Il congresso del Partito Laburista tra pragmatismo e purismo. Seconda parte

Continua da: Il congresso del Partito Laburista tra pragmatismo e purismo. Prima parte


3. Le conseguenze

Già solamente guardando come sono “disposte” le candidature è possibile vedere perché la candidatura di Corbyn ha acquisito un peso relativo maggiore: con tre profili così simili, i tre candidati di provenienza newlab occupano lo stesso spazio interno del partito, più o meno. Ma il problema è esploso, per gli altri candidati, quando in successive rilevazioni sondaggistiche Corbyn è apparso largamente in testa tra i candidati aprendo alla possibilità realistica di avere un leader laburista non proveniente dal gruppo dirigente mainstream del partito.

La candidatura di Corbyn ha vivacizzato moltissimo la corsa laburista alla leadership, sia per il profilo del candidato molto “credibile” nel suo essere un campione della sinistra laburista1, ma anche e sopratutto perché – a mio avviso – Corbyn è il candidato che meglio degli altri tre esprime la risposta alla domanda: perché il Labour ha perso le elezioni di maggio? A dire la verità anche la Kendall in questo senso da una risposta molto netta, di stampo blairiano, ed è indicativo che nei sondaggi questa risposta sia sempre largamente ultima delle volte con percentuali sotto la doppia cifra. E’ interessante capire la geografia del consenso attribuito (sia ben chiaro solo dai sondaggi per ora) a Corbyn: analizzando il consenso per tipologia di iscrizione al partito, YouGov2 ha pubblicato questi dati: Corbyn ha il 49% dei consensi tra i full member, il 55 tra i supporter registrati ed il 67 tra i supporter affiliati. Il dato di preferenza tra i secondi voti è ancora più alto: il 50 tra i full member il 56 tra i supporter registrati ed il 69 tra i membri de sindacati. E’ vero che ci sono degli sbalzi tra i membri del partito e quelli sindacali, ma si tratta di una forbice tutta compresa nella fascia che assicura a Corbyn una vittoria larghissima già con il primo voto. Che crescerebbe con le seconde preferenze. E’ un vento d’opinione interno al partito quello che spinge Corbyn, in cui ai votanti di fascia sindacale si aggiunge la volontà di prendersi qualche rivincita sul blairismo. Ancora più interessante, per me, il secondo sondaggio di YouGov che analizza il dato degli iscritti fulll member dividendoli in tre categorie: gli iscritti dopo le elezioni del 2015, gli iscritti dopo il 2010 (quando Ed Miliband è diventato leader del Partito) e gli iscritti di prima dell’elezione di Ed Miliband. Ebbene il consenso di Corbyn è ad un livelo stratosferico tra i primi (come abbiamo visto si tratta di 100000 iscrizioni nuove): 63%, altissimo nei secondi: 52%, e molto ridotto nei terzi: il 39 sebbene sia largamente il più votato anche tra questi ultimi. Abissali i distacchi tra Corbyn e gli altri candidati in ognuna di queste rilevazioni.

