Il sogno americano di Franklin Delano Roosevelt
- 30 Gennaio 2021

Il sogno americano di Franklin Delano Roosevelt

Scritto da Michelangelo Morelli

15 minuti di lettura

«La libertà di una democrazia non è al sicuro se il popolo tollera la crescita del potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso Stato democratico. Questa è l’essenza del fascismo: proprietà del governo da parte di un individuo, di un gruppo o di un qualsiasi potere privato». La figura di Franklin Delano Roosevelt ha senza dubbio segnato un’epoca. Il potenziale rivoluzionario delle sue politiche, simboleggiato dall’esperienza del New Deal, diede nuova energia a un Paese prostrato dagli effetti della crisi, contribuendo a porre le base per quel futuro da grande potenza che, dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale, vedrà gli Stati Uniti primeggiare sullo scacchiere mondiale.

 

Giovinezza ed educazione

Franklin Delano Roosevelt nacque il 30 gennaio 1882 a Hyde Park, città situata nella valle dell’Hudson all’interno dello Stato di New York. Suo padre, James Roosevelt I (1828-1900), discendeva da una delle più antiche famiglie di New York: i Van Rosenvelt, provenienti dai Paesi Bassi, si insediarono nel Nuovo Mondo alla metà del XVII secolo, facendo fortuna nel settore immobiliare e del commercio caraibico di canna da zucchero. James stesso, oltre a dover gran parte della propria fortuna all’eredità di suo nonno Jacobus Roosevelt III, era anche un imprenditore, arricchitosi grazie a importanti investimenti nel settore minerario nella Virginia dell’Ovest. Dopo la morte della prima moglie nel 1876, James sposò la cugina Sara Ann Delano (1854-1941), appartenente ad una famiglia newyorkese arricchitasi con il commercio di oppio e discendente di Philippe De La Noye, ugonotto sbarcato a Plymouth nel 1621.

Roosevelt, per volontà della madre Sara, ricevette un’educazione domestica fino all’età di 14 anni, seguito da vari precettori che lo educarono, oltre allo studio del latino, della storia e dell’algebra, anche alla conoscenza del francese e del tedesco. Roosevelt venne inoltre istruito agli usi della piccola aristocrazia terriera, imparando sin da giovane a cavalcare e appassionandosi alla filatelia e all’ornitologia. I frequenti viaggi in Europa intrapresi dai genitori affinarono la padronanza delle lingue straniere e lo spirito cosmopolita del futuro presidente: in uno di questi soggiorni, a Bad Nauheim nel 1891, dove i Roosevelt si trovavano per curare i problemi di cuore del padre James, FDR frequentò per la prima e unica volta una scuola pubblica.

Nel 1896 Roosevelt entrò alla Groton School, un collegio privato episcopale fondato nel 1883 dal Reverendo Peabody allo scopo di raccogliere e educare i “delfini” delle famiglie dell’establishment americano. La vita a Groton, ispirata ad un cristianesimo rigido e pervasa da una disciplina quasi monacale, plasmò lo spirito di Roosevelt ai dogmi di competizione, sacrificio e probità tipici dell’America puritana. Nell’autunno del 1900 FDR fu ammesso ad Harvard: qui seguì corsi in economia, governo e storia,  diplomandosi nel 1903 in storia.

Gli anni di Harvard furono segnati da alcuni importanti momenti, che avrebbero per certi versi rappresentato una svolta nella vita di FDR. Nel dicembre 1900 fu duramente colpito dalla morte del padre James, che lasciò in eredità alla famiglia una fortuna pari a circa 28 milioni di dollari d’oggi. Pochi mesi dopo, nel 1901, un anarchico uccise il presidente McKinley: il suo posto fu preso dal vicepresidente Theodore Roosevelt, cugino di Franklin, per cui quest’ultimo proverà sempre una grande ammirazione. In quegli anni FDR conobbe anche Eleanor Roosevelt (1884-1962), sua cugina di quinto grado e nipote preferita dello stesso presidente Roosevelt. I due convolarono a nozze il giorno di San Patrizio del 1905, e tra il 1906 e il 1916 ebbero sei figli.

