Il mosaico della libertà: democrazia, libertà e spazio pubblico. Estratto dal libro di Salvatore Veca
- 23 Dicembre 2022

Il mosaico della libertà: democrazia, libertà e spazio pubblico. Estratto dal libro di Salvatore Veca

Scritto da Salvatore Veca

14 minuti di lettura

Salvatore Veca, scomparso nell’ottobre del 2021, è stato uno dei più importanti studiosi italiani di filosofia politica. Tra i primi ad approfondire e a diffondere in Italia il pensiero di John Rawls, la sua riflessione si è incentrata sui concetti di giustizia, uguaglianza, libertà, democrazia, cittadinanza, pluralismo e laicità. Proponiamo qui, per gentile concessione dell’editore, un estratto del suo ultimo libro: Il mosaico della libertà. Perché la democrazia vale, uscito per Egea editore nell’agosto 2021.


Cominciamo dicendo che un’immagine appropriata per delineare la fisionomia di una forma di vita democratica è quella di un mosaico, fatto di tante tessere. Si osservi che ogni distinta tessera deve la sua struttura a una contingenza storica e ha le sue radici in un contesto determinato e situato. Spesso può darsi il caso che una tessera sia stata delineata per ragioni e con scopi differenti da quelli che le attribuiamo oggi, quando osserviamo il mosaico.

In genere, quando pensiamo a una forma di vita democratica, più o meno decente, pensiamo a un regime politico che ospita differenti istituzioni, norme di livello costituzionale e ordinario, procedure elettorali per la scelta di chi ha diritto temporaneo a governare, provvedimenti e scelte collettive, interpretazioni politiche alternative dell’interesse pubblico di lungo termine. E consideriamo tutti questi come elementi fondamentali di un regime di democrazia costituzionale pluralistica e rappresentativa che, grazie a regole, norme, convenzioni e procedure, si distingue da regimi autocratici o autoritari, di differente tipo e natura.

La mia tesi è che questo quadro sia certamente fedele ma sia, al tempo stesso, fondamentalmente incompleto. Sono convinto i) che uno dei tratti distintivi cruciali di una democrazia politica sia l’ampiezza, la densità e la ricchezza del suo spazio pubblico, in cui si esercita la libertà democratica per eccellenza, quella di condividere con altre cittadine e cittadini modi di valutare e proporre soluzioni di problemi collettivi fra loro alternative e confliggenti e ii) che alla libertà democratica e allo spazio pubblico si debba guardare con attenzione se siamo interessati non solo a descrivere un tratto saliente della democrazia politica come complesso artefatto politico, ma anche e soprattutto a individuare le radici del suo valore per noi. Questo libro è in fondo un tentativo di rispondere alla domanda elementare: perché la democrazia come fatto politico e istituzionale per noi vale ed è preferibile ad altri assetti e regimi politici e istituzionali?

È bene chiarire che lo spazio pubblico, in questa prospettiva, è uno spazio sociale, e non già istituzionale. È lo spazio delle voci di cittadinanza. Lo spazio in cui possono emergere potenzialità altrimenti non espresse, bisogni altrimenti non visibili, speranze altrimenti opache, così come paure altrimenti negate. È uno spazio pieno di dissonanze e piuttosto cacofonico in cui – come vedremo – le ragioni per credere e per agire collettivamente vanno in tandem con le passioni e le emozioni.

Ma quando i confini di questo spazio sono vietati o ristretti, quando viene meno l’esercizio della libertà democratica o i costi d’accesso allo spazio pubblico di una democrazia diventano per una varietà di ragioni terribilmente alti e disuguali, allora la qualità di una democrazia mostra un deficit significativo e, a volte, severo. E ciò non è riconoscibile o avvertibile se si resta alla prospettiva, decisiva ma incompleta, del mosaico della democrazia come sistema di istituzioni, norme e procedure. D’altra parte, il deficit democratico che contraddistingue al tempo stesso la contrazione dei confini dello spazio pubblico e la riduzione dell’esercizio della libertà democratica genera severe minacce nei confronti del valore della democrazia per noi.

