Il mondo di Putin. Intervista a Mara Morini
- 02 Aprile 2021

Il mondo di Putin. Intervista a Mara Morini

Scritto da Chiara Lovotti e Carlotta Mingardi

12 minuti di lettura

Mara Morini insegna Politics of Eastern Europe e Scienza politica all’Università di Genova. È stata osservatrice elettorale dell’OSCE-ODIHR alle elezioni parlamentari (2003) e presidenziali (2018) a San Pietroburgo, Murmansk e Kazan; Visiting Professor all’Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri della Federazione russa e alla High School of Economics di Mosca. È editorialista del quotidiano «Domani» e autrice di La Russia di Putin (il Mulino 2020).

Mara Morini


Relazioni esterne

Russia – Cina. Russia e Cina sono accomunate da oltre 4.000 chilometri di confine territoriale, intensi scambi commerciali e ottime relazioni bilaterali. Nell’ultimo anno, i due paesi hanno ulteriormente rafforzato la loro partnership strategica (in materia di commercio, energia, sicurezza, lotta al terrorismo). Dalla prospettiva di Mosca, che cosa si cela dietro il rafforzamento dell’asse con la Cina? Si può parlare di un interesse geopolitico oltre che economico e della volontà di offrire una valida alternativa all’ordine liberale rappresentato dal modello statunitense?

Mara Morini: Il rafforzamento è una scelta strategica russa in chiave anti-occidentale per ridefinire un nuovo ordine internazionale (multilateralismo) dopo l’egemonia americana che ha provocato instabilità e crisi economica (unilateralismo). È prevalentemente un interesse geopolitico sia per contenere eventuali mire espansionistiche della Cina nel territorio della Russia orientale sia per il graduale allontanamento della Russia dall’Occidente. Come si può evincere dai “concetti di politica estera russa” gli allargamenti della NATO e dell’UE hanno costituito una seria minaccia al confine russo e sono stati valutati come un “tradimento” dell’amministrazione presidenziale americana, che ha rifiutato la proposta, avanzata per primo da Michail Gorbačëv, di creare una “casa comune europea” da Lisbona a Vladivostok. A ciò si aggiunga il fatto che la Russia accusa l’Occidente (USA e UE) di non averla riconosciuta e legittimata come un “partner alla pari” nella politica globale. In particolare, la Russia imputa all’UE una “sudditanza americana” che ostacola le relazioni politiche tra i due attori, già compromesse con l’avvio delle sanzioni economiche e, nelle recenti parole del Ministro degli Affari esteri, Sergej Lavrov, “distrutte dalle decisioni unilaterali di Bruxelles”. Cina e Russia si sono alleate per lottare contro i tre mali contemporanei – l’estremismo religioso, il terrorismo e il separatismo –, ma vi è anche un interesse economico, collegato al fatto che la Russia è una delle principali esportatrici di armi verso la Cina. Inoltre, si stima che l’offerta russa di gas sarà simile nei prossimi 10-12 anni al volume di scambio con l’Europa e i due paesi hanno anche avviato una cooperazione per la costruzione di una stazione di ricerca lunare nello spazio. Si tratta, quindi, di “un’alleanza soft” per contrastare il dominio unilaterale americano che si sta rafforzando in diversi settori.

 

Russia nel Mediterraneo. Negli ultimi anni il ruolo di Mosca è diventato sempre più determinante nei conflitti del Mediterraneo. Molto spesso, però, se gli obiettivi russi di breve termine appaiono chiari, si fatica a comprendere quelli di lungo termine. In Libia, in Siria, se è chiaro come Mosca spera di vincere la guerra, è meno chiaro come speri di vincere la sfida della stabilità duratura. La politica russa per il Mediterraneo (e il Medio Oriente) si avvale di una vera a propria “strategia”, una sorta di “pax russa” per la regione, oppure di puro tatticismo?

