L’insicurezza al tempo del Covid-19. Il Rapporto 2020 di Demos & Pi e Fondazione Unipolis
- 02 Agosto 2020

L’insicurezza al tempo del Covid-19. Il Rapporto 2020 di Demos & Pi e Fondazione Unipolis

Scritto da Claudia Florian

7 minuti di lettura

Il 12 giugno la Fondazione Unipolis in collaborazione con l’istituto demoscopico Demos&Pi ha presentato il XII Rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, mostrando quale sia la percezione sociale dei cittadini italiani, ed europei, sul tema della sicurezza. Nello specifico l’indagine condotta mette in luce i dati relativi all’andamento degli indici di insicurezza sociale economica e digitale[1] durante le diverse fasi dell’emergenza coronavirus.

Negli ultimi dieci anni il continuo monitoraggio dell’Osservatorio ha permesso di vedere come il concetto di sicurezza si evolvesse secondo pesi e dimensioni talvolta anche molto divergenti, pur mantenendo trend significativi. Il 2020 è iniziato in modo decisamente atipico in seguito all’esplosione della pandemia da Covid-19. Tuttavia, grazie alle quattro rilevazioni demoscopiche effettuate dall’Osservatorio nel primo semestre dell’anno, è stato possibile comprendere come, in una situazione così critica, si sia modificato, repentinamente, il senso di insicurezza. Infatti, da un punto di vista prettamente scientifico, l’insorgere di un evento così drammatico ha permesso di studiare il cambiamento dell’opinione pubblica e l’evoluzione del clima sociale in un fase emergenziale. Infatti, la rilevazione effettuata a gennaio ha mostrato un quadro che Ilvio Diamanti, Presidente dell’Istituto Demos&Pi, ha definito come un “raffreddamento dell’inquietudine sociale, ossia una stabilizzazione, come se ci si fosse abituati a questo ri-sentimento”. Gli indici di insicurezza, ad inizio anno, riprendevano gli stessi trend rispetto agli anni precedenti, non rilevando alcun cambiamento. Questo a significare come nel corso del tempo, la continua esposizione a paure e preoccupazioni di carattere sociale ed economico, abbia reso la popolazione italiana (e non solo) abituata a tale “sentiment generalizzato”, non caratterizzandolo più come uno stato emotivo anormale o straordinario. Le curve delle dimensioni dell’insicurezza globale, economica, digitale e legata alla criminalità, segnavano quindi un lento riassorbimento delle fonti di preoccupazioni della vita delle persone nella loro quotidianità. I temi avvertiti come prioritari nello scenario pre-crisi di 6 Paesi del vecchio continente riguardavano quelli di carattere economico e quelli legati all’inefficienza e corruzione della classe politica. L’Italia, seguita dalla Francia, ad inizio anno, era il Paese che più fra tutti manifestava nei propri cittadini, preoccupazioni per l’andamento economico del Paese stesso, per la situazione economica delle proprie famiglie nonché per il funzionamento della democrazia e per le opportunità di lavoro. Un clima quindi di stagnazione del senso di insicurezza economica, percepito da sempre come questione prioritaria da affrontare. Tuttavia, spostando la prospettiva di indagine solo al nostro Paese, omettendo il termine di paragone con gli altri Stati europei, il senso di insicurezza globale prevaleva su quello economico. La preoccupazioni per l’ambiente e la natura, per la sicurezza alimentare, per la globalizzazione e le paure di nuove guerre tendono, a gennaio, a prendere il sopravvento su quelle di carattere economico. Mentre, seppur con valori ancora alti ma decisamente inferiori rispetto al passato, si registravano in secondo piano per gli italiani, inquietudini legate alla criminalità e alla digitalizzazione.

