonda crisi dei propri valori vissuta tra la Toussaint rouge e il ’62. Del massacro del 17 ottobre si tornerà a parlare all’inizio degli anni Ottanta, grazie all’azione di associazioni e collettivi di base animati dai figli della seconda generazione dell’immigrazione maghrebina. Soprattutto durante la grande marcia antirazzista del 1983, che attraversa strade e città della Francia[15], si inizia a domandare verità e giustizia per i fatti del ’61, messi in relazione con il persistere della brutalità poliziesca contro gli abitanti delle banlieue. Nel 1991, lo storico Jean-Luc Einaudi pubblica il libro La bataille de Paris, nel quale, grazie a numerose testimonianze raccolte in Francia e Algeria, viene smontata la tesi ufficiale dei “soli” due morti. Alla fine degli anni Novanta si apre un’altra occasione per far luce sulla strage, quando nel 1997 inizia il processo contro Maurice Papon per le sue responsabilità durante il regime collaborazionista; Einaudi è chiamato dalle associazioni ebraiche costituitesi parte civile a far luce sull’operato di Papon in veste di prefetto di Parigi. Il processo segna un passaggio decisivo nel dibattito pubblico francese: alla sbarra non finisce solamente la Francia di Vichy, ma anche la Francia coloniale e le sue eredità postcoloniali. Così come nel 1995 il presidente Jacques Chirac aveva dichiarato che bisognava assumersi la responsabilità storica del collaborazionismo e delle deportazioni[16], così da più parti si comincerà a chiedere lo stesso anche per il massacro del 17 ottobre 1961 e più in generale per la guerra d’Algeria e la colonizzazione.

Negli ultimi anni la richiesta di un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato per i crimini commessi contro gli algerini si è unita alla lotta contro il razzismo strutturale che informa ancora il mantenimento dell’ordine nei quartieri popolari, dove la grande maggioranza delle vittime di controlli e fermi di polizia è composta di giovani neri e arabi. La scia di morti non bianchi provenienti dalle classi popolari non si è mai arrestata negli anni, da Zyed Benna e Bouna Traoré, 17 e 15 anni, morti nel 2005, fino ad Adama Traoré, 24 anni, morto nel 2016. Ogni volta ritorna con sempre più forza il riferimento al massacro del 1961 e ad una violenza coloniale mai cessata, nonostante le aperture e le assunzioni di responsabilità delle istituzioni.


[1] Cfr. Eliseo – Présidence de la République, Cérémonie de commémoration des 60 ans du 17 octobre 1961, 17 ottobre 2021.

[2]L’8 maggio 1945, lo stesso giorno della vittoria alleata sulla Germania nazista, la gendarmeria francese spara su un corteo nazionalista nella cittadina di Sétif. L’episodio darà il via a violenti scontri in diverse località algerina, che provocheranno più di un migliaio di morti algerini.

[3] Riunione dell’Ufficio politico del PCF, 12 marzo 1956, Fonds de la direction du Parti Communiste Français (1944-1979).

[4] Braccio militare del FLN.

[5] Autore del libro-testimonianza La Question, uno dei principali testi di denuncia dei metodi impiegati dalla Francia in territorio algerino. In Italia sarà edito da Einaudi nel 1959 con il titolo La tortura.

[6] Organisation Armée Secrète, gruppo terroristico nato in opposizione ad ogni ipotesi di abbandono dell’Algeria.

[7] Cfr. Robert Paxton, Vichy 1940-1944. Il regime del disonore, il Saggiatore, Milano 1999, pagg. 285-302.

[8] Cfr. Étienne Ollion, Le massacre contre le putsch. Entretien avec Alain Dewerpe, «Vacarme», 2 giugno 2007.

[9] Cfr. Claude Bourdet, « Monsieur le préfet de police » (réédition), question de Claude Bourdet à Maurice Papon – Conseil de Paris, 27 octobre 1961, «Vacarme», 29 settembre 2001.

[10] Bernard Ravenel, Quand la Gauche se reinventait. Le PSU, histoire d’un parti visionnaire (1960-1989), La Découverte, Parigi 2016.

[11] Cfr. Claude Bourdet, art. cit.

[12] Cfr. https://www.cinearchives.org/Catalogue-d-exploitation-494-1616-0-0.html

[13] Cfr. Andrea Brazzoduro, 17 ottobre 1961: a sessant’anni dalla repressione degli algerini, fare i conti con il razzismo strutturale, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – Osservatorio su storia e memoria, 15 ottobre 2021.

[14] Nel 1959 esce il libro La gangrène, testimonianza di alcuni studenti algerini arrestati e torturati a Parigi. Cfr. AA.VV., La cancrena. Testimonianze sulla tortura in Francia, Einaudi, Torino 1959.

[15] La marcia lunga trenta anni, «il Manifesto», 29 novembre 2013.

[16] Cfr. LUMNI, Discours de Jacques Chirac sur la responsabilité de Vichy dans la déportation, 16 luglio 1995.

Scritto da
Federico Dionisi

Laureato magistrale in Scienze storiche all’Università di Bologna con una tesi sull'impatto della decolonizzazione algerina sulle sinistre francesi. I suoi principali interessi di studio e ricerca vertono sulla storia della decolonizzazione e sulla storia del movimento operaio e dei movimenti sociali.

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