Il berlusconismo: radici e caratteri di una cultura politica
- 06 Febbraio 2021

Il berlusconismo: radici e caratteri di una cultura politica

Scritto da Gianluca Panciroli

8 minuti di lettura

Il successo della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi nelle elezioni del marzo 1994 ha un’importanza storica che è immediatamente colta dai contemporanei, come dimostrano gli interrogativi che alcuni tra gli osservatori più acuti si pongono all’indomani della consultazione elettorale: che proposta politica è quella di Berlusconi? Dove affonda le sue radici culturali? Chi sono gli elettori che vi si riconoscono e qual è la loro visione della società e dello Stato[1]? A oltre un quarto di secolo dalla «discesa in campo» dell’ex Cavaliere è possibile cominciare a fornire qualche risposta, a partire dalle interpretazioni avanzate da alcuni studiosi. Il “peso” di quegli interrogativi è ovviamente nel frattempo molto aumentato: oggi noi sappiamo che il berlusconismo non è stato un fenomeno effimero e passeggero, come alcuni analisti pronosticarono nelle settimane e nei mesi successivi alla caduta del primo governo Berlusconi. Al contrario, esso ha segnato profondamente una fase non breve della storia, non solo politica, del nostro Paese.

Per comprendere le fortune elettorali delle formazioni guidate da Berlusconi non si può prescindere dal considerare quelle particolari circostanze verificatesi in un dato momento storico senza le quali sarebbe stato impensabile che l’imprenditore milanese potesse proporsi come guida politica del Paese. Il riferimento, naturalmente, è al crollo della cosiddetta «Prima Repubblica»: il terremoto politico-giudiziario di Mani Pulite determinò il definitivo collasso dei partiti di governo, provocando un vuoto politico nell’area moderata. Questo vuoto, si argomenta correttamente, fu riempito proprio dal centrodestra di matrice berlusconiana.

Per quanto importanti, però, le spiegazioni che pongono l’accento unicamente sulla breve, brevissima durata non sono sufficienti: che la coalizione di centrodestra e in particolar modo Forza Italia abbiano raccolto buona parte dei voti precedentemente destinati al Pentapartito è un’evidenza importante dal punto di vista storico; nulla ci dice, però, sul perché sia stata proprio una proposta politica avente i caratteri del berlusconismo a potersi presentare come convincente agli occhi di una fetta consistente di italiani.

Senza dubbio, è possibile individuare negli anni Ottanta un periodo fondamentale per l’incubazione della cultura politica berlusconiana. Un complesso di fattori, peraltro fortemente interrelati fra loro, corrobora questa lettura: il declino delle grandi ideologie, che sin dalla fine degli anni Settanta trova nitida rappresentazione nel fenomeno del «riflusso» e che nel decennio successivo si manifesta con una marcata tendenza all’individualismo, all’edonismo, allo “yuppismo”; l’incapacità da parte dei partiti di massa di fornire risposte efficaci alle istanze provenienti da un mondo produttivo che stava passando dal modello della grande fabbrica fordista a quello post-fordista, contraddistinto da un protagonismo del lavoro autonomo e della piccola-media impresa; il conseguente allargamento dello iato tra classe politica e società civile, con annessa maturazione di pulsioni antipolitiche nella seconda; la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, ben raffigurate dalla vicenda del Partito socialista italiano di Bettino Craxi; il ritorno d’attualità, dopo decenni di marginalità, di prospettive liberistiche ostili all’intervento dello Stato in economia; ultimo, ma non per importanza, l’assoluto protagonismo culturale che in quel decennio rivestono le televisioni commerciali appartenenti all’universo Fininvest, di proprietà dello stesso Berlusconi[2].

I più attenti osservatori del fenomeno berlusconiano ritengono però che, per quanto rilevante, nemmeno il favorevole clima culturale degli anni Ottanta sia sufficiente a spiegare la genesi della cultura politica berlusconiana. Per comprendere appieno come essa si sia radicata nel Paese è necessario andare ancora indietro nel tempo.

Storici come Guido Crainz, Antonio Gibelli e Paul Ginsborg hanno interpretato il fenomeno berlusconiano come l’apice di una crisi di civismo riconducibile a comportamenti, scelte, culture sviluppatesi nel corso dei decenni repubblicani[3]. Nel secondo dopoguerra, sostengono gli studiosi, l’Italia ha conosciuto una modernizzazione meramente consumistica e individualistica, che ha portato a uno sfaldamento senza precedenti dei legami solidaristici. In particolare, Crainz rileva negli anni del “Boom”, a cavallo tra i decenni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, il diffondersi tra gli abitanti del Paese di una vera e propria avversione nei confronti di regole e vincoli collettivi. Secondo Crainz, in quella fase di cruciale trasformazione del tessuto socio-economico, le classi dirigenti del Paese hanno tollerato la capillare diffusione di comportamenti disgregativi, quali l’abusivismo edilizio e l’elusione fiscale, rinunciando ad accompagnare la crescita economica con una modernizzazione etico-civile[4]. La scarsa maturazione di un adeguato senso civico all’interno del Paese rappresenta il retroterra della cultura politica berlusconiana, alla quale viene pertanto riservato un giudizio assai negativo, come vedremo più avanti.