La questione centrale che emerge è quella dell’allineamento o del disallineamento fra spazio sociale e spazio istituzionale. Molti deficit e buona parte delle crisi entro le democrazie contemporanee emergono nelle circostanze in cui le ragioni e le passioni che danno luogo a voci di cittadinanza nello spazio pubblico, come spazio sociale, non trovano alcuna rispondenza o trovano debole rispondenza entro lo spazio istituzionale dell’esercizio del potere temporaneo di governo delle società.

Come cercherò di mostrare, la democrazia si avvale nel tempo della connessione, dell’interazione e dell’equilibrio instabile fra lo spazio delle alternative politiche e quello delle alternative sociali. La qualità stessa della rappresentanza politica e delle sue istituzioni è coerente con la connessione fra i due spazi di alternative. Due spazi distinti, ma non indipendenti, nella cui connessione ritroviamo il valore dell’artefatto democratico.

 

Teorie della democrazia

Per mettere a fuoco la connessione tra forma di vita democratica e spazio pubblico come spazio sociale delle alternative, cominciamo considerando alcuni tratti distintivi che caratterizzano le teorie della democrazia o le idee di democrazia come regime politico, nei loro sviluppi a partire dal secolo scorso (molto utile è, in proposito, il bel saggio sulle idee di democrazia di Gianfranco Pasquino nel suo Partiti, istituzioni, democrazie). A me sembra che lo scopo principale del fare teoria della democrazia, per lunga parte del Novecento, sia consistito nella ricerca e nell’individuazione degli elementi essenziali che consentono di distinguere fra un regime politico democratico e un regime politico non democratico. Su questo sfondo, il problema centrale è un problema di criteri per la demarcazione.

I diversi modelli di democrazia, da quello rappresentativo di Hans Kelsen a quello competitivo di Joseph A. Schumpeter, da quello poliarchico di Robert Dahl a quelli procedurali di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, mirano a rendere conto di un criterio di demarcazione tra forme di governo democratico e forme di governo autocratico o totalitario. È così che la questione ottocentesca dell’opposizione fra democrazia e dispotismo alla Tocqueville, un classico cui mi riferirò più avanti, viene riformulata dai teorici della democrazia in una essenziale varietà di modi, che divergono quanto agli aspetti ritenuti rilevanti o al peso da assegnare a differenti tessere del mosaico democratico, ma che condividono lo scopo essenziale del criterio o dei criteri di demarcazione.

Ora, sia che l’accento venga posto sul ruolo cruciale della rappresentanza pluralistica, sia che si sposti sulla competizione fra promesse di politiche miranti all’acquisizione di consenso, sia che investa il ruolo decisivo delle regole e delle procedure, sia che tocchi la dispersione pluralistica delle risorse di potere, in ogni caso un tratto distintivo del regime democratico è costituito dalla persistenza del disaccordo e dalla mutua compatibilità di interpretazioni alternative dell’interesse pubblico o dell’interesse di lungo termine della comunità politica. È opportuno sottolineare il carattere persistente e strutturale, e non già congiunturale e contingente, delle visioni alternative e divergenti dell’interesse collettivo, perché sono convinto che questo tratto distintivo della forma di vita democratica abbia almeno due implicazioni importanti.

La prima riguarda la natura della libertà democratica par excellence. La seconda chiama in causa l’altra tessera del mosaico democratico e concerne lo spazio pubblico che abbiamo definito come spazio sociale, e non istituzionale, in cui di nuovo ci troviamo o ci aspettiamo di trovarci di fronte all’insorgenza o alla persistenza di alternative (più o meno marcate e nettamente distinguibili).

