Il Blocco continentale e la guerra economica di Napoleone
- 12 Giugno 2020

Il Blocco continentale e la guerra economica di Napoleone

Scritto da Giacomo Centanaro

12 minuti di lettura

Nello storico saggio Terra e mare, dedicato alla naturale antitesi tra potenze marittime e terrestri che permea la storia umana, Carl Schmitt citava il detto di Sir Walter Raleigh «Chi domina il mare domina il commercio del mondo e a chi domina il commercio del mondo appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso». Tenendo a mente questo assunto – la cui nascita risale addirittura al conflitto tra Atene e Sparta narrato ne La guerra del Peloponneso di Tucidide – in questo articolo tratteremo un particolare tipo di scontro tra due grandi potenze con basi di potere nettamente diverse tra loro: la Gran Bretagna e la Francia napoleonica. La prima rappresentava allora la più grande incarnazione della talassocrazia moderna, la seconda aveva esteso direttamente o indirettamente il proprio potere sulla quasi totalità del continente europeo grazie alla Grande Armée e, negli anni che considereremo, provò a sfruttare il controllo diretto che aveva sui mercati del continente per far crollare il sistema economico britannico. Tuttavia, sebbene la distribuzione di potere nel periodo storico considerato riflettesse una simile divisione delle sfere di potenza, sarebbe riduttivo e quantomeno dogmatico liquidare il fallimento della manovra di guerra economica di Napoleone per via del precedente assioma geopolitico per cui una potenza marittima predominante nel suo dominio prevarrebbe naturalmente su una potenza terrestre. Come si tenterà di dimostrare, le variabili in azione sono numerose e complesse e i molteplici interessi in gioco non rendono affatto scontato l’esito dello scontro. Questo articolo si concentra su una fase specifica e ben delimitata delle guerre napoleoniche (che si estendono dal 1799 fino al 1815), in cui l’elemento distintivo sono i mezzi e le intenzioni particolari degli attori. Non ci soffermeremo quindi su Napoleone Bonaparte in quanto figura chiave della storia contemporanea o sul valore e sull’eredità del portato ideologico dell’Impero napoleonico. L’imperatore dei francesi in questo articolo è un governante che, non riuscendo a infrangere la supremazia avversaria con mezzi militari, ricorre a misure di guerra economica.

La prospettiva della campagna del 1806, che vide l’Impero napoleonico scontrarsi contro la Quarta coalizione costituita in agosto, e che si protrasse fino al luglio del 1807, instillò in Napoleone quella che venne definita «una sorta di ripugnanza»[1], un sentimento condiviso da larga parte dell’opinione pubblica francese e persino dai suoi soldati. Dopo mesi di trattative veniva meno la speranza di una pace duratura, e lo scoramento del morale francese portava a chiedersi cosa mai avrebbe potuto garantire una pace duratura, se nemmeno Austerlitz, con la conseguente fine dell’egemonia austriaca in Italia e Germania, era bastata[2]. Le operazioni militari che seguirono rappresentarono però il punto culminante dell’esperienza napoleonica: in un solo mese, dall’8 ottobre all’8 novembre del 1806, la Prussia cadde rovinosamente e gli altri Stati tedeschi si affrettarono uno dopo l’altro a sottomettersi. Data la situazione, Napoleone constatò che i tempi erano maturi per colpire la Gran Bretagna[3].