Dopodiché è arrivato anche in Italia il Covid-19 e le rilevazioni effettuate a marzo e maggio dall’Osservatorio, hanno mostrato quali sono stati gli impatti dell’emergenza sanitaria sul senso di insicurezza. La tendenza delineata a gennaio si è rapidamente invertita ridefinendo gli orientamenti dell’opinione pubblica, e le informazioni raccolte nel rapporto forniscono una primissima evoluzione del quadro sociale nei giorni della pandemia. A marzo, infatti, sono saliti velocemente raggiungendo un nuovo picco, indicatori quali la preoccupazione per la perdita dei propri risparmi (+14%), per la perdita del lavoro e la disoccupazione (+8%), per la possibilità di non avere o perdere la pensione (+7%), e la paura di non avere abbastanza entrate per vivere (+5%). L’effetto complessivo è stato quello di un’impennata dell’insicurezza economica di oltre il 10% rispetto a gennaio 2020 che cattura sicuramente una reazione impulsiva dettata dall’improvviso verificarsi di evento imponente come una pandemia e che ha registrato il suo picco in corrispondenza proprio della cosiddetta “Fase 1”. Inoltre, la percezione del senso di insicurezza globale ha davvero assunto connotati “globali” e anche in questo caso il relativo indice ha fatto registrare un aumento aggregato del +6%. D’altronde l’emergenza sanitaria ha investito in poche settimane l’intero pianeta, evidenziando così la sua natura globale, portando scompiglio e confusione nelle società. Infatti, la paura esplosa è stata talmente violenta da aver interessato nelle persone delle preoccupazioni che sono andate oltre le tradizionali incertezze nazionali. Indicatori che monitoravano l’inquietudine verso nuove guerre, verso i problemi climatici, verso la qualità e la sicurezza dei cibi, verso i fenomeni della globalizzazione oltre che verso l’insorgere di nuove epidemie, hanno registrato anch’essi una crescita, giungendo quindi alla conclusione di come il Covid-19 sia stato percepito quale avvenimento manifestatosi su scala mondiale. Tutto questo è da rapportarsi al fatto che, nel mese di marzo, nel giro di qualche settimana la percentuale dei cittadini che si reputava “molto o abbastanza preoccupato” per la diffusione del virus è passata dal 56% al 96% del campione di persone preso in esame rispetto alla rilevazione di febbraio. Un aumento di 40 punti percentuali mai registrato precedentemente in così breve tempo, sintomo di quanto l’ondata di panico abbia raggiunto livelli incontrollabili e di difficilissima gestione con un dato di oltre 9 persone su 10, in Italia, che si dichiaravano essere in profonda apprensione per la nuova minaccia sanitaria, dipingendo l’immagine del coronavirus come una malattia comunque grave e che richiedeva (e richiede tutt’ora) le massime misure di prevenzione. Tale timore deriva dalla presa di coscienza della pericolosità del virus.

Tuttavia, la rilevazione effettuata dall’Osservatorio nel mese di maggio 2020, a cui coincide l’attuazione della Fase 2 ossia il periodo di graduale ripresa post lockdown, conduce ad una attenuazione generale delle insicurezze esplose nel mese di marzo. Pur restando alcuni indicatori su livelli elevati, il senso di insicurezza, in tutte le sue dimensioni, si riduce. Per esempio, la paura di perdere i propri risparmi ha sicuramente registrato una diminuzione rispetto al mese di marzo, tuttavia, continua a restare su livelli significativamente maggiori rispetto a gennaio 2020. D’altronde il periodo di chiusura di moltissime attività economiche ha radicalmente mutato lo scenario nel quale le persone vivevano e lo stato di profonda incertezza economica persiste. La stessa dimensione globale, pur mostrando una attenuazione dei valori dei propri indicatori, segnala, per alcuni di essi, numeri al di sopra di quelli di inizio anno, segno che comunque si tratta di dati che andranno monitorati costantemente nei mesi successivi per comprenderne l’evoluzione post-crisi.

