Il PSE, la terza via e lo spirito dei tempi

Recentemente Stefano Piri ha scritto qui su Pandora un interessante articolo dedicato alla profonda crisi del socialismo europeo. L’emergere di movimenti radicali come SYRIZA da un lato e, dall’altro, l’egemonia della destra “a trazione merkeliana” rischiano di trasformare il PSE in un progetto periferico incapace di proporsi come vera alternativa democratica nel governo europeo.
L’analisi di Piri è condivisibile per molti aspetti: il socialismo europeo sconta una terribile mancanza di leadership unita a una certa sudditanza ideologica ai dettami del liberismo. Inoltre ritenendosi spesso gli unici depositari – a sinistra – della cosiddetta “cultura di governo” i partiti membri del PSE hanno spesso ceduto al governismo, come nel caso della SPD di Sigmar Gabriel, ormai totalmente incardinata nel ruolo di azionista di minoranza dei governi CDU/CSU.
Tuttavia Piri sembra voler collocare le cause di questo smarrimento politico attorno alla fine degli anni ’90, nell’epoca della Terza Via. Un approccio quantomeno curioso dato che, proprio in quel periodo, il PSE si appuntava alcuni fra i maggiori successi della sua storia politica: nel Regno Unito dominava il New Labour di Blair, in Germania Schrœder incardinava le riforme che faranno di Berlino la locomotiva d’Europa mentre in Italia, con i governi di centro sinistra si procedeva al faticoso riordino dello stato.
Secondo Piri è in questa fase che il PSE ha rinunciato alle sue tradizioni storiche, abbracciando la globalizzazione e rimanendo sedotto dai dogmi del libero mercato. Lasciando perdere il caso italiano (separato dalle vicende europee a causa dell’anomalia berlusconiana) però la storia recente ci mostra come le uniche due economie mature della UE a essere uscite pressoché indenni dalla crisi sono proprio quella tedesca e quella britannica, ovvero i due paesi dove sono state applicate le cure economiche elaborate durante la fase della Terza Via.
Il socialismo francese, più legato a un approccio tradizionale, ha subito (e per certi versi subisce ancora) una profondissima crisi identitaria, non riuscendo a portare al ballottaggio il suo candidato nel 2002 e, oggi, gestendo con fatica una presidenza che pure era nata con ottimi presupposti. Allo stesso modo in Spagna, dopo la fine delle illusioni di Zapatero, il PSOE probabilmente si troverà a governare insieme a Podemos che, fra le altre cose, oggi esprime i sindaci di Madrid e Barcellona.

Gli esperimenti di “ritorno alle origini” si sono rivelati ancor più fallimentari: la ditta di Pierluigi Bersani (massimo interprete del Partito Democratico inteso come forza socialista classica) ha non vinto le elezioni politiche nel 2013, mentre Ed the red Miliband ha accompagnato il Labour nella più penosa sconfitta della sua storia.
A oggi l’unico partito della famiglia socialista che può vantare parziali vittorie è il Partito Democratico di Matteo Renzi che, non a caso, da sempre mette Tony Blair fra i suoi massimi ispiratori.
Questo non significa che il PSE dovrebbe esercitarsi in un recupero acritico della terza via: è necessaria una ricerca nuova, un riallineamento del socialismo europeo con lo spirito dei tempi. Gli elettori di SYRIZA o Podemos (in parte anche del Movimento 5 Stelle) non sono pericolosi estremisti ma nostri compagni e compagne. Guardare indietro serve a poco, le categorie sociali, politiche, umane che definirono gli albori della battaglia socialista oggi non esistono più o, se sopravvivono, hanno cambiato radicalmente forma e linguaggio.
Queste parole nuove, a volte molto difficili da comprendere, a volte disordinate, dovranno rappresentare le fondamenta su cui costruire il socialismo europeo del futuro; la politica non può imporre i suoi schemi ma ha il compito, complesso finché vogliamo, di ordinare l’esistente, dando coerenza agli impulsi che arrivano dalla società.
Progetti per la tutela reale delle nuove professioni e non bugiarde promesse di ritorno al passato, sostegno alle forme di imprenditoria più avanzate e non rigurgiti protezionistici, battaglie per i diritti civili, un europeismo non di facciata, nuovi leader non compromessi con il passato.

Di questo abbiamo bisogno per superare il difficile tornante della storia su cui ci stiamo incamminando, non di chiuderci nelle piccole patrie dell’ideologia.


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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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