Blocco continentale

Due settimane dopo la resa di Magdeburgo, il 21 novembre del 1806, da Berlino venne annunciata l’adozione del Blocco Continentale, giustificata come una risposta all’Ordine del Consiglio del 16 maggio della Gran Bretagna, che dichiarava il tratto di costa compresa tra Brest e il fiume Elba sotto embargo, misura che Napoleone riteneva come contraria ai principi del diritto internazionale[4]. Il decreto di Berlino non rappresentava solo uno strumento per isolare il nemico britannico o una risposta alla sfavorevole congiuntura economica francese: in esso si concretizzava il disegno dell’Europa portato avanti dalla diplomazia napoleonica, una mappa in cui l’egemonia francese sarebbe coincisa con quella del continente[5]. Secondo Yevgeny Tarle, il Blocco continentale «divenne il fulcro dell’intera lotta economica e quindi politica durante tutta l’epopea imperiale»[6]. Già nel decreto del 10 brumaio anno V (1796) si formulava chiaramente il divieto di commerciare con la Gran Bretagna, e sotto Napoleone il decreto venne riconfermato e il 22 febbraio 1806 venne vietata l’importazione di cotone grezzo e filati; Napoleone confermava così la sua concezione protezionista dell’economia, mirata a tutelare l’industria francese[7]. La novità del Blocco continentale napoleonico non risiedeva nei mezzi utilizzati, quanto nell’inedita pretesa di estensione geografica del Blocco e quindi nel suo carattere “continentale”. Con il decreto di Berlino non veniva soltanto intensificata la monopolizzazione del mercato imperiale interno a vantaggio dell’industria francese, ma veniva anche duramente colpita l’economia britannica. Nella strategia napoleonica le conseguenze del decreto avrebbero portato al collasso dell’economia britannica, alla bancarotta e alla fame tra la popolazione: ciò avrebbe costretto Londra alla resa. Napoleone voleva azzerare la presenza inglese in tutta Europa, privando i beni britannici di ogni possibile mercato di sbocco sul continente. Vennero poi proibite le comunicazioni postali e qualsiasi rapporto con sudditi britannici, di cui fu disposto l’immediato arresto e la confisca dei beni, dovunque si trovassero[8]. Tarle fa però notare come «il blocco economico dell’Inghilterra poteva dare un qualche risultato concreto soltanto se tutta l’Europa fosse caduta direttamente in potere di Napoleone o sotto il suo effettivo e immediato controllo. Perché sarebbe bastato che un paese avesse disobbedito e avesse continuato a commerciare con l’Inghilterra per far perdere ogni efficacia all’intero decreto sul Blocco continentale, dato che da questo paese recalcitrante i prodotti inglesi si sarebbero rapidamente e facilmente diffusi in tutta Europa… »[9].

Affinché la misura fosse applicata efficacemente si sarebbe resa necessaria l’immediata applicazione del Blocco continentale in tutti gli stati europei, che dovevano essere completamente assoggettati alla volontà di Napoleone, e l’occupazione di tutte le coste d’Europa con impiegati doganali francesi e gendarmi francesi che potessero supervisionare direttamente all’applicazione delle misure imposte, combattendo realmente il contrabbando. Napoleone aveva previsto che il Blocco continentale sarebbe stato gravoso anche per le masse dei consumatori europei, private dei manufatti e dei prodotti coloniali inglesi (quali cotone, caffè e zucchero), così come aveva previsto che il contrabbando avrebbe naturalmente soddisfatto sia la domanda di beni inglesi sia la necessità dei mercanti francesi di vendere alla Gran Bretagna le loro materie prime[10]. Nella logica napoleonica, per far sì che il Blocco continentale potesse risultare efficace, era necessario proseguire nella sottomissione del continente europeo. Napoleone ebbe inoltre la dimostrazione che la borghesia industriale del continente vedeva di buon occhio la liberazione dalla concorrenza dei manufatti inglesi. Ad esempio, appena dopo la caduta della Prussia, la Sassonia promise di sottomettersi pienamente al decreto sul Blocco continentale, gli industriali accolsero con entusiasmo le misure commerciali mentre mercanti, agricoltori e consumatori ne temevano gli effetti. Tra la classe operaia sassone, tuttavia, in seguito al bando sui prodotti inglesi, si registrò un aumento dell’occupazione[11]. Il Ministro degli Affari Esteri Talleyrand ricevette l’ordine di spedire l’editto sul Blocco continentale a tutti i paesi vassalli e alleati, mentre i marescialli vennero incaricati di procedere alla sistematica occupazione delle coste tedesche del mare del Nord e del mar Baltico. La scala di grandezza del piano di Napoleone dimostrava la sua enormità e, come riporta Tarle, egli scriveva così al Senato dell’Impero francese lo stesso giorno in cui aveva firmato il decreto: «Non ci è stato facile subordinare gli interessi dei singoli alle dispute tra i sovrani […] ma siamo stati costretti ad opporre al comune nemico quell’arma alla quale egli stesso ricorre»[12].

