“Il ritorno del profeta” di Gilles Kepel
- 21 Aprile 2022

“Il ritorno del profeta” di Gilles Kepel

Recensione a: Gilles Kepel, Il ritorno del profeta. Perché il destino dell’Occidente si decide in Medio Oriente, Feltrinelli, Milano 2021, pp. 304, euro 19 (scheda libro)

Scritto da Massimiliano Frenza Maxia

7 minuti di lettura

Da oltre vent’anni Gilles Kepel, arabista francese e direttore della prestigiosa cattedra Medio Oriente e Mediterraneo presso l’Université de recherche Paris Sciences et Lettres dell’École Normale Supérieure di Parigi, si dedica ad offrire al dibattito politologico e culturale la propria lettura del cambiamento in atto nell’area del Medio Oriente allargato, ovvero quel mondo musulmano che va dall’Iran al Marocco e dal Sudan alla Turchia, con importanti diramazioni verso Paesi più lontani come Somalia, Malaysia, Indonesia e Afghanistan.

La ribalta di Kepel, almeno rispetto al grande pubblico, risale al 2000, anno in cui le Editions Gallimard pubblicarono il fortunato e allo stesso tempo sfortunato Jihad. Expansion et décline de l’islamisme. Il saggio in questione, pubblicato in Italia nell’aprile del 2001 da Carocci[1], deve la sua fortuna alla ricchezza e alla profondità dell’analisi in esso esposta. Ancora oggi uno studente agli inizi degli studi legati all’Islam politico può trovare in quel saggio la chiave interpretativa per una corretta lettura del fenomeno dell’Islam politico e fondamentalista, affermatosi nella seconda metà del Novecento. Allo stesso modo il saggio, uscito pochi mesi prima dell’11 settembre 2001, fu sfortunato poiché ebbe la pretesa di affermare se non la “morte” almeno l’ineluttabile declino politico del Jihad. Dopo pochi mesi, sarebbe stato il caos e Kepel stesso sarebbe stato investito di polemiche.

Oggi con Il ritorno del profeta. Perché il destino dell’Occidente si decide in Medio Oriente Kepel, verrebbe da dire ostinatamente, persegue la strada interpretativa avviata ad inizio secolo, continuando a ritenere che la carica rivoluzionaria ed espansiva dell’Islam radicale, per quanto ancora in grado di colpire, stia andando ad esaurirsi, a vantaggio di un certo pragmatismo che ha pervaso le élite di diversi Paesi islamici e che, tra agosto e dicembre 2020, ha portato agli Accordi di Abramo[2]. Accordi, è bene dirlo, non sottoscritti dall’Arabia Saudita, ma da essa non ostacolati – prova ne è l’avallo affinché gli Emirati Arabi Uniti, Stato vassallo, vi prendessero parte.

Nella visione di Kepel gli accordi abramitici rappresentano la spaccatura definitiva tra due assi: quello appunto rappresentato dai firmatari degli accordi, ovvero il mondo sunnita tradizionale capeggiato dall’Arabia Saudita, seppur non ancora firmataria, e quello della Fratellanza-sciiti in cui la Turchia di Erdoğan e il Qatar, Stato wahabita in competizione con Ryad, giocano un ruolo guida.

La realtà è forse più complessa di come Kepel la descrive, tentando di ricondurre il tutto allo schema classico delle spaccature (fitna[3]) nel mondo islamico: quella tra mondo sunnita e sciita e quella, tutta interna al mondo sunnita, tra wahabiti e fratellanza islamica. Di fronte a tale “ostinazione” è infatti necessario domandarsi se Kepel sia nel torto o nella ragione, ovvero se realmente gli Accordi di Abramo rappresentino una svolta e, allo stesso modo, se rappresentino un’ulteriore spinta verso l’esaurirsi dell’onda d’urto dell’islamismo politico e rivoluzionario portato alla ribalta dalla triade Qutb-Mawdudi-Khomeini[4].

Per rispondere a tale quesito, è necessario non fare torto all’autore e citare la sua ultima opera con il titolo originale, Le Prophète et la pandemie. Du Moyen-Orient au jihadisme d’atmosphère, e non con il titolo proposto dalla traduzione italiana, sicuramente ad effetto, ma potenzialmente equivoco. Per fare un po’ di ordine è necessario partire quindi dal titolo. Il “profeta” di cui parla Kepel è ovviamente Abramo, ovvero il patriarca biblico a cui il marketing trumpiano ha fatto ricorso per trovare un trait d’union che potesse mettere d’accordo arabi e israeliani firmatari dell’accordo. Il “profeta” è però anche, se non una autocitazione, un leitmotiv ricorrente nelle narrazioni dell’arabista francese che iniziò la sua ascesa nel dibattito sull’islamismo con un testo, Le Prophète et Pharaon, andato per la prima volta in stampa nel 1984[5].

