Il duplice sistema culturale e turistico: digitalizzazione e sostenibilità
- 20 Dicembre 2021

Il duplice sistema culturale e turistico: digitalizzazione e sostenibilità

Scritto da Arianna Becciu

12 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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I settori culturale e turistico si collocano all’interno del PNRR «Italia domani» nella Componente 3 della Missione 1 (M1C3): «Turismo e Cultura 4.0». Riconosciuti quali elementi strategici per il rilancio della competitività e produttività del Paese, la cultura e il turismo risultano assegnatari di un investimento totale di 6,68 miliardi di euro, finalizzati a rigenerare il patrimonio culturale e turistico nazionale, valorizzare gli asset e le competenze distintive e accelerare il processo di digitalizzazione. In aggiunta, nel Fondo complementare al PNRR sono stati stanziati 1,45 miliardi di euro per il «Piano di investimenti strategici su siti del patrimonio culturale, edifici e aree naturali» inteso a finanziare 14 interventi di restauro, riqualificazione e valorizzazione su altrettanti grandi attrattori del territorio nazionale. M1C3 costituisce il 3,5% dell’importo del PNRR (191,5 miliardi di euro), un investimento inferiore in termini percentuali rispetto a quello dedicato alle componenti cultura e turismo nei Piani analoghi in Francia (5% di un investimento totale di 39,4 miliardi di euro e in Spagna (6% di 69,5 miliardi di euro), ma superiore al corrispettivo greco (2,8% circa su 31,1 miliardi di euro).

Lo shock provocato dalla pandemia in questi settori[1] è stato estremamente gravoso anche in considerazione del periodo di crescita che li stava interessando[2]; il Piano ha, pertanto, strutturato gli investimenti in quattro aree di azione per risanare le perdite registrate e rilanciare i settori migliorando il posizionamento strategico internazionale dell’Italia. Per la realizzazione degli interventi viene indicata la necessità di una stretta collaborazione tra gli attori pubblici, privati, comunità e cittadini, in linea con le dichiarazioni sulla partecipazione al patrimonio della Convenzione di Faro[3] e con il Quadro d’azione europeo sul patrimonio culturale[4].

 

Patrimonio culturale per la prossima generazione: digitalizzazione, accessibilità e sostenibilità

Il primo ambito di intervento (per un totale di 1,1 miliardi di euro) su cui si esprime il PNRR si pone l’obiettivo di creare un ‘patrimonio digitale della cultura’ che costituisca un lascito in evoluzione per le generazioni a venire. I tre cardini strategici su cui si struttura la pianificazione coincidono con le priorità definite a livello nazionale: innovazione, inclusione e sostenibilità. Le azioni strategiche aspirano a costruire nuovi spazi digitali di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale in grado di consentire modalità alternative di fruizione e, conseguentemente, amplificare le occasioni di impresa fondate sulla circolazione della cultura e della conoscenza.

Nel quadro proposto dal Piano, le sostenibilità sociale e ambientale diventano ragione e strumento di crescita dell’intero settore. In riferimento all’aumento delle possibilità di partecipazione sociale alla fruizione del patrimonio, si dichiara l’intento di rimuovere ogni forma di ostacolo alla sua accessibilità: dalle barriere fisiche, architettoniche e senso-percettive (considerando i limiti strutturali di molti dei luoghi di fruizione e delle norme di protezione all’integrità dei beni culturali stessi), alle ancor più complesse e delicate barriere culturali e cognitive che necessitano di un’attenta e consapevole mediazione culturale. Per la realizzazione di questo ambizioso obiettivo, si richiede un notevole sforzo nelle iniziative di formazione del personale preposto alla facilitazione della fruizione che, come noto, non è sempre direttamente amministrato dal Ministero della Cultura (MiC) o da altri enti pubblici, ma spesso dipende da soggetti terzi quali fondazioni, cooperative, società strumentali e non o associazioni di volontariato, che gestiscono in cessione attività e servizi culturali connessi al patrimonio pubblico. Al contempo, la sostenibilità ambientale nelle strutture culturali (cinema, teatri e musei, pubblici e privati) viene promossa con interventi volti a migliorare l’efficienza energetica, tramite modifiche strutturali ai sistemi di illuminazione, climatizzazione, comunicazione e sicurezza. La frammentazione dei modelli gestionali e dei soggetti amministratori delle istituzioni culturali rappresenta la principale problematicità nella costruzione di un approccio univoco e integrato alla cultura della sostenibilità, intuitivamente bisognosa di canoni e protocolli omogenei che, auspicabilmente applicabili alle diverse realtà, risultino trasversalmente efficaci al raggiungimento di standard nazionali comuni.