Agendo temporaneamente da Berlino, Napoleone lavorò per implementare il Blocco, militarizzando le città litoranee e disponendo picchetti per fermare i contrabbandieri; venne organizzato il sistema doganale e da quel momento gli stati tedeschi e le città anseatiche dovettero provvedere non solo al mantenimento della Grande Armée ma anche a quello di impiegati doganali e guardie costiere[13]. Indagando ulteriormente la scelta di istituire il Blocco continentale si nota come le origini di questa vadano ricercate nella distribuzione del potere nel sistema internazionale del tempo. Una delle tesi storiografiche più accreditate individua come causa del progressivo sviluppo dell’imperialismo continentale napoleonico e della sua natura “tellurica” la sostanziale debolezza marittima dell’Impero. La nascita del Blocco continentale e l’annessione di crescenti parti dell’Europa può essere spiegata in gran parte dalle difficoltà incontrate dall’Impero nella implementazione della guerra economica contro la Gran Bretagna, difficoltà che si riflettono nel sistema di alleanze imperiali che non si rifaceva a particolari percezioni di affinità, ma rispondeva a realistiche necessità economiche (e quindi al bisogno di costringere la Gran Bretagna alla pace)[14]. La guerra economica era il principale mezzo rimasto a Napoleone per fare pressioni sulla Gran Bretagna dopo che la marina francese e quella spagnola erano state definitivamente sconfitte nella decisiva battaglia di Trafalgar nel 1805. La cornice storica del decreto di Berlino si completa con le vittorie dell’armata francese ad Austerlitz nel 1805 e a Jena nell’ottobre del 1806. Il decreto, così, riconosceva tacitamente la superiorità marittima britannica e l’impossibilità per la Francia di effettuare convenzionali blocchi ai porti britannici o di minacciarne il commercio via mare. La vittoria su Austria e Prussia, d’altra parte, rese possibile concepire un’estensione forzata di misure economiche antibritanniche all’Europa continentale e alle sue coste.

Napoleone pensò fosse possibile bloccare il commercio britannico con l’Europa controllando i porti e i mercati del continente, e così scrisse in una lettera il 3 dicembre 1806: «voglio conquistare il mare con la potenza della terra»[15]. Quando il decreto di Berlino fu emanato, alcuni dei maggiori porti europei come Genova, Livorno, Amsterdam, Lubecca e Amburgo erano già, direttamente o indirettamente, sotto il controllo francese. Invece, come abbiamo già detto, in altre regioni costiere furono necessarie vere e proprie occupazioni militari ex novo, che contribuirono al deterioramento delle relazioni politiche all’interno del sistema continentale[16]. Con l’andare del tempo e le successive modifiche del Blocco continentale, numerosi alleati e autorità politiche vassalle della Francia iniziarono a non vigilare sulla sua corretta implementazione, conducendolo quindi al fallimento. Napoleone era ben conscio della concreta minaccia che il contrabbando rappresentava per la sua politica e fece in modo che le truppe impiegate nel controllo delle coste fossero dislocate in altre regioni rispetto a quelle di origine; ma anche se stranieri, i militari spesso stringevano accordi di mutuo interesse con i contrabbandieri che, sostenendo il costo della corruzione dei funzionari, avevano mano libera. Il continente non era affatto impermeabile alle merci inglesi, che continuavano invece ad affluire sul mercato nero europeo, e più le misure si facevano stringenti, più il contrabbando si sviluppava[17]. Responsabili della mancata applicazione delle misure ordinate e del perseguimento dei colpevoli erano gli stessi sovrani degli stati satellite della Francia, spesso parenti dello stesso Napoleone. Casi emblematici sono quelli di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone, riluttante a implementare la strategia del Blocco per via delle proteste e del forte malumore della popolazione, e di Gioacchino Murat ma, in generale, di tutte le autorità politiche italiane[18].

