Il PCI, le rivoluzioni e il socialismo. Lezione di Donald Sassoon
- 24 Febbraio 2021

Il PCI, le rivoluzioni e il socialismo. Lezione di Donald Sassoon

Scritto da Donald Sassoon

15 minuti di lettura

Proponiamo il testo tratto dalla lezione di Donald Sassoon organizzata il 22 gennaio 2021 dalla Fondazione Gramsci in occasione del centenario della nascita del Partito comunista italiano. L’intervento è stato trascritto da Davide Regazzoni, rivisto da Calogero Laneri e controllato dall’autore. Ringraziamo la Fondazione Gramsci e Donald Sassoon per la possibilità di ospitare il contributo.

Donald Sassoon è Professore emerito di storia europea comparata presso la Queen Mary University di Londra. Allievo di Eric J. Hobsbawm, è considerato uno dei principali storici contemporanei. È nato al Cairo e ha studiato a Parigi, Milano, Londra e negli Stati Uniti e ha conseguito un PhD al Birkbeck College di Londra. Tra le sue numerose pubblicazioni: Cento anni di socialismo (Editori Riuniti 1997), Togliatti e la via italiana al socialismo (Einaudi 1980), La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi (Rizzoli 2008), Come nasce un dittatore (Rizzoli 2010) e Sintomi morbosi: Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti 2019). Il suo ultimo libro The Anxious Triumph. A Global History of Capitalism 1860-1914 esce quest’anno in Italia con Garzanti.


Il Partito comunista italiano nacque come conseguenza di un evento esterno all’Italia: la Rivoluzione russa. Settant’anni più tardi, esso si dissolse in seguito ad una sequela di nuovi eventi esterni che dalla caduta del muro di Berlino portarono alla fine dell’Unione Sovietica. Allo stesso modo, anche i rivolgimenti che portarono alla Rivoluzione russa furono principalmente causati da un evento globale: la Prima guerra mondiale. Difatti, quando nel marzo del 1917 lo Zar Nicola II abdicò, i bolscevichi contavano ancora molto poco. La decisione di continuare la guerra decretata dal governo liberale determinò una delle cause scatenanti della successiva Rivoluzione: direi financo la causa principale, posto che nella storia sia lecito individuare cause principali. La nascita del Partito comunista italiano, come è noto, avvenne in contemporanea a quella di vari partiti comunisti europei, contribuendo così alla divisione formale del movimento socialista. Formale, giacché nella sostanza il movimento era già diviso: non sulle vecchie divisioni ideologiche – si pensi al dibattito tra Bernstein e Kautsky che, peraltro, erano entrambi contro la guerra – ma sull’opportunità o meno di sostenere il conflitto. Formatosi in conseguenza della Rivoluzione russa, il movimento comunista rimase tuttavia pressoché irrilevante fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Dal decisivo contributo dell’Armata Rossa alla sconfitta del nazismo, alla guerra patriottica condotta dal Partito comunista cinese contro il Giappone, fino della resistenza armata in Italia e Francia, è in questi anni che, almeno in parte, le forze comuniste ripresero vigore.

La nascita e la crescita del comunismo, dunque, è stata spesso legata indistricabilmente alla guerra. Anche i partiti socialisti divennero importanti, perlomeno in Europa, solo dopo la Prima guerra mondiale e, ancora di più, a seguito della Seconda. Nel resto del mondo essi rimasero quasi inesistenti, sebbene le idee socialiste fossero presenti in svariati movimenti nazionalisti e anticoloniali. A cavallo tra le due Guerre, solo in Germania e nella Francia del Fronte popolare – durato tuttavia meno di un anno – i comunisti acquisirono una qualche rilevanza politica. Altrove essi contavano ben poco: presenti a malapena nelle Americhe, nelle colonie europee diventarono i principali protagonisti politici solo durante e dopo la Seconda guerra mondiale e, anche allora, solo in Cina e in Indocina. Volgendo lo sguardo in Italia, anche il Pci, dopo la sua fondazione, non poté rimanere a lungo nel gioco politico. Le ragioni vanno rintracciate sia nell’inefficacia del suo segretario, Amadeo Bordiga, sia nelle nefaste circostanze in cui il partito operò: la sconfitta del Biennio rosso, l’inizio della ripresa economica e l’ascesa di Benito Mussolini. Un destino non molto dissimile si verificò anche in Ungheria e in Germania.

Le istituzioni, compresi i partiti politici, sopravvivono alle situazioni che le hanno create. Quando le circostanze mutano, nuovi ed imprevedibili elementi esercitano una costante pressione trasformativa, costringendo le istituzioni ad un continuo adeguamento. Il principio di path dependence, diffuso nelle scienze economiche e sociologiche, spiega come le decisioni che affrontiamo siano vincolate da scelte prese in passato anche se quelle specifiche circostanze potrebbero non essere più rilevanti. Tale concetto, che bene illustra il perché le cose durino più a lungo di quanto dovrebbero, tuttavia non protegge necessariamente le istituzioni in modo permanente. Parafrasando il famoso incipit di Anna Karenina, «tutte le istituzioni prima o poi falliscono, ma ognuna fallisce a modo suo». Questo è valso anche per il comunismo, poiché rappresentava il prodotto di situazioni straordinarie del tutto irripetibili: che una guerra, quella che si consuma tra il 1914 e il 1918, potesse portare ad una situazione rivoluzionaria può sembrare normale ma, in realtà, se ripensiamo alle tre rivoluzioni più importanti che hanno preceduto quella russa, essa appare una dinamica relativamente senza precedenti.

Se pensiamo alla Guerra civile inglese, essa non fu causata da una guerra o da un fattore esterno, non è stata presa come modello e non ha avuto conseguenze internazionali. I marxisti la definirono come una rivoluzione “borghese” ma, nella Gran Bretagna del XVII secolo, anche se vi era indubbiamente una borghesia, essa non era di certo industriale o capitalista. La causa immediata della Guerra fu un conflitto tra il Parlamento e la Monarchia avente per oggetto della contesa il controllo della fiscalità, anche se presto il conflitto acquisì una dimensione religiosa. Ci fu quindi l’esecuzione del Re nel 1649, seguita dalla Repubblica dittatoriale di Cromwell, due restaurazioni con Charles II nel 1660 e William e Mary nel 1688 ed infine, nel 1714, un ulteriore cambiamento di dinastia con gli Hannover. Passarono quindi quasi cent’anni dall’inizio della rivoluzione acciocché il Parlamento britannico stabilisse la sua supremazia.

Per quanto riguarda la Guerra d’indipendenza americana, anch’essa iniziò con una controversia sulle tasse – cioè se la Gran Bretagna avesse il diritto o meno di imporre varie forme di tassazione sulle tredici colonie – e con la Dichiarazione d’indipendenza del 1776. Dopo una guerra, che oggi definiremmo anticoloniale, le colonie, nelle quali non vi era né un’aristocrazia né il capitalismo, divennero indipendenti costituendo il nucleo degli Stati Uniti d’America. L’impatto internazionale della Rivoluzione americana fu minimo: l’affermazione “Tutti gli esseri umani sono uguali” coesisteva con un ampio sistema di schiavitù mentre le donne venivano escluse dalla vita politica. Dopo una guerra civile estremamente sanguinosa, iniziata nel 1861 e conclusasi nel 1865, in cui morirono più americani che in tutte le successive guerre combattute dagli Stati Uniti, la schiavitù fu abolita, sebbene, dopo il periodo della ricostruzione, ai discendenti degli schiavi furono negati eguali diritti; una situazione che perdurò fino al Civil Rights Act degli anni Sessanta anche se, ancora oggi, essi subiscono varie forme di discriminazione.

Da ultimo, anche nel caso della Rivoluzione francese non ci furono evidenti cause esterne, anche se il peso del debito acquisito dallo Stato francese per sostenere la Rivoluzione americana rappresentò indubbiamente un fattore rilevante. Diversamente dai casi sopracitati, l’impatto internazionale della Rivoluzione francese, ritenuta da molti la rivoluzione per eccellenza, fu immenso. Dopo la trasformazione della monarchia assoluta in monarchia costituzionale nel 1789, seguì la Repubblica nel 1792, l’esecuzione del Re nel 1793, il periodo del terrore, la dittatura militare, l’Impero, la restaurazione del 1815 con i Borbone, un cambio di dinastia con gli Orleans nel 1830, una nuova Repubblica nel 1848, un nuovo impero con Napoleone III e, infine, nel 1870, venne istituita la Terza Repubblica (poi stabilizzatasi nel 1880). Ci sono voluti cento anni, dunque, affinché la Rivoluzione francese potesse essere veramente compiuta.

La Rivoluzione russa e la nascita dei partiti comunisti, dunque, è avvenuta come conseguenza di una congiuntura senza precedenti. Il Partito bolscevico percepì sé stesso, e fu percepito dagli altri, non solamente come l’organizzazione che aveva rovesciato un regime e creato un nuovo ordine sociale ma come la forza posta alla testa di un intero movimento globale. Una concezione insolita ma segnata da due precedenti importanti: le religioni universalistiche del cristianesimo e dell’islam. Queste ultime, difatti, presumendo di avere una missione globale, si diffusero tra persone che tra loro avevano ben poco in comune. In tal senso, però, l’esempio più rilevante rimane quello della Rivoluzione francese, la cui proclamazione fondamentale – La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 ricalcata sul modello americano – presupponeva che i suoi princìpi fossero universali e, pertanto, adottabili da tutti. La Rivoluzione russa, i precedenti movimenti nazional-democratici del XX secolo che portarono all’Unità d’Italia e della Germania e la Seconda Internazionale del 1889 erano perfettamente in sintonia con la nuova era della globalizzazione. In particolare, la Terza Internazionale del 1919 fu la prima organizzazione non religiosa mondiale della storia: un vero super-partito centralizzato. Non c’è da meravigliarsi, pertanto, che i bolscevichi si considerassero i veri eredi delle aspirazioni del secolo precedente. Né erano solo i democratici, i liberali e i socialisti a pensare in termini globali: il capitalismo stesso, come Marx ed altri avevano previsto, si stava espandendo in tutto il mondo. I cinquant’anni che hanno preceduto la Rivoluzione russa sono stati, dunque, un periodo di globalizzazione senza precedenti.

Al contrario, la Prima Internazionale di Karl Marx non è mai realmente esistita come organizzazione centralizzata mentre la Seconda Internazionale, proprio come la successiva Internazionale Socialista, era poco più di un “ufficio d’informazione”. Viceversa, il Comintern rappresentò l’unica vera organizzazione internazionale nella storia della sinistra. Fu il risultato di una fase unica e senza precedenti: gli anni che vanno dal 1917 al 1921 rappresentarono il solo periodo in cui non era irrealistico presumere che in Occidente la rivoluzione fosse una possibilità. Da allora, tutti i partiti comunisti d’Europa, nati per fare la rivoluzione, sarebbero stati condannati a crescere e a svilupparsi nel clima di situazioni non-rivoluzionarie: una delle tante ironie di cui è ricca la storia. Tuttavia, nonostante la sua natura globalizzata, il Comintern, almeno a parole, accettava i vincoli delle realtà nazionali. In tal senso, una delle ventuno condizioni imposte per partecipare al Comintern, la numero quindici, richiedeva ai partiti di redigere il loro programma «tenendo conto delle particolari condizioni del loro paese, ma che siano conformi ai deliberati dell’Internazionale comunista». La tensione tra le due parti, in realtà, non si sarebbe mai risolta.

