Il socialismo liberale di Luciano Pellicani
- 08 Agosto 2020

Il socialismo liberale di Luciano Pellicani

Scritto da Andrea Millefiorini

11 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Luciano Pellicani si è sempre dichiarato un socialdemocratico. Anche dopo la fine dei partiti storici della sinistra, soprattutto dopo l’ascesa dei Cinque stelle, quando si autodefinì politicamente un “apolide” della sinistra. Non perché non si sentisse più socialdemocratico. Al contrario, in quanto, come socialdemocratico, sosteneva di non avere più cittadinanza (politicamente, s’intende), di non avere più una “patria” politica nella quale riconoscersi.

Luciano non è che storcesse la bocca quando gli si faceva notare che il suo pensiero e le sue idee avessero molto a che fare e a che vedere con il socialismo liberale. Ovvio: non storceva la bocca, però… Però a lui era sempre piaciuta di più l’idea socialdemocratica. Per diversi motivi. Si sentiva, innanzitutto, personalmente legato alla storia della socialdemocrazia. Il padre, Michele, aderì al Psdi nel 1956, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, e ne venne eletto deputato nel 1963. Luciano era allora ventiquattrenne.

Ovviamente in quegli anni a nessuno sarebbe mai saltato in mente, nel Psi, nel Psdi o in qualunque altro partito delle “sinistre” (come allora si diceva) di parlare di socialismo liberale o di liberalsocialismo (o se si preferisce, di Rosselli e di Calogero, rispettivi capostipiti delle due teorie politiche che, va sottolineato, non sono la stessa cosa, come a suo tempo precisò Norberto Bobbio nell’introduzione ad una nuova edizione dell’opera di Rosselli). Quand’anche avesse voluto, nemmeno Pellicani avrebbe quindi mai potuto pronunciare allora quell’espressione che, più che negletta, era semplicemente caduta nel dimenticatoio, per questioni, così si pensava, ben altrimenti urgenti.

Se non che, la storia personale, i fatti politici e culturali che ne segnarono la scena nell’agone della lotta politica in Italia, gli scritti, i discorsi, le lezioni all’università, tutto porterebbe ad avvicinare, se non ad assimilare, la figura e l’opera di Luciano Pellicani alla storia del pensiero socialista liberale. Così da porlo in diretta discendenza rispetto a Gaetano Salvemini, a Francesco Saverio Merlino, a Carlo Rosselli, a Camillo Berneri, a Norberto Bobbio, che del socialismo liberale furono i principali esponenti.

Ma andiamo con ordine.

Il nonno materno di Luciano, Bartolo Di Terlizzi, anarchico e libertario, aderente alla scuola della pedagogia di Pestalozzi, educatore e maestro delle scuole elementari a Ruvo di Puglia (dove andava a togliere i bambini dai campi per portarli a scuola), dovette avere un importante ascendente sul piccolo Luciano, cresciuto con i nonni paterni (Elvira e Luigi) a Ruvo poiché il padre, Michele, comunista antifascista, era stato mandato al confino a Matera, insieme alla moglie (e madre di Luciano), Humanitas Elettra Camilla, comunista e antifascista anche lei. Luciano visse a Ruvo fino all’età di dieci anni. Dopo la fine della guerra, Luciano si ricongiunse a Napoli con la madre e gli altri tre fratelli, Valentino, Tonino e Anna, quest’ultima nata dalla seconda relazione della madre di Luciano, dopo la separazione con Michele.

Non è difficile immaginare quanto gli anni dell’infanzia, educato dai nonni, tra i quali un indomito anarchico e libertario – possano aver influito sul successivo sviluppo delle sue simpatie politiche. Quei primi anni, decisivi per la formazione del carattere e della mente, devono insomma aver lasciato un seme che, pur non fiorito già ai tempi di Ruvo, trovò a Napoli il terreno più fertile per sbocciare. E lo fece in modo certo non facile. Dovette infatti scontrarsi, per lungo tempo, con la madre e il compagno di quest’ultima, Pasquale Nappo. Pasquale infatti non solo era anche lui, come la madre, un comunista convinto, ma fu tra i fondatori del Partito comunista a Napoli dopo il 25 luglio del 1943. Era insomma in stretto contatto con uomini del calibro di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano, tanto per citare i primi nomi che vengono alla mente.

Nel periodo in cui Luciano visse con la madre, il compagno di lei e i fratelli, i racconti familiari sono punteggiati di ricordi di scontri verbali all’arma bianca tra Luciano, di convinte idee socialiste riformiste, la madre e il suo compagno. Porte sbattute, silenzi che duravano giorni, alterchi e invettive durante i pranzi domenicali.

Ecco perché per Pellicani il socialismo democratico costituì sin da subito una solida convinzione intellettuale personale e, al contempo, una difesa nei confronti non di due, ma addirittura di tre figure quantomeno “ingombranti” politicamente parlando, quali la madre, il padre (anche lui, fino al 1956, iscritto e militante del Pci, quando ne uscì, come abbiamo visto, per iscriversi al Psdi) e come se non bastasse persino il compagno della mamma.

Da allora, la sua autocollocazione non solo nello spettro politico, che fu e restò sempre nella sinistra moderata, ma anche, una volta intrapresa la strada della ricerca sociologica storico-comparata, nel vasto panorama delle diverse e plurali famiglie politico-culturali del Paese, rimase saldamente ancorata alla tradizione della sinistra socialdemocratica.

Questo, per lo meno, è quanto egli disse e scrisse su di sé nella sua vita.

Vogliamo però adesso qui, non essendo più Luciano tra noi, indagare un po’ più a fondo rispetto a quelle che erano le sue simpatie politiche, culturali e scientifiche. E cercare di capire se, nel complesso della sua opera, del suo lascito intellettuale e delle sue azioni, sia possibile effettuare l’operazione che, sebbene in vita, come abbiamo visto, lo avrebbe forse lasciato abbastanza indifferente, può invece essere possibile effettuare avendolo pur sempre davanti agli occhi e nella mente come figura che, alla luce di tutto quanto è accaduto nella storia del Paese, già da oggi si impone come uno degli intellettuali culturalmente più significativi in Italia negli ultimi decenni del XX secolo e nei primi del XXI.

Le sue ricerche giovanili, il periodo che va dai 20 ai 35-40 anni, furono dedicate quasi per intero allo studio del marxismo, del leninismo, della rivoluzione sovietica e della sinistra italiana. Parallelamente a questo filone egli sviluppò, quasi come frutto e come ulteriore approfondimento di esso, un altro importante “marchio di fabbrica” tipico della sua opera: la sociologia delle rivoluzioni. Filone che gli valse – insieme ad un altro che a breve vedremo – la cattedra di Sociologia politica. Dinamica delle rivoluzioni, monografia pubblicata con SugarCo, Mobilitazione sociale e crisi rivoluzionaria, articolo comparso sulla «Rivista Italiana di Scienza Politica» nel 1973, e I rivoluzionari di professione (Vallecchi, 1975), ne sono gli esempi più eminenti. Non che questo filone terminò in quegli anni, lo ritroveremo poi anche successivamente, in lavori come La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario (Etas Libri), e Rivoluzione e totalitarismo (Pagine edizioni), e in diversi altri libri.

Ortega y Gasset fu il suo secondo “amore” giovanile, per il quale si recò anche in Spagna, a conoscerne direttamente l’opera, gli scritti e la vita. Da questo suo secondo, iniziale percorso uscirono i volumi La sociologia storica di Ortega y Gasset (SugarCo) e Introdizione a Ortega y Gasset (Liguori), i più rilevanti tra altri pubblicati da Pellicani sul filosofo spagnolo allora e successivamente.

