“Il vento della rivoluzione” di Marcello Flores e Giovanni Gozzini
- 29 Aprile 2022

“Il vento della rivoluzione” di Marcello Flores e Giovanni Gozzini

Recensione a: Marcello Flores e Giovanni Gozzini, Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 251, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Stasi

7 minuti di lettura

La fondazione-scissione del Partito comunista d’Italia sarebbe stata possibile anche senza la rivoluzione russa? Hanno pesato più i fattori nazionali o internazionali? E ancora, come ha fatto quel partito settario nato a Livorno a diventare, anni dopo, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale? Questi sono alcuni fra i tanti interrogativi da cui muovono Marcello Flores e Giovanni Gozzini ne Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano, edito da Laterza e pubblicato per il centenario della fondazione del Pci. Se la storiografia tradizionale sulle origini del Pci ne enfatizzava, per ragioni di legittimazione politica, le radici autoctone e nazionali, Flores e Gozzini, criticando la “riduzione soggettivistica” di quella tradizione di ricerca, percorrono sentieri diversi. Pur non sottovalutando le peculiarità nazionali, ma nella consapevolezza che «ogni discussione storica ruota attorno al problema della priorità delle cause»[1], la tesi degli autori è che le condizioni che hanno permesso e favorito la nascita del Partito comunista d’Italia nel 1921 siano prevalentemente esogene: senza la guerra e «senza la rivoluzione russa il Partito comunista d’Italia non sarebbe mai nato» (p. 9).

Se l’Ottobre fu quindi il motore della fondazione delle varie frazioni comuniste in Europa, ricorsivamente, fu la Grande guerra quella “causa delle cause” che rese possibile lo strappo rivoluzionario in Russia[2], quella locomotiva che accelerò i tempi lunghi della Storia. Anche in Italia la stanchezza si faceva sentire. I tumulti e gli scioperi frequenti permettono di scorgere una crescente identificazione tra prosecuzione del conflitto e peggioramento delle condizioni di vita. Il «mito della rivoluzione e quello parallelo di Lenin si rafforzano e si diffondono» (p. 15) sia per questo sfiancamento, sia per la percezione che il vento della rivoluzione soffiasse inesorabilmente sul Vecchio continente, come sembravano suggerire i tentativi insurrezionali, poi falliti, a Berlino, in Baviera, in Ungheria. Si guardava a Lenin come a colui che “ce l’aveva fatta”. Tutto quest’entusiasmo s’innerva ben presto nel corpo di un partito socialista, quello italiano, oramai egemonizzato da posizioni massimaliste. “Fare come in Russia” diventerà l’imperativo del XVI congresso del Psi dell’ottobre del 1919 in cui, oltre a ratificare l’adesione alla nuova Internazionale nata dopo la rivoluzione, si approverà a larga maggioranza la mozione presentata da Giacinto Menotti Serrati, allora direttore dell’«Avanti!» e leader de facto del partito, in cui si auspicava la creazione di una “Repubblica socialista”. La sensazione diffusa era quella di essere su un piano inclinato della Storia, che lo sbocco rivoluzionario mancasse non di condizioni oggettive quanto del presupposto soggettivo e volontaristico «dell’esistenza di un partito rivoluzionario» (p. 21).

Ma era realmente possibile replicare l’Ottobre oppure era solo un’autosuggestione palingenetica? In Italia vi era seriamente una situazione rivoluzionaria? La tesi di Flores e Gozzini è che «nell’Italia nel primo dopoguerra non c’è mai stato né un “biennio rosso”, né un’occasione rivoluzionaria mancata» (p. 76) e che il diffuso risentimento popolare, figlio della stanchezza della guerra, «a sinistra viene scambiato per matura coscienza rivoluzionaria» (p. 48). E pur tuttavia la percezione generale nel Psi, al netto dell’eccezione dei riformisti di Turati, era diversa, «il clima era chiaramente dominato dal misticismo dell’avvento dell’ora fatale»[3]. Fu in questo contesto che alcuni delegati socialisti (tra cui Serrati, Bombacci, Graziadei, Bordiga, ecc. ma non Gramsci) nell’estate del ’20 parteciparono al II Congresso dell’Internazionale comunista, l’assise in cui vennero approvati i 21 punti vincolanti da sottoscrivere per continuare a farne parte, uno degli elementi esogeni da cui muovono gli autori per spiegare la nascita del Partito comunista in Italia. Le condizioni poste non lasciavano spazio a fraintendimenti: occorreva allontanare i riformisti come Turati (che viene esplicitamente nominato), cambiare nome in “Partito Comunista del tale Paese (sezione della III Internazionale)”, strutturarsi secondo il principio del centralismo democratico e sottoporsi ad una disciplina ferrea. Il modello ivi delineato si reggeva su «due capisaldi. Il primo è la polemica e la rottura necessaria con il riformismo […]; il secondo è la fedeltà e la subordinazione a Mosca» (pp. 28-29), un elemento, quest’ultimo, che tornerà e condizionerà fortemente la storia del comunismo italiano. Se quindi il diktat dell’Internazionale comporterebbe l’immediata espulsione dei Turati, dei Modigliani, dei Treves, sul piano pratico il percorso è più travagliato. Serrati in particolare è restìo a liquidare un patrimonio di leghe e cooperative, legate soprattutto al riformismo turatiano, che hanno segnato in profondità la storia del socialismo italiano, così come risultava difficile spaccare un partito che, a differenza degli omologhi europei e al netto di alcune eccezioni, era stato compatto nel non appoggiare lo scoppio delle ostilità belliche, non aderendovi né sabotandole.