I punti cardine – innovazione, accessibilità e sostenibilità –, su cui si orienta tale visione prospettica del cultural heritage, hanno il potenziale strategico per concorrere sul lungo periodo ad una graduale riconsiderazione e rilancio del patrimonio e alla pianificazione di nuovi criteri e modelli di conoscenza, a tutela e godimento dello stesso. Tale missione assume ancor più rilievo in riferimento a quella parte di patrimonio nazionale attualmente invisibile per il pubblico ma che, più di tutte, avrebbe dovuto esserne destinataria: il patrimonio culturale in stato di (semi-)abbandono e sottoutilizzo, il patrimonio situato all’interno dei depositi e magazzini statali, il patrimonio sommerso e subacqueo.

 

Tutela e rigenerazione dei siti culturali, rurali e religiosi

Il PNRR dedica un ambito di intervento (di 2,72 miliardi di euro) a recuperare e rigenerare il patrimonio rurale, paesaggistico, religioso e i piccoli siti culturali presenti sul territorio nazionale. Oltre ad essere scarsamente considerata a causa dell’imponente forza attrattiva esercitata dai siti di maggior fama disseminati nel territorio nazionale, gran parte di questo patrimonio ‘invisibile’ verte in condizioni di incuria o degrado, inadeguata valorizzazione e scarsa divulgazione. La progettazione degli investimenti pianificati aspira a direzionare i flussi dei visitatori verso tali target culturali secondo un principio di sostenibilità, alleviando dal peso del turismo intensivo le mete più note e valorizzando beni attualmente meno conosciuti e fruiti del patrimonio nazionale.

Un primo obiettivo mira a rivitalizzare il tessuto socioeconomico dei borghi e delle località rurali tramite una valorizzazione culturale e turistica degli stessi. Il Piano Nazionale Borghi si comporrà di attività volte a riqualificare e recuperare il patrimonio storico dei borghi italiani e a sostenere finanziariamente le imprese locali, mirando a rendere i siti minori oggetto di interesse turistico tramite la promozione di nuovi itinerari sostenibili in grado di rilanciare le economie e gli spazi culturali di questi territori. Il nuovo turismo sostenibile avrà per oggetto anche il patrimonio architettonico e paesaggistico rurale, attualmente sottoutilizzato, recuperando anche il relativo patrimonio culturale immateriale di prodotti, pratiche, saperi e tradizioni. La condizione di abbandono di questi luoghi è già da tempo all’attenzione delle Autorità che, sin dalla Strategia nazionale per le aree interne del 2013[5], cercano di opporsi ad un fenomeno crescente di spopolamento e marginalizzazione (economica, sociale e dei servizi). Al fine di rendere i borghi e le comunità rurali soggetti agenti e non destinatari meramente passivi, alla valorizzazione culturale e turistica del patrimonio nazionale dovrebbe accompagnarsi la progettazione di piani integrati per la fornitura di infrastrutture e servizi, essenziali a promuovere l’auspicato ritorno nelle aree interessate di una popolazione stanziale. Come sottolineano le affermazioni dalla Convenzione di Faro, senza una comunità che sia destinataria e custode vivente del patrimonio culturale, incarnandone i valori e arricchendone l’eredità, il patrimonio corre il serio rischio di trasformarsi in mero contenuto di fruizione, perdendo autenticità e valore.

