Il PCI nel Mezzogiorno. Intervista ad Angelo Abenante
- 17 Maggio 2021

Il PCI nel Mezzogiorno. Intervista ad Angelo Abenante

Scritto da Emanuele Errichiello e Carlo Cozzolino

8 minuti di lettura

Angelo Abenante, nato nel 1927, è stato un dirigente napoletano di rilievo del Partito Comunista Italiano tra gli anni Sessanta e Settanta, deputato e senatore, nonché noto sindacalista della CGIL campana. In occasione dei cento anni dalla nascita del PCI, in questa intervista si intende ripercorrere i passaggi fondamentali della storia del Partito al livello nazionale e locale – con particolare attenzione alle dinamiche meridionali e napoletane – e si cerca di individuare i motivi che hanno condotto il PCI ad una crisi irreversibile, che, ad oggi, non sembra essere stata superata dai suoi “eredi”. Si ringraziano l’Assise di Napoli e del Mezzogiorno e l’Istituto Italiano Studi Filosofici per aver reso possibile quest’intervista.


La Sua esperienza politica inizia durante la Liberazione, il che Le garantisce la possibilità di un giudizio generale sulla storia del PCI dalla guerra fino alla sua fine. Qual è, secondo Lei, il momento fondamentale per la storia del Partito attraverso il quale si è riusciti ad influenzare più profondamente la vita del Paese?

Angelo Abenante: Senza dubbio la Svolta di Salerno. Lì Togliatti indicò la via prioritaria nella liberazione del Paese dall’occupazione nazista, rinviando al futuro le decisioni sulla monarchia, e trasformando il Partito comunista internazionalista in un membro fondamentale del movimento di liberazione nazionale che avrebbe condotto alla Repubblica. Non fu un passaggio indolore e banale per il Partito, anche perché, nei territori, il rapporto tra i militanti comunisti e le truppe alleate, sostenitrici della monarchia, nel frattempo, diventava sempre più teso.

 

E invece, a Suo avviso, quali furono le trasformazioni principali del Partito, sia nelle sue dinamiche interne, che nei rapporti con la società, nelle fasi successive?

Angelo Abenante: Le trasformazioni che ci furono nel passaggio tra la segreteria di Togliatti e quella di Berlinguer, specialmente in politica estera e nei rapporti con l’Unione Sovietica. Questo passaggio fu il frutto di differenze che si crearono tra generazioni diverse e del progressivo radicamento del PCI nella vita democratica del Paese; il Partito, negli incontri con il PCUS, iniziò a rimproverare le limitazioni della libertà in Unione Sovietica, e condannò, tra le altre cose, l’invasione dell’Ungheria nel’56. Il motivo per cui queste posizioni non furono rese pubbliche, sebbene molto forti nei dibattiti all’interno delle sezioni, era la presenza di molti militanti, soprattutto quelli più anziani e che godevano di enorme prestigio nel Partito, che si erano formati politicamente – e aggiungo umanamente – nel mito assoluto della Rivoluzione d’Ottobre e della costruzione dello Stato Sovietico da parte di Stalin. La composizione generazionale nel Partito era già molto diversa nel ‘68, durante la Primavera di Praga, rendendo possibile quella rottura a cui facevo riferimento: questo è il processo che preparò le famose dichiarazioni in politica estera di Berlinguer il decennio successivo, e non era altro che l’emergere di sentimenti che si svilupparono nel Partito in tutto il suo percorso nella vita democratica del Paese, ma che nei primi anni non era stato possibile far emergere all’esterno.

 

Lei pensa che il passaggio alla direzione Berlinguer e alla sua linea sia stato anche il segno di un passaggio di egemonia di classe all’interno del Partito, ormai diretto da forze borghesi? 

Angelo Abenante: No, assolutamente, fu un passaggio dovuto – ribadisco – al radicamento del Partito nel Paese, ormai saldamente democratico, anche grazie alla forza del Partito di rappresentare le masse popolari nelle istituzioni, e alla contemporanea decadenza del regime sovietico, percepibile già da molti anni prima del ’91: era evidente che quel regime non poteva più rappresentare una guida morale per i comunisti in Italia, e la generazione di Berlinguer ne prese atto.