Il dato non sorprende affatto. Nel Labour subito dopo il voto è cominciata una (apprezzabilissima in confronto alle abitudine italiane) corsa all’analisi del voto. Gli esponenti laburisti si sono lanciati in una vera e propria corsa allo studio non solo tra i candidati3 ma anche tra i dirigenti di maggior peso. Questa ambiguità nasce dalla differenti interpretazioni della sconfitta di maggio: per alcuni il Labour ha perso perché incapace di strappare ai Tory il middle ground, per altri parchè ha totalmente perso le sue radici nella parte profonda del Paese essendo diventato incapace di costruire un’alternativa ai Tory e quindi aprendo voragini anche verso l’UKIP oltre che verso l’SNP in Scozia. Mentre per i primi la componente principale della sconfitta è stata una leadership troppo poco “centrista”, per i secondo la sconfitta è più sistemica e richiede che il Labour attivi un processo di riconnessione con il Paese molto più profondo e quindi si dimostrano più disponibili anche verso un candidato che promette sopratutto di saper svolgere questo ruolo. Anche il contesto, infine, ha aiutato molto Corbyn perché nello stesso periodo due eventi hanno fortemente contribuito a intensificare il dibattito proprio attorno ai temi cardine della candidatura di Corbyn: la crisi tra Ue e Grecia e il voto sulla proposta di legge del governo Cameron sui tagli al sistema dei crediti fiscali per i figli a carico. Il primo evento ha spinto larga parte dell’opinione pubblica laburista a parteggiare per il governo greco, posizione facilmente riconducibile alla campagna di Corbyn ed in più che lega facilmente con il tradizionale anti europeismo di una vasta parte dell’elettorato laburista; sulla vicenda dei tagli la leadership attuale del partito ha mostrato una incredibile tendenza al suicidio politico. Harriett Harmann, che attualmente svolge le funzioni di leader in attesa del proprio successore, ha provato a portare il partito addirittura sulla posizione di votare a favore del piano scatenando una rivolta parlamentare che si è conclusa con la necessità di astenersi. Tre dei quattro candidati si sono attenuti alle disposizioni della leadership, anche se Burnham con accenti molto critici, ma Corbyn ha votato contro. L’effetto Corbyn non ha tardato a farsi sentire nel momento in cui Cameron ha proposto una legge ancora più restrittiva sul diritto di sciopero: tutti e tre i candidati (a gradazioni diverse) hanno immediatamente preso posizione contro la legge addirittura minacciando (la Cooper) il ricorso alla CEDU. E’ facile immaginare quale effetto abbia questo spostarsi repentinamente di posizione sulla credibilità dei candidati anti Corbyn.

E’ bene segnalare che invece, sul tema del referedum Brexit previsto in Gran Bretagna, i quattro candidati sono tutti allineati sulla scelta di sostenere la posizione contraria all’uscita. Questo è interessante poiché per Corbyn questa posizione è più scomoda rispetto a quella che potrebbe prendere per lisciare il pelo all’elettorato euroscettico laburista, specie di provenienza sindacale. Non solo, ma mentre l’agenda economica di Corbyn è sicuramente diversa da quella classica del NewLab ma assolutamente in linea con le tendenze nuove post crisi economica; il punto debole, a mio avviso, dell’agenda Corbyn sta sulla politica estera: non tanto perché le posizioni in sé sul Medio Oriente e la Russia siano sconclusionate, quanto perchè anche nella tradizione laburista (non solo blairiana) su questo tema c’è una continuità di fondo che data dai tempi dell’opposizione ai nazi fascisti. Il Labour è stato il partito che voleva maggiormente le sanzioni economiche contro l’Italia fascista dopo l’aggressione in Etiopia, il Labour è stato il partito che con Ernst Bevin Ministro degli Esteri nel dopoguerra ha costruito la special relationship anche militare con gli USA ed in ultimo Blair ha vigorosamente supportato sia la vicenda del Kosovo sia quella dell’Afghanistan che quella mortale dell’Iraq. Qui Corbyn appare davvero molto fuori dalla storia degli atti di governo del Labour nonché con la tradizionale scelta geopolitica britannica.

Sul fronte blairiano, Corbyn ha risvegliato i peggiori fantasmi della storia laburista. Si è immediatamente tirato addosso l’accusa più forte che un leader radicale possa subire in UK: he is unelectable. Ineleggibile, incapace di catturare il consenso del middle ground dello schieramento politico britannico. Dipinto come un’incarnazione fuori tempo della famosa Militant Tendency, la frazione trozkista da sempre ospitata nel seno del Labour Party fino agli anni 80 poi espulsa formalmente. Sono decine i commenti giornalieri di esponenti più o meno importanti del Labour che toccano questo punto denunciando l’opera di “entrismo” da parte di una sorta di Spectre trozkista. Blair in persona ha ripreso a partecipare al dibattito del partito laburista come non accadeva dal 2007. Assieme a Gordon Brown e Neil Kinnock hanno ripetutamente avvertito i membri del partito sul pericolo (in forme più o meno eleganti) derivante dall’elezione di Corbyn. Tutti loro hanno battuto sul tasto della radicalità di Corbyn. Se i sondaggi di YouGov sono veri, con effetti davvero scarsi o addirittura opposti.

