“Il secolo greve. Alle origini del disordine globale” di Mattia Ferraresi
- 30 Agosto 2018

“Il secolo greve. Alle origini del disordine globale” di Mattia Ferraresi

Recensione a: Mattia Ferraresi, Il secolo greve. Alle origini del disordine globale, Marsilio, Venezia 2017, pp. 176, 17 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Lottero

9 minuti di lettura

“Uno spettro si aggira per l’Occidente: lo spettro del pensiero illiberale”. Con questo incipit, che riecheggia le prime parole del Manifesto del Partito Comunista, Mattia Ferraresi comincia il suo viaggio in quello che considera come il lato oscuro della contemporaneità. Il secolo greve prova a spiegare il fenomeno che comunemente viene chiamato populismo, derubricando a semplice superficie quelle che in genere ne vengono considerate le cause principali, come la crisi economica o gli effetti obliqui della globalizzazione. Alle radici del fenomeno, invece, l’autore individua una crisi antropologica ed esistenziale dell’uomo contemporaneo che, dopo aver eliminato ogni idea di giusto e sbagliato nel mondo liberale e post-storico di fine millennio ed elevato l’individuo e il proprio diritto ad avere diritti a nuova divinità laica, oggi fatica a rispondere alla domanda chi sono io? È una visione conservatrice, quella adottata da Ferraresi, scettica sulle capacità di un ordinamento individualista e liberale di dare un senso e un obiettivo alla vita. Oltre che di fondarsi su se stesso. Non è dunque un paradosso che il sistema liberale si trovi in crisi, secondo l’autore, proprio nel momento in cui tutte le alternative del Novecento sembrano uscite di scena.

È in questo contesto che fanno la propria comparsa Donald Trump e gli altri ‘uomini forti’ di tutto il mondo, che, anche quando non vincono le elezioni, dettano il clima d’opinione e l’agenda politica. Sono coloro che, rifiutando le parole d’ordine spesso intrise di ottimismo del liberalismo, danno l’impressione di offrire una risposta a tale vuoto di senso.

Gli Stati Uniti e la “carneficina americana”

Ferraresi, fino a poco tempo fa corrispondente dagli Stati Uniti de Il Foglio ora Nieman fellow all’Università di Harvard, nella precedente opera La febbre di Trump, ha analizzato a fondo i motivi dell’ascesa politica del tycoon. Il punto di osservazione sul “secolo greve” non potevano dunque che essere gli States, dove, nel 2016, è andata in scena la transizione, prima ancora che tra due amministrazioni, tra due modi opposti di vedere il mondo: quello ottimista e fondato sui numeri rassicuranti delle statistiche sull’occupazione e la crescita economica di Obama e quello cupo e pessimista di Trump, che nel discorso di insediamento parla di “carneficina americana”.

L’obiettivo del libro non è dimostrare quale delle due visioni sia la più corretta, ma insinuare il seme del dubbio in quelle che l’autore chiama “le persone ragionevoli”, che per resistere all’onda populista e illiberale si aggrappano alla narrazione ottimista e positivista della storia per la quale saremmo orientati verso un futuro nel quale le cose sarebbero destinate ad andare sempre meglio. Ferraresi non scende nei dettagli del pensiero di Obama (che Pandora ha approfondito in passato con le recensioni alla raccolta a cura di Paolo Magri e al libro di Mario Del Pero, che è stato anche intervistato). L’ultimo presidente era a sua volta consapevole del declino dell’egemonia statunitense e lontano dall’ottimismo post-storico degli anni Novanta, ma Ferraresi lo contrappone a Trump sulla base di una diversa aspettativa nei confronti del futuro. L’ex presidente nei suoi discorsi pubblici si riferisce spesso a un avvenire migliore del presente e sembra convinto che, nonostante le difficoltà, l’umanità vi sia destinata, mentre per l’attuale inquilino della Casa Bianca tale avvenire non esiste.