Mara Morini: Il ruolo della Russia nel Mediterraneo rientra tra gli obiettivi principali della presidenza putiniana per avvalorare l’immagine di potenza globale e, soprattutto, per frenare l’area di influenza NATO ad est. La presenza russa è, prevalentemente, una questione di natura strategico-militare. Nel documento sulla Dottrina navale russa del 2015 erano già indicate le prospettive strategiche del Cremlino nell’instabile scenario del Mediterraneo: da una posizione conservatrice dello status quo durante le primavere arabe (2011-2013) al tentativo di avvantaggiarsi dei disordini durante la fase di ricostruzione (2014-2015) per i propri interessi di natura militare, ma anche per l’apertura di vie commerciali oltre alla partita del gas nel Mediterraneo orientale. Il sostegno di Vladimir Putin al presidente Bashar al-Assad, avvenuto nel 2015, ha consentito di “sfruttare” il conflitto siriano per trasformare uno scalo commerciale e hub logistico (Tartus) in un porto militare e per ottenere una base aerea (Khmeimim) russa in dotazione per un periodo di 49 anni, rinnovabili per altri 25. La politica russa nell’area è sostanzialmente basata sul principio per il quale il potere di una nazione è fortemente legato al dominio dei mari che la circondano. Ma il presidente Putin è consapevole che per rafforzare la presenza russa nell’area deve avvalersi anche di una rete di legami in primis con l’Egitto e l’Iran e contare sulla sua forte influenza in Libia e in altre regioni del Nord Africa.

 

Russia – Unione Europea / Europa. L’attivismo del Cremlino in molteplici contesti tanto in Europa quanto nel vicinato europeo ha messo a dura prova la fiducia dell’UE nei confronti della Russia. Le campagne di disinformazione, le (presunte) interferenze nei processi elettorali, il trattamento riservato agli oppositori politici, non hanno certo contribuito ad appianare le divergenze. Eppure Russia e UE restano due partner imprescindibili l’uno per l’altra. Come guarda la Russia all’Europa? Alla luce dei recenti tentativi, anche da parte della Francia di Macron (e in opposizione alla Germania) di riprendere una forma di dialogo, quali possono essere i futuri spazi di cooperazione?

Mara Morini: Tutti i presidenti russi, da Gorbačëv a Putin, hanno condiviso l’idea che la Russia e l’Europa sono legate da profonde radici storiche e culturali su cui costruire solidi rapporti politici ed economici di cooperazione. Tuttavia, nel rapporto fra la Russia e l’UE si possono individuare fasi di distacco, di diffidenza e di riavvicinamento che riflettono le reazioni dei presidenti russi alle politiche di ampliamento e partnership con gli ex Stati sovietici dell’Europa centrale ed orientale. C’è una prima fase (1992-1994) in cui la Russia e l’UE firmano l’Accordo di partnership e cooperazione in tre settori (il dialogo politico, le relazioni commerciali, gli investimenti), seguita da una seconda fase (1994-2000) in cui il primo ministro Viktor Černomyrdin auspica, addirittura, che la Russia possa diventare membro dell’UE. La terza fase coincide con l’inizio dell’era putiniana (2000-2004) dove permane ancora un certo ottimismo tra le parti con la firma stipulata al summit di San Pietroburgo degli spazi comuni (tecnologia, istruzione, infrastrutture, etc…) di cooperazione. A partire dalla quarta fase (2004-2008) la Russia smette di orientarsi verso l’UE a causa degli allargamenti dell’UE (e della NATO) e dopo la presidenza di Dmitrij Medvedev (2008-2012), che punta sulla modernizzazione del Paese giudicata dall’UE come un aspetto molto positivo, la situazione politica precipita nel 2014 in seguito all’invasione/annessione della Crimea e all’avvio delle sanzioni economiche da parte dell’UE. I recenti accadimenti sulla questione della registrazione e somministrazione del vaccino russo Sputnik anche nei paesi membri dell’UE hanno “raffreddato” i rapporti con la Russia a tal punto che il Ministro degli affari esteri, Sergej Lavrov, ha affermato che l’UE ha generato un deterioramento delle relazioni con la Federazione Russa che conducono ad una vera e propria rottura fra Bruxelles e Mosca e velocizzano i rapporti della Russia con la Cina. È plausibile, pertanto, che la Russia continui a sostenere rapporti bilaterali di natura culturale e commerciale con i singoli paesi, ma non consideri prioritario e indispensabile un riavvicinamento all’UE sino a quando non dimostrerà un reale cambiamento nella direzione indicata da Emmanuel Macron: “sovranità europea e autonomia strategica”.