Nel 1903 FDR entrò alla Columbia Law School, lasciandola nel 1907 dopo aver passato l’esame di avvocatura a New York. Nel 1908 venne assunto nello studio legale Carter Ledyard & Milburn, uno dei più prestigiosi del Paese, dove prestò servizio nella sezione specializzata in diritto marittimo. Lo scarso interesse di Roosevelt per la pratica legale, manifestato già durante gli anni di Harvard, lo spinse nel 1910 ad accettare la proposta dei democratici (la cui affiliazione era stata ereditata dal padre James) di un seggio nell’Assemblea dello Stato di New York per le elezioni statali di quell’anno. Vi furono vari motivi che spinsero i democratici a nominare un neofita come Roosevelt per un seggio così sicuro come quello di Dutchess. La Contea e il suo capoluogo Poughkeepsie erano infatti saldamente in mano democratica, ma gli altri territori della contea erano tendenzialmente conservatori. Un nome prestigioso come quello di Roosevelt poteva quindi essere utile per captare le simpatie conservatrici delle campagne. Inoltre, un seggio all’assemblea statale era ben poca cosa di fronte ad altre cariche politiche molto più importanti, limitando quindi in partenza l’influenza che FDR avrebbe potuto conquistare. La campagna di Roosevelt per la Camera fu però frenata dalla candidatura al seggio di un democratico di lunga data, Lewis Stuyvesant Chandler. Consapevole di non poter reggere il confronto, Roosevelt si candidò al Senato di New York per il 26th State Senate District (valle dell’Hudson), in mano ai repubblicani da anni. Sfruttando il rispetto per il nome dei Roosevelt in quel territorio, e portando avanti un’estenuante campagna elettorale, FDR riuscì, tra lo stupore generale, a conquistare il seggio e a farsi quindi eleggere al Senato.

 

La carriera politica (1911-1932)

La carriera di Roosevelt al Senato di New York, iniziata nel 1911, fu caratterizzata da una strenua opposizione al dominio di Tammany Hall, la potente e corrotta organizzazione collegata con il Partito Democratico che da decenni controllava le politiche della città. Il primo campo di scontro fu la nomina del candidato senatore al Congresso: infatti, poiché la Costituzione sanciva che la scelta di quest’ultimo spettava all’assemblea statale, ed essendo questa in mano ai democratici, sembrava scontato che la nomina del candidato di Tammany Hall, in quel caso William F. Sheenan, sarebbe stata quella definitiva. Sheenan era però inviso a quella corrente dei democratici di cui Roosevelt faceva parte, WASP conservatori contrari alla “tirannia di Tammany”, che scelse come proprio candidato Edward M. Shepard. Nonostante le pesanti intimidazioni la fazione ribelle non cedette, e dopo una serie di rifiuti le parti convennero sul nome di James O’Gorman, ex-Tammany ma uomo dalla riconosciuta integrità, che venne eletto senatore nel marzo 1911.

L’accresciuta fama di Roosevelt trovò conferma nella rielezione al Senato di New York nel 1912, ottenuta nonostante l’opposizione di Tammany Hall. In quel periodo Woodrow Wilson, allora governatore del New Jersey, guadagnò sempre più visibilità tra i democratici progressisti grazie ad una serie di coraggiose riforme. Roosevelt, affascinato dal riformismo di Wilson, decise di schierarsi con questi, ancora una volta contro la volontà di Tammany Hall: per Wilson la presenza di un Roosevelt nella propria scuderia, considerando la possibile nomination repubblicana di Theodore Roosevelt, rappresentava un valore aggiunto, nonché un valido appoggio per la campagna a New York. L’intensa campagna e attività di lobbing portata avanti da FDR diede i propri frutti, e alla Convention democratica di Baltimora dell’estate 1912 Wilson batté il candidato di Tammany Champ Clark, diventando ufficialmente il candidato democratico alla presidenza.

Dopo l’elezione di Wilson nel 1913, l’operato di FDR fu ricompensato con il posto di Assistant Secretary of the Navy, importante e complesso ufficio all’interno del Dipartimento della Marina. All’epoca la marina militare USA era la terza al mondo per dimensioni (197 unità in servizio attivo), ma composta per la maggior parte da navi antiquate. In più, il Dipartimento era diviso in otto bureau indipendenti, i cui responsabili riferivano direttamente al Congresso e non al Segretario della Marina. Nei suoi otto anni a Washington, Roosevelt si adoperò assieme al Segretario Daniels per rendere il sistema più fluido: in quanto addetto alla supervisione della manodopera civile a libro paga della Marina, FDR si guadagnò il rispetto degli impiegati e dei leader sindacali per il suo modo di risolvere le controversie, creando dei contatti che gli sarebbero stati molto utili durante la campagna presidenziale. In quegli anni, inoltre, Roosevelt promosse all’interno del Dipartimento un sistema di promozione basato sul merito, rafforzando anche il controllo civile sui bureau indipendenti. Con l’entrata in guerra degli USA nell’aprile 1917 Roosevelt, dietro il consiglio dello zio Theodore, chiese il permesso di lasciare Washington per arruolarsi, ricevendo da Daniels e Wilson un secco rifiuto. Riuscì ad andare in Europa solo nell’estate del 1918, incaricato di preparare il terreno per l’arrivo del Senate Naval Affair Committee. In quei mesi Roosevelt visitò Inghilterra, Francia e Italia, incontrando capi di governo e alti ufficiali per definire le linee di chiusura della guerra. Si trattò di fatto della sua prima esperienza di politica internazionale, che assieme alle lezioni apprese in quegli anni nelle stanze di Washington formarono il primo nucleo di quella che sarebbe stata poi la sua personale cifra politica.

Con la fine dell’amministrazione Wilson sempre più vicina, Roosevelt iniziò a sondare possibili strade per il suo futuro in politica. Escluse le strade del Congresso e del Governatorato, entrambe insidiate da potenti candidati repubblicani, Roosevelt, memore dell’insegnamento del cugino Theodore, cominciò a pensare di candidarsi come vice-presidente. La possibilità di un ticket con Herbert Hoover, allora corteggiato da entrambi i partiti, fu esclusa dopo che quest’ultimo rivendicò nel marzo 1920 la propria appartenenza al campo repubblicano. Nonostante questo, FDR, forte dell’appoggio del candidato presidente James M. Cox e di alcuni influenti delegati (tra cui il vecchio Segretario della Marina Daniels), venne acclamato candidato vice-presidente durante la Convention di San Francisco del giugno 1920. Nonostante la pesante sconfitta alle presidenziali di quell’anno, che videro prevalere il ticket repubblicano Harding-Coolidge, Roosevelt beneficiò di quell’esperienza, procurandosi molti contatti che avrebbero avuto un ruolo non indifferente nella vittoria del 1932.

La carriera politica di Roosevelt subì un pesante arresto nell’estate del 1921: durante un soggiorno nella tenuta di Campobello in Canada, a seguito di un’improvvisa febbre e paralisi, gli venne diagnosticata una grave forma di poliomielite, che lo avrebbe poi privato definitivamente dell’uso delle gambe. Dopo quindici mesi di totale assenza dalla vita pubblica, Roosevelt tornò a New York nell’autunno 1922, riprendendo ad ottobre il suo posto di vicepresidente della Fidelity & Deposit Company of Maryland. Nell’aprile 1924 FDR tornò sulla scena politica, esprimendo il suo supporto al candidato democratico Al Smith, governatore di New York, per le elezioni presidenziali di quell’anno. Il ruolo svolto da Roosevelt in quel periodo fu però di più ampia portata, volto a sanare la frattura creatasi nel partito a causa delle ostilità tra Smith, cattolico ed esponente di punta di Tammany Hall, e William Gibbs McAdoo, protestante supportato dai democratici del Sud e dal Ku Klux Klan. Ogni tentativo di riconciliazione di FDR fu però vano: la Convention Democratica di New York tenutasi a giugno incoronò John W. Davis candidato ufficiale, battuto poi a novembre dal repubblicano Coolidge. La seconda metà degli anni Venti fu per Roosevelt un periodo di relativa assenza dalla scena pubblica: i forti dolori e la debilitazione fisica lo costrinsero a frequenti viaggi nel torrido Sud, prima a bordo del suo battello “Larooco” e poi stabilmente nel centro riabilitativo di Warm Springs in Georgia, fondato da egli stesso nel 1926.

Al Smith si ricandidò per l’ufficio presidenziale alle elezioni del 1928, perdendo di misura contro il repubblicano Herbert Hoover. La posizione politica di Smith, già fiaccata da una feroce campagna anti-cattolica, allarmò i vertici democratici, che decisero di offrire a Roosevelt la candidatura a Governatore di New York. Dopo aver vinto la nomination per acclamazione, FDR si impegnò in una frenetica campagna elettorale che, nonostante l’infermità, lo portò a girare in lungo e in largo lo Stato. Il giorno del voto, il 6 novembre 1928, Roosevelt riuscì a prevalere sul repubblicano Albert Ottinger, superando l’avversario per soli 25.000 voti su quattro milioni complessivi.