 

La natura della libertà democratica

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La libertà democratica per eccellenza è la libertà delle persone di costituire e ricostituire cerchie di mutuo riconoscimento – religioso, politico, sociale, culturale, etico –, selezionando fra un insieme di identità sociali possibili, vecchie e nuove a un tempo dato. Potremmo reinterpretare il fortunato slogan di Karl Popper a proposito della società aperta, sostenendo che una forma di vita democratica realizza essenzialmente una società aperta, in quanto massimizza le opportunità di costituzione e ricostituzione di identità e cerchie di riconoscimento sociale nel tempo.

Così, riferendoci alle distinte grammatiche della libertà, potremmo anche dire che se l’interpretazione della libertà liberale pone l’accento sulla certezza costituzionale di un’area di indipendenza delle persone protetta da diritti fondamentali, sulla sua immunizzazione e indisponibilità rispetto ai contingenti esiti di maggioranza o degli esercizi di aggregazione degli interessi, l’interpretazione della libertà democratica mette a fuoco la natura dell’incertezza, dell’incompletezza e del mutamento delle aspettative, dei bisogni, delle mutevoli identità collettive in gioco entro il paesaggio di società sottoposte a incessanti trasformazioni.

 

La natura dello spazio pubblico

Possiamo dire, a questo punto, che è propriamente la pluralità delle identificazioni, delle cerchie di riconoscimento e di valore politico, che è alla base della natura della libertà democratica, a generare quell’ingrediente essenziale della forma di vita democratica che è il suo spazio pubblico. Lo spazio pubblico è il luogo in cui idee, credenze e convinzioni differenti e a volte inconciliabili si confrontano fra loro, mirando a ottenere adesione e consenso. Esso è il luogo paradigmatico del parteggiare, del convertire e dell’associare. Il luogo dell’esercizio della libera arte di associarsi di Tocqueville. E presuppone il fatto del pluralismo e del disaccordo, che ho definito quali caratteristiche essenziali per un regime e un processo politico democratico.

La libertà liberale dell’avere determinate credenze si converte nella libertà democratica, quando introduciamo l’interesse alla conversione, alla corroborazione o alla revisione delle credenze di altre persone. Nella prospettiva di una teoria democratica dovremmo naturalmente introdurre anche una clausola relativa alla simmetria e ai costi di accesso allo spazio pubblico, ma per ora vorrei lasciare questa clausola, pur decisiva, sullo sfondo.

Alessandro Pizzorno ha avanzato una illuminante proposta di indagine sulle trasformazioni dei regimi democratici e ha suggerito di guardare allo spazio pubblico come al «luogo dell’operare di uno Stato alternativo». Nel senso che lo spazio pubblico in un regime democratico include funzioni alternative a quelle dello Stato e delle istituzioni. Ciò che si manifesta nello spazio pubblico sono le potenzialità alternative della società. In esso viene in luce ciò che in una società si rivela come ancora irriducibile, o difficilmente riducibile, all’ordine costituito.

Lo spazio pubblico diventa allora qualcosa come il laboratorio della non conformità a norme date e della varietà delle identità sociali. Gli attori che comunicano e muovono all’azione in questo spazio pubblico possono riferirsi alle realtà più varie: la Terra e il suo destino ecologico; gli oppressi qua e là per il mondo; le lingue minacciate di sparizione; le specie animali, la biodiversità e le risorse naturali in via di estinzione; l’economia circolare, l’economia di condivisione; le scelte di vita minoritarie e alternative; le preferenze sessuali di minoranza; i modi del comunicare e del costruire comunità virtuali; la conversione di altri a un diverso modo di intendere il senso della vita, un diverso modo religioso o etico o culturale; sogni e speranze di frazioni di popolazione esclusa che conosce vite di «scarto»; pretese che mirano a essere riconosciute come diritti e diritti già riconosciuti di cui si denuncia lo scippo; comunità immaginarie di una qualche utopia di vita buona e di fioritura umana. Lo spazio pubblico, potremmo dire, è il cantiere sempre in corso della diversità, delle alternative, degli esperimenti di vita e delle differenti mobilitazioni cognitive.