Il caso italiano illustra bene le dinamiche allora in atto. L’economia italiana venne asservita agli obiettivi della guerra economica francese: era «la colonia continentale dell’Impero, come la chiamerà il Montgaillard nei suoi Mémoires diplomatiques, la “grasse prairie”, che doveva alimentare con le sue risorse l’economia e le dissestate finanze francesi»[19]. Nel grande mercato continentale, l’Italia forniva prodotti alimentari e materie prime per l’industria per poi diventare un vero e proprio “mercato sostitutivo” per i prodotti manifatturieri francesi che, incontrando difficoltà nel sostituire i beni inglesi sui mercati europei, ripiegarono sui mercati mediterranei, che diventarono per loro riservati, grazie ad accordi commerciali che, sebbene stipulati in una condizione di formale eguaglianza statuale, riflettevano una profonda iniquità. Nel 1811, un rapporto del Consiglio generale del commercio e delle manifatture francesi ammetteva che: «le esportazioni italiane hanno rianimato la nostra industria e l’hanno sorretta fino ad oggi in tutti i rovesci che l’hanno colpita […]. L’Italia sola ci resta e rimpiazza per noi tutte le branche dell’esportazione. Essa è la nostra unica risorsa»[20]. Tuttavia, che si trattasse del Regno d’Italia o del Regno di Napoli, il comportamento della polizia era ambiguo e i governanti non perseguirono mai con il dovuto rigore i contrabbandieri.

Tornando al livello continentale della guerra economica, la risposta britannica fu altrettanto dura; per esempio, nel settembre 1807, la Royal Navy bombardò il porto di Copenaghen, distruggendo la flotta commerciale danese, per punire la neutralità danese nel conflitto in atto. Con gli Ordini del Consiglio del 18 e del 26 novembre 1807 la Gran Bretagna non avrebbe più rispettato lo stato di neutralità: tutti i porti chiusi al traffico britannico sarebbero stati considerati nemici, come, di conseguenza, tutti i navigli che vi fossero transitati. Napoleone risponde con i Decreti di Milano del 23 novembre e del 17 dicembre 1807: tutte le navi che si fossero piegate alle condizioni britanniche sarebbero state considerate di nazionalità inglese così come quelle che partivano dai porti o dalle colonie inglesi erano considerate preda di guerra della marina militare dell’Impero o dei suoi corsari[21]. Entro i primi mesi del 1808, i decreti di Berlino e Milano erano stati adottati non solo dal sistema continentale ma anche da Russia, Prussia e Austria[22].

Durante i primi anni dalla sua entrata in vigore, il Blocco continentale dà risultati positivi e l’economia della Gran Bretagna risulta destabilizzata, specialmente in seguito alla chiusura il 31 ottobre 1807 delle coste e del mercato danese, che rappresentava allora circa il 31% del valore ufficiale delle re-esportazioni inglesi. Nel luglio 1807, dopo il Trattato di Tilsit, un altro duro colpo: anche i porti russi si chiudono alle navi britanniche, minacciando l’approvvigionamento di prodotti indispensabili al mantenimento della flotta[23]. La Russia era un partner commerciale inglese di lunga data, importante per le esportazioni di grano e legno, ma con il Blocco continentale gli scambi crollarono del 72%[24]. Nel 1808 l’economia britannica è in crisi: nel primo trimestre il valore delle esportazioni passa da 9.000 a 7.244 sterline, mentre nel secondo da 10.754 a 7.688. La situazione si aggrava con la rottura delle relazioni economiche con Washington, che cessa di importare cereali e cotone: questo colpisce duramente le manifatture inglesi, incapaci di smaltire il surplus di produzione, e a cascata il livello di vita dei lavoratori, che si abbassa per via dell’aumento della disoccupazione[25]. In linea generale, la maggior parte degli stati sottoposti a restrizioni commerciali fanno fronte all’improvviso cambio del lato dell’offerta attraverso riaggiustamenti delle politiche interne, come sostituzioni, conservazioni e riallocazioni di beni e di fondi. Ed è in questo senso che il governo britannico tentò di fare fronte alla crisi, promuovendo restrizioni sul consumo di particolari cibi e misure di sostituzione dei beni[26]. Inoltre, la Gran Bretagna tentò di risolvere la crisi derivante dalle mancate esportazioni usando riserve monetarie per finanziare temporaneamente l’acquisto di beni[27].