L’operato di Roosevelt come Governatore può essere diviso in due fasi, una prima del crollo di Wall Street, nell’ottobre 1929, e un’altra successiva a questa data. Il primo campo di intervento fu quello dell’energia elettrica, materia di cui si era già occupato negli anni da senatore. Nel marzo 1929 Roosevelt chiese al Congresso statale l’autorità necessaria per iniziare la costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Saint Laurence, al confine col Canada. Due anni più tardi, nel 1931, venne firmato il Power Authority Act, che diede inizio ai lavori preparatori per lo sfruttamento del fiume. Il pilastro del programma di Roosevelt era però l’agricoltura, una materia dalle grandi implicazioni politiche ancor prima che economiche. L’interesse nei confronti gli agricoltori dello Stato, la cui condizione economica era all’epoca disastrosa, era uno strumento utile per bilanciare l’ala urbana e quella rurale (rappresentata dai democratici del Sud) all’interno del Partito, oltre che sottrarre un’importante fetta di elettorato ai repubblicani. Roosevelt propose di alleggerire la pressione fiscale gravante sugli agricoltori tramite un aumento delle tasse sulla benzina, impiegando eventuali surplus di bilancio nella costruzione di infrastrutture e scuole. FDR promosse inoltre una riduzione fiscale per i piccoli agricoltori, l’implementazione della rete elettrica rurale e la conversione delle terre sottoutilizzate all’industria del legname, strategia utile al fine di ridurre i surplus agricoli e prevenire inondazioni.

Dopo il crollo della Borsa di New York del 29 ottobre 1929, Roosevelt fu uno dei primi governatori a riconoscere la gravità della situazione. Nel marzo 1930, quando Hoover e il Segretario del tesoro Andrew Mellon ancora faticavano a rendersi conto della depressione, FDR creò ad hoc una commissione per monitorare i livelli d’occupazione, diventando anche uno dei primi amministratori a rompere l’ortodossia liberista e proporre l’istituzione di un sussidio di disoccupazione. Dopo la rielezione nel novembre 1930, Roosevelt cercò di fronteggiare la crisi mediante un programma di aiuti maggiormente articolato, che avrebbe poi costituito l’ossatura del New Deal. FDR fece approvare un pacchetto di 20 milioni di dollari, distribuiti sia in commesse pubbliche, utili per creare domanda di lavoro, sia in beni di prima necessità alla popolazione. L’ossatura vera e propria del programma d’aiuto fu però costituita dalla Temporary Emergency Relief Administration (TERA), creata per distribuire i fondi e diventata rapidamente un modello imitato da altri Stati. Nei sei anni seguenti alla sua creazione (1932), la TERA distribuì aiuti per 1.000 miliardi di dollari a circa cinque milioni di persone: di questi, grazie al programma, ben il 70% ritrovò in quel periodo un posto di lavoro.

La corsa di Roosevelt verso l’ufficio presidenziale iniziò nel 1931, quando i democratici del Sud (in particolare Cordell Hull e Harry F. Byrd) gli chiesero di capeggiare la fazione contraria all’allineamento del partito alle posizioni iper-protezioniste dei repubblicani (quindi allo Smooth Hawley Tariff Act), portato avanti in segreto da John Jakob Raskob e Al Smith. Questa posizione fu di fatto un vantaggio per Roosevelt, poiché i democratici del Sud avrebbero rappresentato una colonna portante della “coalizione New Deal”, un variegato gruppo d’interesse composto da minoranze etniche (cattolici italiani e irlandesi, neri del Nord, ebrei), agricoltori, potentati urbani, sindacati e operai bianchi. La candidatura presidenziale fu ufficializzata il 2 luglio 1932 nella Convention Democratica di Chicago, vinta da Roosevelt al quarto scrutino grazie al decisivo supporto dei delegati texani e californiani. Le elezioni di novembre furono un trionfo per Roosevelt, che ottenne il 57% dei voti popolari e una schiacciante maggioranza di 472 grandi elettori. La fase politica (Fifth Party System) inaugurata dalla presidenza Roosevelt segnerà un nuovo capitolo del liberalismo americano, modificando radicalmente il rapporto tra economia e Stato e gettando le basi per una completa trasformazione delle politiche non solo nazionali, bensì globali.