È in questo clima di crescente scontro interno che ci si avvicina all’ora decisiva e si iniziano a delineare le tre diverse posizioni in campo: la corrente riformista di Turati, quella massimalista di Serrati, terzinternazionalista ma unitaria, e la frazione comunista di Bordiga, aderente in toto ai dettati del leninismo. Il congresso della scissione, quello di Livorno del 15-21 gennaio 1921, è un momento della storia della sinistra italiana che non cessa di rinnovare polemiche, uno strappo ancora oggi lontano dall’esser metabolizzato. Come noto, l’esito delle votazioni delle mozioni congressuali vedrà prevalere quella massimalista-unitaria su quella comunista di Bordiga, il vero protagonista di Livorno, così che il giorno dopo la frazione comunista decise di abbandonare il teatro Goldoni per riunirsi nel fatiscente teatro San Marco fondando, sotto gli occhi dei delegati nazionali e internazionali, tra cui il rappresentante dell’Internazionale, il bulgaro Christo Kabakčiev, il Partito Comunista d’Italia (sezione della Terza Internazionale).

In fin dei conti – questa è la tesi degli autori – «molte cose a Livorno vanno storte» (p. 82). Anzitutto, da un punto di vista numerico, la scissione è la più minoritaria tra le omologhe europee, anche a causa del combinato disposto tra settarismo di Bordiga e unitarismo di Serrati; poi, perché «il dibattito non riesce a chiarire davvero le posizioni di ciascuno» (p. 82), producendo un esito dalla natura provvisoria (Turati e Matteotti fonderanno, dall’ennesima scissione, il Partito Socialista Unitario nel ’22, mentre quel che rimane del Psi di Serrati confluirà nel PCd’I nel ’24). Ragionando in maniera controfattuale e seguendo l’interpretazione proposta da Flores e Gozzini, è evidente che sul piano pratico le direttive dell’Internazionale hanno avuto un peso determinante e che, probabilmente, «senza l’aut aut fissato da Mosca, la soluzione unitaria proposta da Serrati avrebbe avuto maggior forza» (p. 80). La “falange d’acciaio” nata a Livorno ricalca la concezione “partitocentrica” e la rigidità dottrinaria di Bordiga: è un partito piccolo (quarantatremila iscritti), assente nel Mezzogiorno, che non vede di buon occhio corpi estranei al partito e che fa dell’«intransigenza e dell’anticollaborazione [il proprio] biglietto da visita» (p. 93). Nonostante l’iniziale subalternità a Bordiga e gli attriti con i vertici dell’Internazionale circa la nuova strategia del “fronte unico” – cioè la prospettiva di riunificazione con la frazione terzinternazionalista del Psi – Gramsci nel giro di qualche anno sarà destinato a diventare l’uomo di Mosca per guidare il partito, venendo nominato segretario nella riunione del Comitato centrale nell’agosto ‘24. Tutto ciò nel più generale contesto italiano caratterizzato dalla crescente repressione fascista, le cui responsabilità cadono molto sulla «divisione dell’antifascismo […] e su una non-strategia dell’attesa che concede a Mussolini il tempo di salvarsi» (p. 122) dopo la crisi Matteotti.