È proprio a partire da Ortega che ci è possibile imbastire il discorso sul socialismo liberale di Pellicani. Lo studio di Ortega, infatti, maturò in lui un saldo ancoraggio all’eredità del pensiero liberale, sebbene da una prospettiva progressista, “di sinistra” avrebbe detto Massimo Bordin, suo caro amico e che si definiva, per l’appunto, un liberale di sinistra. Pellicani non si sarebbe invece mai definito un liberale di sinistra ma, semmai, un uomo della sinistra liberale. Ciò accadde effettivamente negli ultimi anni della sua vita, gli anni in cui, come si è detto, dichiarava di aver perso una propria cittadinanza politica. Quella cittadinanza che mantenne sino alle elezioni del 2008 quando, per la prima volta dal 1895 – se si esclude il periodo fascista – i socialisti non entrarono in Parlamento. E si doleva proprio del fatto che nel nostro Paese non esistesse più un’area politica collocabile nell’alveo della sinistra liberale. Quella forza, in un certo periodo della storia italiana, ci fu, e fu il “suo” Partito socialista durante la segreteria di Bettino Craxi. Faccia attenzione il lettore: Pellicani non ebbe mai alcuna tessera di alcun partito. “Suo” però, il Psi, perché lo vide protagonista, lui come teorico, Claudio Martelli come politico, di quella operazione culturale che collocò i socialisti italiani su posizioni che da socialdemocratiche “classiche” vennero meglio ad identificarsi con quel filone riformista e socialista liberale che, dai tempi del Psu di Matteotti e Turati, come un fiume carsico era scomparso dalla politica nazionale, dopo i colpi inferti dal fascismo, dopo la clandestinità di Giustizia e Libertà dei Rosselli, per tornare a fare una breve apparizione con il Partito d’Azione, e per poi tornare ad inabissarsi nella Prima Repubblica. Fino a quando, un bel giorno, Pellicani si vide citato da Craxi per un suo articolo scritto in una delle tante riviste socialiste e di sinistra che giravano negli anni Settanta, e che evidentemente anche il Segretario del Psi leggeva attentamente. Luciano non perse un attimo e si precipitò a Via del Corso: “Eccomi qui, sono io l’autore di quell’articolo”. Ne nacque da allora una collaborazione che sfociò, come momento incorniciato successivamente dalla storia, nel famoso articolo su Proudhon pubblicato da «l’Espresso» il 27 agosto 1978, intitolato Il Vangelo socialista. In quell’articolo, a firma di Craxi ma che – la cosa è ormai di dominio pubblico – fu scritto di prima mano da Pellicani, questi si soffermò, oltre che su diversi e variegati autori e personaggi politici, soprattutto su Pierre Joseph Proudhon, altro autore che, dopo Ortega, può essere inserito nella ideale bacheca dei suoi maestri intellettuali.

Ne manca un terzo: Edward Bernstein. Quest’ultimo costituì senza dubbio il faro, la bussola attraverso la quale Pellicani lesse, ricostruì e spiegò il corso della storia della sinistra europea nel Novecento, che conosceva come pochi altri. Una storia contrassegnata dalla lotta irriducibile tra massimalismo e riformismo. Per la sua storia personale, per il suo carattere, per le sue idee, insomma per come era fatto, ovvio che Pellicani scelse il secondo fronte. E questo ci fornisce un’altra, ulteriore ragione per la quale egli non subì mai più di tanto il fascino del socialismo liberale quanto, soprattutto, il richiamo, o meglio la vera e propria chiamata alle armi da parte di tutto il fronte riformista, del quale egli si sentì sempre un soldato, sebbene un soldato armato solo di pensiero e idee. A differenza di Carlo Rosselli, il quale, scrivendo nei suoi diari quanto la scelta di imbracciare le armi per la giusta causa lo facesse sentire finalmente un uomo completo, un uomo libero, Pellicani non si trovò a dover imbracciare armi, come Rosselli nella guerra civile spagnola. Inforcò invece la penna, che fu per lui molto di più che un’arma da sparo. I colpi al massimalismo che partirono dai suoi scritti fanno ancora male ai bersagli che colpì. Lui stesso, a sua volta, costituì un bersaglio, non solo da parte di suoi colleghi intellettuali del fronte opposto, ma anche di malintenzionati. Un generale dei carabinieri gli riferì che il suo nome fu ritrovato nelle liste di possibili obiettivi brigatisti, ma che fu poi da questi ultimi scartato perché, dopo ripetuti appostamenti davanti a casa sua, i brigatisti rossi conclusero che, per gli orari non regolari che aveva, non sarebbe stato possibile pianificare un attentato contro di lui.