A voler tirare le somme, almeno a giudicare dall’esterno, è che una combinazione di fattori spiega il grande successo di Corbyn (indipendentemente dall’esito finale del contest):

– le nuove regole hanno contestualmente potenzialo il ruolo dei grandi collettori di iscritti (o supporter) cioè i sindacati e depotenziato fortemente il peso del PLP dove Corbyn forse non avrebbe di suo neanche i voti per candidarsi4;

– il profilo coerente del candidato (Corbyn nel 1994 votò per Margharet Beckett nel contest che portò all’elezione di Blair ndr); lo rende molto più “vendibile” all’estero rispetto agli altri tre, che sono tutti più o meno coinvolti con la gestione Blair Brown e che hanno differenze vicendevoli molto ma molto difficili da vedere: a questo proposito è utile ricordare che gli stessi Blair e Brown consapevolissimi di questo rischio nel 1994 concordarono la strategia di appoggio reciproco proprio perchè una spaccatura del fronte dei modernizzatori dell’epoca avrebbe comportato il rischio di potenziare le ali radicali del partito;

-l’unica candidata entrata in parlamento dopo la sconfitta del 2010, la Kendall, si richiama al blairismo molto più degli altri, ma dopo un ventennio di egemonia sul partito, la dottrina new lab si è trasformata in una delle correnti interna tra le altre (come accadde ai revisionisti qualche decennio fa e come è sempre stato per la left wing interna);

-la diversità di curriculum vitae: Kendall Burnham e Cooper sono accumunati dal curriculum da “professionisti” della politica e dalla provenienza Oxbridge (sintesi del nome delle due storiche università britanniche simbolo della produzione delle elite del Regno). Questo termine va inteso bene. Per professionisti non si intende ciò che si intende in Italia di solito. Qui si tratta di persone che cresciute professionalmente attorno alla politica, in centri ricerca, fondazioni, istituti passati spesso per ruoli di assistenza parlamentare e quindi finiti in Parlamento. Corbyn è un professionista della politica invece in senso più italiano, sindacalista, già segretario del Partito laburista locale, quindi parlamentare;

-Corbyn appare come il candidato che fissa la linea, rispetto alla quale gli altri prendono posizioni più o meno differenti. Questo elemento non è necessariamente una cosa del tutto positiva, perché può esporre a problemi, ma certo costringe gli altri a parlare più del perché non sono d’accordo con Corbyn che dei loro effettivi programmi: in definitiva il messaggio di Corbyn è più chiaro e coerente. Abbiamo perso perché troppo centristi. Gli altri tre si rincorrono su aspetti francamente secondari, nessuno riesce a dire con chiarezza una cosa diversa (anche perché il dato della Scozia impedisce qualsivoglia interpretazione troppo blairiana del voto) e nessuno di loro riesce a spiccare per unificare il campo comunque molto largo complessivamente che fu nel New Labour.;

– l’effettiva rinascita di una prospettiva di sinistra “hard-nosed” non solo in UK ma in tutta Europa, anche connessa alle ultime vicende è potenzialmente attrattiva sopratutto per una generazione più giovane e relativamente distante, per ora dalla politica5;

4. Se vince Corbyn?

La questione sulla potenziale ineleggibilità di Corbyn gioca un ruolo ambiguo in questo processo, e questo punto consegna a Burnham o Cooper ancora una potente carta da giocarsi rispetto all’esito finale: il meccanismo di espressione delle preferenze spingerà sopratutto i voti più o meno influenzati dai sindacati ad assicurarsi di avere comunque un candidato da favorire oltre Corbyn. Inoltre i sostenitori più accesi degli altri tre potrebbero tatticamente non inserire Corbyn tra le loro preferenze. Nel conto finale questo potrebbe avere il suo peso.