 

Russia – Stati Uniti. Al termine dell’amministrazione Trump, con il pesante lascito di supposte interferenze elettorali nel 2016, i sospetti di una rinnovata intromissione in quelle del 2020, le prime azioni in ambito di politica estera da parte dell’amministrazione Biden e non, da ultimo, le pesanti accuse verso Vladimir Putin – inclusa quella di essere un “killer” –, quali prospettive si aprono per la cooperazione fra i due paesi?

Mara Morini: Se ci limitiamo alla affermazioni dei presidenti Biden e Putin, la cooperazione tra questi paesi può sussistere, ma solamente su specifiche aree di policies. Ne è una dimostrazione la volontà di rinnovare il Trattato nucleare New Start III o di confrontarsi sulla questione climatica del pianeta. Nella politica internazionale l’America di Biden sta mandando un segnale molto chiaro, un vero e proprio monito ai suoi alleati, specialmente nei confronti dell’UE, che è volto a frenare lo scenario geopolitico che sta emergendo dalla gestione della pandemia. Mi riferisco alle questioni del vaccino Sputnik in Europa, del gasdotto Nord Stream 2, voluto dalla Russia e dalla Germania e dell’atteggiamento propositivo di Macron nei confronti della Russia. Sono scelte politiche in contrasto con la strategia dell’amministrazione americana che ritiene la Russia una minaccia nel breve periodo e mira ad una coesione “tra le democrazie del mondo per contrastare una situazione di forza”. La partecipazione in remoto di Biden al Consiglio europeo e il documento strategico della politica estera americana (Interim National Security Strategic Guidance – INSSG) indicano la volontà di concertare un’agenda comune con l’UE e con il Regno unito. È presumibile che i rapporti tra l’America di Biden e la Russia di Putin si baseranno maggiormente sugli scontri e non sulla cooperazione, con una politica estera ancora più assertiva dove la tematica della “promozione dei diritti”, sostenuta dagli USA (si pensi al caso bielorusso o a Navalnyj) determinerà una reazione politica più isolazionista (fatta eccezione l’alleanza strategica con la Cina) a livello internazionale e più repressiva e autoritaria sul piano domestico.

 

Quadro interno 

Presidenza Putin e gestione Covid-19. La pandemia di Covid-19 ha colpito la Russia nell’anno del ventesimo anniversario dell’ascesa al potere di Vladimir Putin. Quali sono state le principali sfide della sua amministrazione nell’ultimo anno e che tipo di contestazione ha visto, da parte della cittadinanza? L’immagine di Putin risulta rafforzata o indebolita dalla gestione pandemica?

