Il ritorno dello Stato
- 29 Maggio 2020

Il ritorno dello Stato

Scritto da Alessandro Aresu

9 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


1. Come ha notato Emanuele Felice qualche tempo fa, il Financial Times sembra aver letto l’intervento su il Mulino che ha aperto il denso dibattito sulle colonne di Pandora Rivista. L’articolo del 3 aprile “Virus lays bare the frailty of the social contract” indica come “lato positivo” della pandemia “un senso di solidarietà nelle nostre società polarizzate” e la diffusa consapevolezza sulle “nuove diseguaglianze”. Diventa quindi cruciale proporre un “nuovo contratto sociale che vada a beneficio di tutti”.

Dopo qualche settimana a badare alla capacità del virus di colpire primi ministri o calciatori, sono evidenti questioni più importanti, come l’importanza dei servizi pubblici, i divari tra diverse comunità, l’estensione della povertà. Il Financial Times riassume: “nonostante le richieste di mobilitazione nazionale, non sembriamo stare davvero tutti nella stessa barca”. Le differenze rischiano di essere aumentate, paradossalmente, dall’intervento economico, a partire dagli strumenti delle banche centrali che “aiuteranno i ricchi dotati di asset mentre i servizi sociali sottofinanziati stanno scricchiolando”. È un processo che abbiamo visto negli scorsi anni, e di cui si parla troppo poco.

Le società, davanti a queste disparità, devono dimostrare “cosa sapranno restituire in cambio dei sacrifici di chi porta il fardello più pesante degli sforzi nazionali”. Nell’agenda vanno quindi poste “riforme radicali” in grado di “invertire il corso degli ultimi quarant’anni”. Il catalogo è questo: un ruolo più attivo del governo dell’economia, i servizi pubblici come investimenti e non come costi, meno flessibilità e più sicurezza nei mercati del lavoro. Conseguenze politiche, secondo il Financial Times. In particolare, “la redistribuzione sarà di nuovo attuale, i privilegi dei più anziani e dei ricchi saranno posti in questione e politiche una volta considerate eccentriche, come il reddito di base e le imposte patrimoniali, dovranno essere parte della soluzione”. Ormai è limitato pensare che questi dibattiti riguardino solo un campo sociale: solo per fare un esempio, si pensi alle proposte di un imprenditore come Vincenzo Manes, che promuove un aumento esponenziale delle tasse di successione per i “congiunti” più remoti, nonché un fondo “Ghiro” che metta insieme capitali dormienti. E negli Stati Uniti il libro di Annie Lowrey “Give people money” diventa qualcosa di più di una provocazione.

Per governare questi fenomeni, la questione essenziale è “vincere la pace”, secondo il Financial Times. I grandi piani che hanno plasmato l’inizio della guerra fredda e la sua stagione di sviluppo sono nati prima della fine del conflitto, nell’azione di Gran Bretagna e Stati Uniti: 1941 la Carta Atlantica, 1942 il Rapporto Beveridge, 1944 Bretton Woods. Momenti di dibattito intellettuale, di strategie e conflitti sulle “spoglie” e le divisioni del nuovo mondo, di emersione di élite, di consapevolezza sociale.

2. Come si vede, molti elementi “rimano” con la visione di Emanuele Felice e Peppe Provenzano sull’alleanza tra socialismo e liberalismo, tra valori dei diritti e divari di cittadinanza da colmare. Mi concentrerò in particolare su tre punti di confronto con questa visione: il capitalismo politico, la tecnologia, la questione europea.

a. Il capitalismo politico. Nella situazione globale vediamo un approfondimento del processo che ho descritto ne Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina. Oltre all’acuirsi del conflitto tra Stati Uniti e Cina, che volenti o nolenti coinvolge anche gli altri Paesi, c’è l’ampliamento del concetto di sicurezza nazionale sul piano industriale e giuridico, che mette in luce i limiti dei mercati ma anche i legami tra economia e burocrazia, tra economia e società.

Felice e Provenzano riconoscono bene nel loro testo la sfida dei “capitalismi autoritari”. Io credo che il potere dei “capitalismi politici” sia molto profondo, per l’importanza della sicurezza nazionale e del rapporto tra tecnologia, difesa, organizzazione delle burocrazie. Soprattutto, è più vasto di quanto si creda all’interno degli Stati Uniti, la potenza che per ora, attraverso il controllo militare dei mari del mondo attraversati da cargo e da cavi sottomarini, porta il peso dell’infrastruttura dei commerci e delle telecomunicazioni.

In questo scenario, non è semplice che la crisi in corso rafforzi le democrazie, tantomeno quelle liberali. Anzi. Io apprezzo il sistema in cui vivo per una cosa in particolare (la libertà di espressione) ma nel mondo i modelli democratici sono molto diversi. Pensiamo ad alcuni Stati asiatici, dove ci sono varie esperienze di “democrazie tecnocratiche” difficilmente applicabili a noi: per esempio, il partito di Abe in Giappone si definisce “liberale”, ma veramente intendiamo la stessa cosa, la stessa tradizione? Il confronto con le diverse tradizioni asiatiche sarà sempre più importante per definire il “liberalismo” del futuro. Nel mentre, altri modelli autoritari potrebbero guadagnare spazio da un adattamento delle catene del valore nel corso di questa tremenda crisi: per esempio il Vietnam, già straordinario e sottovalutato protagonista di questo secolo. Sembra che gli hacker vietnamiti abbiano perfino preso di mira le istituzioni cinesi durante i momenti più delicati della crisi a Wuhan. Potrebbe essere un’anticipazione del mondo in cui vivremo tra qualche anno: sfide tra il partito comunista cinese e il partito comunista vietnamita.

b. La tecnologia. La pervasività della tecnologia e del digitale nella nostra società è un fattore essenziale. Come sappiamo, non si tratta di un processo genericamente “buono”, come credevamo ai tempi in cui i social media dovevano innestare in un batter d’occhi la libertà in Egitto. Si tratta di un processo che contiene conflitti, contraddizioni, squilibri. E che va analizzato, come tutto, attraverso i rapporti di forza: per esempio, noi italiani o europei non disponiamo di alcune leve industriali, nelle infrastrutture tecnologiche, e per questo siamo deboli. Dobbiamo esserne consapevoli e capire quanto questo influenzi le nostre capacità, sul piano fiscale e degli investimenti, come su quello geopolitico. E, all’interno dei nostri Paesi, quanto ciò influisca nei conflitti distributivi.

Qualunque forma prendano la socialdemocrazia o il socialismo, dovranno porsi il tema di riconquistare l’infrastruttura tecnologica, come ha detto Evgeny Morozov parlando alla Friedrich Ebert l’anno scorso. L’importanza del “socialismo tecnologico” è un’aggiunta essenziale del dibattito di Pandora Rivista alla prospettiva di Felice e Provenzano: questo tema deve essere molto più presente nel dibattito culturale e politico.

Un aspetto di primo piano, anche per capire i conflitti in corso, è tenere presente la dimensione fisica di ciò che riteniamo virtuale, ovvero tutte le infrastrutture che rendono possibile la tecnologia. Tutto ciò diventa più importante con il nuovo ritmo imposto dalla pandemia.

c. La questione europea. Dieci anni dopo, proviamo a ripensare alle cosiddette “primavere arabe”. Abbiamo accettato la destrutturazione dello spazio mediterraneo. I Paesi europei si sono ritrovati in Libia per pagare diverse milizie o fazioni, per poi scoprire che tanto qualche monarchia del Golfo pagava di più. Non capisco cosa possiamo fare se non giochiamo un ruolo nel Mediterraneo. Anche mettendo tra parentesi il fatto che io mi sento più tunisino o marocchino che non estone, il punto è che la dimensione centro-orientale dell’Europa è una demografia in declino e di aspri conflitti interni. Quindi non si vede che futuro ci possa essere, se il fronte Sud non diventa un vero orizzonte. Ma noi europei, troppo a lungo, ci siamo specializzati a perdere tempo, generando danni di lungo termine. È da dieci anni che parliamo di quello che è successo nella scorsa crisi, come in una lunga seduta psicologica. Quella crisi l’abbiamo persa, oggi le nostre banche sono messe peggio rispetto a quelle degli Stati Uniti. In questa crisi, proposte come quella di Gentiloni e Breton hanno delineato un percorso ben più serio e ambizioso, che sta procedendo, ma mentre siamo dentro le crisi di sicuro non possiamo dire che “le crisi sono opportunità” prima che i risultati non abbiano veramente effetto nella società, nella vita delle persone. Non bisogna commettere questo grave errore, perché molto del futuro italiano ed europeo si giocherà lo stesso sulla sfida del fronte Sud, sulla capacità di confrontarsi con attori veramente ambiziosi, come la Turchia.