Lo spazio pubblico, cui è strettamente connessa la mia idea di libertà democratica, si conferma come il luogo in cui l’emergere di disfunzioni, bisogni, aspettative e contraddizioni viene accertato, constatato, definito, diffuso e discusso, in modo che a volte la consapevolezza delle insufficienze e dei deficit ad assicurare la società bene ordinata possa essere tradotta in azione collettiva, temporanea o durevole, in tensione con lo spazio delle istituzioni politiche. Quindi, possiamo ribadire, il luogo sociale, e non istituzionale, del pluralismo entro una forma di vita democratica è costituito dal suo spazio pubblico. E aggiungere che si tratta di uno spazio, sottoposto nel tempo a metamorfosi e cambiamenti a volte radicali (si pensi alla rivoluzione informatica), entro il quale si apprende – non senza intoppi, conflitti, difficoltà e fatica – a convivere nella diversità. E si generano domande o pretese o aspettative che aprono, se le cose hanno successo, un varco per prospettive, esperimenti di vita e possibilità alternative. Come ho detto, si tratta di una diversità intesa come carattere persistente, e non congiunturale, della forma di vita democratica. Ma ora vorrei aggiungere: si tratta anche di una caratteristica che è il promemoria della congruenza tra forma di vita democratica e incompletezza, nel senso della rispondenza e della resilienza dei regimi e dei processi democratici al mutamento e all’innovazione o alla metamorfosi del paesaggio sociale. E ciò non è senza conseguenza sulla natura dei deficit o delle crisi entro le democrazie, che affronterò più avanti.

È nello spazio pubblico così inteso che si genera una varietà di versioni condivise entro alcune cerchie di riconoscimento, e non in altre fra loro differenti, dei fini di lungo termine della convivenza. È nello spazio pubblico che ci mettiamo alla prova con il fatto del pluralismo e della varietà di dottrine comprensive, per usare il gergo delle lezioni di Liberalismo politico di John Rawls. Del resto, le dottrine comprensive sono strettamente connesse alla (e dipendenti dalla) interpretazione della natura della libertà democratica. E alla politica, nelle circostanze ordinarie, sarà ascritto il ruolo di rispondere con i suoi mezzi e i suoi provvedimenti al mutamento sociale, che è esemplificato dalle trasformazioni delle aspettative e delle identità collettive vecchie e nuove che rispondono, a loro volta, alla metamorfosi di interessi, ideali, bisogni e pretese confliggenti.

Ora, se il terminus a quo di una democrazia politica non è negoziabile e deve essere preservato nel tempo, è naturale chiedersi se trasformazioni e mutamenti – economici, culturali, tecnologici, religiosi, sociali – non possano finire per distorcere e deformare i tratti distintivi di una forma di vita democratica, quei tratti su cui ha lavorato a lungo la teoria politica alla ricerca di criteri di demarcazione. Sappiamo che non c’è valore che non sia esposto al rischio della sua perdita e dissipazione. Tuttavia, possiamo rispondere così alla domanda naturale: salvo che nei casi di perdita e regressione, che implicano l’alterazione dei vincoli propri del terminus a quo, regimi democratici mutati nel tempo dovranno soddisfare almeno la clausola della loro reidentificabilità sulla base di alcuni punti fissi e della loro preservazione nella durata. Tra i punti fissi, che devono essere preservati nel mutamento, possiamo indicare prioritariamente tanto l’esercizio della libertà democratica quanto lo spazio pubblico della controversia e della diversità. Lo spazio delle alternative come luogo dei possibili transiti fra politica e società democratica. Ancora una volta, alternative politiche e sociali, in tensione, in interazione, in equilibrio instabile fra loro.

 

Le virtù della distinzione e della condivisione politica

Il cenno alle lezioni di Liberalismo politico di Rawls mi induce a sottolineare un punto importante che ha a che vedere con i confini dello spazio delle alternative politiche e sociali. I confini del processo democratico di deliberazione e di competizione fra interpretazioni divergenti dell’interesse pubblico sono naturalmente presidiati dalla cornice costituzionale. Rawls ha proposto, in una prospettiva filosofica, l’idea di overlapping consensus per rendere conto della condivisione e della convergenza sui costituzionali essenziali, senza la quale il processo e la controversia democratica generano effetti perversi. Se prendiamo sul serio il fatto del pluralismo, generato dall’esercizio della libertà democratica, siamo indotti a pensare a una varietà di ragioni differenti che sostengono o possono sostenere l’adesione convergente ai costituzionali essenziali.

