“Il dilemma dell’aragosta. La forza della vulnerabilità” di  Stefano De Matteis
- 04 Febbraio 2022

“Il dilemma dell’aragosta. La forza della vulnerabilità” di Stefano De Matteis

Recensione a: Stefano De Matteis, Il dilemma dell’aragosta. La forza della vulnerabilità, Meltemi, Milano 2021, pp. 232, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Andreas Iacarella

6 minuti di lettura

Nel nuovo mondo pandemico in cui stiamo vivendo, sembra finalmente tornare con forza l’esigenza di una riflessione culturale di ampio respiro, che sappia tessere insieme ripensamento antropologico, sociale, economico, politico. A questa forte richiesta non parrebbe però ancora far seguito una risposta della stessa ampiezza. Risulta anzi difficile districarsi tra una moltitudine di nuove pubblicazioni e instant book che si limitano, in gran parte, a riproporre vecchi schemi concettuali, appena rivestiti di una patina di aggiornamento.

Carlo Ginzburg adottò la felice espressione di «libri dell’anno zero» per identificare quei volumi elaborati nel pieno della Seconda guerra mondiale, quando l’avanzata nazista doveva sembrare inarrestabile1. Libri scritti in situazioni di estrema difficoltà, umana e materiale, ma che provavano, contro ogni logica, a rifondare il pensiero. A compiere un salto, di passione e di intelligenza, contro la ragione assoluta portata al trionfo dalla guerra e dai vari autoritarismi.

La pandemia ha ovviamente connotati di tutt’altro tipo rispetto a quelli di un conflitto mondiale. Ma, al tempo stesso, potrebbe rappresentare anch’essa un momento di crisi globale di una certa idea di mondo: quella propugnata dal dominante neoliberismo, con la sua conseguente antropologia2. Nel contesto attuale servirà forse un tempo maggiore perché si possa assistere a una fioritura di quel genere. Decenni di postmodernismo, pensiero debole, neoscetticismo hanno grandemente indebolito la capacità di elaborazione culturale. Restiamo però speranzosi che questa possa essere l’occasione per riprendere un discorso che appare interrotto.

Il punto di partenza ineludibile diventa però quello di saper elaborare le giuste questioni, di porre le domande che possano instradare la ricerca. È in questo orizzonte che si può collocare il nuovo volume dell’antropologo Stefano De Matteis, Il dilemma dell’aragosta. La forza della vulnerabilità, edito da Meltemi. L’opera non risente in modo negativo della naturale impellenza del contesto pandemico, ma inserisce l’elaborazione di temi vicini al nostro presente in un discorso armonico, di più ampio respiro3. I diversi capitoli appaiono come le note di un diario di bordo, frutto di anni di esperienze, ricerche, insegnamento.

L’aragosta cui fa riferimento il titolo offre l’immagine che fa da filo conduttore al volume. Il crostaceo nasce “nudo”, con il corpo molle esposto, per la cui protezione si formerà naturalmente un resistente carapace. L’armatura non cresce però di pari passo con l’aumentare del volume dell’animale, che dunque è costretto, ciclicamente durante la sua vita, a spogliarsi del vecchio abito e restare esposto, fin tanto che non se ne forma uno nuovo, più adatto alla sua mutata realtà. La sua pelle corazzata «diventa un limite apparentemente invalicabile, che crea malessere e disagio, ma è proprio questo a darle misura del fatto che è arrivato il momento di affrontare quel limite e superarlo. Le indica la strada del cambiamento» (p. 10). È questo il dilemma che l’uomo dovrebbe rubare all’aragosta, secondo l’antropologo: realizzare la provvisorietà dei propri abiti, mentali e culturali, delle proprie difese, aprendosi a un rischio, a una condizione di vulnerabilità, dunque, che contiene però in sé le potenzialità per un cambiamento trasformativo.