Oggi gli europei dovrebbero avere il coraggio di lanciare qualcosa di nuovo. Penso a una nuova impresa scientifico-tecnologica, un’idea che circola da tempo ma che ora potrebbe aver trovato il suo momento, in un’operazione dedicata alle scienze della vita, alla ricerca e alla tecnologia sanitaria. Non un “coordinamento”, una “rete”. Qualcosa che abbia l’ambizione del Cern, dell’Agenzia Spaziale Europea, e metta insieme risorse in settori dove gli europei hanno grandi capacità industriali e scientifiche (molto di più, per esempio, che nelle smart cities, le batterie, la cybersicurezza). L’intuizione dello Human Technopole in Italia su questo tema era giusta, quindi andrebbe allargata in un ambito più vasto. Dopo una lunga serie di illusioni e riduzione delle aspettative, i Paesi europei potrebbero mostrare di saper fare qualcosa mettendosi insieme su un progetto, lavorando con urgenza e per bene. Sta a loro l’onore della prova.

3. Da queste tre direttrici, veniamo alla questione italiana. Un tema che emerge nel discorso di Felice e Provenzano, e che ritorna con più forza in queste settimane, riportandoci allo spunto iniziale del Financial Times, è il cosiddetto “ritorno” dello Stato. Lo Stato non se n’è mai andato veramente da nessuna parte, e il mondo è pieno di burocrazie egemoni, dalla Francia al Giappone, ma questa crisi porta a un passaggio in più, con un florilegio di riflessioni sul ritorno della centralità del pubblico nell’economia.

Quali sono le incognite e le questioni aperte da questo processo? Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che in Italia si sarebbe tornati a dibattere sull’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Sono cose su cui abbiamo ragionato con Peppe Provenzano da tempo.

La liquidazione dell’Iri, all’inizio del secolo, ha lasciato una questione aperta. Secondo i sostenitori di quell’operazione, avvenuta in momenti delicati per la nostra finanza pubblica, far morire l’Iri, distruggere il suo nome (nessun Paese con un minimo di autocoscienza parlerebbe della storia di Beneduce e Menichella sbraitando di “panettoni di Stato”), doveva liberare l’Italia dai suoi lacciuoli. Doveva – così si diceva – togliere la palla al piede dell’impasto tra politica ed economia. Allora avremmo cominciato a volare. Non è accaduto. Era quindi inevitabile che questo dibattito tornasse, con le sue semplificazioni, anche perché esistono opere – peraltro approfondite – sulla storia dell’Iri, oltre a giudizi contrastanti degli economisti. Oggi, il capitalismo italiano conferma costantemente la centralità delle grandi imprese a controllo pubblico quotate (sottoposte allo scrutinio del mercato e degli investitori istituzionali). Conferma anche, purtroppo, un ritardo di altre imprese, perfino nei comparti che hanno reagito meglio alla crisi precedente, su questioni essenziali come la crescita dimensionale, la patrimonializzazione, le aggregazioni, gli investimenti in ricerca e innovazione.

Come ricordava già nel 2012 un manager-intellettuale, il compianto Alessandro Pansa, la stagione della liquidazione dell’Iri va dunque riesaminata alla luce di due questioni: la “dispersione di conoscenze e competenze manageriali che ne conseguì” e le scelte di politica industriale successive, sulla tutela, la promozione e la crescita del “patrimonio tecnologico, tecnico e produttivo dell’industria italiana”. La fine dell’Iri e il depauperamento dell’impresa tecnologica più importante dell’Italia alla fine degli anni Novanta, Telecom, hanno aperto un vuoto di competenze industriali e organizzative. Un vuoto mai occupato, se non da assegnazioni continue di nuove funzioni a realtà nate per altri fini e dall’outsourcing alle società di consulenza. Si può continuare così, se si vuole, ma non è una strada promettente, quindi è naturale che un dibattito del genere faccia parte dei ragionamenti sulla ripresa.

Allo stesso tempo, quando parliamo del ritorno dello Stato, dobbiamo affrontare alcuni veri nodi. Proviamo a farlo attraverso un’immagine di fantasia. Ritrae Enrico Mattei intento a operare in Italia, a perseguire il suo disegno di sviluppo nazionale, ma con un doppio vincolo: i tempi e passaggi autorizzativi che devono affrontare oggi le imprese pubbliche e private; gli effetti della riforma del Titolo V della Costituzione. È possibile immaginare cosa sarebbe accaduto con Mattei in queste condizioni: pure lui si sarebbe arreso e l’Italia sarebbe rimasta un Paese povero.

