Scritto da Carolina d’Alessandro
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La tappa Nord-Ovest della Biennale dell’Economia Cooperativa, che si svolgerà a Genova il 26 e 27 febbraio 2026, è promossa da Legacoop Liguria con il sostegno di Legacoop Piemonte e Legacoop Lombardia e si distingue per un’impostazione fortemente interdisciplinare e per una progettazione condivisa, coinvolgendo attivamente cooperative, università, centri di ricerca, istituzioni culturali e realtà imprenditoriali. Il titolo scelto – “Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale” – restituisce l’orizzonte di senso di un evento che si pone l’obiettivo di rimettere al centro la riflessione sui principi che orientano l’azione cooperativa, in un’epoca segnata da profonde trasformazioni sociali e tecnologiche.
La Biennale vuole essere un laboratorio di pensiero e progettualità in cui la riflessione sui valori si intreccia con l’analisi dei processi tecnologici, in particolare dell’intelligenza artificiale, e si traduce in pratiche concrete capaci di generare inclusione, giustizia, bellezza. Le quattro direttrici individuate – intelligenza artificiale e valori, robotica e relazioni, dati e giustizia, piattaforme e beni comuni – guideranno una discussione che si configura come un percorso più ampio e continuativo, aperto alla pluralità dei saperi, delle generazioni e delle esperienze. Ne abbiamo parlato con Mattia Rossi, Presidente di Legacoop Liguria e ideatore della Biennale di Genova, discutendo del senso dell’iniziativa, delle sfide attuali della cooperazione, e della possibilità di costruire nuove alleanze tra mondi diversi per rispondere alle grandi domande del nostro tempo.
Quello della Biennale di Genova è un appuntamento nato per rispondere alle sollecitazioni emerse nella precedente edizione bolognese, durante la quale – anche grazie all’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – si è affermata l’esigenza di riflettere sul significato attuale dei valori cooperativi e sulla loro capacità di generare giustizia e coesione, soprattutto in relazione alle trasformazioni introdotte dall’innovazione digitale e dall’intelligenza artificiale. Partiamo da qui: viviamo in un tempo segnato da cambiamenti rapidi e profondi, tanto sul piano tecnologico quanto su quello sociale. In che modo i valori fondanti della cooperazione possono offrire risposte efficaci alle sfide del presente?
Mattia Rossi: Innanzitutto vi ringrazio molto per l’invito, perché per me è un onore poter contribuire a questa riflessione. Credo che lo strumento cooperativo abbia una caratteristica rara: si adatta. È una forma organizzativa talmente elastica da potersi modellare costantemente attorno ai bisogni che emergono. In questo senso, è perfettamente allineata alla richiesta di innovazione che attraversa la nostra epoca. La cooperazione non è una struttura rigida, ma un modo di concepire l’impresa come risposta a un’esigenza. E quando l’esigenza cambia, cambia anche la forma. Questo la distingue nettamente da altri modelli imprenditoriali come, ad esempio, le società di capitale che, pur essendo in grado di evolversi e adattarsi ai cambiamenti, perseguono sempre un unico fine: il profitto. Al contrario, il modello cooperativo, anch’esso capace di adattarsi ai cambiamenti, reagisce alle sollecitazioni trasformandosi oltre che nella forma, anche negli obiettivi secondo lo scambio mutualistico che persegue. Per questo ritengo che lo strumento cooperativo, per quanto fondi le sue radici nel passato, sia oggi uno dei modelli più evoluti per affrontare l’innovazione.
Il mondo cooperativo si fonda su un’etica condivisa e su una tensione costante verso il benessere collettivo. Ma nell’attuale contesto di digitalizzazione crescente e con l’irruzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e decisionali, come può il modello cooperativo intervenire in modo originale e incisivo?
Mattia Rossi: È una domanda cruciale, che ci porta al cuore del nostro lavoro. I principi etici non sono valori assoluti e immutabili. Diventano universali solo quando una società li riconosce e li assume. E in momenti di profonda trasformazione – come quello che stiamo vivendo – ciò che è considerato etico per alcuni può apparire del tutto irrilevante, o persino contrario, per altri. Basti pensare a come, in passato, fosse naturale affrontare i conflitti attraverso la politica, mentre oggi assistiamo a una tendenza, anche retorica, a legittimare l’aggressione come modalità di risposta. È un esempio estremo, ma rende l’idea di quanto il terreno dell’etica sia oggi mobile. Questo vale anche per noi cooperatori. I principi cooperativi sono diventati etici nel momento in cui si è formato un pensiero capace di renderli riconoscibili e condivisi. Quando, a metà Ottocento, si parlava per la prima volta di uguaglianza, di redistribuzione, di accesso collettivo ai beni e ai mezzi di produzione, non si trattava di concetti largamente accettati. La cooperazione ha contribuito a dare forma a quell’etica.
