Il fondamentalismo islamico e la questione israelo-palestinese. Seconda parte

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulla complessità della situazione mediorientale e sull’Islam.

Qui gli articoli precedenti:

1) Jihad e sharing economy. La guerra non serve di Enrico Cerrini

2) Lo Stato Islamico e la globalizzazione neoliberista di Alessio Aringoli

3) Per una soluzione politica contro lo Stato Islamico di Giacomo Cucignatto

4) L’Islam e l’individuo. Una problematizzazione del fondamentalismo di Francesco Scanni

5) Non per contagio si diffonde l’Islam di Simone Benazzo

6) Il fondamentalismo islamico e la questione israelo-palestinese. Prima parte di Aurora Trotta


Il 1967 fu l’anno in cui nel dibattito politico interno la questione religiosa cominciò a rafforzare le fila dei fondamentalismi, svelando le fratture interne al panarabismo e ribadendo l’autonomia dei singoli Stati arabi nelle relazioni internazionali.

Il 1967 come crocevia storico

A ridosso del 1967 Siria, Giordania e Egitto stipularono un’ alleanza, preparando di fatto lo scontro con Israele. Le motivazioni alla base di questo clima di alta tensione nella regione furono: la guerriglia dell’OLP contro gli israeliani, la minaccia israeliana ai confini con gli Stati arabi e il problema dei profughi. Dopo il 1948 e il 1956 Israele godeva di una presunta superiorità militare capace di fare da deterrente per gli attacchi dei suoi vicini arabi. Ciò nonostante il revanchismo arabo non era del tutto sopito, mentre Israele cominciava a sentire la necessità di un nuovo conflitto per arrivare alla resa dei conti. Il 5 Giugno del 1967 Israele dichiarò guerra all’Egitto, in seguito all’occupazione di quest’ultimo del Sinai e dello stretto di Tiran (in seguito a un accordo internazionale per il ritiro delle forze di occupazione UNEF). In sei giorni Israele vinse la guerra che gli permise di allargare i suoi confini a nord nelle alture del Golan, a est in tutta la Cisgiordania inclusa Gerusalemme est e a sud nella pianura del Sinai. Queste conquiste territoriali rappresentano ancora oggi per Israele un’arma diplomatica potentissima che ne garantisce l’esistenza. Dall’altro lato, il conflitto minò la popolarità di Nasser, da sempre rappresentante delle aspirazioni panarabe, che morì pochi anni dopo, nel 1970, per un infarto cardiaco. In Giordania il conflitto del 1967 lasciò la minaccia dei guerriglieri palestinesi e dei loro attentati terroristici, mentre re Hussein, davanti a un palcoscenico internazionale che entrava in contatto con il terrorismo, sentì minacciata la sua autorità. Cosicché il 17 settembre 1967 diede il via all’assalto da parte dell’esercito giordano delle roccaforti palestinesi, mentre l’esercito siriano diede il suo appoggio ai guerriglieri palestinesi. Erano ormai evidenti le contraddizioni del progetto panarabo. Questo episodio, che non sfociò in un ulteriore conflitto grazie alla mediazione di israeliani e americani, viene ricordato come “settembre nero”. E’ possibile notare come lo scenario sia totalmente diverso rispetto ai rapporti di forza antecedenti al 1967: Yasser Arafat è a capo dell’ OLP dal 1969, Sadat è il nuovo Capo del Governo Egiziano, Al-Bakr grazie a un colpo di Stato, prende il potere in Iraq nel 1968 e Hafez Al-Assad è a capo della Siria. Il sentimento anti-israeliano è il loro comune denominatore, mentre la volontà di una rivincita si fa sempre più manifesta. La Guerra dello Yom-Kippur scoppia con questi presupposti nel 1973, portando tutto il mondo arabo e islamico, comprese le monarchie del Golfo Persico riunite dentro al cartello OPEC, a coalizzarsi. E’ un evento storico molto particolare in quanto l’impatto psicologico di questo conflitto nel mondo occidentale metterà in crisi l’ottimismo progressista di una certa cultura politica liberale, mentre si inizierà a riflettere sui limiti della crescita economica e sulla sostenibilità ambientale dello sviluppo. Non solo, possiamo dire che il 1973 è l’anno in cui ha inizio il periodo delle ricorrenti crisi economiche in Occidente, sancendo di fatto la perdita del suo indiscusso primato economico nel contesto globale. Ritornando al conflitto, la Guerra dello Yom-Kippur riportò sotto il controllo egiziano il Sinai, mentre gli israeliani rimasero negli altri territori, provocando nell’OLP e nel popolo arabo-palestinese la radicalizzazione del sentimento anti-israeliano, rafforzando le frange estremistiche. Nella fattispecie: nonostante l’impegno del Presidente americano Jimmy Carter dimostrato negli accordi di Camp David e, visto il nulla di fatto ottenuto, nel “Trattato di pace tra la Repubblica araba di Egitto e lo Stato d’Israele” firmato a Washington il 26 Marzo 1979, la diplomazia internazionale e le stesse diplomazie degli Stati arabi in questione, si dimostrarono indifferenti alle richieste dei palestinesi i quali videro gli accordi di Camp David e il successivo trattato di pace come un ulteriore tradimento del loro antico alleato arabo. Non solo, la loro opinione fu condivisa anche da Siria e Giordania. Da qui in poi è interessante notare come il dibattito politico all’interno dell’OLP si differenziò, spostandosi nettamente su posizioni radicali. Un ulteriore conflitto scoppiò nel 1975 in Libano, in cui la guerra civile tra le componenti sunnite, sciite, druse e cristiane, attirò gli interessi di potenza della Siria e di Israele. Quest’ultimo, minacciato dagli attacchi terroristici dell’OLP, decise di attaccare il Libano, costringendo i profughi palestinesi, lì rifugiati dopo la repressione della monarchia giordana in Cisgiordania, ad andare in Tunisia. Allo stesso tempo la minoranza sciita libanese si costituì nell’organizzazione terroristica islamica di Hezbollah (letteralmente “Partito di Dio”), sull’onda della Rivoluzione Iraniana del 1979. E’ in questa occasione che Hezbollah metterà in campo la sua strategia “stragista” contro l’asse internazionale schieratosi in Libano e formato da Francia, Usa e altri Paesi tra cui l’Italia. La fine della guerra civile libanese rappresentò il punto di passaggio dal conflitto arabo-israeliano al conflitto israelo-palestinese e in particolare il momento di rottura fu rappresentato dalla resistenza palestinese, che sfociò nella prima “intifada” del 1987 e sarà il momento del lancio di una nuova organizzazione estremistica in Palestina di matrice islamica di nome Hamas, che si ispira al movimento dei Fratelli Musulmani egiziano.