L’attenzione per la sostenibilità ricopre un ruolo strategico anche in riferimento al patrimonio culturale ambientale e religioso: il PNRR ne tratta sia in quanto oggetto di interventi di protezione dalle calamità naturali sia quale strumento promotore della tutela e formazione ambientale della cittadinanza. Parchi, ville e giardini storici, coinvolti in un processo di recupero e ripristino, verranno proposti quali centri di inclusione sociale e regolazione ambientale, permettendo la partecipazione dei cittadini nel percorso inteso alla salvaguardia del patrimonio ambientale storico ed offrendo nuovi spazi verdi di aggregazione e identità culturale condivisa. Per contrastare gli effetti devastanti delle calamità naturali (derivanti, oltre che dalle peculiarità geologiche del nostro Paese, anche dalla devastante azione antropica e dalla crisi climatica in atto), sono stati pianificati – tramite il Recovery Art Conservation Project – investimenti volti a prevenire e sanare i danni al patrimonio, predisponendo sistemi antisismici tesi alla sicurezza del Fondo Edifici di Culto e realizzando depositi ad hoc per le opere danneggiate. Una voce specifica ad alto valore innovativo riguarda la realizzazione del Centro Funzionale Nazionale per la salvaguardia dei beni culturali da rischi di natura antropica e naturale (CEFURISC), istituzione che impiegherà tecnologie d’avanguardia per le attività di monitoraggio, sorveglianza e gestione dei luoghi culturali.

 

Industrie culturali e creative 4.0

Con il fine di sostenere e rafforzare le industrie culturali e creative in chiave 4.0, il PNRR definisce due priorità (per un investimento totale di 0,46 miliardi di euro): il potenziamento della competitività del settore cinematografico nonché l’aggiornamento e l’evoluzione degli operatori del settore culturale. Il primo investimento si concretizza nel Progetto Cinecittà che mira a modernizzare gli storici Studi cinematografici romani (gestiti dall’Istituto Luce Cinecittà) e la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, per rilanciarne le attività tramite l’innovazione, anche tecnologica, di processi e di servizi. La seconda azione strategica prevede la formazione e il capacity building per professionisti e operatori dell’industria culturale: ciò, sia accrescendo capacità economiche e gestionali finalizzate a facilitare l’attuazione di progetti innovativi, sia incoraggiando l’adozione di un modus operandi sostenibile che incentivi un ‘approccio verde’ in tutta la filiera di produzione per ridurne l’impronta ecologica.

Il quadro di azione prevede, inoltre, una riforma strutturale per la redazione degli appalti pubblici per eventi culturali finanziati, organizzati o promossi da Amministrazioni pubbliche, i quali dovranno includere nuovi criteri di sostenibilità sociale e ambientale. Per raggiungere un effetto duraturo e tangibile di miglioramento dell’impronta ecologica degli eventi culturali (mostre, festival, eventi musicali, ecc.), il PNRR sostiene che l’introduzione dei nuovi criteri per la partecipazione agli appalti pubblici consentirà la diffusione di modelli operativi e tecnologie sostenibili impattando virtuosamente sull’evoluzione del mercato.

Sebbene gli interventi concepiti rispondano a bisogni presenti nel territorio nazionale, l’approccio adottato attesta una visione strategica parziale del sistema produttivo culturale. La volontà di innovazione racchiusa nell’espressione ‘4.0’ dell’intestazione di questa area del Piano si esaurisce nel solo settore cinematografico, senza prevedere (o quanto meno menzionare) un’estensione o declinazione degli stessi principi strategici negli ulteriori comparti culturali, quali editoria e stampa, videogiochi e software, arti performative, musica, architettura e design, arti visive[6]. L’innovazione digitale e la trasformazione sostenibile – attuata anche per mezzo delle nuove tecnologie – dovrebbero acquisire il ruolo di leve strategiche per il cambiamento in tutte le industrie culturali e creative presenti in Italia al fine di permettere una reale crescita del macrosettore culturale in termini qualitativi e competitivi nello scenario internazionale. La visione innovativa dichiarata negli obiettivi strategici nel Piano risulta penalizzata da una mancata inclusione di comparti industriali essenziali che avrebbero potuto innescare un progresso sistemico e osmotico. La pianificazione di strategie meno settoriali e più trasversali avrebbe probabilmente favorito, attraverso l’enunciazione di nuovi canoni e obiettivi nella definizione dei processi produttivi e organizzativi, un’evoluzione progressiva per le industrie creative, sostenendole nel percorso di adattamento e traduzione dei principi della quarta rivoluzione industriale.

