“Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo” di Angelo Ventura

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Il ruolo degli intellettuali socialisti

Solo pochi anni più tardi nella corrente riformista del PSI si riaffacciano le stesse questioni. Anna Kuliscioff ripropone la questione del compito del Partito Socialista in una fase di rivoluzione democratica come quella degli anni Dieci: provare l’isolamento e mantenere la coerenza rivoluzionaria o legarsi alle altre forze borghesi e progressiste?

È il «perenne problema dei compiti democratici del movimento operaio e socialista in assenza d’un forte schieramento borghese autenticamente democratico, e quindi la necessità di una scelta chiara e rigorosa in favore d’una alleanza con i partiti borghesi progressisti per attuare una linea di riforme sociali e politiche». (p. 51) Ma è anche ciò che condurrà all’esasperante doppiezza tattica del Partito: quando Bissolati si stacca dal PSI per fondare una corrente autonoma riformista (il futuro PSRI), Kuliscioff da un lato si mostra sollevata per la dipartita del fronte “moderatore”, dall’altro si dichiara certa che possa realizzare quella «democratizzazione dello Stato e di molte istituzioni, e indirettamente anche pel movimento proletario» (da una lettera a Turati datata 24 marzo 1911), (p. 47).

Stessa doppiezza si verifica anni più tardi quando aprirà al Partito Popolare nel ’19 e al movimento amendoliano Unione Nazionale, «sfogatoio di tutte le classi medie avanzate», (p. 53). Il leitmotiv di Kuliscioff era insomma quello di fare uscire allo scoperto il Partito, «di assumersi la responsabilità di attuare la linea dell’alleanza con i ceti medi democratici, sfidando i pregiudizi dottrinari e settari della maggioranza» (pp. 60-61).

La prospettiva è ovviamente far rifluire la lotta proletaria all’interno delle istituzioni democratiche, attraverso un loro allargamento in senso egualitario. Da qui la spinta verso una politica di collaborazione verso i gruppi nittiani e giolittiani oppure addirittura con i popolari. Il problema è costruire un partito capace di raccogliere consensi sia “del proletariato più evoluto che della piccola borghesia progressista”.

È però emblematico che la curvatura riformistica che vuole dare al PSI, con la presentazione di un dettagliato programma di governo economico (invero piuttosto avanzato) nel 1920, avvenisse proprio nella fase di massima radicalizzazione rivoluzionaria delle masse (p. 60). La stessa alleanza tattica con i liberali avviene in una fase di profonda evoluzione del quadro sociale: dopo la guerra di Libia la borghesia progressista e liberale cresce in forza e in ricchezza e si fa sempre più ostile nei confronti del crescente movimento operaio.

Gli stessi dirigenti del partito, Turati su tutti, vedevano perfettamente il vicolo cieco: «la strategia riformistica sarebbe stata inattuabile in una fase in cui una volta al potere ci si sarebbe dovuti far carico di scelte impopolari a nome della borghesia ma al contempo sollevandola da ogni responsabilità politica mentre le masse, aizzate da anarchici massimalisti e comunisti, premevano per la rivoluzione sociale», (p. 61).

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Classe 1987. Nato a Foggia, ha studiato all'università di Siena e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è attualmente perfezionando in Letteratura italiana.

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