Interpretazioni alternative e divergenti dell’interesse pubblico sono e restano l’esito della virtù democratica della distinzione se e solo se poggiano sulla condivisione e sull’adesione convergente ai principi della Costituzione. Così, virtù della distinzione e virtù della condivisione costituzionale vanno in tandem. E si perimetrano i limiti dello spazio istituzionale e dello spazio sociale delle alternative e del persistente disaccordo. Si osservi infine che l’incertezza del processo democratico è virtuosa se e solo se esso si svolge entro i confini e i limiti della certezza costituzionale. Il che rende conto dell’onerosità di qualsiasi riforma costituzionale. Come dire: questa è la democrazia costituzionale, bellezza!

 

La qualità della democrazia e la crisi nella democrazia

Negli ultimi decenni l’interesse di chi fa teoria della democrazia si è concentrato, per un verso, sui processi e le circostanze di insorgenza di regimi democratici sulle ceneri di ancien régime autocratici e, per altro verso, sui criteri di valutazione della variabile qualità delle democrazie consolidate. Nell’epoca della solitudine normativa della democrazia, sullo sfondo dei processi di trasformazione dell’equilibrio geopolitico della Guerra fredda e dell’avvio dei processi di globalizzazione, ai tempi delle incerte transizioni fra costellazione nazionale e costellazione postnazionale, come ci ha suggerito Jürgen Habermas, questa duplice direzione d’indagine nella teoria politica è dopo tutto naturale.

Ora, le ricerche sugli indicatori plurali di qualità di una democrazia si sono intrecciate con un’ampia gamma di interpretazioni delle recenti trasformazioni delle democrazie, che hanno spesso indotto a individuare, in vari modi, esperienze di crisi e dissipazione dei fondamentali della forma di vita democratica. Come è del resto accaduto nella sua recente storia, si sono così generati discorsi a proposito della crisi della democrazia. E sono state, in alcuni casi, prospettate alternative considerate come soluzioni della crisi. Si pensi alle prospettive epistemiche o tecnocratiche del «platonismo democratico», alle prospettive populiste incentrate sulla costruzione e sull’invenzione di una comunità omogenea che si identifica con i leader, alle prospettive plebiscitarie che in tempi mutati trasformano i cittadini in spettatori e recettori passivi del discorso politico dei leader della democrazia del pubblico di Bernard Manin.

In altri casi, l’analisi stessa delle soluzioni proposte per la crisi ne ha mostrato il carattere di problema piuttosto che di soluzione, come ha sostenuto Nadia Urbinati nel suo Democrazia sfigurata. Indagini più radicali hanno indotto a descrivere regimi ormai postdemocratici nel senso di Colin Crouch, o a mettere a fuoco la tensione esiziale fra paesaggio sociale e procedure democratiche, come ha sostenuto Pierre Rosanvallon nel suo libro, La société des égaux. Altre ricerche hanno ascritto la crisi della democrazia al vistoso venir meno dell’uguaglianza politica, uno dei pilastri e dei tratti distintivi della teoria della democrazia […]. Ora, noi possiamo certamente parlare di crisi della democrazia quando i suoi tratti distintivi, i suoi invarianti sono sottoposti a pressione sino a far collassare i criteri di identificazione, e reidentificazione nel tempo, di un regime come regime democratico. Ma, prendendo sul serio l’incompletezza essenziale della democrazia e la sua capacità adattativa al mutamento sociale, la sua resilienza nel tempo, sono convinto sia più plausibile parlare di deficit e di crisi nella o entro la democrazia. E mi propongo, in conclusione, di abbozzare una congettura su alcune delle circostanze che generano dilemmi e crisi nella democrazia, entro la nostra forma di vita democratica. La congettura si avvale, ancora una volta, della connessione tra la forma di vita democratica e il duplice spazio, istituzionale e sociale, delle alternative. Non senza evocare, come avevo accennato, il classico Tocqueville.