La Terza Internazionale fu sciolta nel maggio del 1943: di nuovo durante una guerra e di nuovo per opera dei leader sovietici. Durante i ventiquattro anni di esistenza, le politiche del Comintern furono tutte fondamentalmente determinate dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica; periodo, è interessante notarlo, nel quale non è stato istituito un solo regime socialista in nessuna parte del mondo. L’unica eccezione fu la Mongolia, dove l’esercito sovietico intervenne nel 1921 per combattere le armate bianche condotte dal barone Roman Von Ungern, noto anche come il Barone Pazzo. Durante tutto il periodo tra le due guerre solo due partiti comunisti dell’Europa occidentale svilupparono una significativa base elettorale: il Parti Communiste Français e il Kommunistische Partei Deutschlands. Il consenso del primo oscillava tra il 10% del 1932 e il 15% del 1936 (il massimo di consensi raggiunto da un partito comunista in Europa prima della Seconda guerra mondiale); il secondo, nel 1932, poco prima dell’arrivo dei nazisti, raccolse il 13%. In Spagna, anche nel periodo del Fronte popolare, i comunisti erano elettoralmente poco significativi. In Italia, negli anni Venti, il fronte della sinistra era invece costituito da quattro gruppi. I socialisti riformisti capeggiati da Filippo Turati mantenevano la strategia adottata ad inizio secolo, prevedendo un’alleanza tra il capitalismo moderno e la classe operaia e un dialogo con Giovanni Giolitti. L’avvento del fascismo, tuttavia, rivelò i limiti della loro strategia. I massimalisti di Giacinto Menotti Serrati, invece, pensavano che si dovesse attendere una sollevazione delle masse. Analogamente, i comunisti di Amadeo Bordiga ritenevano che l’ondata dei disordini sociali del dopoguerra, come il Biennio rosso, avesse creato una situazione rivoluzionaria ma, quando la situazione cessò di presentarsi in questi termini, i bordighisti vennero deprivati delle loro argomentazioni perdendo il poco potere che avevano conquistato. Vi era infine il gruppo dell’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, le cui posizioni si espressero nelle tesi di Lione del 1926. Nelle sezioni storiche e teoriche delle tesi, i due dirigenti usano un linguaggio e una sottigliezza di analisi non comuni nel movimento comunista internazionale. Nelle sezioni politiche più immediate, tuttavia, essi non si discostano dal pensiero dominante del Comintern che si caratterizza per una sottovalutazione cronica del fascismo, una convinzione incrollabile della necessità di bolscevizzare il Partito comunista e un atteggiamento settario nei confronti della socialdemocrazia. In realtà, nei Quaderni del carcere, noti e studiati a partire dagli anni Sessanta, Gramsci si rese conto che la rivoluzione era stata sconfitta. Una visione condivisa anche dal contemporaneo Otto Bauer e, per quanto sia paradossale accomunare la raffinatezza del pensatore sardo con la crudezza del linguaggio di Stalin, anche quest’ultimo aveva accettato tale idea. Di conseguenza, poiché la globalizzazione della rivoluzione era un processo impossibile da realizzare, Stalin si fece promotore della necessità di consolidare il socialismo nell’unico Paese laddove questo era riuscito a prendere il potere.

Tuttavia, se le spinte della Prima guerra mondiale avevano dato vita al primo Stato comunista, il secondo conflitto mondiale fornì al comunismo europeo una seconda possibilità. Difatti, all’indomani della Guerra, grazie all’Armata Rossa il modello sovietico si estese in gran parte dell’Europa orientale mentre nell’Europa occidentale il comunismo raggiungeva l’apice della sua influenza.