Tra i Tory l’impressione è diversa: all’inizio e forse per reazione al sorprendete risultato elettorale i Tory hanno vigorosamente “sostenuto” l’ascesa di Corbyn. Qualcuno è anche incappato in incidenti di percorso come il deputato Tory che ha cercato di iscriversi ma usando una mail riconoscibile ed a cui il Labour ha risposto trattenendo le 3£ e rifiutando le iscrizioni. Ma non tutti sono così convinti della bontà per il partito Conservatore del successo eventuale di Corbyn. Andiamo con ordine: il Governo Cameron ha la maggioranza più ristretta di sempre della storia recente dei Tory, tutto ciò significa che Cameron può spingere ma fino ad un certo punto sulla radicalità delle posizioni politiche. . Allister Heath, analista del Telegraph ha spiegato perché secondo lui la vittoria di Corbyn sarebbe un disastro:“The centre ground move inexorably towards a more statist position.” Alcuni Tory in sostanza hanno paura che succeda al rovescio quello che è accaduto a Margaret Thatcher. Appena eletta era considerata – dai Tory – una poco più di una radicale senza speranza. Il Labour contava seriamente di vincere le elezioni del 1979 ed invece la storia è andata come è andata. Come scriveva l’ex leader nelle sue memorie: “Socialism represents an enduring temptation […] No one should understimate Labour’s potential appeals.”

Ma se questo è lo spettro delle reazioni dei Tory, è nel Labour che la vittoria di Corbyn potrebbe determinare esiti davvero sorprendenti. I più radicali sostenitori di Corbyn ritengono possibile anche un vero e proprio “coup” del PLP che ha comunque la facoltà di sfiduciare un leader o di chiederne la conta. Ma la situazione in effetti appare più complessa della semplice “guerra civile”. Ed è più complessa sia per Corbyn che per i suoi oppositori.

Che il PLP uccida il suo leader subito appare francamente difficile dato che si rivoterebbe con le stesse regole e con un partito a quel punto del tutto determinato a cancellare la destra interna. Per non parlare del fatto che chiunque si macchiasse della morte politica di Corbyn diventerebbe radicalmente incandidabile (servirebbe qualcuno a spiccate tendenze politiche suicide…). Molto più probabile è che il PLP decida di rompere le scatole in maniera più soft al suo leader dandogli la corda sufficiente per impiccarsi da solo. Ad esempio con l’aumento vertiginoso dei leak verso la stampa. In questo senso alcune dichiarazioni di grandi dirigenti laburisti come Umunna e Kendall sulla loro indisponibilità a lavorare in un eventuale Shadow Cabinet di Corbyn sono indicative. Inoltre Corbyn ha in mano tre armi per indurre il PLP ad essere molto più collaborativo: primo nessun laburista volontariamente e senza strategia abbandonerà il suo status di front bench. Corbyn cioè potrà contare su larghi spazi politici per comporre la sua squadra; secondo il tema della mandatory reselection. Il CLP e le associazioni affiliate negli anni 70 avevano ottenuto il potere di decidere la non ricandidabilità di un deputato. Se il clima si facesse infuocato Corbyn potrà provare a portare alla Conference del partito un ritorno alle regole degli anni 70 con effetti facilmente prevedibili dato il clima interno al partito in questo momento; terzo i Tory hanno programmato di rivedere almeno 50 seggi in questa legislatura. Questo significa che ci sono almeno 50 deputati o candidati laburisti che non potranno più di tanto dare fastidio perché si dovranno sottomettere comunque al processo di riselezione.