Mara Morini: Non c’è dubbio che la principale sfida di metà mandato di Putin ha riguardato la gestione della pandemia. Nella prima ondata del 2020 il presidente ha delegato il coordinamento delle attività sanitarie al Sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, e ai governatori locali che hanno autonomamente preso iniziative per affrontare l’epidemia. Il territorio, come è noto, è molto vasto. Certamente il centro (Mosca e San Pietroburgo e le grandi città) ha affrontato meglio la situazione, avvalendosi di strutture più moderne e tecnologiche; la periferia ha strutture ospedaliere più obsolete e i problemi di logistica sono emersi durante la fase della somministrazione del vaccino. Il governo è intervenuto con sussidi diretti alle famiglie, durante il lockdown della primavera 2020, e grazie ai fondi di riserva federali ha potuto gestire la crisi economica derivante da questa situazione. In termini di immagine, per i detrattori il presidente è un “nonno bunker”, come lo ha definito Navalnyj, rinchiuso e timoroso di ammalarsi. Si tratta di un’immagine di debolezza che non si era mai diffusa in questi ventuno anni di gestione del potere. Per i suoi sostenitori Putin ha salvato economicamente il Paese, ha gestito efficacemente la pandemia e ha dimostrato come la Russia sia una potenza mondiale con valori di grande umanità, mettendo il vaccino a disposizione dei paesi nel mondo.

 

Opposizioni, quali spazi oltre a Navalnyj. Il caso di Aleksej Navalnyj, oppositore politico vittima di avvelenamento nell’agosto 2020, ha visto riaccendersi in tutta Europa il dibattito in merito alla salute dello stato di diritto e della protezione dei diritti umani in Russia. La stessa Ursula von der Leyen ha menzionato il caso all’interno del suo primo discorso sullo Stato dell’Unione. In La Russia di Putin, lei descrive la nascita e lo sviluppo, nella Russia post-Sovietica, dei partiti politici. Al di là del caso Navalnyj, come è organizzata oggi l’opposizione al governo Putin e di che strumenti di contestazione si avvale?

Mara Morini: L’opposizione politica si divide in parlamentare ed extra-parlamentare. La prima è rappresentata da tre gruppi parlamentari: il Partito comunista della Federazione Russa, l’erede del PCUS, il partito liberaldemocratico di Vladimir Zhirinovskyij che ha un orientamento decisamente nazionalista, xenofobo e razzista (è bene non lasciarsi fuorviare dall’etichetta “liberale”), e “Russia giusta”, sorto con l’intento di erodere consenso al partito comunista. In parlamento questi partiti spesso sostengono le decisioni del partito di maggioranza assoluta, “Russia unita”, per avere in cambio maggiore visibilità nei media e risorse economiche da poter sfruttare nelle campagne elettorali. Non riescono, quindi, ad incidere nella funzione di controllo dell’operato di governo. Al di fuori delle istituzioni esiste una miriade di movimenti, associazioni e partiti che organizzano incontri pubblici, manifestazioni o proteste su questioni di rilevanza meramente locale che riguardano politiche ambientali, infrastrutturali e di lavoro. Navalnyj ha avuto il merito di amplificare la voce di protesta, soprattutto dei più giovani, attraverso l’uso dei social media, ma l’opposizione è ancora molto frammentata, poco coesa e non riesce ad incidere nel processo elettorale. Alle prossime elezioni parlamentari di settembre sono formalmente iscritti 33 partiti, ma la maggior parte non ha risorse, spazio nei media, e non riesce a contrastare il dominio di “Russia unita”, il “partito del potere” putiniano. I sondaggi dimostrano, però, che questa volta “Russia unita” potrebbe non ottenere la maggioranza assoluta. Le elezioni parlamentari sono solitamente più competitive anche perché la figura del presidente Putin non è direttamene coinvolta.

 

Frontiere. La Russia è il più vasto Stato del mondo e si estende dall’Europa orientale all’Estremo Oriente. Come si declina in questo contesto il concetto di “frontiera” e che legami intesse con l’identità nazionale? Da un altro punto di vista, la Russia rimane un Paese geloso dei propri confini e del proprio flusso di informazioni, che cerca di controllare anche tramite le proprie piattaforme di social media. Come si traduce questo nella vita quotidiana di chi per motivi di lavoro e di ricerca si trova a dover viaggiare con frequenza da e per la Russia?