 

Come ha giustamente sottolineato Abenante, la forza del PCI nella società italiana fu data dal ruolo specifico che assunse nella dialettica sociale rappresentando gli interessi delle classi lavoratrici, in una realtà economica incredibilmente più ordinabile in classi più o meno omogenee al loro interno rispetto a quanto lo siano state negli ultimi trent’anni. Quel quadro socio-economico, dalla fine degli anni Settanta, ha iniziato un fragoroso declino nel nostro Paese: queste le più vere cause materiali della crisi del PCI, con i suoi dirigenti che sembrano non aver mai metabolizzato fino in fondo quelle trasformazioni. Infatti, sopravvive nelle organizzazioni politiche della sinistra contemporanea quel vuoto politico e culturale che si aprì nel PCI quando il mondo in cui quel Partito operava si sgretolò rapidamente.

 

Le trasformazioni più importanti, nel frattempo, avvenivano però nella società: il PCI non capì che le grandi trasformazioni tecnologiche ed economiche imponevano una radicale revisione degli obiettivi strategici, industriali e, dunque, delle forme di organizzazione; e questo dramma continua ancora oggi in tutta la sinistra democratica europea, non è d’accordo?

Angelo Abenante: Assolutamente, negli anni Sessanta la ricchezza da distribuire era inimmaginabile, ma cresceva in modo anomalo, al quale il PCI non era abituato, e non riuscì a trovare delle risposte adeguate, così come oggi non riescono a trovarle le formazioni di sinistra in tutta Europa: i movimenti “a difesa” delle classi subalterne non sono in condizione di offrire ipotesi di sviluppo diverse da quelle del capitalismo, e non è colpa da attribuire a singoli dirigenti e alla loro “degenerazione morale”, perché i difetti della classe politica degli ultimi decenni partono innanzitutto dall’assenza di forza culturale innovativa dentro la sinistra, una mancanza che nasce da quegli anni e da quelle grandi trasformazioni. Noi del PCI lo imparammo a caro prezzo, con la Marcia dei quarantamila a Torino e la fine della grande stagione di battaglie per il progresso delle condizioni dei lavoratori; adesso nessuno sa chi difenderà le classi subalterne dagli squilibri dello sviluppo, e dalle conseguenze delle sue fasi di recessione.

 

Alla luce della sua stessa ammissione che il Partito non ha saputo leggere in maniera adeguata quella fase crescente dell’esplosione economica, e l’inizio del grande reflusso di quella stagione dagli anni Settanta in poi, secondo Lei era possibile che il Partito avesse la possibilità di essere previdente, anticipando quel processo e comprendendo che le forze industriali stavano per organizzare un’iniziativa di attacco alle tutele degli interessi del lavoro, ottenute negli anni precedenti? Insomma, il Partito non avrebbe potuto porre la questione negli anni precedenti da una posizione ancora di relativa forza – sono anche gli anni in cui ha il suo massimo successo elettorale – proponendo una ristrutturazione del tessuto economico, che dava già ampi segnali di tramonto, ma che sarebbe potuta essere meno traumatica di quella che avvenne nel decennio successivo?

Angelo Abenante: No, i limiti che ho descritto prima erano insuperabili, la battaglia comunista si fondava sulla fine dello sfruttamento, altre prospettive economiche e sociali la sinistra non le aveva, ogni proposta era destinata a essere subalterna alle scelte degli imprenditori. Le trasformazioni che avvennero nella società furono troppo forti e rapide per essere comprese: abbiamo fatto il salto da Paese rurale a industriale in pochissimi decenni; altre realtà, come l’Inghilterra, subirono la stessa trasformazione in passato, ma nell’arco di un secolo; e in mezzo a questo processo c’è quello particolarmente traumatico delle migrazioni interne, delle centinaia di migliaia di meridionali che andarono a contribuire allo sviluppo delle industrie del Nord, sperando di giungere in contesti migliori, ma subirono invece fortissimi atteggiamenti discriminatori che danneggiarono molto lo spirito collettivo e fiduciario tra gli uomini nel nostro Paese.