Mattei ha costruito la sua impresa-istituzione anche per sfuggire a uno Stato che considerava debole ma pesante e insopportabile. Con interpreti infinitamente meno brillanti, questa è poi una costante della storia d’Italia, ed esprime un problema drammatico con cui facciamo i conti ancora oggi.

Come è possibile che un’impresa italiana possa realizzare un ponte in Danimarca con tre mesi in anticipo, mentre in Italia l’esperienza di Genova diviene qualcosa di straordinario, di “miracoloso”, e ci induce a pensare solo in termini di commissariamento? Come è possibile che le cose non possano funzionare normalmente? Dobbiamo arrenderci su questo? Più di dieci anni fa, Giuliano Amato ha coniato il termine “bertolasocrazia” per rappresentare l’irresistibile voglia di fuggire dall’ordinario.

Questa è forse la vera questione da porre al centro della riflessione sullo Stato, oltre all’uscita della dicotomia Stato/individuo attraverso il “terzo pilastro” della comunità, che aprirebbe un altro orizzonte. Il punto è che lo Stato si è allo stesso tempo complicato e impoverito: complicato perché le leggi si sono stratificate, abbiamo sempre più norme e sempre meno processi chiari e rapidi; impoverito perché il blocco del turn-over ha impedito un vero rinnovamento dell’amministrazione (che deve essere capillare, mica solo al vertice), proprio quando nuove competenze erano più importanti, tarpando le ali a una nuova generazione, generando danni tremendi, diventando da ultimo un fattore di netto indebolimento della sovranità italiana (a suo tempo avviato, peraltro, da figure che invocano costantemente tale sovranità). È un cane che si morde la coda e non è un discorso astratto, ma con profonde conseguenze industriali e sociali. E purtroppo, se non risolveremo i problemi, se le cose non funzioneranno normalmente, gli investimenti non si riprenderanno e la questione sociale diverrà sempre più difficile.

4. Il dibattito de il Mulino e Pandora Rivista ha un effetto particolare su di noi nostalgici, che quando sentiamo parlare troppo di innovazione abbiamo voglia di sfogliare un libro antico o di leggere un’intervista di Mario Tronti. Il dibattito ricorda un pezzo di Paese che non c’è più o che comunque è diventato quasi irrilevante. Quando ero studente universitario e ho incontrato Massimo Cacciari, una delle prime cose che mi ha colpito è che a vent’anni con Cesare De Michelis aveva fondato una rivista, Angelus Novus. A vent’anni. Pensavo che avrei fondato anch’io al più presto riviste qua e là rubando titoli di Walter Benjamin, poi sarebbero sopraggiunte aspre polemiche o dissidi coi miei co-fondatori da esprimere in pensosi articoli, con qualche battuta per sdrammatizzare. Lunghe risposte avrebbero coinvolto un dibattito politico, civile, ricettivo rispetto a queste proposte e polemiche nate su carta, che avrebbero avuto dietro popoli, idee, improperi, passioni, scissioni. L’Italia delle riviste è un tessuto forse perduto, senz’altro appannato della nostra storia. Di certo qualcosa di enorme si è perso rispetto al ruolo delle riviste della grande impresa e della cultura industriale: anche questo testimonia un declino preoccupante, anche se almeno è rinata Civiltà delle Macchine. E si è perso molto nel dibattito politico e nelle sue cinghie di trasmissione, che fossero su Rinascita o nel duello a sinistra attraverso Mondoperaio o altrove.

Per citare Shakespeare, speriamo allora che questo dibattito sia qualcosa di più di “una piccola scintilla, mentre il resto del corpo rimane freddo”.

Scritto da
Alessandro Aresu

Consigliere scientifico di «Limes», Direttore scientifico della Scuola di Politiche e Consigliere del Ministro del Sud e della Coesione Territoriale. Si è laureato in filosofia del diritto con Guido Rossi all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, dove è stato anche allievo di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari. È stato consulente e consigliere di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana. Tutte le opinioni qui espresse sono personali e non impegnano le istituzioni di appartenenza pro tempore. Tra le sue ultime pubblicazioni: Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La Nave di Teseo 2020) e L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia (con L. Gori, il Mulino 2018).

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