“Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia” a cura di Andrea Ferrazzi
- 30 Luglio 2020

“Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia” a cura di Andrea Ferrazzi

Recensione a: Andrea Ferrazzi (a cura di), Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 166, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Chiara Visentin

8 minuti di lettura

La pandemia di Covid-19 ha fatto irruzione nel panorama delle rilevanze associate a notizie, idee e pratiche scompaginandone la configurazione e riarrangiando gerarchie già fluide in modo brusco e inatteso. I drammi e le problematiche che ha generato abbattendosi su sistemi sanitari, sociali ed economici afflitti in partenza da fragilità, disfunzionalità e ingiustizie si sono posizionati con una forza irresistibile al centro delle nostre preoccupazioni da individui, lavoratori, cittadini e in altri ruoli ancora: come un potente magnete, la questione ha attratto a sé il pensiero, il discorso e l’azione sui più disparati e distanti piani della vita sociale. Una certa dose di confusione è l’esito naturale di tutto questo. Sommersi da aggiornamenti ed evoluzioni continui, stressati dalla velocità con cui la situazione muta e dall’urgenza di essere a conoscenza di sviluppi che ci toccano, il bisogno di fare un passo indietro e interrogarci sul significato e le implicazioni della pandemia in un contesto di maggiore profondità e ampiezza è tanto sentito quanto spesso sacrificato. A tale bisogno intende rivolgersi questo libro curato dal Direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti Andrea Ferrazzi per l’editore Rubbettino, e finanziato grazie al contributo di Giovanni Lombardi, presidente del Gruppo industriale Tecno. Il libro raccoglie 16 saggi firmati da figure di spicco nella scena intellettuale italiana, nell’ambito dei saperi sociali, economici, politici e storici[1].

Essi esplorano questioni legate a come il coronavirus influisce su processi fondamentali del nostro tempo come la globalizzazione e la digitalizzazione, quali potrebbero essere i suoi effetti sugli assetti istituzionali, economici e sociali a livello territoriale, nazionale, comunitario e internazionale, e infine, alla luce di tutto questo, in che direzioni dovremmo orientarci nell’immaginare e progettare un futuro di ripresa non solo libero dal contagio e dalle sue molteplici e pesanti ricadute negative su tutti i livelli del vivere associato, ma anche profondamente rinnovato e corretto rispetto allo status quo precedente la crisi. Gli autori affrontano di petto queste vitali e complesse questioni apportando ciascuno una peculiare ottica e un peculiare stile, così che il volume risulta ricco non solo dal punto di vista contenutistico ma anche per quanto riguarda i percorsi e gli orientamenti disciplinari e professionali che aggrega. A unirli, oltre alle domande a cui tentano di rispondere, è anche uno spirito propositivo e riformista che aspira a porre al centro il benessere umano e sociale – come suggerisce il titolo stesso, che richiama la raccolta di scritti Il mondo che nasce di Adriano Olivetti[2], personaggio di cui nell’Introduzione Ferrazzi enfatizza l’attualità.

Ricorre nel libro l’appello a cercare in una riconciliazione del piano etico e valoriale con quello economico il catalizzatore di una ripresa più giusta e sostenibile e perciò meno vulnerabile. Lo formula molto chiaramente, ad esempio, il sociologo Francesco Morace, che indica un insieme di linee guida per rilanciare l’economia italiana con un modello di sviluppo radicato nelle tradizioni del Paese in cui etica ed estetica giochino un ruolo di primo piano, concretizzandosi in una valorizzazione della qualità che si discosti da paradigmi «economico-centrici» (p. 45) e unicamente quantitativi. Il presidente della Fondazione ADAPT Francesco Seghezzi, in maniera complementare, riflette su come la pandemia stia cambiando il rapporto tra persona e lavoro, inducendo un aggiustamento delle gerarchie di priorità a favore del benessere, e portando alla luce il valore del lavoro che va oltre la sua valorizzazione economica in senso stretto – emerso nella (finalmente) palese e accentuata essenzialità di categorie professionali relativamente marginalizzate dal punto di vista economico. Non solo il lavoro deve essere ripensato in senso più globale e per così dire umanistico, bensì, come sostengono in maniera convincente i sociologi Filippo Barbera e Paola Gioia, anche le infrastrutture: tutte le attività che contribuiscono sostanzialmente alla qualità della nostra vita quotidiana[3]andrebbero allora concepite come facenti parte di una «economia fondamentale» (p. 83), da tutelare e rafforzare con lungimiranza e senza compromessi al ribasso. Non è d’altronde un caso che questi autori si servano, per dare un’idea della vastità dell’impatto della pandemia, dell’espressione «fatto sociale totale» tratta dal celebre Saggio sul dono[4], che coglie la capacità di alcuni fatti di riannodare insieme nell’immaginario e nell’azione dimensioni del vivere sociale solitamente separate nel senso comune contemporaneo, come economia e morale.