La politica estera statunitense

Il 4 Novembre 1979 l’ambasciata americana a Teheran fu presa d’assedio da alcuni terroristi e questo non fece che delegittimare la già appannata figura del presidente Carter di fronte all’opinione pubblica americana. Le sue sconfitte in politica estera aggravarono la situazione dei democratici nella campagna elettorale, portando i repubblicani a una schiacciante vittoria e inaugurando l’epoca Reagan. L’atteggiamento degli americani contro il terrorismo mediorientale si fece sempre più aggressivo, mentre l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 riaccese lo scontro con Mosca (motivo principale fu la minaccia che le basi aree sovietiche afghane rappresentavano per i rifornimenti petroliferi dell’Occidente nel Golfo Persico). La strategia di Reagan in Medio Oriente inizialmente puntò a un accordo per un’ alleanza con Israele, Arabia Saudita, Kenya, Oman e Somalia. Alla fine rispose solo Israele, ma i suoi rapporti con gli USA furono da subito difficili. L’evento destabilizzante (e anche un po’ imbarazzante) per gli Usa fu nel 1981 la distruzione da parte di jet israeliani di un reattore nucleare iraqueno, costruito grazie all’aiuto sovietico e francese. Visto che gli americani avevano fornito Israele degli aerei, furono costretti a rimproverarli pubblicamente. Successivamente, la volontà degli americani di dotare l’Arabia Saudita di cinque aerei Awacs, finì per mettere la presidenza Reagan in dura difficoltà al Congresso, visto che la comunità israeliana negli USA si mobilitò tramite strategie di lobbying. Alla fine Reagan riuscì a vincere (di poco) la battaglia al Congresso e per tutta risposta il governo israeliano votò l’annessione delle alture del Golan. Temendo una simile iniziativa in Cisgiordania, il governò americano chiuse l’alleanza cooperativa con Israele. L’invasione israeliana del Libano nel 1981 fu poi l’apice delle tensioni internazionali, spingendo Reagan a riaprire le trattive di Camp David: fu rimessa sul tavolo la proposta della cessione di autonomia alle province di Cisgiordania e della striscia di Gaza. Obiettivo difficile visto che il motivo dell’invasione israeliana in Libano era proprio l’indebolimento, se non l’annientamento, dell’OLP nel Libano del Sud. Alla fine infatti, l’attentato da parte di palestinesi (non collegati all’OLP) all’ambasciatore israeliano a Londra, riaccese gli scontri. Fu l’intervento della coalizione internazionale, che cercò di riportare le parti in conflitto di nuovo al tavolo delle trattative, a risolvere il quadro di instabilità. Il piano di pace prevedeva l’alleanza con Israele a patto che questi concedesse l’autonomia alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza. Le cose però si complicarono di nuovo quando alcuni disordini, provocati probabilmente dalla decisione di lasciare le forze falangiste libanesi a vigilare sui terroristi palestinesi affianco all’esercito israeliano, portarono ai massacri di Shaba e Shatila. Nella fattispecie l’omicidio di Bachir Gemayel riaccese nelle forze falangiste quelle pulsioni omicide che si erano sviluppate durante la guerra civile e che si riversarono contro i profughi palestinesi. Prima di arrivare al ritiro definitivo da Beirut di Israele, in Libano si schierò una formazione multinazionale di militari francesi, statunitensi, italiani e britannici, a protezione dei profughi palestinesi, che però