Da parte sua le difficoltà di Corbyn sono invece opposte: il successo nella scelta del leader non significa necessariamente avere in mano il Partito. Due settimane dopo l’annuncio dei risultati ci sarà la Conference ordinaria del partito dove si determinano gli indirizzi di politica laburista e anche qualche rilevante carica interna. Nell’arco di quelle due settimane probabilmente Corbyn dovrà formare il Governo ombra laburista e quindi la Conference registrerà il clima e la reazione dell’ala newlaburista ad una eventuale vittoria del candidato leftiest. Chi sarà (e chi non ci sarà) dentro lo Shadow Cabinet per Corbyn sarà un grande problema. Seconda difficoltà: il rinnovo di Trident. La flotta dei 4 sottomarini nucleari strategici che andranno in pensione nel 2020. Qui Corbyn si è espresso dichiaratamente contro, ma il Labour con Ed Miliband era a favore. Cameron potrebbe anticipare il voto in Parlamento per far cominciare “col botto” la stagione da leader di Corbyn; terzo fronte l’elezione del vice leader che avviene contestualmente e separatamente da quella del leader. Normalmente il vice leader non svolge funzioni particolarmente rilevanti (tranne sovraintendere il processo di selezione dei candidati), ma per Corbyn il supporto di un Vice leader attivo potrebbe significare un aiuto non da poco. Per converso un Vice leader ostile può essere la via per trovare lo sfogo ad un eventuale “colpo” del PLP; infine il referendum Brexit: l’opinione interna del partito è largamente pro europeista. Corbyn è un “tranquillo euroscettico” come la sinistra laburista da sempre. Questo referendum è per converso una grossa mina sotto il Governo Cameron che rischia di ritrovarsi il partito conservatore diviso a metà. Se anche il fronte europeo diventasse motivo di una violenta conta interna al partito laburista tutto ciò spunterebbe parecchie armi all’opposizione laburista nei confronti di Cameron. Oltre a tutto ciò, c’è la grande mina di qualunque leadership politica: le elezioni. I laburisti, indipendentemente dal leader, hanno di fronte a loro un anno davvero molto difficile: si vota a Londra, ci sono diverse votazioni locali in Scozia e le elezioni regionali in Galles. In Scozia, semplicemente, ci si aspetta un bagno di sangue peraltro appena confermato in alcune byelection locali di consiglieri comunali eletti a parlamentari; in Galles il dato delle elezioni politiche non promette nulla di buono, ed a Londra dove il Labour ha ottenuto dati rilevantissimi alle elezioni politiche, la corsa a Sindaco non sarà così facile6. Se il dato gallese e quello londinese dovessero essere negativi (sulla Scozia neanche ne parliamo) la vita di Corbyn sarà francamente molto complessa.

Per chiudere, si può dire che assieme a quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e nel Partito Democratico americano sotto la crosta della corsa alle presidenziali del 2016, questa esperienza è da seguire per capire se lo spazio per una nuova cultura politica chiaramente anti liberista non è solo un insieme di articoli di economisti più o meno famosi ma anche una possibile piattaforma congressuale e forse oltre. Ma comunque vada l’esito del contest Corbyn ha già smosso le acque della politica inglese. Ha costretto i suoi competitor a frenare lo spostamento a destra, ha smosso una parte consistente dell’elettorato andato via dal partito in questi anni e può rappresentare la base di una nuova piattaforma di sinistra interna che vada molto oltre i confini tradizionali fino a poter immaginare di guidare il partito se non a breve a medio termine.


1# Mai ministro ombra o membro del Governo, fortemente contrario a Blair sulla vicenda della guerra in Iraq

2# http://blogs.spectator.co.uk/coffeehouse/2015/08/jeremy-corbyn-miles-ahead-in-new-labour-leadership-poll/

3# qui segnalo i risultati di due inchieste indipendenti condotte da deputati laburisti: Jon Cruddas che attribuisce l’esito del voto al fatto che il partito è percepito come eccessivamente anti austerity; e Dan Jarvis che invece conentra l’analisi sul distacco del partito dagli strati popolari identificando pericolosissimi swing di voti in una tretina di circoscrizioni tra il Labour e l’UKIP. i tratta di analisi interessati perchè provegono da fronti incrociati: Cruddas è un deputato proveniente dalla sinistra moderata interna; e Jarvis è vicino a Progress. Si veda, inoltre http://www.newstatesman.com/politics/2015/05/20-seats-lowest-turnout-show-labour-voters-drifting-ukip-or-not-voting-all

4# Per spiegare questo fattore è bene usare un esempio. Nel 2010 Ed Miliband vinse la leadership laburista con il 50.65% frutto della somma delle percentuali dei tre collegi elettorali. Se si fosse votato con le regole attuali, al netto delle registrazioni, la percentuale di Miliband jr. sarebbe stata del 54%. Questo perchè ogni collegio pesava un terzo sul totale, indipendentemente dal numero dei voti assoluti espressi: 262 parlamentari hanno contato esattamente un terzo del totale come i 200000 votanti delle associazioni affiliate;

5# qui è bene sottolineare che il Labour alle elezioni del 2015 ha ottenuto percentuali altissime di consenso tra i 18/24enni del Regno. La seconda miglior prestazione di sempre, in percentuale della storia laburista. Più alta di quella di Blair.

6# il Labour farà le primarie per la scelta del candidato Sindaco.


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Nato nel 1984 a Roma. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza. Ha studiato sopratutto i sistemi politici istituzionali anglosassoni ed i partiti politici europei ed americani.

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