Per quanto riguarda il quadro italiano, la Seconda guerra mondiale giovò al Pci che, negli anni seguenti, divenne forza egemone della sinistra nazionale. Dopo il ritorno di Togliatti nel marzo del 1944, il Partito comunista ruppe lo stallo politico causato dal rifiuto dei partiti antifascisti di riconoscere il Governo monarchico, divenendo un partito compiutamente nazionale: proprio come la socialdemocrazia tedesca lo era stata prima e durante la Prima guerra mondiale e i comunisti francesi durante il periodo breve, ma di massimo splendore, del Fronte popolare. La Seconda guerra mondiale, dunque, fornì ai comunisti occidentali il loro momento migliore: potevano combattere il fascismo e il nazismo, rivendicare le posizioni internazionaliste, difendere l’Urss, essere patrioti impeccabili e, il tutto, senza incongruenze. Invece di essere ghettizzati, raccolsero lodi anche da avversari del calibro di Winston Churchill e Charles de Gaulle. Il mondo era finalmente diventato bianco e nero, con linee di battaglia ben definite: da una parte c’erano le forze dell’ombra del fascismo e del nazismo, dall’altra le forze della luce, della democrazia e del progresso sociale. La strategia era altrettanto chiara: la lotta armata e la tattica insurrezionale, i mezzi politici che i comunisti avevano sempre privilegiato. La forma organizzativa di questa lotta, la Resistenza, si avvicinava a quella di un esercito e, di conseguenza, a quella del partito leninista caratterizzato da una struttura di comando dall’alto verso il basso e da una ferrea disciplina. I partiti comunisti rivoluzionari, istituiti all’alba del XX secolo quando si pensava che l’Europa fosse sull’orlo della rivoluzione, erano inadatti alla politica elettorale ma si rivelarono la migliore arma organizzativa per la condotta di una disciplinata ed intrepida guerra partigiana.

Il paradosso sotteso alla vicenda storica del comunismo europeo è che dapprima l’Unione Sovietica rappresentò il motivo primario della sua popolarità mentre, a partire dal secondo dopoguerra, essa si configurò come la principale cagione del suo discredito. Quarantacinque anni di regime autoritario nell’Europa orientale non devono oscurare il fatto che la fortuna del comunismo in Occidente, all’indomani della Guerra, era dovuta al riconoscimento universale del ruolo determinante esercitato dall’Unione Sovietica nella sconfitta della Germania nazista. Tuttavia, dopo i primi successi del 1945-1946, ed eccezion fatta per il partito italiano e francese, il declino del comunismo occidentale iniziò rapidamente. A partire dal 1948 il comunismo cessò di avere un qualsiasi significato politico come forza indipendente in Danimarca, Norvegia, Austria, Germania occidentale, Belgio, Olanda, nonché in Gran Bretagna dove, nel 1945, il Communist Party of Great Britain ottenne per l’unica volta della sua storia due seggi in Parlamento. In tempo di pace la demarcazione tra le rivendicazioni politiche comuniste e socialdemocratiche si era inesorabilmente offuscata. I comunisti non potevano che offrire una forma di socialdemocrazia più militante e, di conseguenza, ricevere un solido sostegno unicamente dai lavoratori più coscienti e dagli intellettuali più impegnati. Un nocciolo duro di militanti organizzati che rispecchiavano il disegno leninista ma che, in un contesto oramai non rivoluzionario, non riuscivano a rivolgersi ad ampie fasce della popolazione. Nondimeno, alcuni leader comunisti capirono che il partito di tipo leninista doveva essere radicalmente cambiato. In Italia, ad esempio, Togliatti teorizzò il cosiddetto “partito nuovo”: un’organizzazione meno centralizzata e capace di parlare alle masse ed interpretare i loro bisogni. Pochi altri comunisti occidentali seguirono questa via, ma anche i dirigenti meno lungimiranti del segretario del Pci capirono di non avere scelta: la fine della Seconda guerra mondiale aveva segnato il definitivo abbandono, da parte del comunismo dell’Europa occidentale, della strada insurrezionale come via percorribile all’interno di una democrazia liberale.