Il testo di Kepel ripercorre il classico schema narrativo applicato dall’autore negli anni. Ciascun capitolo del libro rappresenta una lucida cronaca degli avvenimenti di una specifica area del quadrante mediorientale. Leggendo il testo si ha alle volte l’impressione di trovarsi di fronte ad una raccolta di articoli di giornale, da cui la sensazione di una certa ripetitività. Premesso ciò, ciascuna verticale rappresenta una cronaca lucida e ricca di dettagli, in cui ogni tanto Kepel ricorda che pure l’Italia (e non solo la Francia) insiste sul Mediterraneo, ricorrendo tuttavia a semplificazioni eccessive. Ad esempio, prendendo spunto dall’incidente verificatosi nel giugno 2020 nel mare di fronte alla Libia fra una fregata francese e navi turche o all’incidente di agosto 2020 fra due navi da guerra della Nato, una greca e l’altra turca[6], Kepel affronta una serie di temi legati al “mare nostrum”, accusando l’Italia di scarsa solidarietà europea e di una politica oscillante e ancora legata a «una diplomazia commerciale ereditata dalle sue ex repubbliche marinare che fa perseguire una strategia di nicchie economiche» (p. 75). Ciò che Kepel manca di riconoscere è che l’Italia, al pari della Francia, ha interessi da difendere nel Mediterraneo, interessi che spesso divergono da quelli francesi e che, sin quando non esisteranno una politica estera e una politica energetica comuni della UE, la Marina italiana sarà chiamata a salvaguardare.

Altro elemento appena sfiorato (p. 18) e che invece, almeno a giudizio di chi scrive, rappresenta un passaggio epocale di questo inizio di secolo, è la visita di Papa Francesco in Iraq[7] con la celebrazione ecumenica ad Ur, la città biblica di Abramo, preceduta dall’incontro a Najaf, città sacra per gli sciiti, con il grande ayatollah al-Sistani.

Vero protagonista del libro è invece il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, citato decine e decine di volte, praticamente in quasi ciascun capitolo e paragrafo del libro. Il presidente turco è descritto come la punta di diamante dell’asse che lega Fratelli Musulmani, sciiti iraniani, Qatar e appunto Turchia. Utilizzando come spunto la cerimonia di re-islamizzazione di Santa Sofia (il 24 luglio 2020) ad opera del “neo-sultano” turco, Kepel descrive a più riprese l’attivismo di Erdoğan e quindi il tentativo da parte del premier turco di acquisire una centralità nella humma, anche grazie al sostegno qatariota, fondamentale per sostenere i conti di Ankara. Estremamente potente, seppur esagerata, risulta quindi l’immagine di un Erdoğan neo-ottomano che, a colpi (simbolici) di yatagan[8], «attacca duramente la laicità» e parallelamente, «sferra un colpo […] per sradicare il dominio saudita sull’Islam sunnita».

Se sin qui abbiamo descritto quella che è a tutti gli effetti una cronaca puntuale di un anno di avvenimenti, la parte del saggio che merita maggiore attenzione, e che più di tutto giustifica e incoraggia l’acquisto del libro, è certamente l’epilogo (p. 207 e seguenti), lì dove l’autore introduce il concetto di “jihadismo d’atmosfera”, ossia la descrizione delle modalità che portano taluni giovani musulmani ad una radicalizzazione solitaria, attraverso messaggi di propaganda islamista transitanti in rete, capaci di alimentare l’odio e attivare la violenza in soggetti fragili. Per dirla in altri termini si potrebbe parlare di spontaneismo jihadista.

È qui infatti che si rivede il Kepel migliore, ovvero il fine conoscitore della società islamica e dell’euroislam[9]. L’autore, prendendo spunto dalla cronaca degli attacchi in Francia e Austria dell’ottobre-novembre 2020, analizza con estrema lucidità e competenza i meccanismi di radicalizzazione veicolati sul web, da quelli che Bernard Rougier[10] definisce «imprenditori della collera islamista»[11], perimetrando quindi i passaggi chiave che portano alla radicalizzazione di un giovane musulmano che vive la propria esperienza quotidiana nelle banlieue europee.

Anche in quest’ultima sezione torna nelle narrazioni di Kepel il ruolo, forse esagerato, che in tali processi svolgerebbe l’attivismo di Erdoğan. Appare infatti eccessivo il passaggio in cui «la reislamizzazione in pompa magna di Santa Sofia ad opera del presidente Erdoğan […], le incursioni in acque territoriali greche e cipriote […], accompagnate da commenti che condannano gli ex dhimmi cristiano-ortodossi da parte della stampa [avrebbero contribuito a creare nel 2020] un’atmosfera favorevole ad una frettolosa attuazione del jihad da parte degli spiriti più esaltati» (pp. 214-15). Se infatti è fatto di cronaca la campagna scatenata da Erdoğan contro la presunta islamofobia di Macron, con troppa facilità Kepel dimentica che l’attivazione in senso radicale della gran parte di lupi solitari che si sono macchiati di attacchi islamisti in Europa nell’ultimo decennio proviene non tanto dal mondo della Fratellanza Musulmana, di cui Erdoğan è oggi sponsor e protettore, quanto dal salafismo di matrice wahabita, di cui prima al-Qaeda e poi l’ISIS si sono fatti promotori.