Una prospettiva differente ha offerto lo storico e politologo Giovanni Orsina, autore di quello che è il più noto studio sul berlusconismo[5]. Per spiegare la genesi della cultura politica berlusconiana, Orsina prende in esame il complesso rapporto tra «élite» e «società civile» lungo l’intera vicenda unitaria del nostro Paese, individuando nella forte propensione «ortopedico-pedagogica» delle prime nei confronti della seconda un fil rouge che attraversa tutti i regimi politici succedutisi alla guida del Paese (liberale, fascista e democratico-repubblicano). In altre parole, secondo Orsina classi dirigenti poco inclini al liberalismo si sono attribuite di volta in volta il compito di «raddrizzare» ed «educare» il Paese per conformarlo agli standard occidentali da un punto di vista materiale e soprattutto morale, collezionando una serie di (relativi) fallimenti e non riuscendo a integrare pienamente le masse nella vita dello Stato[6]. Il berlusconismo, sempre secondo Orsina, deve in buona parte il suo successo al rifiuto di questa propensione «ortopedico-pedagogica» e «iper-politica»: lungi dall’offrire al Paese un disegno di modernizzazione fondato sul primato della politica e dello Stato sul «paese reale», Berlusconi ha rovesciato la prospettiva, proponendo un approccio «ipo-statalista» atto a favorire il dinamismo endogeno della società civile, con particolare enfasi sul ruolo dell’impresa privata nella creazione di opportunità e di ricchezza.

Nella fase repubblicana, argomenta inoltre Orsina, il ruolo «ortopedico-pedagogico» nei confronti della società italiana è stato assunto dai partiti appartenenti all’arco costituzionale antifascista: alla storica frattura tra classi dirigenti e società civile si è così aggiunta la marginalizzazione politica e culturale delle destre[7]. Il combinato tra il perdurare dello scollamento tra élite e società civile, sanato soltanto parzialmente dal ruolo svolto dai partiti di massa, e l’esclusione delle formazioni di destra da qualsiasi prospettiva politica ha ottenuto l’effetto di generare all’interno del Paese una galassia «anti-antifascista», ostile ai progetti «pedagogici» promossi dalla «Repubblica dei partiti». Una fetta di società composta non tanto da fascisti fortemente ideologizzati e nostalgici del Ventennio, quanto piuttosto da conservatori, da liberali e da quelli che Orsina definisce gli «stanchi del Novecento», ovvero tutti quei cittadini «esausti della prolungata ubriacatura di ideologia, mobilitazione e politica apertasi con la Grande Guerra». Questa parte di Paese aveva nutrito le schiere del Fronte dell’Uomo Qualunque nelle primissime consultazioni del dopoguerra. In seguito, soprattutto in funzione anticomunista, essa si era orientata verso la Democrazia Cristiana, senza però identificarsi appieno nella visione «centrista», e anch’essa moderatamente «ortopedico-pedagogica» propria di quel partito. Finita la Guerra Fredda, venute meno le ragioni del voto utile alla Dc, la galassia «anti-antifascista» ha finito per riconoscersi proprio nella proposta politica berlusconiana[8].

Le interpretazioni prese in esame forniscono un’interessante panoramica sulle “radici lunghe” del berlusconismo. Con il suo lavoro, Orsina ha offerto una puntuale e acuta disamina della stratificazione storico-culturale dell’elettorato berlusconiano. Sempre a proposito dell’analisi di Orsina, è invece lecito domandarsi se realmente vi sia una discontinuità così marcata tra classi dirigenti “pre-berlusconiane” e berlusconismo. Per provare a sciogliere questo nodo, limitiamoci a considerare il primo cinquantennio di storia repubblicana, senza scomodare le più lontane epoche liberale e fascista. A uno sguardo ravvicinato, il minimo che si possa dire è che non sempre le formazioni politiche alla guida del Paese durante la «Prima Repubblica» si sono distinte per un approccio «ortopedico-pedagogico» nei confronti del «paese reale». Si pensi alla corposa legislazione micro-settoriale, tesa a favorire di volta in volta questo o quel gruppo particolare a fini di consenso; si pensi poi alla complice inazione di tanti esecutivi davanti al diffondersi a macchia d’olio di fenomeni come l’evasione fiscale o l’abusivismo selvaggio. Simili atteggiamenti lassisti da parte delle istituzioni, come suggerisce soprattutto Crainz, potrebbero aver favorito il silenzioso radicarsi all’interno del Paese della concezione per la quale il proprio utile particolare, di per sé legittimo, può e deve essere perseguito in ogni circostanza, anche quando stride con l’interesse della collettività. Questa concezione, tollerata tacitamente dalle classi dirigenti della Prima Repubblica, è stata sdoganata apertamente dal discorso pubblico berlusconiano. Tra le culture di governo della Prima Repubblica e il berlusconismo, insomma, potrebbe sussistere un robusto filo di continuità.