 

Lei ha definito subalterna la posizione del Partito rispetto al nuovo quadro economico che emerse in quegli anni, ma è possibile ipotizzare che questo stallo fu giustificato anche dall’obiettivo di difendere a tutti i costi l’occupazione esistente, non ponendo la questione della presenza di così tante attività industriali ormai improduttive, la cui salvaguardia pesava sul bilancio pubblico, e quindi della necessità di una loro trasformazione? 

Angelo Abenante: No, ribadisco: il problema fu culturale, nel non capire la portata delle trasformazioni che avrebbero generato nuove tecnologie, a partire dai computer. Il Partito si limitava a battaglie su piccole questioni come l’alleggerimento di attività limitate in singoli reparti, quando invece andava teorizzata una nuova visione globale dell’industria. Detto questo, il problema non fu quello di proteggere aziende improduttive, cosa che il Partito non fece: quando si aprirono delle crisi e le fabbriche iniziarono a fallire, si lavorò per salvare i posti di lavoro con delle ricollocazioni, come nel caso delle aziende della pasta a Torre Annunziata, quando riuscimmo a ricollocare molti operai all’ILVA di Bagnoli.

 

La chiusura di grandi fabbriche, come l’ILVA di Bagnoli, conduce al secondo tema principale di questa discussione: la questione meridionale e il modo in cui venne interpretata e affrontata dal PCI. La questione è decisiva per valutare il ruolo complessivo del Partito nella società italiana nella storia contemporanea; questo perché, se il forte squilibrio dello sviluppo tra le diverse aree del Paese fu, ed è tuttora motivo di indebolimento della legittimità a guidare lo sviluppo nazionale per tutte le élite politiche e sociali del Paese, questa contraddizione era ancora più acuta per l’organizzazione comunista, che si poneva come fine della sua attività l’emancipazione piena dei soggetti subalterni. La nostra discussione inizia su una vicenda che coinvolse figure autorevolissime della cultura napoletana degli anni Cinquanta: il Collettivo Gramsci, guidato da personalità come Guido Piegari (allievo dell’Accademia di Studi Storici di Croce) e Gerardo Marotta (fondatore dell’Istituto Italiano Studi Filosofici), che già da diverso tempo animava il dibattito storico e politico nella città, decise di contestare duramente la linea politica del Partito sulla questione meridionale, che sostanzialmente si fondava su quella di Giorgio Amendola. L’accusa principale era quella di aver abbandonato la linea tracciata da Gramsci, favorendo, con alleanze sociali limitate ai soggetti locali, la separazione tra società meridionale e il resto del Paese, condannandola all’arretratezza e al provincialismo culturale. Qual è la sua lettura rispetto a questa rottura avvenuta tra il PCI e il Collettivo Gramsci?

Angelo Abenante: A mio avviso, la posizione del Partito, che era quella amendoliana, era estremamente chiara e strettamente legata al nucleo teorico gramsciano: le classi operaie e contadine erano così minoritarie al Sud che necessitavano di alleanze sociali per sconfiggere le forme feudali su cui il Meridione si basava. La battaglia per la riforma agraria e per l’industrializzazione del Mezzogiorno erano punti all’ordine del giorno per il Partito al Sud. Dunque, l’obiettivo primario, lungi da un superamento della linea originaria, era esattamente quello di trovare alleati degli operai e dei contadini per promuovere un processo emancipatorio, nella sua accezione strettamente gramsciana. Quanto al collettivo Gramsci – gruppo di giovani intellettuali di Napoli –, esso affermava invece che la posizione del Partito sulla questione meridionale non doveva essere quella di trovare delle alleanze nel Mezzogiorno, ma quella di conquistare lo Stato centrale e di modificarne l’apparato politico-economico. Da parte nostra, ci fu tutta la predisposizione a discutere con loro. A Piegari, leader del Collettivo, fu offerta l’opportunità di scrivere sulle colonne di Rinascita. Anche Togliatti chiese un incontro con questo giovane, per comprendere il motivo per cui egli ponesse in contraddizione la questione delle alleanze nel Mezzogiorno e la questione della conquista e della modifica dello Stato. Tuttavia, il Collettivo non accettò la via del dialogo con i vertici e i dirigenti del Partito. Il comitato federale si riunì per tre sedute, durante le quali questo gruppo mantenne un atteggiamento settario, poco propenso al dialogo. La storia finì poi com’è noto a tutti: con l’espulsione dal Partito.

