“Il valore di uno” di Davide Vittori
- 17 Maggio 2020

“Il valore di uno” di Davide Vittori

Recensione a: Davide Vittori, Il valore di uno. Il Movimento 5 Stelle e l’esperimento della democrazia diretta, prefazione di Piero Ignazi, LUISS University Press, Roma 2020, pp. 240, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Francesco Campolongo

8 minuti di lettura

Il valore di uno di Davide Vittori rappresenta un utilissimo strumento per indagare la natura, le caratteristiche e le trasformazioni del Movimento 5 Stelle. In numerosi contesti nazionali la crisi economica del 2008 è diventata presto una crisi politica che ha scardinato il sistema partitico, erodendo il consenso dei partiti principali responsabili delle dure politiche d’austerità. Nel contesto italiano si è affermato il Movimento 5 Stelle: un partito guidato da un comico che fa della critica alla casta e del richiamo alla democrazia diretta il perno di una proposta ideologica eclettica e tecnoentusiasta, che si autocolloca “oltre la destra e la sinistra” e adotta una forma organizzativa rappresentata come innovativa, descritta come maggiormente deliberativa e diretta. Lungi dal rappresentare una meteora il Movimento è diventato presto un attore centrale del sistema partitico italiano, capace di segnare il decennio appena trascorso sino ad arrivare al governo. Il libro richiama fin dal titolo il fortunato motto del Movimento “uno vale uno”, che rappresenta la formula retorica scelta per comunicare la rivoluzione orizzontale e democratica che il nuovo partito dovrebbe veicolare. “Uno vale uno” è la missione del Movimento e vuol dire l’inesistenza di gerarchie e di intermediazioni fuori e dentro il Movimento stesso, la compiuta realizzazione di una democrazia che attraverso la rete consulta e coinvolge costantemente la propria membership e i cittadini. Ma davvero “uno vale uno” nel Movimento? La verifica della promessa “messianica” di un nuovo modello democratico, esterno ed interno al partito, trainato dalle potenzialità della rete, rappresenta il filo conduttore di un lavoro che ci offre un’accurata analisi empirica del Movimento, una rigorosa opera di disvelamento della realtà oltre i fumi della retorica. In particolare, pur non tralasciando le altre dimensioni, il lavoro di Vittori ci offre una delle panoramiche maggiormente approfondite e documentate disponibili in letteratura della macchina organizzativa pentastellata e della sua peculiare relazione con l’universo digitale.

 

Un nuovo partito o un semplicemente un partito nuovo?

L’autore rintraccia storicamente i presupposti politici del Movimento nel lungo “brodo di coltura” italiano dell’antipolitica e nella contingenza politica della crisi del 2008. L’analisi storica restituisce un sistema politico che entra in crisi nella sua fase di stabilizzazione bipolare, la cui impronta polarizzata e populista risulta l’imprinting del ciclone berlusconiano. La crisi del 2008 e le convergenze politiche successive, funzionali all’applicazione delle durissime politiche d’austerità, aprono il campo all’impresa politica guidata da Beppe Grillo. Il Movimento nasce nel 2009 e alimenta la propria esistenza grazie ad una costante dialettica tra la potenza comunicativa e mediatica di Beppe Grillo, amplificata dal Blog e dalla collaborazione con la Casaleggio e Associati, e la nascita sui territori di numerosi meet-up che daranno vita alle prime esperienze elettorali locali. L’andamento elettorale si dimostra progressivamente crescente, con l’accumulazione inziale di un capitale anti-establishment intorno all’esperienze dei meet-up locali e la successiva crescita a livello regionale che passa dalle sorprendenti affermazioni in Piemonte ed Emilia Romagna nel 2010 arrivando fino all’exploit siciliano del 2012, preludio all’affermazione nazionale del 2013. L’autore mostra come il Movimento adotti soluzioni organizzative funzionali a rafforzare quella rappresentazione non partitica, perfino anti-organizzativa, statutariamente sancita mettendo in luce la costante tensione organizzativa tra principi opposti destinati ad una difficile ma fortunata convivenza: da una parte l’estrema verticalizzazione rappresentata dalla diarchia al vertice (Grillo e Casaleggio) e dall’altra la presunta orizzontalità garantita dall’uso del web e dall’assenza di livelli intermedi tra leadership e base.