Se si vuol comprendere come questo piccolo partito settario nato a Livorno sia riuscito a divenire quel grande partito di massa protagonista della storia repubblicana si deve volgere lo sguardo ad un altro momento di svolta dei primissimi anni della storia del PCd’I, cioè al III congresso del partito che si svolge a Lione nel gennaio 1926 e che segnerà il superamento definitivo della leadership di Bordiga, che qualche anno dopo verrà espulso dal partito con l’accusa di trotskismo. Le Tesi di Lione, «il punto d’approdo dell’elaborazione politico-teorica della direzione gramsciana»[4], hanno il pregio di riflettere in modo autonomo sulla situazione nazionale, inaugurando una piattaforma teorica molto più sensibile alle questioni italiane e che verrà ripresa, anni dopo, da Togliatti nelle sue elaborazioni sul “partito nuovo” e sulla “via italiana al socialismo”. Le tesi di Gramsci affrontavano, nella loro «ricognizione storicista della situazione nazionale» (p. 125), temi quali questione agraria e la necessaria alleanza tra operai del nord e contadini del sud, la debolezza del capitalismo italiano, il fascismo come reazione della borghesia, i limiti della fallita soluzione rivoluzionaria, ecc. Anche se per la base del partito il mito sovietico continua – e continuerà – a pesare in maniera preponderante rispetto ad altre questioni, le intuizioni gramsciane sono un’importante dote che anni dopo verrà raccolta e sviluppata.

Bisognerà aspettare il 1945, però, affinché per il Pci si possa parlare realmente di «un’altra storia rispetto al partito delle origini» (p. 129), quella di un partito protagonista della Resistenza al nazi-fascismo e della Costituente, capace di attrarre a sé milioni di voti e iscritti, interprete legalitario di quel ruolo pedagogico che i partiti di massa sono chiamati a svolgere, specialmente nei primi anni della Repubblica. Ma cosa ha in comune questo partito con la “falange d’acciaio” di Bordiga? Per gli autori, soltanto tre cose: gli anonimi militanti che durante la clandestinità contribuiscono a «tenere in piedi la continuità e il prestigio del partito» (p. 132), la «capacità di rappresentare gli interessi sociali» (p. 133) e «il legame di ferro con l’Unione Sovietica» (p. 135). Quest’ultimo elemento, il fattore K, consente di tracciare un filo rosso, oltre che un grande limite, di tutta la storia del Pci, data anche la simultaneità del decesso di quel partito e dell’Urss; un filo rosso che però non può azzerare il travagliato cammino di autonomia percorso dai comunisti italiani[5]. Ed è anche per questo che, pur non potendola derubricare a mera coincidenza cronologica, la caduta dell’Urss non determina inevitabilmente la fine del Pci ma, seguendo il ragionamento di Flores e Gozzini, vi contribuiscono almeno altri tre fattori: la chiusura degli spazi politici dopo l’assassinio di Moro e la fine della fase della solidarietà nazionale, l’acuirsi della competizione bipolare negli anni Ottanta e il mutamento della società italiana, tanto nel suo aspetto culturale quanto nelle mutate forme del lavoro, non più inquadrabili esclusivamente nelle tradizionali categorie marxiane.

Settant’anni dopo la sua fondazione, tra il 1989 e il ’91, in coincidenza con il crollo del socialismo realizzato, il Pci cesserà di esistere, generando a sua volta l’ennesima scissione tra una frazione postcomunista ma-non-socialista (il Partito Democratico della Sinistra) e una che continuerà a dirsi comunista (Rifondazione Comunista): il segno plastico di come le due grandi questioni aperte a Livorno – il legame-subordinazione con Mosca e la divisione tra massimalisti e riformisti – abbiano continuato a pesare enormemente in tutta la storia del comunismo italiano.


[1] Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia (1961), Einaudi, Torino 2000, p. 97.

[2] Seguendo il ragionamento degli autori, la rivoluzione è possibile non (solo) perché, come prescriveva la teoria marxista, il socialismo s’impone come frutto naturale della piena maturità capitalistica, assente in Russia, quanto perché le parole d’ordine di Lenin – “pane e pace” – facevano presa su una popolazione stremata dal conflitto, la seconda per numero assoluto di vittime dopo la Germania.

[3] Paolo Pombeni, Sinistre. Un secolo di divisioni, il Mulino, Bologna 2021, p. 20.

[4] Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. I, Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, p. 490.

[5] Dalla via italiana al socialismo di Togliatti all’eurocomunismo di Berlinguer, dalle condanne agli interventi militari in Cecoslovacchia nel ’68 all’invasione dell’Afghanistan del ’79 fino al colpo di Stato in Polonia del 1981.

Scritto da
Lorenzo Stasi

Studente magistrale di Scienze politiche e di governo presso l’Università Statale di Milano.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici