“Il mondo secondo Trump” a cura di Paolo Magri
- 21 Marzo 2017

“Il mondo secondo Trump” a cura di Paolo Magri

Recensione a: Paolo Magri (a cura di), Il mondo secondo Trump, Mondadori, Milano 2017, pp. 140, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Paolo Marzi

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L’inaspettato esito delle elezioni americane, che si sono concluse con la vittoria del collegio elettorale da parte di Donald J. Trump, ha scatenato un vero e proprio pandemonio politico dentro e fuori gli Stati Uniti d’America. Indipendentemente da qualsiasi punto lo si affronti, Trump è una figura che difficilmente può lasciare indifferenti, assurgendo al paradossale ruolo di origine e soluzione di tutti i mali d’America. Chi lo ama vede in lui la personificazione della rivolta contro le élite di Washington, promotrici della globalizzazione politico-economica che ha impoverito il popolo americano; chi lo odia parla di una figura opaca, giunta alla presidenza grazie alla sua facile retorica populista e attraverso figure e metodi ancora meno trasparenti, pronta a fare gli interessi di quelle élite che egli stesso millantava di voler combattere. In un contesto così politicamente polarizzato risulta quindi estremamente complesso riuscire a farsi strada, in modo analitico e oggettivo, fra la mole di entusiasmi/pregiudizi che oscura le effettive potenzialità e i possibili fattori destabilizzanti che caratterizzeranno l’amministrazione Trump per l’intero arco dei quattro anni a venire.

Con Il mondo secondo Trump, curato da Paolo Magri e pubblicato da Mondadori nella collana Piccola Biblioteca Oscar, gli esperti dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) cercano di fornire una prima analisi della complessa realtà trumpiana. E lo fanno grazie ad una sorta di piccolo vademecum facilmente fruibile dalla maggior parte dei lettori, vista sia l’assenza di termini tecnici sia di argomenti troppo ostici per i “non addetti ai lavori”.

Nonostante i sei capitoli del libro trattino scenari diversi e siano scritti da autori differenti, le modalità attraverso le quali ognuno degli argomenti in discussione viene trattato sembrano rivolgersi a un comune schema di narrazione: la dicotomia fra radicalismo e normalizzazione. Questo leitmotiv si riscontra a partire dall’introduzione stessa: è lo stesso Magri a soffermarsi sull’attuale mancanza di elementi in grado di tracciare un quadro attendibile per la nascente presidenza (storia politica e nomine del Presidente, posizione del partito etc.). A differenza della vulgata popolare, infatti, l’amministrazione Trump rappresenta il compromesso vivente fra le due anime del Partito Repubblicano: quella radical-movimentista, che ha aiutato il Trump-candidato a vincere primarie ed elezioni, e quella moderata-istituzionale, che rappresenta la componente fondamentale per riuscire a portare avanti l’agenda del Trump-Presidente. Ed è proprio questa divisione che porta al dualismo inevitabile di un figura stretta fra la necessità di rispettare le promesse fatte alla base del partito da una parte e dall’altra costretta a inevitabili compromessi con i numerosi fattori normalizzanti (Congresso, Pentagono, intelligence, burocrazia lobby etc.) del sistema costituzionale e politico-economico americano.

Questa strana ambivalenza si rispecchia soprattutto nel programma elettorale che ha portato Trump alla vittoria, argomento cardine del primo capitolo (Mario Del Pero). Se sul lato ambientale e sui diritti civili il conflitto è relativamente limitato, così non è per altri tre temi caldi: immigrazione, economia e politiche sociali. Ed è soprattutto in quest’ultima categoria che lo scontro si fa più acceso: il famoso repeal and replace dell’odiato Obamacare, cavallo di battaglia dei repubblicani, si scontra con la necessità di garantire una qualche forma di copertura sanitaria ai milioni di persone che hanno beneficiato dell’Affordable Care Act. Il risultato di questa querelle tutta interna al Grand Old Party si risolve in un partito stretto tra un’abolizione tout-court e il mantenimento di alcune parti della legge. Lo stesso bailamme è facilmente riscontrabile tanto nell’immigrazione, con l’opposizione di alcuni senatori repubblicani al ban proposto e poi attuato da Trump (grave mancanza non presente nel libro), quanto nell’economia, in cui a politiche tradizionalmente reaganiane (tax cuts e triclkle-down economics) si affianca il nazionalismo economico e anti-globalista dell’alt-right, opposto ai grandi trattati di libero scambio e desideroso di re-industrializzare il paese attraverso investimenti pubblici. Ogni punto di quest’ambigua agenda dovrà, in ogni caso, passare tra le fauci di un Congresso a maggioranza repubblicana ma fortemente diviso ed esporre il fianco, al contempo, all’opposizione dei democrat e delle legislature statali, anche in sede giudiziaria.