Se è stato l’alfiere del pessimismo a vincere le elezioni, questo sembra essere un segnale del fatto che l’ottimista narrazione liberale scricchiola. Per capire il perché, Ferraresi non rinuncia alla descrizione di un quadro socio-economico con diverse zone d’ombra (nascoste solo in parte dai numeri positivi sull’occupazione, che per esempio non tengono in considerazione chi non cerca attivamente lavoro), ma ancora una volta mette tale quadro in secondo piano rispetto alla crisi valoriale del liberalismo. Anche un fenomeno come quello dei disoccupati a lungo termine, quelle persone che rimangono senza lavoro per un periodo superiore ai sei mesi, incontrando poi enormi difficoltà a rientrare nel mercato, viene considerato più per i suoi aspetti psicologici  – simili a quelli di un trauma – che per quelli economici. Rimanere inattivi per un lungo periodo, infatti, porta in molti casi a sviluppare una visione del mondo negativa e talvolta complottista e paranoica, dove forze superiori in combutta tramano contro il bene del popolo e della gente comune.

L’autore collega a questa analisi altri elementi, che restituiscono un quadro a tinte decisamente fosche della realtà statunitense: la popolazione carceraria è di gran lunga la più numerosa al mondo, l’aspettativa di vita della popolazione bianca si riduce da vent’anni a questa parte (caso unico nel mondo occidentale), il consumo di oppiacei è in fortissima espansione, con zone del Paese dove il numero di vittime è paragonabile a quello di una guerra. L’overdose da oppiacei è la prima causa di morte per gli under 50 americani, con un’incidenza maggiore rispetto agli incidenti stradali o alle armi da fuoco. Nel 2017 quasi 50 mila persone sono morte per questa ragione. Le radici di questa guerra silenziosa sono individuabili nelle buone intenzioni (spesso alimentate dai soldi delle lobby farmaceutiche) di chi, a partire dagli anni Novanta, cominciò a considerare il dolore non come un effetto collaterale spiacevole ma necessario delle terapie, ma come un male a sua volta da combattere ad ogni costo. Nuove parole d’ordine come empatia o compassione per il paziente sono diventate pretesto per un sostanziale via libera alla vendita di morfina o sostanze più potenti per lenire la sofferenza, nota Ferraresi. Alcune di queste sono fornite gratuitamente ai più bisognosi da programmi come Medicaid e Medicare. Una volta finita la cura, molti pazienti non riescono più a rinunciare a queste sostanze ed entrano in un mortifero ciclo di dipendenza, che li porta a cercarne di sempre più potenti e spesso letali. La dipendenza da sostanze fornite legalmente in farmacia fa sì che il consumo di droghe come l’eroina, una volta confinato in sacche di devianza limitate, oggi sia diventato terribilmente mainstream. Negli Stati Uniti si registra oggi il 90% del consumo mondiale di oppiacei.

Trump e la direzione della storia

La sociologa Shannon Monnat, citata dall’autore, ha evidenziato in suo studio come si possa riscontrare un’associazione fra la mortalità per droga, alcol e suicidi e il voto per Trump alle elezioni del 2016. Secondo Ferraresi il candidato repubblicano ha rappresentato, a modo suo, una particolare forma di speranza per tutto quel popolo di forgotten men, citati anche nel discorso d’insediamento, che l’hanno eletto a proprio campione, attratti dalla forza negativa del suo messaggio. Il giornalista de Il Foglio è ben consapevole del fatto che i forgotten men e la classe media bianca e impoverita non siano stati l’unica base elettorale di Trump, votato anche dalle fasce più ricche dell’elettorato, attirate dalla sua promessa di tagli fiscali. Eppure è su di loro, sui disillusi del sogno americano, che egli concentra la propria analisi.

Da dove viene questa inquietudine, questa attrazione per un messaggio puramente negativo e di rottura? Secondo Ferraresi non dall’attacco esterno alle liberaldemocrazie condotto dalle forze populiste, ma dalle contraddizioni interne allo stesso pensiero liberale. La crisi dell’ordine liberale è al centro di molteplici analisi delle dinamiche contemporanee delle democrazie occidentali come ad esempio quella di Vittorio Emanuele Parsi, che in un suo recente libro ha paragonato il sistema neoliberale a un naufragante Titanic. Ma se Parsi nella sua analisi vede nel neoliberismo portato in economia da Milton Freedman e in politica da Thatcher e Reagan le cause prime della crisi del sistema liberale, per Ferraresi, come abbiamo visto, il liberalismo sta fallendo da un punto di vista prima di tutto spirituale, riprendendo in questo la parte più negativa della famosa opera La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama.

