Il ritorno della Russia in Medioriente

Russia e Medioriente

Il contenuto di questo articolo è ispirato alla conferenza “La Russia e il Medioriente”, organizzata dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e dalla Fondazione Istituto Gramsci e tenutasi presso la sede della Treccani a Roma lunedì 11 aprile 2016. Sono intervenuti in quella sede Silvio Pons, Massimo Campanini, Fabio Nicolucci, Igor Pellicciari, Valeria Piacentini Fiorani.


Negli anni ’60 l’Unione Sovietica era a tutti gli effetti una potenza “mediorientale”: sebbene lo Yemen del Sud fosse l’unico paese arabo a professarsi comunista, anche l’Egitto, la Siria e l’Algeria rientravano nella sfera di influenza sovietica, avendo chi più chi meno tutti tendenze socialisteggianti ed anticolonialiste. Quello tra l’URSS ed il Medioriente è stato infatti il crocevia lungo il quale tutti i successori di Stalin hanno ripensato il rapporto con il Terzo Mondo. D’altra parte, la frontiera russo-turca, dal XVIII secolo fino alla Grande Guerra, è stata un importante vettore di espansione dell’impero zarista, e le dinamiche più aggressive dell’imperialismo russo in Medioriente si sono espresse durante il secondo conflitto mondiale con l’invasione da parte dell’Armata Rossa dell’Iran del Nord e con la crisi degli stretti del ’46. Il legame che esiste tra la Russia ed il Medioriente ha quindi radici antiche.

Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) ed il cambio di regime in Egitto (1970), l’influenza sovietica nella regione conobbe tuttavia un repentino ridimensionamento, nonostante la sopravvivenza dei regimi Baath e di altri modelli statalisti. Il nadir dell’influenza russa in Medioriente si raggiunse quindi nel 1991 dopo il collasso dell’Unione Sovietica e con il lancio da parte degli Stati Uniti dell’operazione Desert Storm contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Vent’anni dopo, con le rivolte arabe del 2011, in particolare dopo l’avvitamento delle crisi siriana e libica, la Russia ha avuto la necessità di ripensare completamente il proprio approccio al Medioriente. Libia e Siria sono state lette dal Cremlino come necessariamente interdipendenti con le crisi georgiana ed ucraina: il processo di “democratizzazione” che si immaginava fosse stato innescato dalle rivolte della primavera del 2011 è stato cioè interpretato dall’establishment russo come un sostanziale tentativo di espansione occidentale. Esso avrebbe avuto lo scopo di produrre una destabilizzazione interna a queste compagini nazionali, con il rischio potenziale di una estensione per effetto domino alla Russia stessa, la quale poggia oggi su basi economico-sociali piuttosto fragili e precarie.

La Russia ha principalmente tre interessi fondamentali da difendere in Medioriente: innanzitutto costruire alleanze per tenere sotto controllo il prezzo del petrolio, poi poter continuare ad esportare armi e beni ed infine limitare l’influenza islamista in modo da allontanare gli spettri di una radicalizzazione jihadista della popolazione musulmana che vive in Russia (30 milioni).

In tal senso vanno lette le operazioni in Siria dell’ottobre 2015 a difesa del governo di Assad, terminate -quantomeno ufficialmente- nel febbraio del 2016. Da un lato, Putin ha voluto mostrare come la Russia sia tornata ormai a pieno titolo ad essere una potenza militare moderna e come essa abbia una capacità di intervento mondiale, anche al di là dello spazio post sovietico; dall’altro le operazioni in Siria hanno avuto lo scopo di distogliere l’opinione pubblica russa dalle grandi difficoltà interne dell’economia, dovute al crollo del prezzo del greggio e alle sanzioni internazionali, allontanando così potenziali rischi di destabilizzazione e facendo leva sul tradizionale nazionalismo del Paese,.

