Scritto da Massimiliano Garavalli, Luisa Natile
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La realtà non è mai stata un dato neutro e immutabile, ma oggi appare più che mai fragile, stratificata e contesa. Dai media televisivi all’ecosistema digitale, dai reality show ai prodotti true crime, fino all’intelligenza artificiale generativa, il nostro rapporto con ciò che definiamo “reale” è attraversato da continue rimodellazioni narrative, tecnologiche e simboliche. In questo scenario, anche categorie fondamentali come verità, fatto e autorità epistemica sembrano perdere la loro evidenza, lasciando spazio a realtà mediate, concorrenti o alternative.
In questa intervista ad Anna Maria Lorusso, autrice de Il senso della realtà. Dalla tv all’intelligenza artificiale (La Nave di Teseo 2025), ci immergiamo nelle trasformazioni profonde del nostro modo di percepire, raccontare e interpretare il reale. Insieme all’autrice esploriamo come i media abbiano progressivamente spostato il “senso della realtà”, incidendo non solo sulle forme della rappresentazione, ma anche sulle nostre capacità critiche e interpretative.
Anna Maria Lorusso è Professoressa ordinaria di Semiotica della cultura presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. I suoi studi si concentrano sul rapporto tra media, linguaggio e costruzione del senso, con particolare attenzione alle trasformazioni contemporanee della verità, dell’esperienza mediale e dei processi di significazione.
Nelle prime pagine del suo ultimo libro Il senso della realtà, lei introduce appunto il concetto di “senso della realtà”. Può spiegarci cosa intende con questa espressione e, in particolare, in che misura i concetti di “realtà” e “verità” vengono messi in discussione nella nostra società?
Anna Maria Lorusso: L’espressione “senso della realtà”, che dà il titolo al libro, presenta per me tre significati. I primi due – forse i più importanti – sono il significato filosofico e quello ordinario.. Il senso della realtà dal punto di vista filosofico è da intendersi come il significato ultimo della realtà, e da questa prospettiva il libro ci interroga sul suo senso più profondo. Il secondo significato ha invece a che fare con l’accezione ordinaria che attribuiamo a questa espressione. Ad esempio, quando affermiamo a proposito di una persona che “non ha il senso della realtà”, ci riferiamo alla consapevolezza delle misure e delle caratteristiche del mondo e dell’appropriatezza di qualcosa rispetto ad esso. Una persona che non ha il senso della realtà non riesce a muoversi in essa, poiché manca di cogliere un aspetto o attribuisce a un elemento delle misure inappropriate rispetto alla sua natura. Venendo ora al terzo dei significati, possiamo intendere il senso della realtà dal punto di vista della direzione. La domanda che ci si pone in questo caso è “in che direzione sta andando la realtà?”, ed è per questo motivo che il libro si apre e si chiude con l’intelligenza artificiale, che è la direzione che sembra aver intrapreso la nostra realtà.
Per quanto riguarda il rapporto tra realtà e verità, direi che è un legame particolarmente forte nella cultura occidentale, che fonda le proprie teorie della verità su una concezione “corrispondentista”, per cui è vero ciò che corrisponde alla realtà. Se la nostra categoria di realtà cambia, cambia anche la categoria di verità e viceversa. In riferimento a questo, un fenomeno degli ultimi anni di cui anche io mi sono occupata è la “post-verità”, un esempio di trasformazione della categoria di verità che ha inciso anche sul senso della realtà.
Nel libro lei parla di come sin dagli anni Ottanta del Novecento si stia assistendo a una sorta di ibridazione tra informazione e intrattenimento: il cosiddetto “infotainment”. Questo fenomeno si realizza anche in Italia, in particolare nella declinazione della cosiddetta “TV del dolore”, passando per la nascita e l’affermazione dei reality show, fino al fenomeno dei prodotti televisivi incentrati sulle vite di celebrity e influencer. Questi prodotti si presentano come detentori di oggettività e, al contempo, introducono degli elementi di finzionalizzazione. In che modo questi fenomeni hanno modificato la nostra percezione del reale e del vero?