fu costretta alla ritirata dalle incursioni di sciiti e drusi. La ritirata di Israele arrivò nel 1985 e soltanto a causa dell’inasprirsi dello scontro con le organizzazioni terroriste islamiche come Hezbollah. Nei palestinesi crebbe l’idea dell’incapacità della diplomazia internazionale di risolvere il conflitto, mentre i rapporti tra Reagan e Gorbaciov, che portarono alla fine della Guerra Fredda, sembravano rafforzare questa convinzione. La prima Intifada del 1987 scoppiò proprio con questi presupposti storici, mentre da un punto di vista generazionale i fautori dell’Intifada furono soprattutto giovani nati e vissuti sotto l’occupazione israeliana. Le regioni occupate dai palestinesi erano ancora sotto le mire israeliane, che continuavano con le espropriazioni delle terre ai contadini sotto il cavillo di “terra demaniale” (sfruttato già da britannici e giordani), nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Il 1987 un incidente nella striscia di Gaza tra una camionetta piena di operai palestinesi e un veicolo dell’esercito israeliano provocò la reazione della popolazione palestinese dando vita alla prima Intifada, che avrà termine soltanto in occasione degli accordi di Oslo. Questa situazione verrà sfruttata da Hamas e dal suo leader Ahamed Yassin, mentre l’Olp sarà messa a dura prova dalle pressioni allo stesso tempo di Israele e degli estremisti islamici. Israele infatti rapì e assassinò Khalil Wazir, leader dell’OLP e vicinissimo ad Arafat, proprio mentre l’OLP decise di sostenere la rivolta palestinese. Tutto ciò portò a un ulteriore inasprimento del conflitto, mentre procedevano lavori diplomatici difficili tra OLP e Stati Uniti, che vennero bloccati nel 1990 dal presidente Bush in conseguenza di un raid palestinese a Tel Aviv. Il 2 Agosto l’Iraq invase il Kuwait causando l’intervento internazionale di forze militari su iniziativa statunitense. Questo schieramento non comprese solo gli alleati europei, ma anche Siria, Egitto e Arabia Saudita. In questo conflitto l’OLP ebbe una posizione tendenzialmente filoiraqena. L’Iraq rappresentò in quel momento per i Palestinesi l’unica forza araba che si stava scagliando contro Israele e gli americani, per cui l’Olp non potè non schierarsi a suo favore. Alla fine però la sconfitta iraqena lasciò l’Olp dalla parte degli sconfitti, cosa che influì sulle discussione dei tavoli diplomatici a seguire. In particolare subito dopo la Guerra del Golfo il presidente Bush e il segretario di Stato Baker si impegnarono a organizzare la conferenza di pace di Madrid il 30 Ottobre 1991, sotto la presidenza di Bush e Gorbaciov. A questa conferenza parteciparono Israele e Stati Arabi come Giordania, Libano e Siria, mentre i palestinesi inizialmente vennero accolti a patto che i loro rappresentanti non fossero vicini all’OLP di Arafat. Di questa delegazione guidata da Haydar abd al-Shafy facevano parte Faisal Husseini e Hannan Ashrawi. Bush pensò di minacciare gli israeliani con l’arma della negazione dei prestiti a Israele per ottenere l’autonomia delle regioni palestinesi. Nel frattempo in Israele il partito laburista sotto la guida di Yitzhak Rabin vinse le elezioni politiche e formò un governo di coalizione. Sotto la guida dei laburisti gli israeliani si impegnarono per un accordo di pace che comprendesse l’autonomia palestinese, mentre Bush annunciava la revisione dell’offerta di prestito a Israele.