 

Gli anni della presidenza (1932-1945)

La prima problematica che la presidenza Roosevelt si trovò ad affrontare fu senza dubbio il nodo del sistema finanziario. Il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il 6 marzo 1933, Roosevelt emanò un provvedimento che imponeva la chiusura (holiday) per una settimana di tutte le banche sul territorio nazionale. Il 9 marzo si riunì il nuovo Congresso, che in soli 38 minuti, senza apportare alcuna modifica, approvò l’Emergency Banking Act. La legge autorizzava le 12 Federal Reserve Bank ad emettere nuova valuta (circa 2 miliardi di dollari), garantendo quindi in larga parte i depositi bancari dei contribuenti. In quest’occasione Roosevelt inaugurò una pratica destinata a durare sino alla sua morte, già sperimentata negli anni da governatore: le “firesides chat”, discorsi radiofonici in cui il presidente, con un linguaggio semplice e diretto, si rivolgeva direttamente agli americani per spiegare le proprie politiche. Gli effetti del provvedimento furono quasi immediati: quando le banche riaprirono il 15 marzo, i prezzi azionari aumentarono del 15%, e le banche registrarono per la prima volta da anni una netta crescita del volume dei prestiti. Nel giugno di quell’anno fu licenziato il Glass-Steigall Act: oltre a separare le banche commerciali da quelle di investimento (vietando a queste ultime di accettare depositi dal pubblico), la legge finiva col limitare fortemente le attività speculative della Federal Reserve, dando inoltre vita alla Federal Deposit Insurance Corporation, incaricata di coprire le garanzie sui depositi bancari.

I provvedimenti finanziari, senza dubbio urgenti, furono però solo una piccola parte di quell’imponente attività legislativa che caratterizzò i cosiddetti “First Hundred Days” della presidenza Roosevelt. Nel maggio 1933 venne creata la Federal Emergency Relief Administration (FERA): l’agenzia, sostituita nel 1935 dalla Works Progress Administration (WPA), era incaricata di gestire la distribuzione di ingenti risorse (500 milioni) agli Stati, che avrebbero dovuto poi spendere in programmi di assistenza volti a creare posti di lavoro non qualificati nelle amministrazioni locali e statali. Un mese dopo, nel giugno 1933, l’amministrazione Roosevelt promosse il National Industry Recovery Act (NIRA): questo pacchetto di provvedimenti aveva lo scopo di regolamentare maggiormente i soggetti economici (ad esempio fissando il numero massimo di ore lavorative, il minimo salariale e il livello dei prezzi), e la sua effettività era implementata da due agenzie statali ad hoc, la Public Works Administration (responsabile di oltre 3,3 miliardi di dollari in fondi) e la National Recovery Administration (NRA). Quest’ultima in particolare produsse nei suoi due anni di vita circa 550 codici in diversi settori industriali, con lo scopo dichiarato di ridurre la competizione industriale. Gli effetti della legge furono positivi, ma non fu esente da alcuni aspetti negativi: infatti molte leggi anti-trust vennero sospese, creando non pochi timori per un eventuale potenziamento dei monopoli; il NRA inoltre escludeva i sindacati dalla gestione delle vertenze, cosa che suscitò notevole opposizione da parte di questi ultimi e di conseguenza un aumento degli scioperi. Inoltre, il NIRA fu ben presto tacciato di imitare lo statalismo di matrice sovietica e fascista, e nel maggio 1935, pochi giorni prima della scadenza indicata dalla stessa legge, fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema e annullato.

La prima fase del New Deal vide anche la realizzazione di interventi in settori specifici dell’economia, primo fra tutti quello delle politiche agricole. Nel maggio 1933 venne creata la Agricoltural Adjustment Administration (AAA), con lo scopo di tenere sotto controllo le scorte di derrate agricole (evitando quindi crisi di sovrapproduzione) scoraggiando gli agricoltori, dietro pagamento di sovvenzioni, ad eventuali surplus di prodotto. Sempre in quel periodo l’amministrazione diede vita alla Tennessee Valley Authority (TVA), agenzia incaricata di bonificare la valle del fiume Tennessee e sfruttarla per la produzione di energia idroelettrica, pilotando così lo sviluppo agricolo di un immenso territorio che comprendeva ben otto Stati americani. Gli ultimi atti del New Deal, che assorbirono praticamente tutta la seconda fase (Second Hundred Days), riguardarono la creazione di un nuovo sistema previdenziale, che trovò espressione nel Social Security Act (SSA) del 1935, e un’articolata regolamentazione del lavoro, suggellata dal National Labor Relations Act (NLRA) di quello stesso anno. Il primo provvedimento, tassello fondamentale di una più ampia legislazione sociale, istituì un sistema pensionistico contributivo, completato da un meccanismo Stato-Federazione sulle indennità di disoccupazione e di assistenza ai bisognosi. Il NLRA invece, rinforzato dall’istituzione della National Labor Relations Board, rinforzò il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva e alla sindacalizzazione, creando al contempo non pochi pochi risentimenti tra gli industriali.