Centrali da questo punto di vista si configurano i rapporti tra il pubblico e il privato. Per l’economista Stefano Zamagni e la storica economica Vera Zamagni sarà cruciale salvare e riqualificare le imprese, rimuovere gli ostacoli a una spesa pubblica fatta soprattutto di investimenti, e implementare forme di tassazione ai colossi informatici e di controllo della finanza speculativa. Per lo storico Giuseppe Berta, va recuperato il modello di interazione virtuosa tra intervento pubblico e iniziativa privata che ha innervato le fasi storiche di maggiore sviluppo economico del nostro Paese.

La tempesta che ci investe sembra non lasciare niente inalterato, ma a livello dei macro-processi dà per lo più ulteriore impulso a tendenze precedenti, come nel caso della deglobalizzazione e della digitalizzazione. Per quanto riguarda la prima, una contrazione degli scambi internazionali era infatti già osservata negli scorsi anni; la pandemia, dal canto suo, vi imprime un’accelerazione molto forte per via delle misure prese per contrastarla. L’economista Marco Magnani e l’esperto di transizione energetica Gianni Silvestrini pronosticano catene del valore più marcatamente plasmate da considerazioni sui rischi legati alla geografia, preferenza per la prossimità ai mercati di sbocco e conseguenti reshoring. Il primo paventa inoltre la possibilità di forme più spinte e politiche di anti-globalizzazione come l’inasprirsi di protezionismi e nazionalismi economici. Sulla stessa linea Alessandro Aresu, consigliere scientifico della rivista di geopolitica Limes e autore del recentissimo libro Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina[5], spiega come l’emergenza abbia reso più evidente la strategicità di alcuni beni e dunque la dimensione ineludibilmente politica delle catene del valore, tuttora profondamente plasmate da e radicate in un teatro geopolitico in cui gli stati (più potenti) continuano a rappresentare gli attori principali.

Si guarda con attenzione all’impatto del virus sugli Stati Uniti, in particolare in vista del prossimo appuntamento elettorale; e sulla Cina, cercando di trarre un bilancio da un complesso quadro che vede da un lato una battuta d’arresto alla crescita e danni d’immagine e di credibilità, dall’altro una prevedibile veloce ripresa e una proiezione sempre più ambiziosa e rilevante nel panorama dell’ordine mondiale, in particolare come Paese difensore di processi di globalizzazione che corrispondono ai suoi interessi. La centralità dello Stato, riacquisita o ritornata evidente a scapito di un diffuso clima d’opinione che la vedeva in declino, è fondamentale nella riflessione sulla gestione della crisi. Il Direttore dell’ISPI Paolo Magri osserva come i rapporti tra cittadino e Stato siano mutati in questi mesi, con il secondo considerato sempre meno un male necessario da minimizzare e sempre di più il protagonista di interventi pesanti ma auspicabili in quanto indispensabili al salvataggio di vite e posti di lavoro. Questo avviene secondo una logica emergenziale di cui la politologa Nadia Urbinati suggerisce alcune linee di analisi e critica dal punto di vista della filosofia politica.

Il ruolo delle istituzioni sovranazionali, d’altro canto, si gioca tra un inedito bisogno di coordinamento internazionale e tensioni che ne mettono a nudo le fragilità e l’urgenza di riforme. Magnani condensa epigraficamente quest’ultima percezione scrivendo: «Covid-19 uccide con maggiore facilità chi è vecchio e malato. Diverse istituzioni internazionali certamente lo sono» (p. 100). Un approfondimento sull’Unione Europea è offerto dallo scrittore Riccardo Perissich, che tratteggia i suoi punti di forza e di debolezza in un’emergenza di fronte a cui emergono con ancora più pregnanza sia la necessità di cooperare ed essere solidali sia, di contro, l’atmosfera di sfiducia e le inadeguatezze strutturali.

