In ricordo di Natalino Irti, maestro del geo-diritto e del realismo giuridico
- 11 Giugno 2026

In ricordo di Natalino Irti, maestro del geo-diritto e del realismo giuridico

Scritto da Luca Picotti

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Natalino Irti è stato uno dei più importanti giuristi italiani. La sua levatura va ben oltre l’intensa attività accademica, così come quella professionale e dirigenziale. La figura è quella di un vero e proprio pensatore, un intellettuale, che ha sempre inteso calare il diritto nella sua cornice storica di riferimento, in costante dialogo con le altre discipline, dalla politica all’economia, dalla letteratura alla filosofia. Quest’ultima, in particolare, è sempre stata al centro della sua produzione teorica, basti pensare al rapporto di amicizia con il filosofo Emanuele Severino, a partire dal loro confronto pubblicato nell’affascinante testo Dialogo su diritto e tecnica (Laterza 2001), o alla collaborazione con Massimo Cacciari in qualità di co-curatori della collana Krisis edita da La nave di Teseo, oltre che del brillante volume Elogio del diritto (La nave di Teseo 2019), sempre in Krisis.

Proprio per questa collana era uscito nel 2025 l’ultimo lavoro del grande giurista, Sguardi nel sottosuolo, un volume, così scrivevo su questa Rivista recensendolo, che dietro alla «sobria nudità» della diagnosi nascondeva una analisi, per così dire, intima del diritto, rigorosa ma anche personale, quasi a rappresentare un testamento intellettuale. Un’opera in grado di raccogliere i vari frammenti del lavoro di Irti, evidenziarne la logica di fondo, l’architrave del suo sguardo. Una prospettiva in cui il diritto è il protagonista principale, ma nell’ottica in cui l’ha sempre inteso Natalino Irti. Ossia come fatto umano, intrinsecamente legato alla realtà in cui è calato: «Il diritto si risolve in tensioni di umane volontà; e vi si incontrano, e spesso confliggono, concezioni del mondo, idee della società e dell’esistenza individuale, spaventose ondate di moderne tecnologie». Non si tratta di un diritto arido, isolato dal contesto di riferimento, bensì di un diritto vivo, metro di misura e significato dei fatti sociali, strumento politico, espressione di valori dominanti, cornice dell’esistenza.

Ed è proprio l’imprescindibile legame con il contesto storico, ossia la qualificazione della norma, pure quella di più alto rango costituzionale, come positiva, posta, espressione degli interessi umani in un dato momento, a collocare il pensiero del grande giurista nel solco del positivismo giuridico. Qui ci si spinge oltre, sino a parlare di Irti come di maestro del realismo giuridico. Una etichetta che forse non avrebbe del tutto sposato, ma che ci si sente di evocare, perché l’intera sua opera è intrisa di realismo. Il diritto segue i rapporti di forza e potere preesistenti, come «l’hegeliano uccello di Minerva si leva al tramonto, quando la realtà si è già ricomposta in un nuovo ordine». Alle leggi si deve chiedere «non più e non meno di che possono dare», perché «il testo normativo ha da essere insieme punto di partenza e punto d’arrivo, poiché non c’è nulla al di sopra o al di sotto di esso: tutto è dentro il suo cerchio». Ancora, «poiché le decisioni politiche si esprimono e calano in norme giuridiche, queste stesse provvedono a definire, o consentono di definire, l’interesse pubblico. Il quale, dunque, non nasce dall’invisibile armonia degli interessi individuali, ma dalla concreta e storica determinazione dell’autorità politica, incorporata, per così dire, nelle norme del diritto». La norma è un prodotto umano, espressione di un dato interesse, vittorioso su un altro, senza spazi per categorie immutabili e assolute, come giustizia, o bene comune, e via dicendo. Da qui, il realismo mascherato da positivismo, o il positivismo mascherato da realismo, con tutte le sue contraddizioni, o, meglio, implicazioni difficili da digerire, come la integrale emancipazione del diritto dal concetto di giustizia, nonché l’asserzione per cui anche le leggi imposte dallo Stato nazista erano e rappresentavano, in quel momento, il diritto positivo valido in quello specifico periodo storico e Paese. La positività del diritto porta con sé la tragedia delle vicende umane. Il realismo fotografa, in termini diagnostici, senza giudizi di valore, lasciando poi alla politica lo spazio affinché certe concezioni, interessi o valori possano emergere e radicarsi.