 

Turismo 4.0

Considerata l’importanza economica che il turismo riveste per l’Italia[7], il PNRR si costituisce quale occasione per innovare il settore e migliorare la sua capacità competitiva e il posizionamento su scala internazionale. La pianificazione degli interventi (per un investimento complessivo di 2,4 miliardi di euro) è stata definita con lo scopo di modernizzare e potenziare le strutture, i servizi e le competenze delle imprese, puntando su sostenibilità e digitalizzazione. L’investimento maggiore (1,79 miliardi di euro) riguarda i fondi strutturati per incrementare gli standard di offerta delle strutture ricettive e la sostenibilità economica e ambientale delle infrastrutture, incoraggiando una sistematica innovazione e l’upgrade dell’offerta sul territorio nazionale. Viene annunciata, inoltre, la riforma dell’ordinamento professionale delle guide turistiche al fine di uniformare a livello nazionale gli standard di prestazione del servizio.

Le recenti innovazioni tecnologiche costituiscono una risorsa preziosa al servizio del settore turistico e, al fine di sfruttare tale potenzialità, il Piano prevede la creazione di un Hub del turismo digitale: un’infrastruttura informatica che connetta e integri l’ecosistema turistico italiano valorizzando e ampliando la sua efficacia ed efficienza. L’Hub avrà il compito di integrare e sviluppare modelli di monitoraggio e profilazione dei flussi turistici attraverso la creazione di un data lake e l’uso dell’intelligenza artificiale fornendo, inoltre, agli operatori delle aree più svantaggiate del Paese un kit di supporto per la digitalizzazione dei servizi. L’Hub servirà anche a mettere in scala e sviluppare il già esistente portale Italia.it, promuovendo, arricchendo e sistematizzandone contenuti e servizi per turisti e operatori turistici.

Per la costruzione di mete turistiche alternative, il PNRR ha proposto Caput Mundi, un progetto che intende sfruttare l’attrattività della Capitale e dei prossimi grandi eventi previsti (Ryder Cup nel 2022 e Giubileo nel 2025) per costruire nuovi itinerari turistici sostenibili. I percorsi offerti saranno diramati dal centro di Roma verso le zone più periferiche della città e altri siti regionali e nazionali, valorizzando il patrimonio riqualificato e offrendo esperienze e attività differenziate sulla base della segmentazione degli utenti e di tipologie di turismo alternative (enogastronomico, di avventura, esperienziale, ecc.). La tecnologia contribuirà, inoltre, alla promozione di contenuti e proposte turistiche tramite lo sviluppo di una specifica app. Gli investimenti previsti concorreranno anche alla realizzazione di interventi di recupero, rinnovo e digitalizzazione del patrimonio diffuso dell’Urbe con sei progetti (Patrimonio culturale di Roma per Next Generation EU; Dalla Roma pagana alla Roma cristiana; #Lacittàcondivisa; #Mitingodiverde; #Roma4.0; #Amanotesa) intesi a valorizzare e integrare la vita dei cittadini con la vocazione turistica della città.