L’interventismo egemonico russo in Medioriente è stato reso possibile da un parallelo generale “scale back” strategico degli americani dalla regione. A fronte di una estrema debolezza americana, dovuta in parte ai catastrofici errori di Bush, in parte ad un più generale orientamento della Presidenza Obama, che ha ridefinito le priorità dell’agenda statunitense, concentrandosi più sull’Asia orientale e sulla competizione con la Cina, che non sul Medioriente, declassato a teatro minore, Putin ha riconquistato alla Russia un ruolo di potenza regionale fondamentale per la stabilizzazione dell’area.

L’intervento russo in Siria è connotato quindi da un fattore di breve periodo, che possiamo definire un residuo della cultura imperiale sovietica, e da un fattore di più lungo periodo, che è il ritorno politico della Russia nella partita del grande scacchiere mediorientale, di cui l’elemento militare è solo una funzione surrogata. I russi sono cioè tornati in Medioriente non per una rapida dimostrazione di forza, o per una toccata e fuga, ma per restarci a lungo, occupando il vuoto di potere lasciato dalla sconfitta degli americani in Iraq e dalla confusione generale della loro strategia regionale.

L’esercito russo ha colpito principalmente l’opposizione non jihadista al Governo di Assad, perché vuole evitare a tutti i costi il “regime change” in Siria, sull’esempio di quanto successo in Libia con Gheddafi. Dalla frammentazione della Siria, però, la Russia trae vantaggio: la difesa di Assad è infatti non dogmatica, ma tattica e necessaria ad evitare la definitiva polverizzazione dello stato siriano ed il collasso dei confini, oltre che alla difesa delle basi navali russe di Tartus ed aeree di Latakia. L’obiettivo di Putin potrebbe infatti essere una tripartizione della Siria, mentre la permanenza al potere di Assad sarebbe legata alla piega che le azioni militari prenderanno sul terreno e all’opportunità del momento: i russi forse immaginano una Siria divisa in tre tronconi, di cui uno in mano alawita, uno sunnita(quello oggi controllato da Daesh) e uno curdo(uno stato curdo in Siria è già di fatto nato con la battaglia di Kobane). L’improvviso “ritiro” ordinato da Mosca del febbraio 2016, che ha colto di sorpresa tutti gli osservatori, si può invece spiegare con una valutazione del Cremlino dovuta al raggiungimento di tutti i principali obiettivi militari sul terreno, alla necessità di limitare le spese belliche in un momento di così grave contrazione economica per la Russia e all’opportunità di non cadere in una logica di scontro di civiltà con il mondo islamico, sobillando un jihad antirusso.

La partita siriana, che non può essere letta se non in stretta interdipendenza con quella ucraina, ha segnato quindi un deciso ritorno della Russia come potenza regionale egemonica ed una nuova aperta conflittualità con gli Stati Uniti. L’influenza americana in Medioriente non è mai stata così debole quanto oggi: dopo i disastri di Iraq e Afghanistan, dopo il pasticcio libico, i rapporti americani si sono profondamente deteriorati sia con la Turchia, sia con l’Egitto, che con l’Arabia Saudita. Lasciando sullo sfondo Israele, partner irrinunciabile della Casa Bianca, con cui tuttavia le relazioni hanno toccato il minimo storico a causa delle profonde diffidenze tra Obama e Netanyahu, l’unico grande successo- ma non è da poco-americano nella regione è la riapertura dei rapporti con l’Iran. Il ritorno di Tehran sul mercato energetico mondiale ha contribuito, tra l’altro, ad aggravare la crisi dell’economia russa, fondata sulle esportazioni di petrolio, a causa di un ulteriore ribasso del prezzo del greggio.

Alla totale incapacità americana ed europea di comprendere cosa davvero hanno rappresentato le rivolte arabe del 2011 ha fatto invece fronte una grande abilità della Russia di comprendere le interdipendenze regionali, di instaurare una dialettica costruttiva con l’Islam (evitando cioè qualsiasi paradigma da scontro di civiltà come quello immaginato dai neo-con) e di esercizio di un ruolo egemonico stabilizzante, lì dove gli occidentali sono percepiti diffusamente come potenze crociate ed imperialiste. I russi sono quindi tornati in Medioriente per restarci, segnando una delle più grandi svolte geopolitiche a livello globale degli ultimi quindici anni.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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