Allo scenario della deglobalizzazione autori quali Morace, Seghezzi, Barbera e Gioia rispondono con l’invito a porre al centro della ripresa i territori, valorizzandoli nella loro diversità, complementarietà e peculiarità e prestando attenzione a dotare di infrastrutture e integrare nel tessuto economico soprattutto i più isolati. Purtroppo, tuttavia, non è affatto scontato che il reshoring restituisca i posti di lavoro perduti con le delocalizzazioni: esso sarà infatti accompagnato a una forte automazione, e i nuovi processi di produzione saranno con ogni probabilità più efficienti ma anche meno atti a creare lavoro per le persone. Le trasformazioni che l’innovazione tecnologica imprime sul lavoro saranno in generale accelerate dalla pandemia: l’esempio principe è la diffusione dello smart working. Come sottolinea Seghezzi, bisogna sempre tenere a mente che esso non ha effetti automatici o deterministici sul miglioramento o peggioramento delle condizioni dei lavoratori, bensì il suo impatto dipende dalle scelte organizzative e gestionali che ne informano l’introduzione.

Tra gli agenti centrali nel ‘dar forma’ alla crisi spiccano infine i media, e diversi saggi verso la fine del volume sono dedicati a sviscerare la questione del discorso pubblico intorno alla pandemia. Fenomeni che in molti abbiamo percepito sono categorizzati e ricondotti allo studio sistematico della comunicazione pubblica: come l’iniziale, momentaneo clima d’opinione coeso in supporto al governo, attribuibile all’effetto detto dagli esperti «rally ‘round the flag» (p. 119)[6], la diffusione del frame della guerra[7] e le sue implicazioni di polarizzazione e l’accresciuta valorizzazione della competenza soprattutto medica nel dibattito pubblico, spiegati nel prezioso contributo dei consulenti di comunicazione Martina Carone e Giovanni Diamanti, insieme alla nuova centralità della comunicazione di crisi come insieme di tecniche che sarà d’ora in poi imperativo padroneggiare per evitare errori potenzialmente gravi – riguardo ai quali si interrogano a caldo, riflettendo sulla condotta del mondo dell’informazione italiano di fronte all’improvvisa e inedita emergenza, il giornalista Tommaso Labate e l’advisor Roberto Race. I sociologi Maria E. Lanzone e Claudio Riva sottolineano il valore dei social media come ‘termometro’ di emozioni e sensazioni generalizzate, la digitalizzazione e dematerializzazione in parte irreversibile di sempre più aspetti della vita e le molteplici problematiche che pone, e come il discorso mediale e istituzionale centrato sulla responsabilità individuale nel contenimento del contagio abbia innescato l’ennesima rivitalizzazione dello hate speech.

Sebbene nello scenario incerto e minaccioso della pandemia tutti i più spinosi problemi che da prima incombevano sulle nostre società siano passati momentaneamente in secondo piano nel dibattito pubblico, essi non sono perciò spariti e nemmeno diventati meno inquietanti. Tra essi, il libro dedica attenzione in particolare alla sfida del cambiamento climatico. Gli effetti della crisi attuale sull’agenda ecologica non sono di un unico segno. Da un lato, la grave recessione in cui stiamo entrando fa temere una battuta d’arresto nel suo perseguimento: privilegiare la crescita sarà imperativo, e questo eroderà, almeno nelle fasi di gestione emergenziale, lo spazio per interventi significativi in direzione dell’obiettivo più di lungo termine e meno immediatamente redditizio della riduzione delle emissioni. D’altro canto, tuttavia, si può valutare con ottimismo come la consapevolezza collettiva della non prorogabilità di una generalizzata riconversione verso un’economia più sostenibile possa essere approfondita dall’esperienza di una catastrofe globale annunciata la cui genesi è probabilmente collegata allo sfruttamento eccessivo dell’ambiente; inoltre la grande ricostruzione offre una opportunità propizia per il rinnovamento: come scrive ad esempio Magnani, «questa crisi epocale rappresenta una grande occasione per fare cambiamenti strutturali, puntare su nuovi settori e nuove tecnologie, fare investimenti che riducano l’inquinamento e rallentino il cambiamento climatico» (p. 104).