Anna Maria Lorusso: Un certo tipo di televisione è stata costruita mettendo al centro la realtà, che da cornice è diventata il soggetto protagonista. I discorsi che hanno assunto rilevanza sono diventati quelli che rivendicavano un rapporto con il reale, e la televisione li ha progressivamente sussunti, tentando di oltrepassare la dimensione del mero intrattenimento per proporsi come dispositivo di narrazione della realtà. Tuttavia, nel momento in cui la realtà è stata messa al centro dei discorsi televisivi, è stata anche modellata secondo i codici della televisione che devono, per loro natura, “strizzare l’occhio” alla necessità di intrattenere, appassionare, incuriosire. Così, in modo progressivo e apparentemente naturale, la realtà nella cornice dello schermo è stata sottoposta a un processo di esasperazione. Un esempio emblematico di questa trasformazione è rappresentato dai reality show come Grande Fratello: un gruppo di individui chiamati a condividere uno spazio domestico, in una convivenza che pretende di riflettere una dimensione ordinaria dell’esperienza comune, senza tuttavia riprodurla fedelmente. La centralità della cornice – nel Grande Fratello come in altri format analoghi – si traduce in un’osservazione microscopica dei comportamenti messi in scena, che finisce paradossalmente per condizionarli, accentuandone o forzandone alcuni tratti specifici. In questo modo la realtà, una volta assunta come oggetto privilegiato del discorso televisivo, viene progressivamente deformata dai codici dell’intrattenimento, chiamata a rispondere alle aspettative e al gusto dello spettatore. Eppure, come accennato, tale slittamento non è avvenuto in modo traumatico, ma attraverso una gradualità priva di evidenti fratture: la realtà messa in scena da questa televisione è diventata così, poco a poco, qualcosa di diverso dalla realtà “in atto”, per tradursi in una realtà propriamente televisiva.
Un altro prodotto che si è affermato negli ultimi anni e a cui lei dedica un capitolo del libro sono i “true crime”. Questi prodotti si focalizzano su episodi di cronaca e capitoli giudiziari con l’obiettivo di fornire elementi non raccontati e verità nascoste. Quali effetti generano questi format sulla sensibilità collettiva? Quanto è rilevante la modalità della “serializzazione” nei true crime?
Anna Maria Lorusso: Il true crime rappresenta uno degli esiti più evidenti e, al tempo stesso, più fortunati della trasformazione contemporanea della percezione della realtà. Si tratta di prodotti seriali che, declinati in forme diverse – podcast, serie televisive, audiolibri – mettono in scena casi di cronaca reale, assumendo la realtà stessa come fulcro della narrazione, analogamente con quanto menzionato in precedenza in riferimento ai reality show. Tuttavia, il true crime si distingue per almeno due elementi specifici. In primo luogo, la logica della “serializzazione”: un processo attraverso il quale l’evento reale, per apparire più autentico e significativo, deve essere sottoposto a una forte rielaborazione narrativa. L’effetto è, ancora una volta, una finzionalizzazione del reale, deformato da dispositivi tipici della sceneggiatura – suspense, ellissi, accelerazioni, climax – che non appartengono all’esperienza vissuta, ma alla sua messa in racconto.
Il secondo elemento caratterizzante riguarda la vocazione del true crime all’approfondimento, non solo del contesto e delle condizioni che concorrono a definire la scena del crimine, ma soprattutto delle figure che ne sono protagoniste. L’attenzione si concentra sui soggetti chiave della vicenda: sospettati e colpevoli, ma anche vittime e persone a loro connesse da un legame relazionale. Questo focus viene articolato attraverso un lavoro di ricostruzione di tipo psicologico che produce nello spettatore un effetto di identificazione e proiezione. Tale movimento di avvicinamento, pur senza tradursi necessariamente in una giustificazione degli atti commessi, “orienta” la comprensione delle motivazioni e dei pensieri dei protagonisti secondo i codici del format. E una volta “vicini” ai personaggi, ci sentiamo pronti a giudicarli: li conosciamo.
Un ulteriore ribaltamento del senso di realtà deriva dalla diffusione delle teorie cospirazioniste e cospirazionali che, grazie all’uso di Internet, dei social media e dell’intelligenza artificiale, hanno molta più risonanza rispetto al passato. Lei parla di una sfiducia epistemica nell’autorità delle istituzioni. Che ruolo hanno avuto tali teorie in questa crisi di autorità?