Napoleone, tuttavia, davanti alle difficoltà nell’applicazione categorica e uniforme del Blocco continentale, all’intensificarsi della crisi in Spagna (1808), alle pressioni dei produttori di vino e cereali che non riuscivano più a smaltire i loro stock e al calo delle entrate fiscali dell’Impero, decise di alleggerire il Blocco e aprire alla possibilità di commerciare con la Gran Bretagna attraverso la distribuzione di licenze. L’obiettivo era liberare la potenzialità delle esportazioni francesi e drenare così ricchezze dalla Gran Bretagna[28]. Le nuove linee guida vennero esposte in una serie di decreti nel 1810 in cui si conferiva l’esclusività delle esportazioni alle camere di commercio francesi, si richiedeva una licenza sia per lasciare che per entrare in un porto europeo, tutte le merci entrate in Europa avrebbero dovuto essere distribuite sul continente da mercanti francesi e infine vennero stabiliti i nuovi diritti di entrata dei prodotti coloniali, calcolati in modo che il prezzo finale dei beni possa fare concorrenza al mercato del contrabbando[29]. Le misure esasperarono le tensioni tra i paesi del Blocco continentale, poiché favorivano esclusivamente i mercanti francesi, che ottenevano così il monopolio della distribuzione delle derrate coloniali sul continente, ed escludevano gli stati alleati; questi ultimi non avevano ora più nessun interesse nell’applicazione dei decreti. Il sistema delle licenze, inoltre, si dimostrò largamente inefficace, poiché presto si vide la nascita di un mercato clandestino apposito, dove gli stessi negozianti e anche i funzionari francesi mettevano in vendita le autorizzazioni.

Emblematico il caso del plenipotenziario francese ad Amburgo, che, come si scoprì in seguito a un’inchiesta ordinata dallo stesso Napoleone, riceveva dei “diritti” ad valorem su tutti i certificati che accompagnavano i beni scambiati e che dovevano attestare che la loro provenienza non fosse britannica. La percentuale era modesta se confrontata con quella richiesta da altri consoli francesi (tra lo 0,25 e il 0,5% ad Amburgo e tra il 3 e il 5% a Rotterdam)[30]. Secondo i calcoli effettuati da Silvia Marzagalli, tra l’agosto del 1807 e il dicembre del 1810, il console aveva rilasciato ogni anno certificati per una somma media tra i 60 e i 120 milioni di franchi. La decisione di annettere Amburgo e le altre città anseatiche all’Impero francese nel dicembre 1810 fu una diretta conseguenza dell’impossibilità di prevenire queste pratiche illegali[31]. La relativa inefficacia del Blocco continentale può essere misurata con il differenziale dei prezzi tra territori aperti al commercio britannico e neutrale, territori che avevano teoricamente adottato il blocco, e quelli che invece erano strettamente sotto il controllo di Napoleone: nel novembre del 1812, una libbra di caffè costava 1,65 franchi a Tunisi, 2,65 a Salonicco, 7,57 a Trieste, 12,69 ad Ancona e 15,30 a Milano[32].

Tracciando un bilancio finale del Blocco continentale potremmo affermare che questo si sia risolto in un fallimento politico. Fu concepito per soffocare la Gran Bretagna e costringerla a invocare la pace, cosa che non si verificò mai, anzi, quando questa visse una crisi nell’approvvigionamento di derrate agricole, Napoleone offrì i prodotti del suo Impero. La sua visione mercantilista fu fatale al suo progetto: era convinto di drenare risorse dal suo nemico, ma la fuoriuscita di qualche migliaio di sterline non avrebbe destabilizzato il Regno Unito così come avrebbe fatto la mancanza di viveri[33]. La strategia ideata da Napoleone avrebbe sicuramente rappresentato una minaccia vitale per l’economia britannica, ma l’Imperatore gettò anche i semi del suo fallimento non riuscendo a garantirne l’applicazione completa e moltiplicando i fronti del conflitto militare che costituirono uno stillicidio di risorse (Portogallo, Spagna e Russia)[34]. L’economia britannica visse momenti di depressione[35] ma riuscì a resistere grazie all’efficienza del suo sistema di credito, alla tenuta della sterlina e all’apertura di nuovi mercati nelle colonie. L’impatto sull’economia britannica, tuttavia, è indiscutibile, così come dimostrato dal rallentamento della sua crescita e degli investimenti industriali[36].