Per esplorare le conseguenze di questa proposta, De Matteis intreccia in modo originale analisi “di campo” e riletture di autori classici della riflessione antropologica e non, da Ernesto de Martino a Walter Benjamin. Centrale è in particolare la nozione di limite, inteso al tempo stesso come soglia e come ostacolo, sulla quale a lungo si sono esercitati studiosi quali Van Gennep e Victor Turner. La liminalità è quella condizione tipica dei riti di passaggio, intermedia tra la fase di partenza e quella di arrivo, che è però centrale per comprenderne il funzionamento. È il momento della nudità e della vulnerabilità, in cui «non si è più e non si è ancora», ma da quel fondamentale momento di riformulazione di sé nasce il cambiamento. In questo senso, tipicamente, le fasi liminali aprono spazi di riflessione.

Nel suo capolavoro del 1951, L’uomo in rivolta, Albert Camus poneva alla base di un vero pensiero rivoluzionario il riconoscimento di una comune natura di tutti gli esseri umani, una natura caratterizzata da un limite ontologico4. Proprio perdere questo limite ha portato, secondo il pensatore francese, a «quel esasperato razionalismo che si crede capace di tutto, […] illimitato»5. La nozione di vulnerabilità proposta da De Matteis sembra dialogare con questo aspetto del pensiero di Camus. Contrapponendosi alla temperie esistenzialista, il francese proponeva un superamento del nichilismo che evitasse il rischio di cadere nell’attrazione dell’assoluto. In modo simile, l’antropologo legge la riscoperta di un limite umano come occasione per decostruire l’ideologia della globalizzazione e del postmoderno, che ha nutrito la visione di una «società del possibile, dove tutto può succedere proprio perché sono venute a cadere le limitazioni imposte dalle società tradizionali» (p. 18). Questa credenza diffusa ha dato luogo a una falsa idea di libertà assoluta, che presuppone la cancellazione del passato, del locale, del rapporto immediato6.

In questa operazione di decostruzione e riscoperta della vulnerabilità come occasione riflessiva, De Matteis ribadisce come l’antropologia costituisca uno dei saperi che può essere più proficuamente interrogato. Un ruolo rinnovato nel dibattito pubblico potrebbe aiutare una volta per tutte a «combattere stereotipi o luoghi comuni sulla famiglia, la natura, la malsana idea che ancora imperversa dell’esistenza delle razze, o nelle discussioni sui generi e le procreazioni assistite» (p. 173). Potrebbe insomma rafforzare in quel processo di «decolonizzazione della mente», per usare l’espressione dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o.

In questa direzione, il volume offre il resoconto di diverse esperienze concrete nelle quali è stato possibile per l’autore impiegare i propri strumenti del mestiere per interpretare il reale: dallo smascheramento di persistenti stereotipi di genere alla possibilità di intervento in un caso di violenza domestica. De Matteis avanza quindi la proposta, tutta da sperimentare, di operatori che siano in gradi di svolgere, per esempio nel lavoro con i migranti, un ruolo di veri e propri performer culturali. Mediatori che siano cioè in grado, con gli strumenti concettuali dell’antropologia, di operare in rapporto ai singoli individui concependoli nella loro reale complessità umana e culturale. Mettendo in atto «la relazione fondamentale Io-Tu», avendo la «capacità di fare con le parole e agire con esse», per «condividere lo spazio dello scambio e immaginare soluzioni e alternative» (pp. 152-153): il performer, dunque, come figura che può aprire nuovi orizzonti culturali, da costruire insieme, come esperto nella strutturazione e ristrutturazione delle relazioni.

Siamo così arrivati all’altro aspetto centrale del testo. Perché se è vero che nasciamo, come l’aragosta, nudi, in attesa di costruirci le nostre difese. È altrettanto vero, scrive De Matteis, che non nasciamo mai soli. La relazione è lo spazio primario della nostra esperienza nel mondo. Chiarissime su questo punto alcune righe di de Martino, citate dall’autore:

«La nostra inaugurale esperienza cosmogonica si compì attraverso il calore del corpo materno, quando cominciò oscuramente a spartirsi, secondo il confine della pelle, la primissima patria culturale dell’esserci al mondo. Fu quel calore effettivamente sopraggiunto al confine della pelle che dischiuse per noi il cammino, il lungo cammino, di progressivo appaesamento della terra incognita del mondo7».