Anna Maria Lorusso: Le teorie cospirazioniste sono strettamente connesse alla crisi contemporanea del senso della realtà, nella misura in cui legittimano, diffondono e rilanciano l’idea dell’esistenza di verità e di “fatti” alternativi, al punto da configurare vere e proprie realtà concorrenti. Ci siamo progressivamente assuefatti a questa dimensione, che ha incrinato il paradigma della razionalità occidentale fondato sull’inaccettabilità di fatti alternativi – secondo cui, in ultima istanza, un fatto è un fatto – al punto da renderla una condizione con cui conviviamo ormai senza frizioni evidenti. La nozione stessa di “fatto alternativo” è un portato tipico delle teorie cospirazioniste, strutturate attorno alla costruzione di una versione del mondo che si pone in aperta discontinuità con la realtà condivisa. Tutto ciò è possibile perché non abbiamo più punti di riferimento epistemici; se li avessimo, ci sarebbero delle certezze che non potremmo mettere in crisi, se non dopo attenta revisione dei nostri paradigmi. Dal momento che tali punti di riferimento non esistono più, tutto può essere messo in discussione. Questo è esattamente il comportamento dei promotori delle teorie cospirazioniste, i quali, da posizioni estremamente diverse e a partire da conoscenze che sono costruite o affastellate in modo molto libero, si sentono autorizzati a produrre e proporre delle teorie metafisiche, militari, scientifiche per cui ci vorrebbero ben altre competenze che purtroppo ormai non si distinguono come prioritarie. Chiunque può inventare la sua teoria migliore.
Detto questo, credo sia importante domandarsi come faccia una teoria cospirazionista ad affermarsi rispetto ad altre. A mio avviso ciò avviene basandosi su due punti di forza. Il primo di questi è l’elemento narrativo, poiché una teoria cospirazionista per poter attecchire deve prevedere un racconto convincente e coinvolgente. Il secondo punto è l’elemento del richiamo e dell’esasperazione di paure e conoscenze che esistono già nella cultura. Si tratta di teorie parassitarie, in grado di costruire cattedrali narrative sulla base di credenze condivise. Ed è proprio qui che risiede la differenza decisiva: si tratta di una realtà alternativa, spesso più radicale, coerente ed esasperata nei suoi tratti interpretativi.
Un altro tema centrale del libro è quello dell’intelligenza artificiale. L’IA, insieme a fenomeni come la realtà aumentata, sembra aver reso sempre più labile il confine tra reale e virtuale, tra oggetto e rappresentazione. Quali sono i rischi e le opportunità legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale rispetto alla nostra capacità di comprendere la realtà? E come possiamo relazionarci con questi strumenti per trarne il massimo potenziale senza compromettere la nostra autonomia di pensiero?
Anna Maria Lorusso: Il problema dell’intelligenza artificiale oggi è, ovviamente, all’ordine del giorno. Per certi versi, più che rappresentare un grande orizzonte di speranza e ottimismo, finisce per rappresentare una minaccia. Nel libro ho scelto di partire proprio da questo senso di paura e disorientamento che l’IA ci suscita, in particolare nel linguaggio visivo; mi riferisco in particolare ai video e alle fotografie interamente generate digitalmente ma di cui la cui natura “artificiale” non sempre è nota. Ci capita ormai abbastanza regolarmente di trovarci davanti a un’immagine online e di chiederci “sarà reale o no?”.
L’obiettivo del mio libro è duplice: da una parte intendo sostenere e dimostrare che il disorientamento rispetto alla realtà non ce lo procura per la prima volta l’IA, al contrario, abbiamo assistito a un lungo percorso negli anni, attraverso i media, che ci ha abituati ad una realtà certamente molto ibrida (che sia essa una realtà fragile o forte è un tema di cui si può continuare a discutere). Il cosiddetto mix tra invenzione e dato di realtà non compare quindi per la prima volta nelle immagini create con l’IA; lo abbiamo assunto gradualmente negli anni precedenti all’uso della tecnologia generativa. La ricostruzione che ho fatto nel libro di questo percorso ci serve ad avere un po’ meno paura. Dall’altra parte, ho voluto però anche spostare un po’ il focus dal timore che l’IA possa generare contenuti in modo del tutto analogo a noi umani, e che quindi possa arrivare a sostituirci. Viceversa, ci preoccupiamo molto meno di chiederci quali strumenti critici interpretativi siano in nostro possesso per la comprensione di questa tecnologia, pertanto finiamo per occuparci in misura nettamente minore della cosiddetta media literacy rispetto all’intelligenza artificiale.