Torniamo adesso al nostro assunto iniziale. Perché Luciano Pellicani dovrebbe essere collocato tra i nomi che hanno fatto la storia del pensiero socialista liberale? Abbiamo sino ad ora dato dei riferimenti, certo non generici, ma pur sempre indiretti. Suoi formatori ed educatori, suoi ispiratori, certo, ma pur sempre di altri si tratta, non di lui. Un nonno anarchico, un filosofo e sociologo anarchico, Proudhon, un filosofo liberale, Ortega y Gasset, e infine, il più importante, il padre del revisionismo marxista e del filone politico socialista riformista, Edward Bernstein. Ma cosa dire riguardo ai suoi scritti? È possibile ricostruire, o almeno ritrovare, in quell’immenso lascito di opere, monografie, curatele, saggi, articoli, interviste, un filo conduttore che possa riannodarsi agli scritti di Salvemini, di Rosselli, di Bobbio? È opera, questa, che non è certamente possibile effettuare con un articolo, ma che meriterebbe un intero volume, frutto di accurate ricerche. Ciò che tuttavia è possibile affermare in un intervento, pur mirato e sintetico come questo, è che esistono, eccome, non solo indizi ma anche solide prove documentali circa il fatto che quanto Pellicani scrisse nella sua vita non può essere certamente confinato alla pur importante e rilevante area del riformismo di stampo socialdemocratico.

Cominciamo innanzitutto col dire che Pellicani, da sociologo di razza quale era, fece della sociologia storico-comparata il suo metodo di indagine. Ciò significa che i risultati scientifici cui pervenne sono il risultato di un lungo e faticoso lavoro di comparazione storico-sociologica di civiltà, di periodi storici, di società antiche e moderne. Il metodo, insomma, utilizzato dai grandi padri e dai grandi classici della sociologia, a cominciare da Marx, per arrivare a Durkheim e Weber. Precisiamo tutto ciò in quanto, per individuare il pensiero politico di Pellicani, non bisogna andare a frugare in discorsi, introduzioni, saggi mirati o altro. Il suo pensiero politico è, diciamo così, il portato, il precipitato di una analisi sociologica comparata sulle istituzioni economiche, politiche, culturali, sui movimenti politici, sulle rivoluzioni, sugli stati, sugli attori sociali, sulle collettività in generale. Certo, ci sono poi tanti articoli, tante interviste, tanti interventi e relazioni nelle quali egli non nascondeva affatto le sue idee. Ma non è lì che Pellicani ha fatto la storia del suo pensiero politico.

Cosa è possibile trarre dalla mole di volumi e di pubblicazioni che portano la sua firma? Innanzitutto che mercato e democrazia difficilmente possono andare separati, anzi è quasi impossibile. Una democrazia senza mercato non sarebbe in pratica tale, perché garantire i diritti politici senza farlo con i diritti civili (senza i quali il mercato non esisterebbe), significherebbe in sostanza negare anche i primi. Come esprimere una volontà politica se non si ha la possibilità di esperire la propria iniziativa, la propria azione, la propria creatività? Le moderne scienze pedagogiche, dell’apprendimento, dell’educazione, a cominciare da William James, passando per Arnold Gehlen, Gregory Bateson, sono concordi nell’affermare la intrinseca inseparabilità tra mente ed esperienza, tra ambiente, corpo e pensiero.

Ma è vera o no anche la reciproca? Può, cioè, esistere il mercato senza la democrazia? Qui la risposta ravvisabile dai suoi scritti non è meno chiara. Alla lunga, vuoi o non vuoi, il mercato porta con sé anche la democrazia. Perché produce prima ceti, poi classi sociali consapevoli dei propri diritti non solo civili ma anche e soprattutto politici. E in Cina ne vedremo in futuro delle belle…

Fin qui, potremmo dire, siamo nel pieno di una sociologia storica di approccio liberaldemocratico. Ci sono però altri, importanti aspetti della sociologia di Pellicani che vanno messi in rilievo.