Tale orientamento infatti conduce ad una nuova consapevolezza nelle persone, la convivenza con il virus. Infatti, se a marzo quasi il 73% del persone intervistate riteneva l’emergenza sanitaria come un fenomeno che sarebbe durato ancora alcuni mesi e poi rientrato (un probabile tentativo di esorcizzare la paura stessa), a maggio il 43% del campione analizzato da Fondazione Unipolis e Demos&Pi ritiene che l’epidemia durerà ancora almeno un anno, mostrando così la nuova maturata idea di convivenza con il Covid-19. Si tratta di un fenomeno di grande cambiamento dell’opinione pubblica, che ancora una volta, in brevissimo tempo ha rivisto la propria prospettiva sull’argomento. La visione di lungo periodo accompagnata dal virus ha portato a mutare profondamente i nostri stili di vita e comportamenti. Per molte persone, nel mese di maggio, non si trattava solo di usare la mascherina ogni qualvolta fossero uscite dalle proprie mura domestiche, ma riguardava anche atteggiamenti del loro quotidiano vivere come evitare il più possibile di uscire, evitare di incontrare altre persone che non fossero familiari, fare scorte di cibo e ovviamente sospendere l’attività lavorativa o tramutarla in attività a distanza. Questi mutamenti sono stati espressi da 8 persone su 10 nell’ultima rilevazione del rapporto, le quali hanno rivelato come il proprio modo di vivere sia cambiato in misura sostanziale. Ancor più importante è sottolineare come tale sconvolgimento non guardava più solo al passato ma anche al futuro, per cui, le considerazioni e valutazioni sulle opportunità che il proprio futuro può offrire sono negative. D’altronde, tale percezione è coerente con il periodo di durata del virus previsto dalle persone, le quali, ritengono che gli effetti di un simile cataclisma sociale si trascineranno negli anni. Sono le persone più giovani, al di sotto dei 55 anni di età, ad aver registrato maggiormente la necessità forzata di riorganizzare la propria vita di tutti i giorni, dato che rappresentano la fascia di individui che trascorrevano più tempo fuori casa per motivi dettati dal lavoro, dal forte bisogno di socialità e di intreccio di relazioni e per ragioni legate alle attività svolte nel tempo libero (sport, hobbies, …).

Ad oggi, quindi, le limitazioni imposte, si pongono in una logica contraria rispetto alla aperta espressione delle libertà individuali che caratterizzano la nostra forma di governo, la democrazia. Il trade off molto importante a cui bisogna guardare è proprio la connessione fra libertà da un lato e sicurezza dall’altro. In una situazione emergenziale e drammatica come quella che l’Italia si trova a dover affrontare insieme al resto del mondo, il 73% degli italiani, nel mese di maggio, è d’accordo nel dire che per garantire la sicurezza a tutti, lo Stato deve necessariamente limitare le libertà dei cittadini con scelte coraggiose che non vengono viste come dittatoriali o prodromiche alla dittatura ma come una garanzia. Il forte bisogno di tornare quanto prima ad una parziale normalità e recuperare la serenità perduta nei gesti quotidiani, ha portato alla nascita di una tolleranza bendisposta rispetto all’ingerenza da parte dello Stato nelle libertà personali. In questo modo, in funzione della gravità della situazione e della durata dell’epidemia si antepone la sicurezza ad alcuni diritti civili.

Infine, una sorta di tendenza inversa, descritta dal rapporto, si è manifestata in questo periodo: se è vero che il virus ha costretto le persone a rigide misure di distanziamento sociale e di ridimensionamento della sfera sociale di ciascuno di noi, è altrettanto vero che il capitale sociale e umano sono divenuti motori di innovazione verso nuove forme di socialità e solidarietà. Moltissime infatti sono state le iniziative organizzate reagire all’emergenza, facendo leva sul senso civico e sulla necessità di dover fare fronte comune per poter uscire da questa emergenza sanitaria, economica e sociale. Oltre un quarto degli intervistati dall’indagine ha dichiarato di aver partecipato a campagne di raccolta fondi per ospedali e strutture sanitarie. Segnale questo, di una forte mobilitazione “dal basso” spinta da un grandissimo senso di solidarietà e senso di appartenenza anche a livello di singole regioni e territori che ha spronato le persone a voler essere attori protagonisti della ripresa delle zone in cui vivono. Un orgoglio positivo divenuto ancora più forte nella drammaticità della situazione. La voglia di fare rete con il supporto della rete digitale stessa è divenuta ben presto un pilastro centrale dell’Italia della quarantena.


[1] L’indice di insicurezza digitale è stato introdotto quest’anno, nel 2020, per cui non è presente una serie storica simile a quelli presenti per gli altri due indici. Nella sua parte finale, il Rapporto dedica uno spazio di approfondimento a “Focus: le paure digitali”.

Scritto da
Claudia Florian

Laureanda magistrale in Management dell’economia Sociale presso l’Università di Bologna. Da sempre appassionata ai temi della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa, ha collaborato con diversi enti di terzo settore facilitando l’implementazione di best practices per la risposta dei bisogni dei propri stakeholder e incoraggiando la crescita di atteggiamenti di CSR e innovazione sociale.

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