Ora ci troviamo di fronte a uno stravolgimento simile. Ciò che fino a ieri consideravamo acquisito oggi è rimesso in discussione. Per questo, sentiamo l’urgenza di rivedere i nostri stessi riferimenti. È da qui che nasce la Biennale: dalla volontà di interrogarci, di capire se i principi che hanno fondato la cooperazione abbiano ancora validità oggi, e se possano essere condivisi anche da soggetti che non si riconoscono formalmente nella forma cooperativa. Può darsi che emergano somiglianze, convergenze. E allora potremmo scoprire che esistono altre forme di impresa, altre modalità organizzative, che condividono con noi una visione del mondo. È un passaggio fondamentale. Perché più che difendere un modello, oggi dobbiamo costruire un pensiero. Un’estetica, se si vuole. E se questa estetica sarà condivisa, allora sarà possibile costruire nuove alleanze, nuove forme di cooperazione anche con chi viene da percorsi diversi. Ma tutto comincia dai principi. Ripensarli, attualizzarli, capire se appartengono solo al nostro mondo o se possono diventare patrimonio comune. È un dovere. Se non lo facciamo, manchiamo alla nostra responsabilità storica.
Legacoop ha una lunga tradizione nel promuovere l’economia cooperativa a livello territoriale, con l’obiettivo di intercettare e rispondere ai bisogni delle comunità e dei propri cooperatori. Come sappiamo, i bisogni cambiano nel tempo, si trasformano, e con essi anche i modi per affrontarli. È dunque necessario aggiornare periodicamente le forme di intervento e i riferimenti valoriali del movimento cooperativo, per restare aderenti alla realtà e incisivi nelle risposte. Nel concreto, quali azioni sta mettendo in campo Legacoop Liguria per integrare l’innovazione tecnologica all’interno del tessuto cooperativo?
Mattia Rossi: La prima cosa che dobbiamo chiederci è se le cooperative sono davvero consapevoli della portata della trasformazione in corso. Perché il rischio è che si sottovaluti quanto sia già cambiato lo scenario. La transizione digitale è iniziata ben prima che ne prendessimo pienamente coscienza, ed è stato il trauma collettivo della pandemia – con lo shock del lockdown – a renderla improvvisamente evidente. Oggi ci troviamo già “dall’altra parte”, e il punto non è più solo affrontare il passaggio, ma capire come farlo in modo coerente con i nostri principi. Per questo lavoriamo molto sulla consapevolezza, attraverso strumenti di valutazione come quelli sviluppati dalla Fondazione Pico. Uno di questi è DigitalAce, che consente alle cooperative di fare una sorta di autovalutazione sul proprio grado di digitalizzazione. Ma non ci fermiamo lì, perché il nostro obiettivo è accompagnare le cooperative anche nella fase successiva: quella dell’immaginazione, della riprogettazione dei processi. Le aiutiamo a rivedere le modalità con cui lavorano, a interrogarsi su come integrare l’innovazione nei loro percorsi. Facilitiamo, inoltre, il dialogo con i portatori di innovazione: centri di ricerca, università, attori pubblici e privati. Qui in Liguria abbiamo la fortuna di poter contare su un ecosistema ricco: penso all’Istituto Italiano di Tecnologia, alla rete RAISE (Robotics and AI for Socio-economic Empowerment), ai dipartimenti universitari. Con loro costruiamo connessioni, progetti comuni, dottorati, percorsi di alta formazione. Il nostro è un lavoro di facilitazione delle relazioni e di accelerazione dei processi. È tutto parte da una convinzione: l’innovazione non deve essere subita, ma co-costruita.
Anche la Biennale si inserisce esattamente in questo lavoro: un luogo di confronto, ma anche di formazione e di costruzione condivisa, in cui mettere in dialogo l’innovazione tecnologica con i valori della cooperazione. In quest’ottica, la Biennale non è soltanto un evento di due giorni, ma un percorso già avviato, che vuole proseguire ben oltre il calendario ufficiale. Quali sono, in questo senso, gli obiettivi principali dell’edizione genovese e come si collocano nel contesto più ampio delle trasformazioni digitali e sociali in atto?