Un modello peculiare e ibrido che per l’autore presenta elementi tipici sia del . Come il primo il Movimento “garantisce la creazione di un prodotto (un partito, nel nostro caso) identificabile facilmente e che garantisce ai consumatori (gli elettori) di carpire immediatamente il messaggio (l’ideologia) che dal centro (Grillo e Casaleggio) si intende inviare” strutturandosi stratarchicamente ovvero garantendo “un’ampia autonomia decisionale a livello locale, con i leader locali che sono autonomi nell’elaborare strategie nella propria zona di competenza ” proprio come un partito in franchise. Dall’altro lato, proprio come un partito movimento, il Movimento 5 Stelle si caratterizza per la relazione con alcuni movimenti sociali a livello locale, l’assenza di intermediazione tra il vertice e la base e una bassa soglia di entrata e di uscita dal partito.

In termini di evoluzione diacronica, la straordinaria affermazione elettorale del 2013, con la crescita esponenziale del party in public office, aumenta la necessità di maggiore coordinamento con i territori, portando al primo tentativo di costruzione di un organismo intermedio tra vertice e base (il direttorio) e inaugurando un processo di mutamento organizzativo, scandito dall’andamento elettorale e governato dall’orizzonte strategico degli attori principali e dalla sfide ambientali. La vittoria al referendum costituzionale del 2016, trainata dal protagonismo del Movimento e dei suoi leader, ne inaugura la fase di ascesa elettorale e consolida la trasformazione del partito, portando all’istituzione della figura del garante (dotato di enormi poteri) e all’eleggibilità della leadership con l’affermazione di Luigi Di Maio. Le elezioni del 2018 portano al trionfo del Movimento e all’apertura della difficile esperienza di governo con la Lega. Lo scarso radicamento territoriale favorito dal mancato riconoscimento statutario dei meet-up, indebolisce tutt’oggi il livello territoriale, rappresentando uno dei motivi della minore efficacia elettorale nelle competizioni locali. Dal punto di vista organizzativo, dunque, per l’autore siamo davanti ad un ossimorico partito movimento plebiscitario che, al netto dell’adozione massiccia di strumenti funzionali ad una maggiore democrazia diretta, non sembra aver invertito una paradossale tendenza oligarchica presente fin dalla sua genesi pur non avendo ancora terminato il suo difficile processo di istituzionalizzazione.

 

Tra retorica e realtà: quale democrazia?

L’autore viviseziona sia la dimensione simbolica che quella operativa della democrazia pentastellata, attraverso un’analisi qualitativa della retorica del Movimento e della democrazia interna del partito. Il contributo risulta particolarmente importante vista la rilevanza simbolica della democrazia diretta nella proposta del Movimento. L’analisi diacronica della retorica grillina rivela alcuni riferimenti costanti nell’universo semantico del Movimento: la dimensione democratica viene evocata principalmente attraverso la demonizzazione dei partiti, dei loro costi e la valorizzazione della democrazia interna al Movimento stesso. I partiti sarebbero i principali protagonisti del degrado democratico, trascinando nella crisi e nella delegittimazione l’intera politica. Se questa è la diagnosi la cura per una rigenerazione complessiva del sistema consiste nel superamento dei partiti stessi, attraverso una rinnovata centralità dei cittadini e della loro partecipazione grazie alla democrazia diretta della rete.

