Il nuovo socialismo? È tecnologico
- 16 Marzo 2020

Il nuovo socialismo? È tecnologico

Scritto da Chiara Mancini

6 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


La ricostruzione storica del pensiero dei due grandi filoni socialista e liberale, che Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano operano nel loro articolo per il numero 6/19 della Rivista «il Mulino», è di grande interesse per stimolare una riflessione su come oggi questi possano evolversi o addirittura contaminarsi con diverse e nuove chiavi di lettura.

Tra i molti spunti offerti da Felice e Provenzano, uno di quelli di maggiore interesse riguarda la constatazione di come la matrice comune del pensiero liberale e di quello socialista – l’idea di rappresentare il lavoro contro la rendita – si sia persa con la rivoluzione neoliberista e la sconfitta dei movimenti socialisti. Da qui occorre ripartire, per chiedersi cosa significhi ripensare una ideologia politica che dia forza al lavoro contro la rendita nella nostra epoca. Nel riproporre una cultura del lavoro, però, bisogna evitare di ricadere in uno dei passaggi che ha prodotto più lacerazioni, e spesso sofismi di scarso interesse pratico, negli ultimi lustri: la ben nota contrapposizione fra libertà (o liberazione) nel lavoro e libertà (o liberazione) dal lavoro. Senza voler banalizzare questo dibattito, si tratta in sostanza di una lotta tra chi chiede di ridurre il peso del lavoro nella vita delle persone e chi rivendica la centralità dello stesso e quindi la necessità di raggiungere migliori condizioni di lavoro. Una contrapposizione che non ha più senso a fronte del cambiamento quantitativo e qualitativo che le nuove tecnologie stanno producendo: creare più ricchezza lavorando di meno, e meglio. Se si vuole costruire non una cultura del lavoro in senso classico, ma più specificamente una “cultura di rappresentanza politica del lavoro”, allora la chiave di lettura che si deve adottare è quella della trasformazione tecnologica.

Finora, l’analisi sul futuro del lavoro è stata affrontata con lenti subalterne al pensiero economico classico: in questi 40 anni di egemonia neoliberista, è stato interiorizzato il costrutto ideologico per cui gli aumenti di produttività sono dovuti all’innovazione, e questa a sua volta è il solo frutto dell’ingegno imprenditoriale e dei suoi investimenti in capitale. Così si giustifica l’aumento dei profitti a solo beneficio della rendita, e il lavoro non viene considerato nell’equazione. La remunerazione del lavoro si abbassa per la diffusa convinzione, largamente propugnata, che, dal momento che serve meno lavoro, questo sia sempre meno determinante nel processo produttivo, a più basse competenze e dunque sostituibile. È stata accettata, insomma, la legge della domanda e dell’offerta applicata al lavoro – la “mercificazione” del lavoro che la cultura socialista da sempre intende contrastare. Se, come ci ricorda il primo principio fondamentale dell’ormai centenaria Organizzazione Internazionale del Lavoro, “il lavoro non è una merce”, allora questo non può essere considerato tale nelle teorie economiche. In altri termini: i lavoratori devono essere remunerati (e più largamente considerati, economicamente e socialmente) per il valore che producono, non per la concorrenza che si fanno.

Proprio una delle teorie all’origine della tradizione socialista, quella del valore-lavoro, offre una chiave di lettura più corretta dei processi di innovazione tecnologica e del ruolo che il lavoro occupa all’interno di essi. Interiorizzando la legge della domanda e dell’offerta anche per il lavoro, anche noi abbiamo smesso di capire dove risiede la creazione del valore. Basti pensare a come stiamo leggendo la diffusione del commercio elettronico: la logistica acquisisce sempre maggiore importanza nella catena del valore perché le persone acquistano sempre di più sulla base della velocità, qualità e trasparenza della logistica. Insomma, è chiaro che nell’e-commerce il valore è creato anche dalla logistica. Nonostante ciò, questo continua ad essere un settore dominato da appalti e subappalti, con condizioni di lavoro spesso incontrollabili e precarie. E persino nelle nostre analisi, quando si concentrano sul tema della profilazione degli utenti-consumatori, continuiamo a dire che il valore è generato solo dagli algoritmi. È una lettura viziata da lenti ideologiche, che di fatto premiano la rendita e squalificano il lavoro. Non basta la clausola sociale e il controllo dell’azienda leader della filiera, seppur ovviamente importantissimi: occorre riconoscere che se quel settore è in crescita, l’aumento della produttività è il frutto della tecnologia e del lavoro, e i benefici devono andare anche a quelle persone che li rendono possibili.