La fine della Guerra Fredda e la Guerra del Golfo

Dal punto di vista delle relazioni internazionali lo snodo del 1967 risentì fortemente delle dinamiche della Guerra Fredda, che funzionò come motore degli interventi internazionali nella regione. E’ anche in questo contesto che bisogna rintracciare la sconfitta araba, accompagnata da una perdita di consenso dovuta al rivelarsi della debolezza della proposta panaraba. Dobbiamo tener presente che, a parte la situazione internazionale, i regimi autocratici arabi tendevano a reprimere le libertà di opinione e di associazione, creando insofferenza all’interno della popolazione e in un certo senso favorendo la clandestinità dei movimenti islamisti, mentre allo stesso tempo il pragmatismo politico faceva intravedere le proprie contraddizioni difronte a richieste sempre più radicali delle varie formazioni politiche terroristiche. Come si può notare è in atto da allora un processo di frammentazione etnico-religiosa di tutta la società mediorientale, sulle cui linee di frattura si poggeranno le classi dirigenti locali innalzando frontiere utili alla retorica di potenza. La fine della Guerra Fredda negherà agli arabi gli aiuti economici dell’URSS e soprattutto la Siria, la principale potenza militare che si oppose a Israele in quel periodo, perse il suo principale fornitore di armi. Non solo, importante dal punto di vista strategico è anche la guerra del Golfo, che mise fuori gioco l’Iraq, altra potenza militare capace di fronteggiare Israele e negò all’OLP gli aiuti sauditi. In questo contesto fu necessario un ripensamento dei rapporti tra le potenze del conflitto israelo-palestinese che implicasse la negoziazione diretta di un accordo tra Arafat e Rabin e che portò ai tavoli norvegesi. Il processo di Oslo concedeva all’OLP il riconoscimento di legittima autorità politica nelle regioni autonome palestinesi, mentre assicurava a Israele la fine del terrorismo palestinese e il diritto di esistere nella pace e nella sicurezza. I punti critici di questo processo di pace comunque non mancarono: da parte israeliana fu difficile prevedere che i coloni di Cisgiordania, avanguardia del sionismo politico, convivessero con i palestinesi; da parte palestinese Hamas, la Jihad islamica e alcuni personaggi scontenti di Al-Fatah, continuarono con le attività terroristiche per manifestare la loro disapprovazione, al fine di provocare una reazione israeliana che screditasse l’OLP.

(continua)


Riferimenti


Foto: SAAR YAACOV, GPO, 30/10/1994 (licenza CC BY-NC-SA 2.0)


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

Classe '96, di Bisignano (CS). Studentessa del corso di Laurea in Scienze politiche, sociali e internazionali all'Università di Bologna.

Comments are closed.