I provvedimenti previsti per il settore turistico dimostrano l’intento del governo di potenziare il suo valore strategico negli anni a venire, cercando di attenuare gli effetti devastanti causati dalla pandemia e dal blocco del comparto a livello internazionale. Le iniziative pianificate, tuttavia, risulterebbero poco efficaci senza un’adeguata risoluzione di problematiche che sistematicamente inficiano la qualità percepita dell’offerta italiana. L’assenza di un sistema di trasporti efficace, capillare e sostenibile potrebbe seriamente ostacolare iniziative volte a promuovere percorsi e mete alternative nonché la valorizzazione turistica del patrimonio rurale e dei piccoli siti che ci si accinge a sostenere. L’offerta è frequentemente danneggiata da una parcellizzazione degli agenti e dalla scarsa conoscenza di luoghi, itinerari ed esperienze da parte dei turisti; necessita, pertanto, di maggior coordinamento (specialmente digitale, come richiede l’approccio 4.0) a livello locale, regionale e transregionale per potenziare la comunicazione e sopperire ai ‘vuoti’ di proposte, incentivando così la creazione di impresa giovanile e femminile (categorie di primario interesse nel Piano) e promuovendo lo sviluppo di nuove tipologie di turismo non ancora adeguatamente attenzionate (turismo creativo, sportivo, ambientale ed eco-turismo, turismo solidale e sociale, turismo termale e sanitario). Da ultimo, risulta assente una specifica strategia in riferimento al turismo interno: accrescere e incoraggiare una domanda interna dei cittadini italiani avrebbe ricadute importanti in termini di sostenibilità (ambientale e sociale) proponendosi quale veicolo di crescita sociale, di consapevolezza e conoscenza culturale della popolazione. Il turismo interno, difatti, permettendo di potenziare i valori storici e identitari nazionali, costituirebbe un importante strumento di partecipazione al patrimonio diffuso del nostro Paese.

 

Conclusioni

Nelle intenzioni dichiarate nel Piano, la scelta di inserire i settori culturale e turistico nella Missione 1, rivolta all’innovazione e alla competitività del Paese, viene giustificata «sia in quanto espressione dell’immagine e ‘brand’ del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale»[8]. La visione binomia dei due settori si attesta quale scelta strategica di lungo corso, confermata anche dalle politiche governative nonostante nel 2021, a distanza di 28 anni dall’abrogazione[9], sia stato nuovamente istituito il Ministero per il turismo, separandolo da quello della cultura. La consolidata relazione tra cultura e turismo, espressioni generalmente inscindibili nella cifra dell’offerta italiana, non dovrebbe, tuttavia, limitare la promozione di un evolversi autonomo di tali settori. Il programma di crescita definito dal PNRR si declina attraverso opzioni innovative di tipo incrementale per entrambi i settori, convalidando impostazioni e approcci ormai stabili nella governance. I progetti e gli investimenti pianificati, pur evidenziando una ancora limitata propensione ad un approccio innovativo radicale, garantiscono comunque efficace risposta ad esigenze di sviluppo digitale e sostenibile, guidando una trasformazione indirizzata alla gestione dei processi e degli strumenti piuttosto che ad un diverso orientamento concettuale e prospettico di cultura e turismo.

Le opportunità per concepire e rilanciare il turismo, difatti, possono generarsi percorrendo direttrici altre rispetto alla fruizione del patrimonio culturale, creando occasioni di produrre innovazione e impresa. Il settore turistico dovrebbe essere ridefinito e programmato come vera e propria industria all’avanguardia, in grado non solo di competere ma di trasformare e costruire nuovi modelli di business e opportunità trasversali anche in connessione con stili di vita emergenti (si veda il fenomeno crescente del south working[10]), sfruttando le recenti tecnologie[11] e la tendenza alla servitization[12] dell’economia contemporanea con riguardo alla sostenibilità ambientale. E ancora, la cultura non può essere considerata unicamente dal Paese brand image e settore economico, ma deve essere maggiormente declinata e valorizzata in relazione alla sua missione primaria, quale strumento di condivisione e educazione all’etica civica collettiva rispondendo alle impellenti domande di maggior sostenibilità sociale. Alla luce dei considerevoli processi sociodemografici in atto (invecchiamento della popolazione, riduzione delle nascite, fenomeni migratori, ecc.), la partecipazione al patrimonio nazionale – come, peraltro, sottolineato dalla Convezione di Faro e dal Quadro d’azione europeo precedentemente citati – si costituisce quale indefettibile leva per la crescita e lo sviluppo della cittadinanza, funzionale a corrispondere alle emergenti istanze di integrazione sociale e trasmissione alle generazioni future di valori identitari condivisi, nazionali ed europei.