Dal panorama interno, tuttavia, il focus dell’opera si sposta rapidamente verso la politica estera, principale area d’interesse per il lettore italiano, inevitabilmente più toccato dagli sviluppi globali dell’Era Trump. Ognuno dei quattro capitoli successivi, in particolare, si occupa di una precisa macro-area geopolitica sulla base del modus operandi già riscontrato nella prima parte dell’opera, seppur con modi e richiami talvolta differenti: al ventaglio di propositi e intenzioni esemplificati da Trump perlopiù in campagna elettorale si contrappongono tutta una serie di attori ed elementi interni ed esterni che potrebbero finire con l’influenzare, anche pesantemente, le sue future azioni.

L’esempio più eclatante di questa continua frizione appare evidente soprattutto nel capitolo “europeo”: il nuovo restart delle relazioni russo-americane tanto anelato da Trump e le sue prese di posizione contro l’Alleanza Atlantica si scontrano con le forti resistenze del Pentagono. Questo avviene in particolar modo riguardo al mantenimento dei rapporti militari con i paesi europei, dato il timore che la Russia di Putin possa sfruttare la crisi di legittimità dell’Unione Europea (populismi, Brexit ecc.) ed il potenziale raffreddamento diplomatico USA-UE per riprendere parte dell’influenza persa in seguito al crollo dell’URSS. Allo storico astio delle relazioni russo-statunitensi, Trump offre un’apertura quanto mai ambigua per gli standard della politica estera americana, ma che riflette in pieno il nuovo corso della Casa Bianca: un’America che si sveste del suo ruolo di dominatore del mondo per occuparsi dei suoi interessi personali, e perciò pronta a rimettere in discussione alleanze politico-militari e rapporti economici pur di perseguire i propri obiettivi. Ed è proprio in un tale contesto che l’autore (Giancarlo Aragona) ipotizza una potenziale cooperazione russo-americana riguardante problematiche affini, con l’Europa nello scomodo ruolo del convitato di pietra, utopisticamente pronta a sfruttare le possibilità derivanti dal nuovo status quo ma realisticamente preda dei propri particolarismi interni.

Nel capitolo riguardante il teatro mediorientale (Armando Sanguini), si riflette su come la cooperazione russo-americana potrebbe portare a esternalità positive che facilitino il processo di pace in teatri di guerra quali Libia e soprattutto Siria, realizzando al tempo stesso una delle promesse elettorali di Trump: la lotta senza quartiere allo Stato Islamico. Nonostante i proclami della campagna presidenziale, tuttavia, il Presidente sembra improntato a continuare l’opera di disimpegno iniziata da Obama, tenendosi quindi lontano dal conflitto religioso riesploso nella regione in seguito alla Primavera Araba, posto che gli alleati regionali (e non-regionali) glielo permettano. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda l’accordo sul nucleare iraniano: nonostante le numerose giravolte del Presidente rispetto alla questione (altro punto non presente nel libro), l’idea di un rollback nei riguardi della Repubblica Islamica difficilmente sarà accettato sia dagli stessi iraniani sia dagli altri paesi del Gruppo 5+1, dagli europei alla Russia passando per la Cina.

L’Impero di Mezzo, in particolare, è il soggetto principale del capitolo più lungo di tutto il libro (Alessandro Pio), a riprova della crescente rilevanza economico-geopolitica assunta tanto dal Dragone quanto dal continente asiatico. Durante la campagna elettorale, infatti, la Cina è divenuta il bersaglio preferenziale del tycoon newyorkese, soprattutto riguardo tematiche quali il job outsourcing e la manipolazione del Renminbi. Prendendo in considerazione solo le dichiarazioni del Trump-candidato, quindi, gli Stati Uniti sarebbero pronti a un affondo economico anti-cinese con conseguenze potenzialmente disastrose per l’intero continente. Il conseguente rallentamento economico cinese creerebbe, infatti, una reazione a catena nei confronti sia degli alleati USA nella regione (Giappone, Corea del Sud, etc.) sia degli altri governi (Vietnam etc.) basati sul principio “crescita senza diritti”, forzandoli così a una maggiore aggressività interna ed esterna. Quest’ultimo punto, unito al possibile disimpegno politico-militare americano verso il continente asiatico (andando quindi in direzione opposta al Pivot to Asia di Obama) aumenterebbe sensibilmente l’instabilità dell’area, con i principali attori regionali pronti a espandere la propria influenza economicamente e politicamente nelle aree “lasciate libere” dagli USA, col rischio di una corsa alle armi che destabilizzerebbe ancora di più una polveriera già pronta a esplodere (Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Corea del Nord etc.). Per questo, con tutta probabilità, tale scenario molto difficilmente finirà col realizzarsi: è quindi probabile che, da una parte, l’infuocata retorica trumpiana sia smorzata verso una più ragionevole rinegoziazione degli equilibri commerciali tra gli Stati Uniti, la Cina (magari proprio su loro iniziativa) e le varie forze del continente asiatico, mentre dall’altra le relazioni con gli alleati degli USA saranno portate avanti sul modello business as usual, in alcuni casi addirittura rafforzando i propri legami diplomatici.

