Il Semestre Italiano di Presidenza della UE, dal 40,8% al 3%

Quando dal 12 al 15 gennaio gli eurodeputati si riuniranno a Strasburgo si chiuderà il Semestre Italiano di Presidenza del Consiglio Europeo, quello iniziato con la generazione Telemaco e finito, senza sorprese, con il solito braccio di ferro sulla legge di stabilità fra il nostro governo e la Commissione. La presidenza a rotazione del massimo organo politico dell’Unione Europea è un retaggio del passato, sono ormai anni che i vari Presidenti/Primi Ministri si alternano all’ottavo piano del Palazzo Justus Lipsius senza che nulla cambi per davvero. Si può provare a spingere su questo o quel dossier, oppure lanciare dibattiti ma, nel complesso, la macchina amministrativa europea è ormai talmente rodata da non sentire neppure le punzecchiature politiche che arrivano dalle varie presidenze. In politica come in finanza il potere si pesa, non si conta e, nell’Unione Europea, le voci davvero autorevoli sono poche: Angela Merkel, Mario Draghi e Jean Claude Juncker. Il resto è chiacchericcio di sottofondo, lo sanno gli euroburocrati – che hanno fatto del quieto vivere una scelta di vita – e lo sanno le cancellerie che, ormai, considerano i vari semestri come poco più di un’occasione per farsi belli con qualche summit da organizzare in patria.

La Presidenza Italiana, tuttavia, è caduta in un momento del tutto particolare: lo straordinario risultato di Matteo Renzi alle elezioni europee, unito all’avanzata degli estremismi in Francia, Grecia e Spagna, aveva dato al nostro Presidente del Consiglio una visibilità insperata che, in pochi giorni, si era trasformata in una genuina curiosità da parte delle altrimenti austere gerarchie Bruxellesi. Il discorso sulla generazione Telemaco fu un salutare strappo al protocollo: per la prima volta un presidente di turno non elencava stanchi obiettivi di policy ma puntava dritto alla politica intesa come visione di lungo periodo, non lesinando considerazioni apertamente critiche rispetto alla gestione della crisi dell’Euro e alla prassi economica portata avanti dalla Commissione Barroso. La successiva fase, quella dedicata ai negoziati per la creazione del nuovo esecutivo comunitario, ha nuovamente visto una rottura rispetto alle polverose tradizioni europee ma con una differenza sostanziale: Matteo Renzi ha usato buona parte (se non l’interezza) del suo capitale politico per imporre la candidatura di Federica Mogherini al ruolo di Alto Rappresentante. Come la cronaca giornalistica ha ampiamente illustrato, furono i paesi dell’est Europa a criticare – anche ferocemente – la proposta del Governo Italiano, arrivando addirittura a bloccare del tutto i negoziati, che furono poi risolti grazie a un colpo di mano di Herman Van Rompuy il quale facilitò la scelta di Donald Tusk come nuovo Presidente permanente del Consiglio Europeo.

Durante quelle settimane è interessante notare come i due maggiori leader europei, ovvero Renzi e Angela Merkel, si siano mossi con strategie del tutto opposte. Il primo, anche a causa dell’oggettiva debolezza del PSE (causata in massima parte dalla debacle francese), non ha saputo fare sistema con i suoi colleghi, lasciando che ognuno andasse per la sua strada. Hollande ha avuto Moscovici all’economia ma il suo ruolo è stato fortemente ridimensionato dall’incombente figura del vicepresidente Katainen, mentre altri governi socialisti, come la Danimarca, hanno addirittura indicato un commissario liberale, depotenziando ulteriormente la delegazione progressista all’interno della Commissione Juncker. La signora Merkel, al contrario, quasi non si è curata del destino di Gunther Oettinger, cui è stato affidato il portafoglio dell’agenda digitale, ma ha lavorato affinché i suoi uomini fossero piazzati nei posti chiave dell’organigramma europeo. In questo modo Jyrki Katainen e Vladis Dombrovskis hanno avuto il pieno controllo delle competenze economico/monetarie, mentre quelle in tema di ambiente sono state affidate a Miguel Canete, già ministro di Rajoy nonché ex petroliere. Insomma, la cancelliera ha dimostrato ancora una volta di essere ancora lei il mazziere della partita europea e, nonostante i proclami, Matteo Renzi non è riuscito a cambiare verso al gioco.

Complice l’insediamento della nuova Commissione e le formalità di inizio mandato del Parlamento Europeo, la Presidenza Italiana non ha trovato molti dossier legislativi su cui lavorare: dal punto di vista prettamente tecnico alcuni passi avanti sono stati fatti, in materia soprattutto di neutralità della rete (grazie allo sforzo italiano si è evitato un pericoloso arretramento sul tema del libero accesso al web), cooperazione allo sviluppo e, sorprendentemente, diritti civili. Si tratta di un lavoro sottotraccia, che non finisce sui giornali ma che dimostra come l’Italia si sia impegnata per portare avanti, almeno con piccoli passi, alcuni dossier fermi da mesi, se non da anni, nelle Aule di Bruxelles e Strasburgo.

La grande battaglia politica, tuttavia, era un’altra e aveva a che fare con lo scorporo degli investimenti dal Patto di Stabilità e crescita, ovvero il superamento delle catene del 3%. Renzi fa bene a rivendicare i suoi successi riguardo il Piano Juncker (nonostante le molte ombre di cui abbiamo parlato in un precedente articolo), tuttavia, anche in questo caso, ha preferito giocare da fantasista solitario anziché da membro di una squadra. Il Presidente del Consiglio, se davvero avesse voluto rovesciare il tavolo, avrebbe potuto cercare un’alleanza politica con il Parlamento Europeo (in massima parte, anche fra le fila popolari, favorevole a un allentamento dei vincoli di Maastricht), magari gestendo in maniera diversa le trattative connesse al Bilancio 2015 della UE e all’annosa questione delle risorse proprie. Una triangolazione fra Presidenza Italiana, Parlamento Europeo e paesi “periferici” avrebbe contribuito all’indebolimento dell’asse franco/tedesco e, forse, a maggiori aperture sul fronte della flessibilità. Francia e Germania, infatti, si stanno coprendo a vicenda, la prima spera che il potente vicino tedesco chiuda un occhio sui suoi conti pubblici, mentre la seconda sa di poter sfruttare la debolezza di Parigi per avere sempre a disposizione una minoranza di blocco all’interno del Consiglio. In questo senso non sono servite a molto neppure le intemerate condotte insieme a David Cameron contro il sistema di finanziamento del Bilancio Europeo: oltre a imbarazzare i progressisti, infatti, Renzi ha rafforzato le pretese del Primo Ministro Britannico facendogli credere, fino all’ultimo, di avere una sponda a Roma. Anche per questo motivo il governo di Sua Maestà continua a mostrare una faccia pure più arcigna del solito, gettando l’ennesima ombra sul già complesso rapporto fra l’Isola e il Continente.

Insomma, l’approccio accentratore e un po’ guascone con cui il Governo Renzi sta provando ad artigliare l’Italia si è dimostrato poco efficace a livello Europeo. Le liturgie, i tempi, le fatiche, i compromessi di Bruxelles rimangono una melassa cui addirittura l’uomo del 40,8% si è dovuto piegare. L’Italia consegna alla UE un semestre che avrebbe potuto essere memorabile e che, invece, si è accontentato di una gestione dell’ordinario con pochissimi momenti di vero slancio politico. Peccato, perché i margini ci sarebbero pure stati, sarebbe bastato essere poco più coraggiosi.

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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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