Il precipitato organizzativo di tutto questo consiste in una forma organizzativa profondamente diversa dal partito classico. Attraverso l’adozione prima della piattaforma meet-up e del Blog di Grillo, poi della piattaforma Rousseau, il Movimento offre soluzioni organizzative innovative caratterizzate da un uso intensivo della rete che sostituiscono quasi il party in central office. Il tutto risulterebbe funzionale al contemporaneo raggiungimento sia di una maggiore legittimazione democratica che di una maggiore partecipazione. L’autore mette a verifica la promessa di maggiore democrazia interna del Movimento attraverso l’analisi delle dimensioni organizzative principali.

Il Movimento presenta una forte concentrazione di risorse nel vertice, che non muta in maniera rilevante nel tempo, mentre il pluralismo interno è poco tutelato, come dimostrano le numerose sanzioni ed espulsioni comminate dalla stessa leadership. L’adesione al Movimento attraverso la piattaforma favorisce una bassa soglia di entrata, producendo un rapido aumento degli iscritti e una diversificazione delle forme di militanza. Le numerose consultazioni sulla piattaforma online, pur aumentando indubbiamente il livello di inclusione nelle decisioni, non sembrano rafforzare il peso degli iscritti. Se da una parte, infatti, ai militanti viene offerta la possibilità di esprimersi su numerose questioni, dall’altra la decisione su che cosa votare e come formulare il quesito spettano esclusivamente alla leadership. Con il tempo, dopo una notevole crescita iniziale, il livello della partecipazione alle consultazioni scema, concentrandosi sui temi delle alleanze, della leadership e dell’organizzazione. Infine, per quanto riguarda i processi deliberativi offerti dalla piattaforma Rousseau, l’autore rileva come la piattaforma abbia sicuramente contribuito ad alimentare un certo dibattito intorno ad alcune specifiche questioni ma non abbia mai volutamente permesso l’interazione tra attivisti né abbia migliorato il rapporto tra iscritti e rappresentanti istituzionali. Dal lavoro si evince come il Movimento abbia rappresentato indubbiamente un’innovativa macchina organizzativa, pionieristica nel contesto italiano e in linea con esperienze europee come i Pirati tedeschi. Caratterizzandosi per l’adozione di numerosi mezzi online funzionali ad ampliare la democrazia diretta e deliberativa il Movimento ha provato ad applicare quel radicale principio di disintermediazione che ne caratterizza la proposta simbolica e organizzativa. L’analisi concreta, però, disvela, dati alla mano, come la pretesa organizzativa di realizzare uno strumento di partecipazione collettiva in cui realmente “uno vale uno” rimanga parzialmente incompiuta e come alcuni “uno” valgano molto di più di altri.

 

Oltre la destra e la sinistra?

L’universo simbolico del Movimento si caratterizza per un profondo tecnottimismo e una visione salvifica della rete, alimentando una visione post-ideologica in cui la dimensione destra/sinistra viene spesso sostituita dalla frattura vecchio/nuovo. Intorno alla centralità del rinnovamento politico e del taglio dei costi della politica il Movimento si dimostra ideologicamente eclettico, capace di attingere al bagaglio della destra e della sinistra, con una tendenziale moderazione delle proposte più radicali nel tempo.

Fin dalle origini il Movimento critica gli eccessi dell’economia finanziaria e delle multinazionali, non il capitalismo, ma solo nel 2018, con la proposta del reddito di cittadinanza, nel programma compare una misura riconducibile alla distribuzione della ricchezza. Nello stesso programma vi è una forte propensione all’intervento economico statale che convive in maniera contradditoria con la proposta di una generalizzata riduzione delle tasse. Il Movimento si configura da sempre come fortemente euroscettico, arrivando ad includere un possibile referendum sulla permanenza nell’Unione Europea nel 2014, per poi moderarsi. Sulle tematiche post-materialiste presenta un , con posizioni che mutano in base alla presunta opportunità elettorale, mentre, con il tempo, assume una posizione sempre più critica sull’immigrazione. Il filo conduttore programmatico dell’esperienza grillina rimane l’ambientalismo e la promozione di quei settori produttivi legati alla rete e ai suoi servizi.