L’America del Sud, al contrario dell’Asia, è stata raramente oggetto d’interesse per il Presidente, se non per il binomio Messico-Cuba. I paesi latinoamericani sembrano essere, invece, in forte apprensione a causa delle posizioni trumpiane sul libero commercio: l’implementazione del protezionismo statunitense, infatti, andrebbe paradossalmente a detrimento di paesi alleati o che recentemente sono passati a governi riformatori (anche se l’autore sorvola sulla complessità dello scenario politico sudamericano, che va ben oltre la dicotomia “sinistra populista vs. liberal-democrazia”) e a beneficio di regimi populisti oramai in crisi. Attraverso una dettagliata analisi storica, Loris Zanatta cerca di far capire al lettore come il mantenimento delle promesse fatte da Trump in campagna elettorale non farebbe altro che riportare indietro le lancette dell’orologio, fomentando nuovamente l’antiamericanismo latino e spazzando via i progressi compiuti negli otto anni di Obama.

L’ultimo capitolo del libro, infine, affronta lo spinoso binomio commercio-ambiente: la spinta anti-globalista che ha portato Trump al potere (e che è già costata l’abbandono del TPP e del TTIP) vede gli accordi di libero commercio come una limitazione della sovranità e dello sviluppo economico americano, favorendo così la de-industrializzazione del paese. Il paventato abbandono (o rinegoziazione) di trattati come il NAFTA, quindi, è percepito all’interno del Trump-pensiero come il modo migliore per riportare questi posti di lavoro all’interno dei confini nazionali, lasciando al tempo stesso piena capacità di azione all’amministrazione per quanto riguarda possibili accordi futuri. Quest’approccio teorico dovrà, tuttavia, scontrarsi con le resistenze delle altre componenti del sistema americano (Congresso in primis), che non intendono né rinunciare alla possibilità di poter influenzare i mercati per gli anni a venire né lasciare campo libero a Russia e Cina. Come sottolinea l’Autrice (Lucia Tajoli), il progressivo ritiro degli Stati Uniti da un ordine internazionale che essi stessi hanno contribuito a creare, e del quale gli USA rappresentano il pilastro principale, rischierebbe di andare contro quello stesso interesse supremo che il Presidente vorrebbe proteggere. Lo stesso discorso può essere applicato ai temi ambientali, specie riguardo l’accordo di Parigi: al forte scetticismo di una parte della politica USA si contrappongono, infatti, sia le centinaia di migliaia di posti di lavoro legati all’industria verde sia la volontà da parte dei principali firmatari dell’accordo di continuare a rispettarne i dettami del patto a prescindere dal comportamento di Washington. Trump si trova stretto, quindi, tra il rispetto degli accordi presi (andando contro le sue stesse promesse), il tentativo di vincere la reticenza negoziale degli altri partner o tentare la via dell’unilateralismo, con conseguenze economiche, ma anche politiche, decisamente sconosciute.

L’imprevedibilità sembra assurgere, dunque, a elemento caratterizzante della nascente amministrazione, come giustamente rilevato più volte dagli autori stessi: di fatto «nessuno sa, o immagina, ciò che farà Trump». Questo perché, a differenza del mito del Presidente degli Stati Uniti come uomo più potente del mondo, ogni programma teorico (per quanto radicale) finisce inevitabilmente per scontrarsi con una realtà fatta d’istituzioni, organizzazioni, accordi e relazioni senza le quali il Presidente semplicemente non può agire. Sul piano interno, perciò, Trump dovrà scendere a compromessi con Congresso per far passare le leggi, con la burocrazia per riuscire ad amministrare il paese, con il Pentagono in tema di operazioni militari e molto altro ancora. In una politica estera sempre meno liberale e sempre più realista, invece, questo concetto si traduce nella necessità di dover mediare con differenti partner globali e regionali, talvolta partendo da situazioni non-ideali e con pochissimo margine di manovra. In un «primo anno ricco di errori e passi falsi», quindi, è più che lecito attendersi una non troppo pacifica coesistenza fra radicalismo e normalizzazione, fra il Trump-candidato e il Trump-Presidente, come dimostrato ampiamente dai primi mesi di vita dell’amministrazione.

Nonostante le mancanze segnalate in precedenza, i contenuti presenti dal libro, sebbene basati prevalentemente sul programma e sulle dichiarazioni del candidato repubblicano prima della tornata elettorale di Novembre, conservano un elevatissimo grado di attualità, rendendo quindi Il mondo secondo Trump una lettura obbligata sia per coloro che si affacciano alla politica americana per la prima volta sia per chiunque voglia conoscere un po’ più nello specifico cosa aspettarsi da questo strano e imprevedibile quadriennio trumpiano.

Scritto da
Paolo Marzi

Nato a Siena il 2 gennaio 1992. Laureato in Scienze Politiche all'Università di Siena. Attualmente frequenta il corso magistrale in European Studies presso l'Università degli studi di Siena. Appassionato di politica estera ed interna, letteratura e sport. Scrive sul blog multiautore Versus e altre riviste e pagine online.

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