Non è facile ripercorrere il pensiero di Natalino Irti senza perdersi in un numero infinito di parentesi e sotto-parentesi, tante sono le tematiche trattate nel corso della sua vita intellettuale. Possiamo solo accennarle, cogliendo i punti di intersezione, la logica di fondo che compone il mosaico e lo trasforma in pensiero sistematico. In uno dei suoi più celebri volumi, L’età della decodificazione (Giuffrè 1979), Irti ha intercettato i profondi cambiamenti dettati dall’emergere di società sempre più complesse, interpretati in particolare dallo svuotamento, in termini di centralità, del codice civile, la fonte principale nella regolazione della vita privata dei consociati, in favore invece di una serie di sotto-sistemi autonomi e settoriali, disciplinati da leggi speciali, volte dunque a regolamentare in modo sempre più tecnico e analitico i diversi ambiti dell’esistente. Riflessioni poi riprese e riproposte nei suoi testi più filosofici, da Nichilismo giuridico (Laterza 2004) a Diritto senza verità (Laterza 2011), in cui viene esaminato il rapporto tra tecnica e diritto, e in particolare la riduzione del diritto a mera regolazione dell’esistente, frammentata a seconda dei singoli ambiti, e dunque incapace di rappresentare posizioni di sintesi ancorate a qualcosa di superiore, o anche solo comune, un baricentro. Nel positivismo portato ai suoi estremi, nel diritto ridotto a mera tecnica regolatoria e frammentato in tante singole leggi speciali atte a coprire singole dimensioni e interessi, poco rimane, se non una proceduralizzazione dell’esistente, il rispetto della forma giuridica come collante e metro di misura e validità, per riprendere un altro volume importante dell’autore, Il salvagente della forma (Laterza 2007).

Accanto alla dimensione più teorica sul diritto, troviamo poi le brillanti riflessioni sulle grandi trasformazioni giuridico-economiche e istituzionali dell’Italia negli anni Novanta, stagione che Natalino Irti ha vissuto in prima persona non solo come studioso, ma proprio a livello professionale, in qualità di avvocato d’affari e di figura dirigenziale nei consigli di amministrazione. In questo senso, fondamentali sono i suoi scritti sulle privatizzazioni, e in particolare il passaggio dagli enti pubblici economici, tipici dell’epoca dello Stato imprenditore, allo Stato azionista, caratterizzato dalla compresenza di forme giuridiche di diritto comune, come le società per azioni, partecipate però con quote di maggioranza relativa dallo Stato, forma oggi diffusa per tutte le più grandi società (Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Snam ecc.) e che rappresenta il paradigma dominante del capitalismo italiano. Ancora, imprescindibili sono le riflessioni sul rapporto tra la costituzione economica italiana, espressa dalla Costituzione del 1948 e informata da logiche pubbliche e di economia mista, e quella emersa con l’integrazione europea, basata sui principi di matrice ordoliberale dei Trattati, come il libero mercato e la concorrenza, con inevitabili frizioni in sede di assimilazione. Tematica, questa, affrontata in uno dei suoi libri più importanti, L’ordine giuridico del mercato (Laterza 1998), in cui Irti si sofferma inoltre anche su un altro elemento centrale nella sua riflessione: il mercato come luogo non naturale ma artificiale, ossia esistente, concettualmente, solo dal momento in cui viene inserito in norme giuridiche che ne definiscano i fattori, dalla proprietà, ai soggetti, allo scambio. Ne è seguita una interessante dialettica sfociata in un volume, edito da Laterza nel 1999, intitolato Il dibattito sull’ordine giuridico del mercato, con interventi di Gaetano Azzariti, Antonio Baldassarre, Giuseppe Chirichiello, Mario Draghi, Leopoldo Elia, Giovanni Iudica, Mario Libertini, Berardino Libonati, Guido Rossi, Piero Schlesinger, Giulio Tremonti, Salvatore Veca. Un momento di confronto tra i più grandi giuristi, economisti e filosofi dell’epoca, stimolato dalle riflessioni di Natalino Irti, a testimoniare la sua centralità nel dibattito giuridico e intellettuale italiano.