La maggioranza degli storici propende per interpretare quella berlusconiana come una forma di populismo antistatalista dannoso per la democrazia liberale e per il complesso edificio di diritti e doveri da cui questa è innervata. Il liberismo propugnato da Berlusconi, ad esempio, più che come un progetto dotato di una dignità politico-ideologica, viene letto alla stregua di una rivendicazione del «diritto a fare i propri comodi», come dimostrerebbe l’equiparazione del prelievo fiscale «a un borseggio» proposta più volte dallo stesso Berlusconi. Un discorso simile si può applicare ad un altro dei cavalli di battaglia berlusconiani, ovvero l’anticomunismo: nella retorica di Berlusconi, esso non si configura soltanto come rifiuto dei sistemi di stampo sovietico, ma anche e forse soprattutto come un’espressione di rifiuto/estraneità nei confronti di qualsivoglia regolamentazione statale[9].

Gli studiosi meno severi nei confronti del berlusconismo evidenziano che, malgrado tutto, Berlusconi è stato tra i primi a proporre una “terapia liberalizzante” per l’Italia. Anche loro, però, finiscono per ammettere che quei tratti sono stati ben presto surclassati da quelli populistici. È ancora Orsina a proporre una definizione di berlusconismo come «emulsione di populismo e liberalismo». Secondo lo studioso, il berlusconismo appare sin dal principio come una cultura politica composta da elementi populistico-antipolitici (promesse illusionistiche come «meno tasse per tutti» o «un milione di posti di lavoro», garanzia di una leadership forte e carismatica; rifiuto della «politica di professione» e del «teatrino della politica»; enfasi posta sulle proprie virtù imprenditoriali da parte del leader; in generale, l’idea che gli italiani «vadano bene così come sono») e da elementi invece tipicamente liberistici (l’idea che per ottenere un «nuovo miracolo italiano» sia sufficiente liberare la società civile, e in particolar modo i ceti produttivi, dalle briglie della regolamentazione statale dell’economia)[10]. Come già accennato, gli autori concordano sul fatto che i tratti populistici hanno finito per prevalere su quelli liberali. Più nello specifico, è stata proposta una distinzione tra il primo Berlusconi, quello del 1994, di ispirazione liberal-liberista e il Berlusconi successivo, che si assesta su posizioni di destra populistica non appena prende atto dell’impopolarità, tra i cittadini italiani, di un programma puramente liberistico (taglio delle tasse, ma anche della spesa pubblica) [11].

Sulla base di quanto visto sino ad ora, è possibile definire il berlusconismo come un esempio di «destra populista». Essendo questa categoria assai ampia e alquanto vaga, è opportuno scendere più nel dettaglio. La «destra populista» di Berlusconi si configura come una cultura politica nella quale un acceso antistatalismo, specialmente sul versante fiscale, convive con promesse di protezione sociale ben poco liberiste (si pensi alle proposte di aumento delle pensioni minime oppure alla «pensione per tutte le casalinghe»); essa appare inoltre come una destra che, partendo dall’assunto per il quale gli italiani sono perfetti così come sono, tende ad attribuire sempre a un nemico (i comunisti; l’Europa; la magistratura) la colpa tutti i mali che affliggono l’Italia, dall’elevata pressione fiscale alla disoccupazione, passando per le disfunzionalità degli apparati burocratico e giudiziario.

Non è difficile individuare nel versante populistico del berlusconismo il precursore della successiva evoluzione “sovranista” della destra italiana. Del resto, avendo il berlusconismo radici profonde nella storia e nella società italiana, sarebbe alquanto ingenuo pensare che esso sia destinato a declinare in parallelo al tramontare della parabola politica di Silvio Berlusconi[12].


[1] Cfr. G. Crainz, Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Donzelli, Roma 2013 (1° ed. 2012), pp. 308-313.

[2] Cfr. ad esempio le riflessioni di Guido Crainz in G. Crainz, op. cit., p. 302 e ss.; cfr. anche A. Giovagnoli, La Repubblica degli italiani (1946-2016), Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 211-212.

[3] Oltre a G. Crainz, op. cit., cfr. P. Ginsborg, Berlusconi: ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Einaudi, Torino, 2003 e A. Gibelli, Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Donzelli, Roma 2010.

[4] Cfr. G. Crainz, op. cit., p. 22, pp. 113-117, pp. 142-144.

[5] G. Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia 2013.

[6] Ivi, cfr. pp. 21-95.

[7] Ivi, vedi pp. 53-95.

[8] Ivi, cfr. pp. 61-67. Le citazioni si trovano a p. 66.

[9] Per la lettura del liberismo berlusconiano proposta da Gibelli cfr. A. Gibelli, op. cit., p. 7. Cfr. A. De Bernardi, Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni, Laterza, Roma-Bari 2014, pp. 104-05.

[10] Cfr. G. Orsina, op. cit., pp. 125-34.

[11] Oltre ad Orsina cfr. anche G. Amato e A. Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia, il Mulino, Bologna 2013, pp. 229-30.

[12] Cfr. A. Botti, Per una storia del berlusconismo e dell’Italia berlusconiana oltre Berlusconi, in «Storia e problemi contemporanei», 64, settembre-dicembre, XXVI, 2013.

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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