Mara Morini: Il concetto di frontiera è culturalmente legato all’idea del viaggio, della distanza che richiama alla mente la ricchezza di simboli, riti ed elementi autoctoni locali che ne costituiscono la multiculturalità. La questione dell’identità nazionale risente di questa eterogeneità anche nei termini che vengono utilizzati nella lingua russa per indicare l’aggettivo/sostantivo russo: russkij (appartenenza culturale), rossijanin (appartenenza etnica), rossijskoij (appartenenza territoriale). Il crollo dell’URSS ha riaperto la questione dell’identità nazionale, riportando in auge la distinzione secolare fra occidentalismo e slavismo. Putin si è definito come il “primo nazionalista” russo che mira a difendere la Russia dal “nazionalismo delle caverne” (l’indipendenza delle Repubbliche) che distruggerebbe il Paese. Preservare il Paese dalle interferenze esterne che minano la cultura russa rientra, ad esempio, nella “Dottrina sulla cybersecurity” (2016) o nella creazione di una rete informatica sovrana RuNet, capace di isolarsi e chiudere le connessioni al suo interno. Vi è, inoltre, un’agenzia federale, il Roskomnadzor, che controlla il flusso di comunicazioni nei social media avvalendosi della “legge sull’estremismo” che contiene provvedimenti che sono stati attuati in seguito, ad esempio, alle proteste in sostegno della scarcerazione di Navalnyj. Per chi viaggia con frequenza in Russia il governo sta cercando di semplificare le procedure dei visti di soggiorno per motivi turistici o di lavoro, in un’ottica anche di favorire l’ottenimento della cittadinanza russa per contrastare il calo demografico di questi decenni. Direi che, al netto delle questioni procedurali (visti, permessi, etc…), la possibilità di fare ricerca in Russia senza particolari ostacoli è avvantaggiata all’80% dalla conoscenza della lingua russa e al 20% dalla rete personale di contatti in loco.

 

Economia. All’inizio del suo mandato, Putin si era posto un obiettivo ambizioso: raddoppiare il Pil della Russia nel giro di un decennio. La Russia negli anni 2000 ha effettivamente visto un periodo di crescita, seppur legata a doppio filo con la valorizzazione delle risorse naturali e all’andamento dei mercati petroliferi. Di questa crescita, oggi, non sembra vedersi traccia. Quali sono le principali sfide per la crescita economica russa? Possiamo parlare di un’effettiva sproporzione fra l’immagine di potenza geopolitica della Russia che abbiamo tracciato finora e la reale forza economica del Paese?

Mara Morini: Certamente il mercato petrolifero e il ricorso, anche in chiave di strumento di politica estera, alle risorse naturali hanno connotato la Russia come un “Petrostato” che può essere soggetto agli andamenti positivi o negativi del flusso dei mercati. In Occidente la maggior parte delle analisi descrivono un Paese in stagnazione economica, un indicatore che certamente rende più debole l’immagine di potenza nell’ordine internazionale. Dal 2000 la crescita economica è stata di sette punti percentuali con l’aumento delle entrate statali che ha prodotto un surplus fiscale che ha permesso di pagare i debiti all’estero e ridurre il debito pubblico. Dopo la grave crisi del 1998 Putin ha risollevato il Paese economicamente e ha consentito lo sviluppo di un ceto medio; ha determinato un passo avanti nel settore delle infrastrutture e dei trasporti e in collaborazione con la Banca centrale russa ha applicato politiche di austerità, favorendo un consolidamento fiscale che, a sua volta, ha generato due fondi di riserva federali che consentono, come nel caso della pandemia, di reagire e intervenire senza pesanti ricadute economiche. La presidenza putiniana ha risollevato l’economia del Paese che non ha risentito più di tanto dell’impatto delle sanzioni economiche. Tuttavia, non vi è dubbio che, in chiave comparata, la Russia non può essere considerata allo stesso livello della Cina e degli Usa.