Non può mancare poi infine un cenno (ma tanto altro sta venendo colpevolmente tralasciato per ragioni di spazio) alle riflessioni sul geo-diritto, introdotte con il volume Norme e luoghi (Laterza 2001) di fronte alle sfide poste al diritto statale-territoriale dalla globalizzazione, dalla lex mercatoria, dall’emergere di Internet e dei fenomeni digitali, emblema della pretesa sconfinatezza della tecno-economia. «Il diritto, convertendosi o atteggiandosi in geo-diritto, prova a inseguire e catturare la tecno-economia, a ricomporre, mercé trattati o intese fra gli Stati, la coestensione di sovranità, popolo ed economia. Ma essa gli sfugge di continuo, fluida invisibile inafferrabile, e si dà, da sé a sé stessa, le norme della lex mercatoria, dei grandi accordi economici e finanziari riposanti sul vincolo della semplice promessa e sulla reputazione d’impresa». Un filone che l’autore non abbandonerà mai e che lo renderà, per l’appunto, un maestro del geo-diritto, in grado di porre attenzione al rapporto tra diritto, geografia e politica (o geopolitica del diritto). Una tensione immanente che, a parere di chi scrive, nella tesi esposta in Linee invisibili (Egea 2025), si traduce nella scomposizione di ogni movimento del mondo nelle diverse geografie giuridiche relative ai singoli Stati, senza che questi movimenti possano acquisire significato proprio al di là delle giurisdizioni sovrane, isole costitutive di senso. La tecno-economia non è, in quest’ottica, un soggetto unitario, bensì un intreccio di rapporti poggiante sul mosaico delle geografie giuridiche e da queste plasmato. Trattasi delle linee invisibili. Un aspetto che risulta evidente in questa fase storica, in cui il concetto di nazionalità appare rivalorizzato come non mai: nazionalità di società e imprese, merci e persone, tecnologie e know-how. Tutto viene ricondotto alla geografia giuridica di riferimento: il luogo dove è stata effettuata la lavorazione sostanziale della merce ai fini dell’applicazione del dazio, la percentuale di componentistica tecnologica americana in un prodotto ai fini della soggezione dello stesso al sistema statunitense di export control, la nazionalità di ultima istanza di una piramide societaria ai fini dello screening degli investimenti esteri, e via dicendo. Non si prescinde dalla suddivisione del mondo in geografie giuridiche. Oggi come ieri. Se nell’ordinario ciò appare meno evidente, in tempi straordinari di crisi l’intricato mosaico delle linee invisibili si manifesta invece in tutta la sua palpabilità. In questo senso, il geo-diritto non insegue, ma plasma, è ed è sempre stato il metro di misura. La tecno-economia non riesce a sfuggire alle geografie giuridiche; semplicemente aumentano la complessità, le aree grigie, le misure opportunistiche, il gioco di interdipendenze, i punti di attrito. Chi scrive è debitore delle riflessioni di Natalino Irti sul tema, che hanno per la prima volta introdotto questo filone.

Non è facile giungere ad una conclusione. Di fronte a un pensiero così profondo, a simile apporto intellettuale, non c’è finale adeguato. L’unica cosa che rimane sono i libri, gli articoli, da ultimo quello che ebbi a definire il suo testamento intellettuale. Non ci resta che farne tesoro. E continuare, con curiosità, ad interrogarci su un diritto che non è mai qualcosa di astratto e arido, bensì qualcosa di vivo, calato nella realtà di riferimento, in dialogo con le altre discipline. L’approccio trasversale, lo sguardo generale al di là della mera specializzazione, è uno dei tanti lasciti di Natalino Irti, da custodire con cura. Per il resto, ci si permetta una ultima citazione, semplice ma incisiva, a interpretare lo sguardo che il grande giurista ha offerto a tutti noi e che è nostro compito preservare: «è necessario guardare oltre le parole, e cogliere l’intrinseco accadere dei fatti».

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e saggista. Ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine. È membro dell’Osservatorio Golden Power e scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche giuridico-economiche, scenari politici e internazionali. È autore di: “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” (Egea 2025) e “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023).

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