Mattia Rossi: Gli obiettivi sono ambiziosi, e non potrebbe essere altrimenti. La nostra intenzione è che da Genova prenda forma un’elaborazione collettiva di pensiero, anche in termini di nuovo pensiero economico. Qualsiasi teoria economica, del resto, parte da una visione del mondo. E una visione del mondo si costruisce a partire da principi. È per questo che la Biennale avrà un impianto esplicitamente filosofico. Ci chiederemo quali siano oggi i principi che orientano l’agire imprenditoriale, e in particolare quello cooperativo. Cosa significa, oggi, essere cooperatore? Quali sono le responsabilità che comporta? Quale modello economico può rispondere ai bisogni più diffusi della popolazione? La cooperazione è una delle poche forme d’impresa che condivide principi a livello globale, e che riesce a coniugare dimensione economica e finalità sociale. Ma per rafforzare questo modello, bisogna tornare alle fondamenta: discutere insieme i valori, le finalità, il senso stesso dell’agire collettivo.
Parleremo di giustizia, di bellezza, di utilità. E lo faremo non in astratto, ma a partire da un confronto multidisciplinare, di cui il comitato scientifico che presiedi è l’espressione: accanto ai filosofi, ci saranno economisti, ingegneri, esperti di estetica. Perché affrontare il tema dell’innovazione non significa solo aggiornare strumenti o acquisire competenze: significa riflettere su quali visioni del mondo guidano l’uso delle tecnologie. Una digitalizzazione ispirata ai principi cooperativi non è la stessa cosa di una digitalizzazione guidata dal profitto. Cambia il fine, cambia la logica. Cambia l’idea stessa di bene e di servizio. Pensiamo, ad esempio, ai prodotti che nascono da processi tecnologici avanzati: se l’obiettivo è massimizzarne la distribuzione e l’impatto positivo sulla collettività, allora ha senso immaginarli dentro un modello cooperativo. Se invece il fine è rispondere solo all’interesse di chi li produce, siamo di fronte a tutt’altro paradigma.
Per questo ci confrontiamo anche con l’arte, con la musica, con l’estetica. Abbiamo coinvolto l’Accademia Ligustica di Belle Arti, stiamo valutando il coinvolgimento della Casa Paganini, proprio perché crediamo che la bellezza – non intesa come estetica di consumo, ma come esperienza accessibile e condivisa – sia parte integrante della giustizia sociale. L’ingiustizia estetica è reale. E l’intelligenza artificiale, se ben orientata, può aiutarci a restituire bellezza, accessibilità, dignità. Infine, c’è il tema del linguaggio. Discuteremo anche di questo: servono parole nuove, modi nuovi per nominare il mondo, per includere, per immaginare. L’inclusività – anche linguistica – sarà parte del nostro lavoro. Non un aspetto secondario, ma parte integrante della trasformazione che vogliamo costruire.
Quanto emerge finora restituisce bene l’intreccio profondo tra filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale, che non a caso dà anche il titolo alla tappa genovese della Biennale dell’Economia Cooperativa. Ciò che la rende particolarmente significativa, però, è anche la varietà degli interlocutori coinvolti: rappresentanti dell’impresa cooperativa e di quella profit, accademici, ricercatori, sviluppatori, professionisti, studenti. Un dialogo trasversale, che non si esaurirà nei due giorni di febbraio, ma che vuole proseguire nel tempo, generando riflessione e progettualità. Come possono questi mondi così diversi interagire per promuovere un’innovazione tecnologica coerente con i valori cooperativi e, insieme, contribuire a costruire una società più giusta, inclusiva e accessibile?
Mattia Rossi: Uno dei progetti su cui stiamo lavorando con convinzione è la creazione di una “cooperativa dei dati”, che potremmo anche definire una cooperativa dei titolari del dato. Non siamo gli unici: ci stanno lavorando anche la Fondazione Barberini, alcune università, e diversi gruppi di studiosi. Ma ciò che ci distingue è la possibilità di partire da una base sociale già esistente, ampia, attiva, che può costituire il cuore di un modello cooperativo capace di rimettere i dati nelle mani delle persone. La Biennale è un’occasione per mettere insieme tutte le competenze necessarie – dagli sviluppatori ai filosofi, dagli economisti ai giuristi – e interrogarsi su come costruire un prodotto che non solo sia tecnicamente efficace, ma anche eticamente orientato. Un prodotto il cui algoritmo sia allenato non su logiche di massimizzazione del profitto, ma su principi cooperativi. E cioè: inclusività, trasparenza, democrazia. Sono questi i principi che, se ben tradotti in architettura tecnologica, possono generare servizi realmente rivolti all’interesse collettivo. Ma non basta definire il fine, bisogna anche pensare alla governance. E la governance cooperativa, fondata sul principio “una testa, un voto”, è l’unico modello oggi in grado di garantire un controllo realmente democratico sull’uso dei dati. In un’epoca in cui l’accesso ai beni immateriali – come le informazioni – rischia di essere sempre più diseguale e costoso, garantire una distribuzione ampia delle risorse digitali è un obiettivo politico oltre che cooperativo. In fondo, si tratta di ritornare alle origini. Penso spesso ai pionieri di Rochdale (sobborgo di Manchester dove nacque nel 1844 la prima cooperativa, ndr) che si misero insieme per acquistare beni essenziali a condizioni eque. Oggi il nuovo “bene essenziale” è il dato: per accedere a servizi fondamentali come l’istruzione o la sanità, per essere riconosciuti, per non essere esclusi. La nuova frontiera della mutualità passa da qui.