 

Il teorema Tocqueville

Osservatore e partecipante di un’età di transizioni fra ancien régime e modernità politica, Alexis de Tocqueville adotta una logica di sistema nella sua celebre Democrazia in America e mette a fuoco la connessione fra l’état social e le istituzioni fondamentali della recente democrazia americana. L’assetto sociale, com’è noto, è caratterizzato dalla égalité des conditions di cittadinanza. Si osservi che l’uguaglianza delle condizioni è un’uguaglianza “immaginaria” e coincide con la credenza diffusa nell’uguaglianza di status, in contrasto con il paesaggio sociale delle gerarchie ascrittive d’ancien régime. Essa ha quindi a che vedere con i modi sociali del mutuo riconoscimento fra persone, riguarda le basi sociali del rispetto democratico, in contrasto con la deferenza d’ancien régime. E l’uguale rispetto, proprio dell’assetto sociale democratico, rimpiazza i legami durevoli nel tempo del maître e del serviteur delle società cetuali in virtù di una mutualità di riconoscimenti che inducono all’esercizio della libera arte di associarsi. […]

È facile vedere che nella magistrale analisi di Tocqueville affiorano i temi della libertà democratica e dello spazio pubblico, cui ho fatto riferimento a proposito della connessione fra la democrazia e il duplice spazio, politico e sociale, delle alternative. Quanto mi interessa sottolineare è la logica di sistema con cui Tocqueville mette a fuoco assetto sociale e istituzioni e procedure per rendere conto della democrazia come complesso artefatto politico, incentrato sulla connessione e l’interazione tra fatti sociali e norme. Perché la mia congettura sulla crisi nella democrazia, o su alcuni suoi aspetti, è incentrata sulla sconnessione fra spazio pubblico e spazio politico. Sulla dissipazione dei transiti fra spazio pubblico e spazio politico, sulla lacerazione del legame sociale e, quindi, sullo scollamento fra cerchie sociali e cerchie della rappresentanza e della deliberazione politica, sul disallineamento fra spazio pubblico sociale e spazio pubblico istituzionale. I luoghi della dissipazione, della lacerazione e dello scollamento sono quelli in cui si generano i fenomeni di revoca di fiducia, apatia, rancore e cinismo nella polis. In parole povere, uno degli aspetti essenziali della crisi nella democrazia è quello connesso alla nuova questione sociale. O, meglio, ai suoi effetti sulla crisi nella democrazia.

 

Gli effetti della crisi e le passioni d’incertezza

Ho esaminato a più riprese nei miei ultimi scritti i differenti effetti che la crisi sistemica e persistente in cui siamo ancora intrappolati ha generato e genera in differenti ambiti della nostra convivenza democratica. Qui mi basta sottolineare, sul piano dell’état social di Tocqueville, l’indebolimento quando non la rottura del legame sociale, la distruzione del sociale messa a fuoco da Alain Touraine, sotto la pressione di crescenti disuguaglianze, il blocco della mobilità sociale, la contrazione dell’ombra del futuro sul presente, la condanna a ciò che ho chiamato presentismo, la frammentazione della società stessa in ghetti o caste o ceti, che evocano lo spettro delle gerarchie di un ancien régime postmoderno. Il venir meno dell’égalité des conditions e, ironicamente, della stessa “comunità illusoria” con cui Marx identificava, nello scritto giovanile Sulla questione ebraica, la società democratica fra l’uguaglianza del citoyen nel cielo dei diritti e la disuguaglianza dei vantaggi e degli svantaggi sulla terra del bourgeois.