Tuttavia, nel clima della Guerra fredda la precondizione per l’accesso al potere in Occidente fu l’anticomunismo, definito come la piena accettazione dei valori occidentali. I comunisti non potevano offrire alcun valido contro-argomento: il loro comportamento prudente e democratico, la loro moderazione, il loro riconoscimento delle garanzie costituzionali e la loro difesa dei diritti civili non erano sufficienti a superare le accuse di doppiezza. La loro credibilità si sarebbe accresciuta solo se avessero smesso di fornire il proprio sostegno, acritico e sistematico, all’Urss. Com’è ovvio, questa non era un’opzione perseguibile poiché la classe dirigente di questi partiti era ben consapevole di quanto il culto della Russia sovietica fosse fortemente radicato nell’immaginario collettivo della propria base. Peraltro, denunciare il socialismo sovietico avrebbe infranto la principale linea di demarcazione tra il comunismo e la socialdemocrazia. In altri termini, sarebbe stato come sciogliere il partito e aderire alle forze della socialdemocrazia: le stesse che venivano accusate di compromissione con il capitalismo. Ciononostante, i comunisti italiani potevano sostenere di essere i principali difensori della Costituzione italiana e di aver contribuito in modo decisivo al consolidamento della democrazia. Grazie a questa ragione, il Pci non divenne mai un partito ghettizzato, completamente tagliato fuori dal potere ed in costante attesa della conclusione di un dramma politico in cui non aveva avuto alcun ruolo (sorte che toccò invece al Pcf). Il massiccio appoggio popolare che i comunisti ottennero nei territori centrali dell’Italia, e in particolar modo nei paesi e nelle città dell’Emilia-Romagna, permise loro di sviluppare una forma di socialismo “municipale”, ammirato e studiato anche al di fuori dei confini nazionali.

I comunisti occidentali, dunque, vissero gli inizi della Guerra fredda come eventi loro imposti dall’esterno. La “cortina di ferro”, il Cominform, la dottrina Truman, il piano Marshall e persino la loro partecipazione al governo furono tutti fenomeni che li trovarono, come Il generale nel suo labirinto di Gabriel García Márquez, «in balìa di un destino che non era il loro». I comunisti europei divennero il bersaglio di una propaganda frenetica e furono ritenuti colpevoli di atti repressivi per i quali non avevano responsabilità ma che tuttavia si trovavano costretti a giustificare. Come forze di minoranza, essi difesero ostinatamente e coerentemente tutti i diritti civili che la democrazia occidentale garantiva loro ma, come comunisti, difesero altrettanto ostinatamente tutte le violazioni di questi diritti perpetuate all’interno delle democrazie popolari. Lo sviluppo della Guerra fredda e la divisione dell’Europa segnarono il destino dei comunisti europei nel modo più mortificante: raramente una forza politica si era trovata impantanata in una situazione così schizofrenica.