Verso la conclusione del quarto capitolo, in merito all’intelligenza artificiale e generalmente ai sistemi mediali, lei introduce il concetto di “indessicalità”, ovvero la dipendenza dal contesto, sottolineando come l’appropriatezza dei discorsi non sia meramente sinonimo di corrispondenza, bensì di pertinenza. In altre parole, è il contesto che fornisce il senso, più che il loro significato letterale. Può farci qualche esempio di questo concetto? In che modo i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale stanno influenzando la nostra capacità di contestualizzare quello che vediamo, ascoltiamo e leggiamo?
Anna Maria Lorusso: L’indessicalità è una categoria linguistica e antropologica molto tecnica, che ho ripreso per mettere a punto uno sguardo interpretativo critico sui media. Il problema che noi constatiamo oggi non è stato creato dall’intelligenza artificiale, semmai esso è stato accelerato dall’uso di Internet e da tutti i consumi che grazie ad esso abbiamo. Oggi consumiamo testi, discorsi, immagini online in modo sempre de-contestualizzato. Ci sono pezzi di informazione, visiva o verbale, che navigano in Internet (letteralmente!) e che noi preleviamo e rilanciamo, commentiamo, critichiamo, sviluppiamo in modo libero; in tutto questo, di solito ci preoccupiamo poco di ricostruire il contesto di quel pezzo di informazione. Insisto sull’utilizzo di questo termine “pezzo”, dall’inglese chunk, vale a dire un’unità che naviga, proprio come un pezzo di legno o di plastica, e con cui ci possiamo fare qualsiasi cosa indipendentemente dal contesto. Questo fenomeno è stato esasperato con l’IA, tecnologia in grado di creare contenuti che nascono fuori contesto un po’ per definizione. A mio avviso, per ri-focalizzare l’attenzione su quel polo di interpretazione critica che ritengo necessaria, è fondamentale il recupero dei contesti, ad esempio per valutare la veridicità di qualcosa, sia questo un video, una foto o una frase. Se è ormai divenuto quasi impossibile poter dare risposte alla domanda “questa foto che vedo online è vera?”, credo che dovremmo cominciare a domandarci invece “questa foto ci dice qualcosa della realtà? Possiede, cioè, una dimensione indessicale, un riferimento diretto, corretto, inerente e pertinente ai contesti?”. Un esempio che ho riportato nel libro è la foto digitale diventata virale “All Eyes on Rafah”: possiamo dire che sia falsa? La risposta è sì, se il nostro criterio è quello della corrispondenza alla realtà; tuttavia, essa è una foto veridica, perché ha un suo legame indessicale con la realtà: la descrive, in qualche modo.
In conclusione, come possiamo orientarci in questa realtà estesa e caotica in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è risulta sempre più labile e difficile da individuare?
Anna Maria Lorusso: Penso che vi siano due elementi fondamentali, entrambi riconducibili alla già citata media literacy. I media digitali e l’intelligenza artificiale non sono qualcosa che debba spaventarci; al contrario, sono strumenti che dobbiamo imparare a utilizzare e a sfruttare, sia per tutto ciò di positivo che possono offrire, sia per i rischi che comportano e per i cambiamenti che producono. Esiste poi un tema di consapevolezza critica che dovrebbe partire dalle scuole. All’interno di questa consapevolezza, il riferimento ai contesti rappresenta uno degli aspetti più centrali: ogni informazione deve essere ricondotta ai propri contesti di origine e di utilizzo. Immagini, parole, testi e contenuti online hanno spesso una vita lunga; si stratificano e sviluppano una sorta di “carriera”, della quale dobbiamo imparare a essere consapevoli. Questo ci permette di comprendere in quali contesti tali contenuti siano stati utilizzati, di definirne il perimetro e le potenzialità e, infine, di acquisire quel senso della misura delle cose che coincide, in ultima analisi, con il senso della realtà.