Le elezioni presidenziali del 1936 furono un vero e proprio trionfo per Roosevelt, che riuscì a sconfiggere il candidato repubblicano con margini quasi plebiscitari (523-8). A dispetto di un consenso così ampio, confermato da imponenti maggioranze al Congresso, Roosevelt non poteva certo dirsi sereno. La principale minaccia proveniva dai cosiddetti “Quattro Cavalieri” della Corte Suprema, un gruppo di giudici ostili al New Deal, che tra il 1935-1936 aveva già affossato il NIRA e parte della AAA. Temendo ulteriori smantellamenti, Roosevelt propose nel febbraio 1937 una radicale riforma della composizione della Corte (Judicial Procedures Reform Bill), che avrebbe aumentato il numero di giudici in modo da garantirgli una maggioranza democratica. Le cose cambiarono nel marzo 1937 quando Owen J. Roberts, che aveva spesso votato assieme ai quattro, si unì al fronte composto dai tre giudici democratici (detti “I tre Moschettieri”) in occasione di un voto su una legge relativa ai minimi salariali. Questo evento, assieme al pensionamento del conservatore Willis Van Devanter e alla nomina del democratico Hugo Black (il primo degli otto giudici nominati da Roosevelt), fece naufragare la riforma. Il tentativo lasciò dei segni: la manifesta ostilità di un gruppo di democratici conservatori, unito alla perdita di seggi al Congresso alle elezioni del 1938, compromisero la capacità dell’amministrazione in termini di riforma.

Con Roosevelt la politica estera americana subì un deciso ribaltamento rispetto alla diplomazia del passato. Da un lato, infatti, con la “politica del buon vicinato”, gli Stati Uniti superavano la Dottrina Monroe, suggellando con il ritiro dai “protettorati” caraibici (Cuba, Panama, Haiti) e la Convenzione di Montevideo del 1933 una politica di non-ingerenza negli affari dell’America Latina. Sotto questo punto di vista l’inversione di rotta più evidente fu con l’isolazionismo iniziato con il Trattato di Versailles, a cui Roosevelt stesso aveva dato continuità sottoscrivendo i Neutrality Acts, che proibivano la vendita all’estero di qualsiasi materiale bellico. La situazione cambiò radicalmente nel biennio 1937-1938: di fronte all’invasione giapponese in Cina (culminata con il massacro di Nanchino) e alle manovre espansionistiche di Hitler in Europa, Roosevelt comprese che l’isolamento degli Stati Uniti non era più una strategia praticabile. Con l’avvio delle ostilità nel Vecchio Continente, nel settembre 1939 Roosevelt annunciò al Congresso la nuova politica del “cash & carry”: questa, che di fatto invalidava i Neutrality Acts, permetteva ai Paesi belligeranti di comprare armi negli Stati Uniti, a patto che pagassero in contanti alla consegna e utilizzassero per il trasporto mezzi non militari. Il “cash & carry”, seguito nel marzo 1941 da un più strutturato piano d’aiuti (Lend-Lease Bill), mise in moto l’industria bellica e più in generale l’economia americana, portando notevoli benefici al prodotto interno americano e soprattutto al tasso di disoccupazione, che passò dal 14,6% del 1940 al 4,7% del 1942.

