“Il secolo greve. Alle origini del disordine globale” di Mattia Ferraresi

"Il secolo greve. Alle origini del disordine globale" di Mattia Ferraresi

Recensione a: Mattia Ferraresi, Il secolo greve. Alle origini del disordine globale, Marsilio, Venezia 2017, pp. 176, 17 euro (scheda libro).


“Uno spettro si aggira per l’Occidente: lo spettro del pensiero illiberale”. Con questo incipit, che riecheggia le prime parole del Manifesto del Partito Comunista, Mattia Ferraresi comincia il suo viaggio in quello che considera come il lato oscuro della contemporaneità. Il secolo greve prova a spiegare il fenomeno che comunemente viene chiamato populismo, derubricando a semplice superficie quelle che in genere ne vengono considerate le cause principali, come la crisi economica o gli effetti obliqui della globalizzazione. Alle radici del fenomeno, invece, l’autore individua una crisi antropologica ed esistenziale dell’uomo contemporaneo che, dopo aver eliminato ogni idea di giusto e sbagliato nel mondo liberale e post-storico di fine millennio ed elevato l’individuo e il proprio diritto ad avere diritti a nuova divinità laica, oggi fatica a rispondere alla domanda chi sono io? È una visione conservatrice, quella adottata da Ferraresi, scettica sulle capacità di un ordinamento individualista e liberale di dare un senso e un obiettivo alla vita. Oltre che di fondarsi su se stesso. Non è dunque un paradosso che il sistema liberale si trovi in crisi, secondo l’autore, proprio nel momento in cui tutte le alternative del Novecento sembrano uscite di scena.

È in questo contesto che fanno la propria comparsa Donald Trump e gli altri ‘uomini forti’ di tutto il mondo, che, anche quando non vincono le elezioni, dettano il clima d’opinione e l’agenda politica. Sono coloro che, rifiutando le parole d’ordine spesso intrise di ottimismo del liberalismo, danno l’impressione di offrire una risposta a tale vuoto di senso.

Gli Stati Uniti e la “carneficina americana”

Ferraresi, fino a poco tempo fa corrispondente dagli Stati Uniti de Il Foglio ora Nieman fellow all’Università di Harvard, nella precedente opera La febbre di Trump, ha analizzato a fondo i motivi dell’ascesa politica del tycoon. Il punto di osservazione sul “secolo greve” non potevano dunque che essere gli States, dove, nel 2016, è andata in scena la transizione, prima ancora che tra due amministrazioni, tra due modi opposti di vedere il mondo: quello ottimista e fondato sui numeri rassicuranti delle statistiche sull’occupazione e la crescita economica di Obama e quello cupo e pessimista di Trump, che nel discorso di insediamento parla di “carneficina americana”.

L’obiettivo del libro non è dimostrare quale delle due visioni sia la più corretta, ma insinuare il seme del dubbio in quelle che l’autore chiama “le persone ragionevoli”, che per resistere all’onda populista e illiberale si aggrappano alla narrazione ottimista e positivista della storia per la quale saremmo orientati verso un futuro nel quale le cose sarebbero destinate ad andare sempre meglio. Ferraresi non scende nei dettagli del pensiero di Obama (che Pandora ha approfondito in passato con le recensioni alla raccolta a cura di Paolo Magri e al libro di Mario Del Pero, che è stato anche intervistato). L’ultimo presidente era a sua volta consapevole del declino dell’egemonia statunitense e lontano dall’ottimismo post-storico degli anni Novanta, ma Ferraresi lo contrappone a Trump sulla base di una diversa aspettativa nei confronti del futuro. L’ex presidente nei suoi discorsi pubblici si riferisce spesso a un avvenire migliore del presente e sembra convinto che, nonostante le difficoltà, l’umanità vi sia destinata, mentre per l’attuale inquilino della Casa Bianca tale avvenire non esiste.

Se è stato l’alfiere del pessimismo a vincere le elezioni, questo sembra essere un segnale del fatto che l’ottimista narrazione liberale scricchiola. Per capire il perché, Ferraresi non rinuncia alla descrizione di un quadro socio-economico con diverse zone d’ombra (nascoste solo in parte dai numeri positivi sull’occupazione, che per esempio non tengono in considerazione chi non cerca attivamente lavoro), ma ancora una volta mette tale quadro in secondo piano rispetto alla crisi valoriale del liberalismo. Anche un fenomeno come quello dei disoccupati a lungo termine, quelle persone che rimangono senza lavoro per un periodo superiore ai sei mesi, incontrando poi enormi difficoltà a rientrare nel mercato, viene considerato più per i suoi aspetti psicologici  – simili a quelli di un trauma – che per quelli economici. Rimanere inattivi per un lungo periodo, infatti, porta in molti casi a sviluppare una visione del mondo negativa e talvolta complottista e paranoica, dove forze superiori in combutta tramano contro il bene del popolo e della gente comune.

L’autore collega a questa analisi altri elementi, che restituiscono un quadro a tinte decisamente fosche della realtà statunitense: la popolazione carceraria è di gran lunga la più numerosa al mondo, l’aspettativa di vita della popolazione bianca si riduce da vent’anni a questa parte (caso unico nel mondo occidentale), il consumo di oppiacei è in fortissima espansione, con zone del Paese dove il numero di vittime è paragonabile a quello di una guerra. L’overdose da oppiacei è la prima causa di morte per gli under 50 americani, con un’incidenza maggiore rispetto agli incidenti stradali o alle armi da fuoco. Nel 2017 quasi 50 mila persone sono morte per questa ragione. Le radici di questa guerra silenziosa sono individuabili nelle buone intenzioni (spesso alimentate dai soldi delle lobby farmaceutiche) di chi, a partire dagli anni Novanta, cominciò a considerare il dolore non come un effetto collaterale spiacevole ma necessario delle terapie, ma come un male a sua volta da combattere ad ogni costo. Nuove parole d’ordine come empatia o compassione per il paziente sono diventate pretesto per un sostanziale via libera alla vendita di morfina o sostanze più potenti per lenire la sofferenza, nota Ferraresi. Alcune di queste sono fornite gratuitamente ai più bisognosi da programmi come Medicaid e Medicare. Una volta finita la cura, molti pazienti non riescono più a rinunciare a queste sostanze ed entrano in un mortifero ciclo di dipendenza, che li porta a cercarne di sempre più potenti e spesso letali. La dipendenza da sostanze fornite legalmente in farmacia fa sì che il consumo di droghe come l’eroina, una volta confinato in sacche di devianza limitate, oggi sia diventato terribilmente mainstream. Negli Stati Uniti si registra oggi il 90% del consumo mondiale di oppiacei.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Gli Stati Uniti e la “carneficina americana”

Pagina 2: Trump e la direzione della storia

Pagina 3: Quale liberalismo nel secolo greve?


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Classe 1992, genovese. Laureato con lode in Informazione ed Editoria. Si interessa di attualità internazionale e di storia e scienze sociali come strumenti per comprenderla meglio.

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