[1] Secondo le stime del Ministero della Cultura, in un anno, il numero dei visitatori nei soli musei in Italia ha registrato una contrazione del -75,6% (da 54,8 milioni di visitatori nel 2019 a 13,3 milioni nel 2020). Per i flussi turistici, l’ISTAT ha calcolato 219 milioni di presenze in meno (-52,2%).

[2] Il rapporto Io sono Cultura 2020 della Fondazione Symbola indica per il sistema produttivo culturale una crescita sia in termini di valore aggiunto del +1% rispetto al 2018 con 90 miliardi di euro (circa 6% del valore aggiunto italiano), sia in termini occupazionali (+1,4%, impiegando circa 1,55 milioni di persone).

[3] La Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società – redatta a Faro nel 2005, firmata dall’Italia nel febbraio 2013 e ratificata nel settembre del 2020 – sancisce il «diritto al patrimonio culturale» quale strumento di sviluppo della crescita e della qualità della vita della comunità, «erede culturale» e responsabile della tutela e gestione del patrimonio stesso.

[4] Il Quadro d’azione europeo sul patrimonio culturale, stilato nel 2019 dalla Commissione europea a seguito dell’Anno europeo del patrimonio culturale nel 2018, sottolinea l’importanza sociale ed economica della cultura e del patrimonio culturale che, attraverso un approccio partecipativo e integrato, è in grado di rafforzare il senso di appartenenza a uno spazio culturale e politico comune europeo.

[5] La Strategia nazionale per le aree interne – SNAI nasce nel 2013 dalla volontà del Ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, e dell’Agenzia per la coesione territoriale che mira ad individuare e riqualificare le aree del territorio nazionale periferiche rispetto ai servizi essenziali (istruzione, sanità e trasporti) e contrastarne il progressivo declino demografico.

[6] Si consideri che, secondo i dati relativi al 2019, i soli comparti ‘editoria e stampa’ e ‘videogiochi e software’ risultano i più produttivi del settore culturale, costituendo rispettivamente lo 0,7% e lo 0,8% del prodotto totale dell’economia italiana. La filiera editoriale è unicamente citata in M1C2 «Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo», dove il primo investimento «Transizione 4.0» prevede che agli incentivi fiscali saranno ammessi anche gli investimenti a sostegno della trasformazione tecnologica e digitale della filiera editoriale.

[7] Secondo i dati elaborati dalla Banca d’Italia, nel gennaio del 2020, prima dello shock provocato dalla pandemia, il turismo generava il 5% del PIL italiano (13% se considerato il PIL generato indirettamente) e dava lavoro al 6% degli occupati.

[8] Pagina 84 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza #NextGenerationItalia «Italia domani».

[9] Si fa riferimento al Ministero del turismo e dello spettacolo, istituito con la Legge 31 luglio 1959 n. 617 (Governo Segni II), soppresso tramite i referendum abrogativi del 1993.

[10] Fenomeno legato alla gestione del lavoro da remoto (smartworking) dovuta all’emergenza della pandemia Covid-19 che ha permesso a molti lavoratori e studenti fuori sede di tornare a lavorare e abitare stabilmente nei propri luoghi d’origine, specialmente nel Mezzogiorno.

[11] Si veda l’uso delle cosiddette ‘tecnologie abilitanti’ previste dalla quarta rivoluzione industriale quali Internet of Things, intelligenza artificiale (AI), realtà aumentata (AR), blockchain, robotics, big data, advanced manufacturing solution, ecc.

[12] La ‘servitizzazione’ si riferisce alla crescente tendenza nel panorama industriale a trasformare i propri prodotti in servizi, passando da modello di business basato sulle transazioni (vendita di un prodotto) ad uno incentrato sulla relazione con il cliente (fornitura di un servizio) caratterizzato da contratti a lungo termine, come nei celebri casi di Netflix o Spotify.

Scritto da
Arianna Becciu

Dottoranda di ricerca in Economia aziendale e Management presso l’Università di Pisa, l’Università degli Studi di Siena e l’Università degli Studi di Firenze, si è laureata in Studi storico-artistici presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e ha conseguito la laurea magistrale con lode in Economia e Gestione delle Arti e delle attività culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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