Ritenuto il manifesto dell’ottimismo di fine millennio, il libro di Fukuyama conteneva in realtà sue pagine anche una preoccupazione, che si poteva già intravedere, per un futuro senza nemici, dominato da un ordine liberale che avrebbe garantito pace, sicurezza e prosperità, ma anche soffocato ogni slancio umano. L’ultimo uomo di Fukuyama è un uomo triste, ricorda Ferraresi. Eppure, una versione semplificata ed esclusivamente ottimista del pensiero del politologo americano ha influenzato profondamente la forma mentis tanto del potere americano degli anni Novanta, che aveva Bush padre e Clinton quali massimi esponenti, quanto dell’uomo della strada, che, anche senza aver letto il libro di Fukuyama, non riesce nemmeno a immaginarsi in una realtà diversa da quella liberaldemocratica. Per tutti noi, secondo Ferraresi, la democrazia è come l’acqua per i pesci di David Foster Wallace, che, vivendoci dentro, non ne percepiscono l’esistenza.

Secondo Fukuyama, nonostante possibili deviazioni lungo la via della storia, il liberalismo si sarebbe infine imposto in quanto capace di risolvere le contraddizioni di tutti i regimi precedenti. Ferraresi, invece, evidenzia come questa forma di pensiero, assurta nel tempo a forma di pensiero unico dell’Occidente, lasci un vuoto che non è in grado di fornire indicazioni utili sul significato della vita, come facevano, per esempio, le vecchie religioni. La cultura liberale, dopo aver promesso lo scioglimento di ogni vincolo dell’individuo, libero di autodeterminarsi senza condizionamenti portati da religioni o tradizioni, oggi delude, secondo Ferraresi, perché l’uomo scopre di non bastare a sé stesso e in quanto sistema che, non offrendo coordinate morali su ciò che è giusto e sbagliato, non può reggersi in piedi sulle proprie gambe. Gli elettori di oggi, arrabbiati senza sapere bene perché, se ne sarebbero più o meno consapevolmente resi conto, e il sostegno a chi esprime una reazione aggressiva  al sistema liberale sarebbe la logica conseguenza di questa disillusione.

Questa incapacità di “dare un senso” del liberalismo sarebbe secondo Ferraresi una sua caratteristica intrinseca, una sua contraddizione. Riprendendo la definizione di Patrik Deneen, l’autore individua infatti l’individualismo sfrenato e la concezione di un uomo come separato dalla natura – e quindi potenzialmente senza limiti alla propria volontà – le caratteristiche fondanti dell’idea liberale. Questo porterebbe ad un’esaltazione del diritto di scelta individuale in sé. Non esistono scelte buone o cattive, né un modo per condurre una vita buona. Il dogma del liberalismo è che non ci sono dogmi, tutto ricade nella responsabilità dell’individuo che, posto di fronte a infinite possibilità, cade spesso in quella che gli psicologi definiscono “paralisi della scelta”, oltre che, a volte, in una profonda crisi esistenziale che genera ansia e frustrazione, poiché la realtà il più delle volte non si rivela alle altezze delle aspettative di una vita del tutto libera e priva di costrizioni e vincoli esterni.

Al pari dell’idea liberale, anche quella democratica sarebbe oggi in difficoltà, in particolare tra le generazioni più giovani. Se il 72% degli americani nati tra le due guerre attribuisce un valore 10 – in una scala da 1 a 10 – all’importanza di vivere in un sistema democratico, solo il 30% dei millenials lo ritiene importante per la propria vita, mentre secondo il World Value Surveis del 2011 per il 24% di loro sarebbe persino un fatto negativo.

Per capire se siamo di fronte a piccole scosse o a un cambio di sistema, l’autore invita a considerare i 3 criteri individuati da Juan José Linz e Alfred Stepan per valutare la stabilità di una democrazia: il grado di sostegno popolare della democrazia come sistema di governo, la forza di partiti o movimenti antisistema e il grado in cui le regole democratiche sono accettate, per constatare come oggi non sia semplice trovare nazioni democratiche che non siano in difficoltà su almeno uno di questi aspetti.

Quale liberalismo nel secolo greve?