La terza rielezione nel novembre 1940, ottenuta con ottimi margini (449-82), ebbe luogo in un Paese ormai sul piede di guerra, ben avviato per diventare quello che Roosevelt avrebbe poi chiamato “l’Arsenale della Democrazia”. Il fronte domestico, che negli anni del New Deal aveva rappresentato il centro privilegiato dell’agenda di Roosevelt, fu completamente assorbito dalle esigenze di mobilitazione all’economia di guerra e dalle dinamiche di politica internazionale. Nell’agosto 1941, in un incontro segreto tenutosi nella Baia di Terranova, Roosevelt e il primo ministro inglese Churchill firmarono la Carta Atlantica, un manifesto in otto punti che delineava il nuovo ordine mondiale dopo il conflitto. La tensione internazionale tra gli Stati Uniti e le potenze dell’Asse crebbe vertiginosamente per tutta la seconda metà del 1941: a settembre un U-Boot tedesco attaccò il cacciatorpediniere americano Greer mentre questi si trovava in viaggio verso l’Islanda, costringendo Roosevelt a dichiarare quella che era de facto una guerra navale contro la Germania. Il problema principale per gli americani era però il Giappone, che con la conquista dell’Indocina Francese nel luglio 1941 e la pressione militare sulla Cina giunse a rappresentare una grave minaccia agli interessi americani in Asia. Dopo il fallimento dei negoziati per la ripresa delle esportazioni americane di petrolio, l’aggressione giapponese divenne solo una questione di tempo. Il 7 dicembre 1941, «a date which will live in infamy», l’aviazione giapponese attaccò la flotta americana ancorata a Pearl Harbor, nelle Hawaii: il giorno dopo Roosevelt firmò la dichiarazione di guerra contro il Giappone.

Nonostante la guerra abbia inevitabilmente rappresentato l’elemento qualificante della terza e della quarta presidenza Roosevelt, quest’ultima ottenuta nel 1944 senza praticamente alcuna opposizione interna, in quel periodo l’amministrazione promosse comunque importanti riforme interne. Oltre all’istituzione del Board of Economic Warfare (1940) e dell’Office of War Mobilization (1943), agenzie incaricate di coordinare l’industria nazionale per l’enorme sforzo bellico, nel 1944 Roosevelt propose l’adozione di un “Second Bill of Rights”. La proposta, che riprendeva in parte i principi già enunciati nel 1941 in occasione del cosiddetto “Four Freedom Speech”, mirava ad integrare la Costituzione con quei diritti economici e sociali assenti nel Bill of Rights del 1791. I nuovi emendamenti (che rimasero lettera morta), vera e propria incarnazione dello spirito “newdealista”, riflettevano i bisogni emersi drammaticamente durante la crisi: il diritto al lavoro, alla casa, all’assistenza medica, alla previdenza e all’educazione dovevano infatti rappresentare i pilastri di una nuova società, in linea con il riformismo degli anni Trenta. L’inarrestabile spirito edificatore di Roosevelt fu allo stesso modo la cifra della sua diplomazia internazionale. Nonostante il progressivo deterioramento delle sue condizioni di salute, FDR partecipò alle tre conferenze alleate del Cairo (1943), Teheran (1943) e Yalta (1945), concordando con i capi di Stato delle grandi potenze (Churchill, Stalin, Chiang Kai-shek) il nuovo ordine internazionale. Al ritorno da Yalta le condizioni di Roosevelt peggiorarono drasticamente, costringendolo nel marzo 1945 a riparare nel centro di Warm Springs per un periodo di riposo. Lì, nel pomeriggio del 12 aprile 1945, fu colpito da un’emorragia cerebrale, morendo all’età di 63 anni.

L’impronta che Franklin Delano Roosevelt lasciò nella storia americana è difficilmente quantificabile, paragonabile forse solo alle presidenze di George Washington e Abraham Lincoln. I risultati ottenuti nel decennio del New Deal hanno influenzato intere generazioni di politici, economisti e intellettuali, plasmando inoltre le politiche economiche che avrebbero guidato l’Occidente in un periodo di inedita prosperità. La caparbietà e il coraggio, nonostante la malattia, con cui guidò gli Stati Uniti tra le difficoltà della crisi economica e della guerra, rappresentano un irrinunciabile passaggio della storia americana, incidendo nella pietra il suo nome tra i padri nobili della storia del Novecento.


Bibliografia di riferimento

Jefferson Cowie, The Great Exception: the New Deal and the limits of American Politics, Princeton University Press, 2016.

William Edward Leuchtenburg,The American President – From Teddy Roosevelt to Bill Clinton, Oxford University Press, 2015.

Kiran Klaus Patel, Il New Deal: una storia globale, Einaudi, 2018.

William D. Pederson, The FDR Years, Library of Congress, 2006.

Jean Edward Smith, FDR, Random House, 2007.

David B. Woolner, Warren F. Kimball, David Reynolds, FDR’s World: War, Peace and Legacies, Palgrave Macmillan, 2008.

Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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