“Il demone della politica. Antologia di scritti (1958-2015)” di Mario Tronti
- 18 Giugno 2019

“Il demone della politica. Antologia di scritti (1958-2015)” di Mario Tronti

Scritto da Giulio M. Cavalli

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Tronti e l’autonomia del politico

Il riavvicinamento di Tronti al Pci nella seconda fase della sua attività (1968-1984) si fonda sulla valorizzazione teorica dell’«autonomia del politico», che conduce il pensatore romano a impugnare la formula-slogan «dal salario, al partito, al governo» (p. 22). Questa svolta politico-istituzionale ha le sue radici teoriche nello studio, condotto da Tronti negli anni delle rivolte studentesche, della scienza politica americana e della sociologia tedesca, nonché in quello di taglio storico-analitico delle lotte operaie negli Stati Uniti dopo la crisi del ’29 e della risposta che il New Deal è stato in grado di dare agli squilibri socio-economici della società americana. La “scoperta” del politico, «inteso come apparato statale in senso ampio, che comprende anche i partiti, il ceto politico, le culture politiche» (p. 24), segna l’allontanamento trontiano dal marxismo, per il quale il politico appartiene invece alla sovrastruttura sempre riducibile o comunque riconducibile alla struttura economica della società. Questo cambio di vedute presuppone dunque una critica del marxismo ortodosso attraverso la “lente” della crisi delle scienze europee, che permette a Tronti di superare l’iniziale “scientismo” per guadagnare definitivamente un punto di vista parziale sulla lotta politica di classe, più tardi declinato anche in chiave teologico-politica. Con l’autonomia del politico, la lotta di classe viene allora raddoppiata su un altro livello, che tuttavia, come notano i curatori, «finisce per instaurare rapporti ambivalenti all’interno delle classi stesse: se il New Deal combatte infatti la parte più retriva del capitale, costringendola a fare i conti con la classe operaia organizzata in sindacato, allo stesso modo la classe operaia vede una sua crescita organizzativa e di potenza, ma all’interno di un’iniziativa politica di tipo capitalistico» (p. 24).

In linea con queste considerazioni, il progetto politico trontiano di questo periodo consiste nel «rendere subalterno il capitale con i capitalisti dentro questa stessa società» (p. 280), esercitando su di esso un controllo di tipo politico. Tale progetto viene sviluppato nei primi anni ’70 e trova la sua prima sistemazione nel saggio Sull’autonomia del politico, trascrizione di un intervento a un seminario organizzato da Norberto Bobbio a Torino nel 1972: qui Tronti riflette sul fatto che «il potere espresso dalla classe operaia in fabbrica non si è tramutato in potere politico nello Stato» (p. 26), e individua la causa di ciò nella mancata traduzione sul piano politico di quanto è avvenuto sul piano sociale (che dunque si contrappone esplicitamente al potere politico). A dare man forte alle suddette tesi, in questi anni che coincidono con l’insediamento di Tronti all’università di Siena come professore di filosofia morale e politica, sono le analisi dei classici del pensiero politico e della storia moderna sviluppate nei suoi corsi, rivolte in particolare al Seicento e all’Ottocento, e di cui i saggi su Hegel politico (1976) e Hobbes e Cromwell (1977) costituiscono importanti testimonianze. Dopo la pubblicazione de Il tempo della politica (1980), che riassume la riflessione del decennio precedente, Tronti svolge attività di rilievo nel comitato centrale e nella segreteria romana del Pci, e sarà proprio questa esperienza all’interno del partito a fargli prendere coscienza della crescente distanza tra teoria e prassi politica, che si tradurrà in un nuovo cambio di prospettiva.

La riflessione teologico-politica

Dopo l’esperienza politica nella dirigenza del Pci, nella terza fase della sua riflessione (1985-1998) Tronti pone l’enfasi più sulla comprensione che non sull’azione, quasi a testimoniare la necessità di riflettere, per «disperazione teorica» (citato a p. 37), sui fallimenti del movimento operaio e sulla sua stessa scomparsa sul piano politico e istituzionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Questa fase del pensiero di Tronti segna anche il suo avvicinamento al filone teologico-politico. Attraverso la forzatura teorica delle categorie schmittiane del politico, Tronti scopre infatti «l’esistenza di una dimensione “non politica” del politico» (p. 39): il politico non esaurisce l’ambito delle relazioni umane perché, al di là di esso, si dà una dimensione ulteriore, “trascendente”, che insiste sul politico e anzi lo determina da fuori. «Inizia in questa fase, quindi, la critica alla politica come immanenza totale, una direttrice di pensiero almeno in parte in contrasto con quella del realismo politico, che Tronti continuerà comunque a portare avanti. Questo binomio, inquieto e non pacificabile, di realismo e trascendenza caratterizzerà d’ora in poi le tappe del suo percorso» (p. 39). A partire da qui, la riflessione trontiana si svolge attorno ad alcuni nodi concettuali, che non possono essere qui approfonditi ma solo accennati, e la cui discussione sarà rimandata alle parti successive di questa recensione. Innanzitutto viene constatata una regressione del politico, determinata dalla progressiva tecnicizzazione e laicizzazione della politica; un sintomo significativo di tale spoliticizzazione è la riduzione della politica (e della religione) all’etica, che implica il disconoscimento dell’etica implicita nella politica in favore di un’etica esterna intesa come legge morale astratta e imposta da fuori. Continuando a indagare sul fallimento dell’esperimento sovietico, Tronti sviluppa inoltre una riflessione antropologica sul soggetto politico rivoluzionario, secondo la quale il fallimento della rivoluzione è dipeso da un errore nell’antropologia di Marx, sicché «attraverso quel buco antropologico del marxismo è passata tutta la rivincita del vecchio mondo» (p. 454).

La riflessione teologico-politica di questi anni approfondisce il tema “giovanile” dell’«uno travagliato dal due», da intendersi sia come contraddizione interna al sistema capitalistico (operai-capitale), sia come contraddizione interna alla classe operaia, che è insieme soggetto del capitalismo e sua negazione: programmatico, su queste tematiche, è il confronto tra Marx e Schmitt sul concetto di negazione, istituito in Karl und Carl (1998). Da tutte queste considerazioni risulta un quadro di generale sfiducia verso la politica, che infatti conduce il pensatore romano a decretarne il «tramonto» sul finire del secolo: l’unico modo per fare ancora politica consiste nel riflettere sul «periodo d’oro della politica novecentesca» (p. 45), quasi a voler rimarcare il primato del comprendere sull’agire che costituisce, come detto, il vero filo conduttore dell’ultimo trentennio dell’attività intellettuale di Tronti. Come sottolineano i curatori nell’introduzione, «la disperazione teorica – diversa dalla rassegnazione in chi per altri versi e posseduto dal demone della politica – sembra quindi imporre l’urgenza e l’imperativo di capire un mondo che non si può accettare ne riformare. Così al lampo del pensiero non segue il tuono dell’azione, perché non si danno tuoni in una stagione di avvenimenti senza eventi» (p. 50).

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Scritto da
Giulio M. Cavalli

Laureato in Scienze filosofiche presso l'Università di Bologna con una tesi in filosofia teoretica. È membro di Prospettive italiane (Bologna) e socio fondatore del Centro Studi Giorgio Colli (Torino). Ha al suo attivo pubblicazioni e partecipazioni a convegni nazionali e internazionali.

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