L’opposizione è sempre difficile, come ebbe a dire Giulio Andreotti nella massima, divenuta financo troppo famosa, «il potere logora chi non ce l’ha». In un quadro siffatto, Togliatti tentò la via delle alleanze sociali con i ceti medi, ma la chiave del potere, in particolare nel sistema elettorale proporzionale, risiedeva nel costituire alleanze con altri partiti. Il comportamento dell’opposizione comunista era basato su due caratteristiche contraddittorie sebbene reciprocamente necessarie: un sostegno duraturo alle proprie tradizioni e un adattamento realistico alle circostanze sfavorevoli. Non è un caso se “Cambiamento nella continuità” fu uno degli slogan centrali del Partito comunista guidato da Togliatti. Questo elemento, con le sue differenti declinazioni locali, rappresentò una delle concause del fallimento delle forze comuniste d’Europa. Le premesse di una tale crisi erano evidenti già un decennio prima della fine ufficiale del comunismo. In Francia, ad esempio, la coalizione gollista aveva creato le condizioni per un’intesa fra i due partiti della sinistra. L’adozione del sistema elettorale a due turni, che costringeva i partiti della stessa famiglia politica a raggiungere un accordo, mantenne comunisti e socialisti lontani dal potere almeno fino al 1981 quando i socialisti di Mitterrand, avendo sorpassato i comunisti, vinsero le elezioni. In Italia, invece, la Democrazia cristiana ben presto fu in grado di offrire ai socialisti una fetta di potere. Sulle premesse che avevano portato ai governi di centro-sinistra, Enrico Berlinguer preparò le basi per un incontro fra il suo partito, la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Il compito di quest’ultimo sarebbe stato quello di facilitare l’intesa tra i due principali partiti del paese. Con la sua strategia, che rapidamente divenne l’iniziativa politica più discussa degli anni Settanta, il segretario del Pci stava semplicemente accettando l’inevitabile. Tuttavia, tale disegno si caratterizzò per due errori tattici fondamentali che alla fine contribuirono al suo fallimento. Da un lato si diede per scontato l’appoggio dei socialisti; i comunisti presumevano, erroneamente, che il Psi avesse poca scelta se non quella di sostenere la strategia berlingueriana. Dall’altro, non vi fu mai una discussione seria su ciò che doveva raggiungere l’eventuale alleanza tra Democrazia cristiana e Partito comunista. I comunisti italiani, difatti, facevano costantemente riferimento alla necessità di riforme sociali profonde e radicali ma non era chiaro cosa volessero concretamente dire. Se tale vaghezza poté essere trascurata nelle fasi iniziali della costruzione dell’alleanza con la Dc, divenne invece fortemente limitante quando i due partiti iniziarono a discutere il programma di governo.

Tralasciando gli inevitabili errori tattici, il Pci aveva inoltre commesso due gravi errori strategici. In primo luogo, tra il 1976 e il 1979 i comunisti descrissero lo Stato italiano come una realtà le cui storture erano facilmente superabili mediante l’emanazione di una nuova legislazione. La pubblica amministrazione italiana, però, era in realtà una macchina concepita per assorbire la disoccupazione, proteggere i privilegi stabiliti e portare consensi alla Dc. La maggior parte dei suoi dipendenti, inoltre, aveva poco senso civico e poco orgoglio per il proprio lavoro mentre un importante segmento di questa macchina statale – la polizia, i servizi segreti, le forze armate e il corpo diplomatico – vedeva nei comunisti un pericoloso nemico. Scontrandosi con la Dc, il Pci non aveva mai smesso di criticare tale deplorevole stato di cose; tuttavia, per arrivare al potere, adesso per i comunisti diventava necessario collaborare proprio con il partito democristiano. Un’impresa sorprendente per un partito il cui retroterra ideologico leninista, ancorché superato, teorizzava l’idea che non ci si potesse semplicemente impossessare dello Stato borghese e usarlo per i propri scopi; ci sono volte, e questa è una di quelle, che alcuni dogmi del passato contengono più verità dei sofismi del presente. Tuttavia, se da un lato la paradossale questione dello Stato fu silenziosamente tralasciata, dall’altro lato il secondo errore strategico fu quello di non riuscire a distaccarsi completamente dalla tradizionale idea comunista secondo la quale il capitalismo sarebbe inevitabilmente andato incontro a crisi catastrofiche. Già nel 1974, Berlinguer aveva insistito sul fatto che l’Europa non stesse semplicemente affrontando una delle frequenti crisi cicliche del capitalismo; essa, spiegava il segretario del Pci, coinvolgeva anche i settori della politica, dell’economia, della cultura, della vita interna di ogni paese e dell’insieme delle relazioni internazionali. Questo, in un certo senso, voleva dire non accettare che le crisi sono meccanismi che permettono al capitalismo di ristrutturarsi: la crisi degli anni Settanta prima, e degli anni Novanta poi, ne furono un chiaro esempio. In quegli anni, difatti, l’inflazione e la battaglia contro di essa fornirono un’opportunità per abbandonare il vincolo della piena occupazione, sconfiggere i sindacati e superare il sistema di regolamentazione sociale ed economica nazionale che aveva caratterizzato l’antecedente sviluppo del capitalismo.