 

Osservando il tessuto sociale di Napoli e del Mezzogiorno, è evidente la presenza, ieri come oggi, di un elevato tasso di disoccupazione. Rispetto a questo fenomeno, non crede che il Partito sia restato eccessivamente legato alle questioni delle classi operaie e contadine classicamente intese e quindi non sia riuscito a raggiungere anche altri soggetti subalterni, invece legati ad altre forme di organizzazione, prevalentemente criminali e clientelari?

Angelo Abenante: Il PCI al Sud e a Napoli ha fatto della battaglia contro la disoccupazione una sua bandiera: al primo Congresso provinciale il segretario della Federazione napoletana Cacciapuoti lanciò lo slogan di “100.000 occupati in più tra Napoli e provincia”. Inoltre le sezioni organizzavano mense popolari per i disoccupati e i più poveri: i compagni andavano a raccogliere la merce invenduta al mercato e consegnavano buste colme di cibo nelle case delle famiglie più bisognose; attraverso un’alleanza con Modena e Bologna abbiamo garantito una famiglia, grazie ad operai e contadini di quelle città, agli orfani delle zone popolari di Napoli, che altrimenti sarebbero stati divorati dalla malavita. Tutt’altro che lontani, eravamo vicinissimi a queste fasce della popolazione: il problema di essere presenti nelle zone più degradate e mortificate è stato sempre primario per il PCI. Tra i nostri tentativi vi fu anche quello del dialogo con la borghesia imprenditoriale ­– in particolare con il napoletano Lauro, con il quale ci incontravamo spesso – con il fine di allargare l’interesse per un rinnovamento del Paese che passasse anche da una maggiore industrializzazione. Questo dialogo non era circoscritto solo a Napoli, ma si tentò in tutto il Meridione, attraverso il progetto portato avanti dal Comitato di Unità Democratico per il Mezzogiorno.

 

Onorevole Abenante, quest’anno il PCI compie cento anni, cosa merita in particolare di essere conservato di quella storia?

Angelo Abenante: Credo sia necessario conservare l’aspirazione a migliorare le proprie condizioni di vita e quelle degli altri. Chi si dichiara di sinistra deve lottare per la fine delle disuguaglianze, perché gli uomini non soffrano più la miseria e lo sfruttamento. Chissà in quali forme e quanto sarà amaro il tempo dell’attesa prima che queste aspirazioni possano materializzarsi. Certamente, i prossimi saranno anni durissimi: le future generazioni avranno il peso di recuperare l’enorme debito accumulato durante la pandemia, e la sinistra sarà chiamata a ragionare su come affrontare questi problemi, evitando che si calpestino i diritti e la dignità delle persone.

Scritto da
Emanuele Errichiello e Carlo Cozzolino

Emanuele Errichiello: Napoletano classe ’97. Laureatosi alla London School of Economics and Political Science (LSE) in European Public Policy, è il responsabile dell’Osservatorio UE del Centro Studi Internazionali. Collabora e scrive per diverse riviste e centri studi tra cui il magazine “Agenda” di Treccani e “E-International Relations”. Si interessa di teoria politica, di politiche pubbliche dell’UE e della Questione Meridionale. Carlo Cozzolino: Napoletano, nato a Torre del Greco, classe 2000. Studente della facoltà di lettere alla Federico II di Napoli e redattore di un giornale locale. Si interessa di storia moderna e contemporanea, ed in particolare di movimenti e partiti politici nella storia contemporanea.

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