Il noto sociologo Franco Ferrarotti espone il suo pensiero su un’altra grande problematica del presente che ci accompagna da un po’ e rispetto a cui la pandemia potrebbe fungere da un lato da ulteriore catalizzatore, dall’altro da leva per un profondo ripensamento: quella che egli denomina la «sbornia elettronica» (p. 29), il deterioramento delle nostre capacità critiche a fronte di una sorta di totalitarismo della tecnologia e del pensiero strumentale. La chiave per una reazione giace secondo Ferrarotti in una riscoperta e riattualizzazione dei valori dell’umanesimo, con lo sviluppo di uno nuovo antropocentrismo ispirato alla tradizione occidentale degli antichi greci e romani e della modernità classica in particolare per quanto riguarda le concezioni e il valore dell’autonomia. La crisi potrebbe indirizzarci su questa via in quanto occasione per riflettere sul malessere esistenziale che si annida nel nostro benessere materiale e risvegliarci dalla credenza illusoria ma radicata in una sorta di «fatalità cronologica» del progresso (p. 27).

Un’altra della grandi sfide contemporanee, le disuguaglianze su scala nazionale e globale, avrebbe forse potuto essere ulteriormente approfondita. Se valutare l’impatto preciso della pandemia sulle varie dimensioni e geografie delle disuguaglianze non è naturalmente ancora possibile, che esso sia e sarà molto significativo è fuor di dubbio. Il tema dovrà assumere una posizione centrale nel dibattito sulla ricostruzione: di fronte all’esasperazione di dinamiche generatrici di disuguaglianze immense e polarizzazione economica e sociale come l’ulteriore consolidarsi degli oligopoli dei pochi colossi in posizione di trarre profitto dall’emergenza e l’ingente perdita di posti di lavoro e di fonti di sostentamento spesso in situazioni di assenza di tutele, interrogarsi sulla redistribuzione della ricchezza e del potere sarà imprescindibile[8].


[1] Il ricavato del libro è donato all’organizzazione SOS Villaggi dei Bambini, che si occupa di sostegno ai bambini privi di cure familiari.

[2] A. Olivetti, Il mondo che nasce. Dieci scritti per la cultura, la politica, la società, (a cura di A. Saibene), Edizioni di Comunità, Roma – Ivrea 2013.

[3] «come l’istruzione, l’assistenza ai bambini e agli anziani, la salute, la fornitura di acqua, gas, energia, ecc.» (p. 83) e, aggiungiamo noi, la possibilità di usufruire pienamente dei benefici del digitale e di internet.

[4] Dell’antropologo francese Marcel Mauss (1872-1950), pubblicato per la prima volta nel nel 1923-24 (Einaudi, Torino 2002).

[5] A. Aresu, Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, La Nave di Teseo, Milano 2020. Recensito su «Pandora Rivista» 1/2020 da Lorenzo Mesini (pp. 160-165).

[6] Traducibile letteralmente come ‘radunarsi intorno alla bandiera’, indica la tendenza del corpo politico, in una situazione di pericolo imminente che minaccia la nazione, a riunirsi intorno al punto di riferimento fisso e univoco dei suoi leader ufficiali; l’espressione fu introdotta nel 1970 dal politologo americano John E. Mueller. Cfr. Presidential Popularity from Truman to Johnson, «American Political Science Review», 64 (1), (1970), pp. 18-34.

[7] Il frame è una metafora di fondo usata nel discorso pubblico per ricondurre fenomeni complessi a categorie familiari al senso comune.

[8] Cenni di riflessione in questo senso sono rappresentati nel volume dagli argomenti di Zamagni sulla tassazione dei colossi del web, e dal caveat di Barbera e Gioia nel proporre l’approccio mission-oriented di Mariana Mazzucato, di cui auspicano un’implementazione che non sia meramente tecnocratica ma corrispondente a una più equa allocazione del potere decisionale.

Scritto da
Chiara Visentin

Laureata in filosofia e sociologia all’Università di Pisa e diplomata in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, studia per un dottorato di sociologia a Cornell University. Ha lavorato come ingegnere ad Alexa e come assistente di ricerca al médialab di Sciences Po. I suoi principali interessi sono la teoria sociale, le disuguaglianze e le nuove tecnologie.

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