Innanzitutto il mercato, è vero, alla lunga è generatore di democrazia. Ma questo non basta, scrive l’autore, a mettere “in sicurezza” gli effetti collaterali del mercato stesso. Il mercato, se lasciato funzionare secondo le sue tipiche dinamiche, prima o poi muta in capitalismo. E fin qui niente di male. Anche il capitalismo, scrive Pellicani, ha costituito un potente, anzi, il più potente fattore di sviluppo non solo economico ma anche civile e politico, esattamente come il mercato. Sennonché, se non regolato, e soprattutto se non se ne redistribuiscono le ricchezze che produce, il capitalismo può creare diseguaglianze e divaricazioni sociali che se non contenute, se non contrastate, erodono il legame sociale e generano disordine, conflitti, anomia, atomizzazione, individualismo estremo. Ebbene, per arginare tutte queste minacce, la democrazia, da sola, non può farcela. È necessario iniettarvi massicce dosi di riforme. Ecco qui, chiarissimo, il suo legame con la socialdemocrazia, con il filone del socialismo riformista, con l’esperienza politica che da Beveridge (un liberale, per la verità) a Olof Palme, passando per Willy Brandt, per Pietro Nenni e altri leader del socialismo europeo, costruì quel grande portato della civiltà europea che è lo Stato sociale. Proprio di Palme Pellicani amava ricordare spesso una frase, a sintesi del valore dell’intervento riformatore nei confronti del sistema capitalista: “Il capitalismo è come una pecora che va tosata”. Come dire: non bisogna uccidere la pecora (il capitalismo), produttrice di lana (la ricchezza). Occorre però, periodicamente, “tosare” il capitalismo, redistribuendo la ricchezza che produce, in modo che tutti i membri della società abbiano a giovarsene.

Vi è, in secondo luogo, un altro, tipico aspetto del socialismo liberale, presente sin dall’opera di Carlo Rosselli: il tema della partecipazione dei lavoratori al capitale e, in generale, alla proprietà e alla gestione dell’impresa. Su questo punto, c’è da dire, sebbene Pellicani seguisse e, come si sa, avesse riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica la figura di Proudhon, che dell’idea della partecipazione proprietaria dei lavoratori fu uno dei principali teorici, sebbene ciò, dicevamo, egli non si faceva troppe illusioni sulla possibilità di attuare concretamente questo ideale. Non tanto sull’aspetto giuridico, cioè su quote effettive di capitale in mano ai dipendenti, quanto sulla concreta possibilità di gestione e amministrazione dell’azienda. “Pensare alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa è come immaginare l’amministrazione di uno stabile affidata ad una riunione di condominio permanente, e senza amministratore”, soleva dire spesso.

Infine Pellicani, pur conscio delle enormi conquiste civili, economiche, sociali e politiche della modernità, a cominciare dalla affermazione delle libertà, dei principi di eguaglianza e di giustizia, ebbe sempre altrettanto presenti alla sua mente e alla sua coscienza di intellettuale la fragilità, l’insicurezza e i rischi continui cui tali conquiste sono esposte, anche nei sistemi politici democratici, e il fatto che quelle conquiste non possano mai essere considerate definitive e compiute. Ed è forse proprio in questo che, nel concludere questo ricordo del suo profilo intellettuale, vogliamo sottolineare il genuino afflato socialista che mai lo lasciò: l’essere sempre dalla parte dei più fragili, dei più deboli, dei bisognosi, significava per lui avere a cuore la fragilità e la debolezza delle libertà e della democrazia non per puro principio o per puro intellettualismo, ma perché difendere quella fragilità significava, per lui, difendere la fragilità dei deboli e degli ultimi.

Ciao Luciano, spero un giorno di poterci rivedere.

Scritto da
Andrea Millefiorini

Professore associato di Sociologia presso l’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Già caporedattore della rivista «MondOperaio» e consulente del Censis, è membro del comitato scientifico della collana di Sociologia politica dell’Editore Franco Angeli. Ha seguito direttamente dal 1999 al 2007 il dibattito sul liberalismo e socialismo. Tra le sue pubblicazioni: “L’individuo fragile. Genesi e compimento del processo di individualizzazione in Occidente” (Maggioli 2015); “Le ragioni del maggioritario” (Luiss University Press 2008); Individualismo e società di massa (Carocci 2005); “La partecipazione politica in Italia” (Carocci 2002).

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