 

Classe media. A trent’anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e della nascita travagliata della “nuova” Russia, qual è lo stato di salute della classe media nel Paese? Si può affermare che l’enorme divario creatosi tra la classe dirigente oligarchica e la popolazione media in seguito alla riforme della Perestroika sia stato in qualche modo sanato, o ne rimangono ancora i segni?

Mara Morini: Vediamo alcuni dati. Dopo la fine dell’URSS il Paese ha affrontato una grave crisi demografica. La popolazione è passata da 146,304 milioni nel 2000 a 144,880 nel 2017, di cui il 54% donne e 46% uomini. Il livello di disoccupazione che nel 1998 era oltre il 13% nel 2016 è al di sotto dell’8% (aumentato di due punti percentuali durante la pandemia). L’aspettativa di vita è passata dai 57,5 anni per gli uomini e dal 71,2 delle donne nel 1994 al 67,5 per gli uomini e 77,6 per le donne. La distribuzione del reddito russo è basata su un modello 50-35-15 dove il 5,5% dei russi percepisce un salario inferiore ai 7.000 rubli, il 18,3% tra i 19.000 e i 27.000 rubli, il 23,2% tra i 27.000 e i 45.000 rubli e solamente il 10,9% della popolazione guadagna più di 60.000 rubli (fonte Rosstat, 2018). Oltre il 15% della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e l’indice di Gini (World Bank Estimate), che misura il livello di ineguaglianza sociale, pone la Russia nella prima posizione (37,7) tra gli ex paesi comunisti nel 2015 (l’indice era al 48,4 nel 1993). Certamente rispetto al periodo della shock therapy economica dei primi anni Novanta, la situazione è migliorata e si è consolidata, ma le diverse riforme, anche sul piano sociale che costituisce il 36% delle spese del budget federale, non consentono di parlare di un totale risanamento della situazione, soprattutto nel divario esistente tra il centro e la sua periferia.

 

Scenari futuri

Alla luce di quanto discusso sinora, quali scenari futuri si prospettano per la Russia di Putin?

Mara Morini: Nella politica interna avremo maggiori elementi di valutazione il prossimo settembre quando avranno luogo le elezioni parlamentari e riusciremo a comprendere se le opposizioni extraparlamentari nel nome di Navalnyj eviteranno attraverso il “voto intelligente” che “Russia unita” non si riconfermi come il partito di maggioranza assoluta. Sicuramente ci sarà una nuova ondata di proteste che potranno incidere su un’eventuale accelerazione del tema della successione di Putin nell’agenda politica del Paese. Sul piano internazionale la Russia continuerà la sua politica assertiva e l’evoluzione di alcune questioni politiche (Bielorussia, Ucraina e il caso Navalnyj) potrebbero inasprire lo scontro con l’UE e gli USA e accelerare nuove forme di cooperazione con la Cina. La pandemia ha sicuramente influito nella ridefinizione di un nuovo scenario geopolitico che richiederà a tutti gli Stati una scelta di campo.

Scritto da
Chiara Lovotti e Carlotta Mingardi

Chiara Lovotti: Associate Research Fellow presso il Middle East and North Africa Center dell’ISPI e dottoranda presso la facoltà di Storia e Culture dell'Università di Bologna. In precedenza è stata Research Assistant all’ISPI e all’Università di Lovanio. I suoi interessi di ricerca riguardano le trasformazioni socio-politiche in Medio Oriente e Nord Africa e le relazioni tra Russia e paesi MENA. Carlotta Mingardi: Dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna. È stata Visiting PhD Student presso la Brussels School of International Studies-BSIS University of Kent e Junior Research Fellow presso l’Istituto Europeo del Mediterraneo-IemED di Barcellona. Laureata in Relazioni Internazionali, ha conseguito il Master in Politiche del Medio Oriente presso la School of Oriental and African Studies-SOAS University of London.

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