Il catalogo degli effetti della crisi sul disagio della democrazia genera in ampie frazioni di cittadinanza forme reattive che si possono classificare come passioni d’incertezza. Secondo Spinoza, le passioni d’incertezza coincidono con la paura e la speranza. Come sappiamo, il ruolo delle emozioni e delle passioni nella genesi e nel mutamento delle credenze politiche è stato indagato a fondo. Nei processi democratici e nello spazio pubblico delle voci di cittadinanza le ragioni non si muovono nel vuoto pneumatico ma viaggiano, nella comunicazione, nella formazione e revisione delle credenze, in tandem con le emozioni. Ci potremmo chiedere, allora: paura e speranza di che cosa? E, in contesti e circostanze differenti, osserveremo che la paura ha a che vedere con la percezione più o meno intensa del rischio di esperienze di perdita di valori e beni. L’avversione al rischio è una delle risposte all’incertezza. Gli imprenditori politici e i decisori pubblici in una democrazia possono, nei casi di disallineamento fra spazio pubblico e spazio istituzionale, non rispondere alle percezioni di perdita di frazioni di cittadinanza e risultare così autorefenziali e, in ogni caso, deboli nella risposta e deficitari nella loro funzione di rappresentanza.

Sullo sfondo di deficit della rappresentanza democratica, altro tipo di imprenditori politici si propongono invece come veri e propri imprenditori della paura, mirando a massimizzare il proprio consenso e offrendo promesse più o meno illusorie di protezione e di speranza. In genere, buona parte delle esperienze dei movimenti populisti che prendono corpo nello spazio pubblico, se acquisiscono le risorse e le condizioni dell’azione durevole nel tempo, mirano a istituzionalizzarsi cercando un riallineamento fra rappresentanza e cittadinanza. Ciò può avvenire con l’invenzione simbolica di un “noi” o di un “popolo” che, avendo revocato fiducia al sistema durevole della rappresentanza politica, la fa transitare verso leader carismatici per le loro virtù personali, percepite come tali per contrasto con l’opaco e distante sistema del ceto politico, o verso leader di partiti che trasformano in capitale di seguito e consenso la diffidenza, lo scetticismo, il rancore e il fastidio verso le forme della rappresentanza democratica, con il suo corteo di norme, procedure e istituzioni, remote e disallineate con le voci di cittadinanza che pullulano nello spazio pubblico.

In ogni caso, le politiche degli imprenditori politici della paura e del forte disagio sociale di ampie frazioni di popolazione acquisiscono consenso e a volte potere temporaneo di governo sulla società sulla base della speranza illusoria della soluzione dei problemi collettivi che generano l’esperienza della paura. L’assenza o la severa scarsità di genuini imprenditori politici della speranza che, esercitando la virtù della lungimiranza e della responsabilità, ottengano consenso ragionevole sulle proprie proposte e visioni, può rischiare di avere come effetto la trasformazione di crisi entro la democrazia in una crisi della democrazia costituzionale. Le cosiddette democrazie “illiberali”, anche solo limitandoci alle nostre parti europee, ne sono un esempio perspicuo. Le democrazie illiberali sembrano destinate a comparire in un nuovo capitolo del libro sulla democrazia e i suoi critici, offrendo un’alternativa ai regimi politici democratici in cui non è difficile intravedere, dietro la maschera di alcuni rituali democratici, il volto oscuro di autocrazie vecchie e nuove.

Scritto da
Salvatore Veca

È stato uno dei più importanti studiosi italiani di Filosofia politica. Ha insegnato nelle Università della Calabria, di Bologna, di Milano, di Firenze e di Pavia e all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Ha fatto parte del comitato direttivo di: «Rivista di filosofia», «Iride» ed «European Journal of Philosophy». È stato prima Presidente e poi Presidente onorario della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano e Presidente della Casa della Cultura di Milano. Tra le sue numerose pubblicazioni: “Il mosaico della libertà. Perché la democrazia vale” (Egea 2021), “Il senso della possibilità” (Feltrinelli 2018), “L’idea di incompletezza” (Feltrinelli 2011) e “Questioni di giustizia” (Einaudi 1991).

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