La strategia del Pci, non dissimile da quella dei partiti socialisti di Germania, Francia, Svezia e Gran Bretagna, si basava sull’idea, profondamente ed inevitabilmente nazionale, di un riformismo in un solo paese. I comunisti italiani, come i loro omologhi altrove, vedevano la crisi come il sintomo di un capitalismo nazionale in decadenza ed incapace di affrontare le sfide del futuro. Se a lungo termine il Partito comunista era impegnato nella crescita e nell’espansione delle basi produttive della società, nel breve periodo esso optava per una politica di austerità, intesa come deflazione: una politica che contraddiceva il suo obiettivo a lungo termine. I fallimenti del comunismo italiano, tuttavia, dovrebbero essere letti all’interno del contesto dei più ampi fallimenti del movimento socialista. Il periodo di declino del comunismo coincise infatti con l’inizio del declino dei partiti socialisti. Tra anni Ottanta e Novanta, le vittorie di Mitterrand e di Jospin in Francia, Blair nel Regno Unito, González in Spagna, Papandreou in Grecia, Craxi in Italia e della socialdemocrazia in Germania, portarono la sinistra al potere in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, ma questa parentesi si configurò come il canto del cigno del socialismo europeo. Più di recente, l’ascesa di breve durata di SYRIZA in Grecia, Podemos in Spagna e Corbyn in Gran Bretagna rappresentano gli ultimi sussulti di un movimento oramai moribondo. Fuori dall’Europa, nonostante gli occasionali passi in avanti – molti anni fa con il Cile di Allende e molti anni dopo con il Brasile di Lula – il socialismo non ha trovato una grande diffusione ed anzi, al contrario, è rimasto confinato all’interno dell’Europa occidentale. Quando ciascuno dei vari stati socialisti crollò sotto il peso del dissenso interno, in seguito alla revoca del controllo sovietico, divenne evidente che nessuno nuova fenice socialista sarebbe sorta dalle ceneri di oltre quarant’anni di sinistra autoritaria. Parimenti, i paesi dell’ex Unione Sovietica, una volta liberati dal comunismo, non hanno adottato, se non nella loro fase iniziale, il sistema politico a due partiti proprio dell’Europa occidentale. Al contrario, il sistema politico si è polarizzato intorno a forze diversamente conservatrici o, spesso, come nel caso dell’Ungheria e della Polonia, reazionarie. Il centro di gravità della storia si sta muovendo altrove, anche se è improbabile che la Cina riesca a dominare il mondo come hanno fatto gli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo. Ma, come al solito, il futuro è imprevedibile e la storia di questi ultimi cento anni lo conferma fin troppo bene.

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Donald Sassoon

Professore emerito di storia europea comparata presso la Queen Mary University di Londra. Allievo di Eric J. Hobsbawm, è considerato uno dei principali storici contemporanei. È nato al Cairo e ha studiato a Parigi, Milano, Londra e negli Stati Uniti e ha conseguito un PhD al Birkbeck College di Londra. Tra le sue numerose pubblicazioni: “Cento anni di socialismo” (Editori Riuniti 1997), “Togliatti e la via italiana al socialismo” (Einaudi 1980), “La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi” (Rizzoli 2008), “Come nasce un dittatore” (Rizzoli 2010) e “Sintomi morbosi: Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi” (Garzanti 2019). Il suo ultimo libro “The Anxious Triumph. A Global History of Capitalism 1860-1914” esce quest’anno in Italia con Garzanti.

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