Individuare nell’incapacità del liberalismo di dare un orizzonte di senso alla vita degli individui la chiave di lettura della fase attuale delle nostre democrazie è un elemento di originalità che rende il volume di sicuro interesse, quantomeno come contributo al dibattito. Evidentemente, nel definire Trump e i suoi omologhi come pericolosi per il sistema liberale, Ferraresi ha in mente un’idea sostanziale di democrazia, dal momento che dal punto di vista formale nessuno dei populisti la mette attualmente in discussione.

Se la democrazia liberale per come la conosciamo è in pericolo, secondo Ferraresi, è perché ad essere attaccata è l’idea universalista, che accomuna progressisti come Obama e conservatori come Merkel. I populisti di oggi, secondo lui, sono particolaristi, hanno come punto di riferimento l’uomo immerso nel reale, ed esaltano per questo la storia e la tradizione.

Viene da chiedersi però se questa divisione non sia troppo netta, e se i due campi non si stiano, in realtà, influenzando a vicenda. Il presidente francese Emmanuel Macron, per esempio, viene descritto come il classico promotore dell’idea liberale, ma osservando la sua strategia di politica estera pare tenere in alta considerazione l’interesse nazionale  e le sue rigide politiche sull’immigrazione sono ben lontane dall’idea di melting pot accarezzata dal Bill Clinton degli anni Novanta, perfetto alfiere della democrazia liberale intesa à là Fukuyama. Segno che forse gli universalisti liberali si stanno facendo contaminare dai particolaristi populisti e che, forse, il futuro delle democrazie liberale non si deciderà con una battaglia all’ultimo sangue ma con una reciproca contaminazione che ne trasformerà alcuni dei connotati.

Ferraresi sottolinea inoltre come l’avversione al sistema di valori liberale dei populisti si esprima in modo inconscio, e come manchi l’elaborazione di un sistema alternativo. Il rischio, però, è che nella smania di dare contenuto a ciò che viene descritto più come una cornice – il liberalismo – se ne restringano troppo i confini, arrivando a definire come anti-liberale o anti-democratico ogni forma di dissenso alla politica tradizionale: Trump, Brexit, Wilders e Salvini ma anche Bernie Sanders, il Movimento Cinque Stelle o Jeremy Corbyn. Si sottovaluta, inoltre, la capacità della democrazia di rinnovare sé stessa e di adeguarsi al contesto storico.

Limitatamente al contesto americano, si trascura poi la frattura emersa evidentemente nel 2016 tra le città costiere e le campagne nell’interno. Il populismo di Trump si è imposto in quest’ultime, dove pure sono tornati in auge alcuni fenomeni comunitaristi, mentre nelle città dipinte come individualiste e liberali (quindi, secondo la tesi di Ferraresi, più esposte alla crisi esistenziale del liberalismo), il messaggio di Trump ha raccolto consensi molto più bassi.

Alcuni dei temi del volume sono stati ripresi in una recente intervista dello stesso Ferraresi allo storico di tendenze conservatrici Andrew Sullivan, pubblicata sul Foglio. Per Sullivan, l’errore della sinistra è stato quello di aprirsi troppo al multiculturalismo e alle identity politics, abbracciando le aspirazioni delle minoranze e trovandosi senza nulla da dire alle maggioranze. In questo contesto, lo storico vede uno spazio politico per la Chiesa, a metà strada tra il tribalismo populista e il multiculturalismo della sinistra.

Il secolo greve, in definitivaindica con efficacia alcuni sintomi molto rilevanti della crisi che le nostre società e democrazie stanno vivendo e, a partire da una prospettiva culturale ben definita, cerca di individuare alcune cause profonde delle contraddizioni del liberalismo, lasciando però aperta la questione su come tali contraddizioni si possano superare. Anche senza dover condividere in toto le analisi dell’autore, la lettura del volume, scritto da un attento osservatore della società americana, risulta sicuramente stimolante e in grado di arricchire, con spunti ulteriori e inusuali, il dibattito su alcuni dei temi cruciali del nostro tempo.

Scritto da
Luca Lottero

Classe 1992, genovese. Laureato con lode in Informazione ed Editoria. Si interessa di attualità internazionale e di storia e scienze sociali come strumenti per comprenderla meglio.

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