La costruzione della nostra vita individuale avviene in una dimensione collettiva: è nello spazio della separazione e del contatto con gli altri che si realizza quel fondamentale dialogo che informa di sé le nostre azioni e il nostro muoverci nel mondo. Stando tra gli altri e insieme a loro, l’uomo si inserisce in una patria culturale, in un universo fatto di relazioni, tradizioni, significati che vengono assunti nel proprio fare.

Da questo punto di vista, l’antropologia performativa o dell’esperienza offre lo spazio riflessivo per comprendere di quali elementi è costituita una vita: le scelte che rivelano «gli strati profondi del suo pensiero sociale e culturale», i contesti, le tradizioni, gli incontri che lo agiscono. Torna centrale il tema della decostruzione: di questo intreccio deve potersi fare discorso, soprattutto quando gli abiti che ci siamo costruiti sono in realtà delle gabbie che indeboliscono o impediscono l’azione.

La via che ripercorre l’autore è quella, dunque, di una socializzazione dell’individuo che non sia massificazione. Quella che possa permettere l’apertura di spazi riflessivi e autoriflessivi, concepiti nel rapporto indispensabile con l’altro. Il limite della natura umana rappresenta la sfida costante che uomini e donne devono abbracciare nella loro pratica quotidiana: «avere la consapevolezza del limite significa poter immaginare l’orizzonte che si cela oltre di esso» (p. 80). È questo, forse, il cuore dell’intero volume: la consapevolezza del limite, del confine dentro al quale ci troviamo ad agire, in rapporto e insieme agli altri, si deve tramutare in spinta vitale e trasformativa. «Il limite è superamento, condizione di vita, è conoscenza e condivisione. È partecipazione alla comunità e difesa e rafforzamento delle comunità» (p. 81). È la soluzione al dilemma dell’aragosta: la forza umana è nel riconoscere questo limite come occasione di ripensamento, nell’accettare una condizione di “nudità” come base della costruzione di nuove possibilità. L’autore ci offre così un invito a fermarsi, a riconoscere nella comune vulnerabilità, nella fallibilità, ciò che unisce la nostra specie. Fare tesoro del limite per mettere insieme le forze e poter ripensare un’azione realmente collettiva.


1 Clara Gallini et alii, “La fine del mondo di Ernesto de Martino”, Quaderni storici, XIV, n. 40 (1979), p. 239. I testi cui lo storico fa riferimento sono: Dialettica dell’illuminismo di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Il mondo magico di Ernesto de Martino, Paura della libertà di Carlo Levi, Apologia della storia di Marc Bloch e Una storia modello di Raymond Queneau.

2 Su questo, cfr. Ernesto Longobardi e David Natali (a cura di), L’essere umano e l’economia. Ricerche per una nuova antropologia, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2019.

3 Due capitoli, frutto di una vasta ricerca condotta dall’autore su tutto il territorio nazionale nelle diverse fasi di lockdown, offrono l’occasione di mettere alla prova le riflessioni del testo, di approfondirle, senza per questo schiacciare l’analisi sulla stretta attualità.

4 A. Camus (1951), L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 2014, pp. 321-329.

5 G. Gaetani, “Oltre il nichilismo: il «sole invincibile» di Albert Camus”, Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia, anno 11 (2010).

6 Sugli stessi temi, cfr. Stefano De Matteis, Le false libertà. Verso la postglobalizzazione, Meltemi, Milano 2017.

7 Ernesto de Martino (1977), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, Torino 2002, p. 618.

Scritto da
Andreas Iacarella

Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

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