[1] M.me de Rémusat, Memories, p. 313, in Luigi Mascilli Migliorini, Napoleone, Salerno editrice, Roma, 2001, p. 273.

[2] L. Mascilli Migliorini, Napoleone, Salerno editrice, Roma, 2001, p. 273.

[3] Y. Tarle, Napoleone, Mursia, Milano, (trad. dal russo), 1964, pp. 178-179.

[4] S. Marzagalli, “The Continental System: a view from the sea”, in Johan Joor e Katherine Aaslestad, Revisiting Napoleon’s Continental System: Local, Regional, and European Experiences, Basingstoke, Palgrave, 2014, p. 86.

[5] L. M. Migliorini, op. cit., p. 274.

[6] Y. Tarle, op. cit., p. 179.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 180.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p. 181.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] S. Marzagalli, op. cit., pp. 83-84.

[15] A Luigi il 3 dicembre 1806, citato da Albert Sorel, L’Europe et la Révolution française, t. VII, Le Blocus continental, le grand empire, 1806-1812, Paris, Librairie Plon, 4° edizione, 1904, p.115. Consultato su Gallica, in Ali Laïdi, Histoire mondiale de la guerre économique op. cit, p. 313.

[16] Silvia Marzagalli, op. cit., pp. 85-86.

[17] Ibidem.

[18] F. Mineccia, “Economia”, in Luigi Mascilli Migliorini (a cura di), Italia napoleonica. Dizionario critico, UTET Libreria, Torino, 2011, p. 203.

[19] Ivi, p. 193.

[20] Ivi, p. 194.

[21] S. Marzagalli, The Continental System: a view from the sea op. cit., p. 88.

[22] Ibidem.

[23] A. Laïdi, Histoire mondiale de la guerre économique op. cit., p. 315.

[24] Heckscher, Eli F., and Harald Westergaard. The Continental System; an Economic Interpretation, Oxford: Clarendon, 1922, p. 317.

[25] A. Laïdi, Histoire mondiale de la guerre économique op. cit., p. 316.

[26] Olson, Mancur, The Economics of the Wartime Shortage, a History of British Food Supplies in the Napoleonic War and in World Wars I and II, Durham, NC: Duke UP, 1963, p. 55.

[27] Heckscher, op. cit.,330-334.

[28] A. Laïdi, Histoire mondiale de la guerre économique op. cit, p. 319.

[29] Ibidem.

[30] S. Marzagalli, op. cit., p. 96.

[31] Ibidem.

[32] ANF, Paris, F121859, price currents, 1812, in Silvia Marzagalli, op. cit.

[33] A. Laïdi, Histoire mondiale de la guerre économique op. cit, p. 323.

[34] Ivi, p. 322.

[35] Per esempio, tra il 1806 e il 1808 e dopo il 1810 fino al 1813.

[36] P. Arnaud-Ameller, De quelques blocus. Réflexions sur les blocus: quelques exemples de succès et d’échec aux XIXe  et XXe siècles, dans la revue Guerres mondiales et conflits contemporains, Presses universitaires de France, avril 2004, no 214, Blocus et guerre économique, pp.7-27, in Ali Laïdi.

Scritto da
Giacomo Centanaro

Classe 1997, nato a Genova. Laureato in Studi internazionali presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze. Studente presso la magistrale Relazioni Internazionali dell'Università di Firenze. Appassionato di relazioni internazionali, di storia e di geoeconomia.

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