E poi c’è un tema che per noi è fondamentale: il diritto a essere informati e formati. È il quinto principio cooperativo. Infatti, non possiamo parlare di inclusione se non diamo a tutti gli strumenti per comprendere cosa c’è dietro un prodotto, un servizio, un algoritmo. Chi ha costruito quel sistema? Quali interessi rappresenta? Quali logiche incorpora? E dunque, cosa sta accadendo oggi, concretamente? La redistribuzione della ricchezza si è improvvisamente contratta: una minoranza esigua di oligarchi detiene – grazie a disponibilità finanziarie enormi rispetto al resto dell’umanità – il controllo sulle sorti del pianeta. Viviamo un’epoca paradossale, in cui l’innovazione tecnologica – che dovrebbe aprire spazi di libertà – rischia di diventare uno strumento di conservazione. Le tecnologie più avanzate vengono usate per rafforzare poteri già consolidati, per escludere, per orientare il consenso in modo opaco. Un solo soggetto controlla social network, dati, trasporti, tecnologie militari avanzate e persino la ricerca spaziale. È l’emblema più evidente di questa deriva. In questo scenario, la cooperazione rappresenta l’antitesi della direzione distorta che la storia ha imboccato – e forse anche l’unica risposta possibile. La democrazia stessa è messa in discussione, spesso proprio in nome della democrazia. È un meccanismo che andrebbe compreso fino in fondo. Per questo serve un pensiero forte, serve filosofia, e serve che la politica torni ad avere una funzione di indirizzo, a partire da quei principi fondamentali che, storicamente, hanno reso possibile la convivenza democratica. In questo senso, la Biennale vuole essere anche un esercizio di consapevolezza collettiva.
Alla luce di tutto questo, la Biennale non si propone soltanto di discutere il ruolo dell’intelligenza artificiale in chiave cooperativa, ma di immaginare come le tecnologie possano essere messe a servizio di un’idea di società più equa, accessibile, inclusiva. Penso ad esempio alla possibilità di usare questi strumenti per costruire servizi realmente fruibili anche da chi è in condizione di fragilità – sociale, fisica o cognitiva. E questo è proprio uno dei percorsi che stiamo sviluppando nel comitato scientifico. Chiudiamo con uno sguardo al futuro: cosa ti auguri che resti, concretamente, dopo la Biennale?
Mattia Rossi: Mi auguro che resti, innanzitutto, un metodo: quello di mettere insieme pensieri e saperi diversi. Filosofia, tecnica, ricerca, arte, tutti questi ambiti devono imparare a dialogare per generare progettualità nuove. E, naturalmente, mi auguro che resti una rete fatta di persone, di organizzazioni, di comunità capaci di pensare e agire insieme. Da Genova vorremmo che partisse un percorso capace di ispirare anche altre città, altri contesti. Del resto, Genova è sempre stata un luogo di pensiero, di creatività, di passaggi cruciali. La nostra ambizione è quella di costruire uno spazio permanente di elaborazione, confronto e azione, a partire proprio dalle esperienze della Biennale. Concretamente, questo significa anche lavorare a progetti pilota. Penso, per esempio, a un’applicazione predittiva nel campo della prevenzione sanitaria, sviluppata da una cooperativa già attiva sul territorio. Penso a percorsi formativi che uniscano chi programma l’algoritmo e chi ne analizza le implicazioni filosofiche. Penso a un’osmosi reale tra il mondo dell’impresa, la cooperazione, l’università, la ricerca. E poi, più in profondità, mi auguro che questa Biennale contribuisca a rimettere al centro una questione troppo spesso trascurata: la redistribuzione del valore. Che non è solo redistribuzione di risorse economiche, ma anche di conoscenza, di potere, di accesso. Questo, per me, è il vero obiettivo: costruire alleanze nuove orientate a una visione comune, in cui l’economia sia uno strumento e non un fine.