Insomma, la trasformazione tecnologica fa tornare di attualità un punto, che è prima culturale che normativo: il salario non si dovrebbe collocare all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma deve essere la remunerazione del valore aggiunto che i lavoratori portano. E quindi, almeno finché servirà il lavoro per produrre beni e servizi, gli aumenti di produttività crescenti che ci saranno per via tecnologica devono essere redistribuiti. È un punto culturale che però può essere affermato anche attuando politiche (pubbliche e nel terreno dell’autonomia collettiva) che spingano all’adozione massiccia di tecnologia per aumentare la produttività. La convinzione, infatti, è quella che accelerare la trasformazione tecnologica sia il modo migliore per superare la rendita, con meccanismi che allo stesso tempo valorizzino il lavoro. Uno dei metodi con cui questo principio potrebbe essere traslato nella realtà è quello proposto dal professor Leonello Tronti, secondo cui sarebbe possibile contrattare, sia a livello di impresa che di comparto, un tasso di aumento di produttività programmata a cui ancorare gli aumenti salariali. In questo modo si tornerebbe ad agganciare l’aumento dei salari all’aumento della produttività e, allo stesso tempo, si verrebbe a creare un una forte spinta ad innovare: infatti l’aumento salariale si verificherebbe anche in quelle imprese che non innovano – di fatto tassando la rendita. Al contrario, le imprese che investiranno in misura tale da accrescere la produttività più del target programmato vedranno crescere i propri profitti.

C’è poi un ulteriore passaggio, che discende dalla specifica natura delle tecnologie contemporanee rispetto a quelle che hanno determinato le rivoluzioni industriali precedenti, e che aiuterà a chiarire meglio l’affermazione secondo cui nel pensiero socialista si possa conciliare libertà dal lavoro e nel lavoro. Ci aiuta un altro testo di Marx, il Frammento sulla macchine, che ha una valenza profonda se letto insieme alla teoria del valore-lavoro e del ben più recente movimento dei commons. Secondo Marx, il valore aggiunto delle macchine industriali consiste nel sapere che esse incorporano: la tecnologia, dunque l’informazione, sono gli elementi che determinano la capacità di una macchina di essere impiegata per creare valore. Questo sapere è sociale, perché dipende dallo stato di avanzamento complessivo della scienza e della tecnica, “detenuto” appunto dalla società nel suo complesso (nelle università, nell’intelligenza collettiva degli studiosi e dei tecnici, nelle varie realtà produttive, nei lavoratori – si noti, per inciso, come questo punto si possa collegare agevolmente alla tesi dello Stato innovatore di Mazzucato). Un sistema di questo tipo ha bisogno di lavoratori che impiegano e valorizzano la propria forza intellettuale, dentro e fuori il lavoro: il sistema economico stesso ne ha bisogno. Si tratta di una analisi perfetta per il nostro sistema economico, dominato – a differenza di quello in cui Marx scriveva – dai dati e dall’informazione. La nostra economia è fondata sull’intelligenza generale. Non c’è niente che più dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, che a loro volta si nutrono di dati che gli individui e le società producono, sia prodotto socialmente. Per questo è importante che l’individuo possa essere valorizzato nelle sue qualità orgogliosamente umane (soprattutto intellettuali e sociali) nel lavoro, ma anche che possa farlo fuori dal lavoro, con maggiore tempo libero a disposizione, affinché possa nutrirsi del e contribuire all’intelligenza collettiva della società.

Sembra allora chiaro che una nuova cultura socialista non possa nascere – o almeno non possa tornare ad essere egemone – se non tiene insieme qualità del lavoro, redistribuzione del tempo di lavoro a fronte degli aumenti di produttività e accelerazione delle potenzialità tecnologiche. Quest’ultimo punto risulta di cruciale importanza nel quadro che si è provato a delineare sopra, non solo perché permette di creare tecnologie, merci e servizi che migliorano la vita delle persone e aiutano a rispondere alle grandi sfide sociali (come il cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione, oltre che le crescenti e insopportabili disuguaglianze), ma soprattutto perché è la base stessa della possibilità di redistribuire ricchezza e tempo e costruire una società basata sulla valorizzazione della persona umana nella sua individualità e differenza e nella socialità che esercita attraverso il contributo all’intelligenza generale.

Insomma, non è vero che l’innovazione porta inevitabilmente disuguaglianze, monopoli e rendita. Quella che conosciamo è l’innovazione immersa in un sistema neoliberista. La trasformazione tecnologica può essere un’occasione di liberazione nel lavoro e dal lavoro – ma per farlo non dobbiamo temerla, non dobbiamo cedere alle chiavi di lettura dominanti e dobbiamo comprenderla e usarla come strumento per promuovere la liberazione dell’uomo.

Scritto da
Chiara Mancini

Laureata in sociologia all’Università di Firenze e in economia, con indirizzo relazioni industriali, all’Università di Roma Tre, è stata ricercatrice junior in Adapt e poi ha curato il progetto “Idea Diffusa” dell’Ufficio Lavoro 4.0 della Cgil. Attualmente fa parte dell’Ufficio studi della Filt Cgil, dove si occupa in particolare dei grandi driver del futuro dei trasporti.

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