In ultimo, preme segnalare, come elemento di nota e di valore aggiunto, le sedici mappe tematiche e a colori illustrate, capaci di fornire un immediato riscontro sulle dinamiche geopolitiche in atto in tutto il Medio Oriente.


[1] Giles Kepel, Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci, Roma 2001.

[2] Definiti da Trump “l’alba di un nuovo Medio Oriente”. Nell’ambito degli accordi, di particolare importanza appare il riconoscimento di Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti (seguito poi dal Bahrein), primo Paese arabo del Golfo Persico a compiere tale passo.

[3] Si veda: Gilles Kepel, Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam, Laterza, Roma-Bari 2004 / 2006.

[4] Ovvero i tre “padri” fondatori nella visione di Kepel del radicalismo islamico negli anni Cinquanta-Sessanta, Sayyid Qutb, Ruhollah Khomeini e Abul A’la Mawdudi, pensatori di diversa estrazione culturale e religiosa (Khomeini era sciita), ma accomunati dal duplice obiettivo di modernizzare il pensiero politico islamico, mobilitando le masse dei diseredati in contrapposizione alle élite al potere.

[5] Gilles Kepel, Il Profeta e il Faraone. I Fratelli musulmani alle origini del movimento islamista, Laterza, Roma-Bari 2006.

[6] Il primo riferimento va al tentativo operato il 10 giugno 2020 dalla fregata francese Courbet, operante nell’ambito dell’Operazione NATO “Sea Guardian” di ispezionare un cargo tanzaniano, il mercantile Çirkin, sospettato di violare l’embargo di armi verso la Libia. Una fregata turca la Oruçreis, intervenuta a supporto del cargo, avrebbe “illuminato” con il proprio radar di tiro la nave francese per tre volte nell’arco di circa un minuto, atto ostile che precede il lancio di missili. Successivamente, mercoledì 11 agosto 2020, una nave da guerra greca e una turca sono state coinvolte in una lieve collisione durante un confronto nel Mediterraneo orientale vicino Cipro. In quell’occasione diverse fregate greche si sarebbero messe all’inseguimento di una nave turca da ricognizione, la Oruc Reis, e nell’ambito di tali manovre una fregata greca sarebbe entrata in collisione con una nave di scorta turca, la Kemal Reis.

[7] Compiuto nel periodo 5-8 marzo 2021, con una serie di significative visite e incontri a Baghdad, Najaf, Ur, Erbil e Mosul e definito dal quotidiano «Avvenire» della CEI un viaggio “nel segno di Abramo”. Per maggiori approfondimenti si veda: Stefania Falasca, Papa Francesco in Iraq nel segno di Abramo, che sperò contro ogni speranza, «Avvenire», 2 marzo 2021.

[8] Spada ricurva in uso nel periodo XVI-XIX secolo nell’Impero Ottomano. La spada è stata impugnata da Ali Erbaş, massima autorità religiosa turca, salito sul pulpito dove erano state innalzate due bandiere verdi. La cerimonia si è svolta  nell’ambito della prima preghiera collettiva nella neo-riconvertita moschea di Santa Sofia a Istanbul del 24 luglio 2020, giorno che peraltro cade nell’anniversario della firma del trattato di Losanna (1923), che sancì la fine dell’Impero Ottomano.

[9] Termine coniato da Bassam Tibi, islamologo tedesco di origine siriana nel 1992. Nella teorizzazione doveva esserci l’accettazione per i credenti europei di religione islamica dei principi della separazione fra Stato e Chiesa e dell’illuminismo e quindi del superamento di un dhimmi questa volta non applicato ma subito. Il tema è stato poi ripreso nel 1999 da Tariq Ramadan e quindi sviluppato in successivo saggio. Si veda Tariq Ramadan, Essere un musulmano europeo, Città aperta, Troina 2002.

[10] Professore alla Université Sorbonne Nouvelle Paris-III e direttore del Centre des études arabes et orientales.

[11] In francese «entrepreneurs de colère islamique». Si veda per maggiori dettagli l’intervista a Bernard a firma Alexandre Devecchio, Bernard Rougier: «Samuel Paty a été victime d’un terrorismecommunautariste”», «Le Figaro», 19 ottobre 2020.

Scritto da
Massimiliano Frenza Maxia

Nato a Roma nel 1974. Laureato con lode in Storia e Società presso l’Università di Roma Tre, con una tesi sulla guerra civile libanese. Master in Geopolitica e Sicurezza con lode presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con una tesi sul business plan dello Stato Islamico. Ha recentemente redatto per l’Istituto Affari Internazionali un’analisi sulle ricadute geopolitiche derivanti dal lancio della blockchain e dello Yuan digitale dalle caratteristiche cinesi. Attualmente coordina le attività della Scuola Manageriale della principale realtà del Private Banking italiano e collabora al dibattito geopolitico come analista indipendente. Appassionato di storia, geopolitica e comunicazione, negli ultimi anni si è focalizzato sugli impatti geopolitici della rivoluzione digitale in atto.

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