L’autore conferma la natura populista della proposta pentastellata, adottando l’interpretazione del populismo come di un’ideologia sottile[3] che mette al centro il cittadino, presenta una costante tensione antiestablishment e rivendica una rigenerazione della democrazia e della sovranità. Questo profilo programmatico eclettico avrebbe permesso di canalizzare un consenso trasversale, tipico di un partito pigliatutto, passando da un sostegno prevalentemente progressista ad un voto ideologicamente variegato, capace di pescare anche a destra. Una capacità che ha reso il Movimento quasi imbattibile ai ballottaggi. Nel lavoro troviamo un’accurata descrizione dell’elettorato del Movimento e delle sue evoluzioni in termini sociali, demografici e ideologici. Risulta per noi particolarmente interessante sottolineare come dall’analisi emerga la capacità di conquistare un elettorato tipico dei partiti populisti, composto dai cosiddetti “sconfitti della globalizzazione”[4] che solitamente guardano a destra, profondamente sfiduciato sia verso la istituzioni che verso le politiche economiche dei vari governi e dell’UE. Nel 2018 il Movimento sembra aver rappresentato lo strumento ideologicamente trasversale per la raccolta di un voto di dissenso verso il governo e le sue politiche economiche, concentrando il proprio boom proprio nel Meridione dove più forte è percepita la decadenza politica ed economica del Paese.

 

Conclusioni

Vittori apporta un notevole contributo alla conoscenza del Movimento 5 Stelle che si configura come un partito “senza radici” organizzative, ideologiche e di classe, orientato da poche idee centrali che permeano le varie dimensioni. Il saggio, ricco di dati e spunti solo parzialmente illustrati in questa sede, restituisce una creatura politica cangiante, con caratteri organizzativi sicuramente innovativi che rivelano , senza migliorarne tuttavia significativamente la qualità e la quantità della partecipazione. La forma assunta dal Movimento ha saputo rappresentare lo “spirito del tempo”, intercettando il dissenso politico e sociale verso il sistema politico e costruendo una promessa di rigenerazione democratica intorno al tecnottimismo culturale molto diffuso n. Un mix ideologico e simbolico gravido di contraddizioni apparentemente inconciliabili, certamente difficili e che tuttavia ha permesso un’enorme affermazione elettorale ma una difficile istituzionalizzazione. La natura ideologicamente eclettica del Movimento, elettoralmente molto efficace nelle fasi di opposizione, diviene problematica nelle fasi di governo e di istituzionalizzazione. Le radicali aspettative di democratizzazione alimentate, sia a livello organizzativo che istituzionale, si scontrano con un partito estremamente verticale contribuendo, assieme alle difficoltà del governo di coalizione, alle tensioni interne al partito. Grazie al libro di Davide Vittori abbiamo uno strumento importante per leggere la grammatica della politica protestataria, delle sue contraddizioni e delle sue promesse che ci permette di scrutare con maggiore intensità la trasformazione complessiva della politica tout court e dei suoi principali attori.


[1] Carty, K. (2004). Parties as Franchise Systems. The Stratarchical Organizational Imperative. Party Politics, Vol. 4(1): 5-24.

[2]Kitschelt, H. (2006). Movement Parties. In Katz, R. & Crotty, W. (eds). Handbook of Party Politics, 280-290. London: Sage.

[3]Stanley, Ben. “The thin ideology of populism.” Journal of political ideologies 13.1 (2008): 95-110.

[4]Hanspeter Kriesi, “Globalizzazione e denazionalizzazione”, in: Nazione, istituzioni, politica, Trieste, EUT Edizioni Università Trieste, pp. 98-110.

Scritto da
Francesco Campolongo

Dottore in Scienze politiche e sociali all’Università della Calabria con una ricerca comparata sulla dimensione organizzativa, ideologica e simbolica del populismo in Podemos e nel Movimento 5 Stelle. I suoi principali interessi di ricerca riguardano populismo, democrazia, capitalismo e pensiero gramsciano.

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