Intersezionalità, classificazione e “data gap”
- 05 Luglio 2021

Intersezionalità, classificazione e “data gap”

Scritto da Lorenzo Cattani

10 minuti di lettura

«Chinaman is not the preferred nomenclature. Asian-American, please». In questa frase, pronunciata dal personaggio di Walter Sobchak nel Grande Lebowski, possiamo trovare un passaggio fondamentale relativo alle potenzialità, e criticità, di un concetto di grande importanza: l’intersezionalità. Nel corso degli ultimi trent’anni, l’intersezionalità si è affermata nel mondo accademico così come nel dibattito pubblico. Nonostante il consenso che ha riscosso in quanto concetto teorico, vi sono ancora molte criticità da considerare sul versante empirico, con diverse problematiche che sollevano questioni importanti non solo per la ricerca, ma anche per l’avanzamento del dibattito pubblico.

L’articolo si svilupperà nel seguente modo. Prima verrà fornita una definizione di intersezionalità, inquadrandone la genesi. In seguito, verranno esplorate le implicazioni metodologiche che comporta l’impiego di questo concetto, soprattutto per quanto riguarda la pratica della classificazione e il problema del “data gap”. Infine, verrà proposta una discussione che cerca di problematizzare le criticità sollevate.

 

Intersezionalità: genesi e definizione

Il termine intersezionalità è stato coniato da Kimberlé Crenshaw nel 1989, ma le problematiche relative ai fenomeni che gli studi intersezionali si propongono di analizzare vengono sollevate dal XIX secolo. Nel 1851, Sojourner Truth, attivista femminista e antiabolizionista (nata in schiavitù, da cui si sarebbe liberata nel 1826), tiene un discorso alla Women’s Rights Convention dove emergono gli elementi principali dell’intersezionalità.

«Quell’uomo sta dicendo che le donne hanno bisogno di essere aiutate a salire su delle carrozze, a uscire dai fossati, per trovare un posto migliore dove vivere. Non mi ha aiutata mai nessuno a salire su una carrozza, o a uscire dalle pozze di fango, e nessuno mi ha mai offerto un posto migliore […] E non sono forse una donna? Guardatemi. Guardate le mie braccia! Ho lavorato nelle piantagioni e ho coltivato i campi mettendo il fieno nei fienili e nessun uomo mi ha mai aiutata! E non sono, forse, una donna? […] Ho arato, e piantato, e raccolto in granai, e nessun uomo potrebbe tenermi testa! Potrei lavorare e mangiare – se avessi [cibo] a sufficienza –quanto un uomo, e sopportare anche la frusta! E non sono, forse, una donna? Ho dato alla luce tredici bambini e visto la maggior parte di loro essere venduta come schiava, e quando ho gridato il dolore di una madre nessuno mi ha ascoltato, tranne Gesù. E non sono, forse, una donna?»[1]

In questo passaggio Truth porta avanti una decostruzione radicale del concetto di genere e delle categorie con cui questo viene accompagnato. Truth espone la credenza secondo cui le donne debbano essere trattate come persone più deboli degli uomini, mostrando contemporaneamente come questa credenza si scontri con quella secondo cui le schiave non siano “vere donne”. In queste righe possiamo vedere quindi come l’esperienza delle donne afroamericane fornisca una prospettiva unica sui rapporti di potere e di dominio.

Lo stesso ragionamento è stato elaborato Crenshaw, autrice di uno degli articoli in materia più importanti degli ultimi decenni. L’argomento sviluppato nell’articolo è proprio quello per cui la condizione delle donne afroamericane non possa essere colta né dalla teoria femminista, né da quella antirazzista, che fino a quel momento non si erano poste il problema di come il genere e l’etnia potessero interagire nel produrre schemi di discriminazione difficili da cogliere con solo una delle due lenti.

Nel suo articolo, Crenshaw mostra gli effetti del mancato riconoscimento di questa interazione in una varietà di casi, tutti legati al modo in cui le storie delle donne afroamericane sono state inquadrate e interpretate dai tribunali in relazione all’applicazione del Civil Rights Act del 1964[2]. In questo articolo verrà riportato il caso DeGraffenreid v. General Motors. In questo caso, cinque donne afroamericane fecero causa alla General Motors, che durante la recessione degli anni Settanta licenziò molti lavoratori. I licenziamenti erano stati decisi in base ad un criterio di anzianità, ma dal momento che prima del 1964 l’azienda non aveva mai assunto donne afroamericane, tutte le donne afroamericane assunte dopo il 1970 persero il lavoro. Questo portò alla class action del 1976, che venne persa dalle querelanti. La motivazione fu che non ci fossero le basi per sostenere l’esistenza di una discriminazione di genere poiché l’azienda aveva assunto donne diversi anni prima dell’approvazione del Civil Rights Act. Il fatto che si parlasse solo di donne bianche non venne però preso in considerazione. Allo stesso tempo, il tribunale rigettò l’argomentazione legata alla discriminazione su basi etniche, sostenendo anche che la creazione di nuove minoranze protette avrebbe aperto un “vaso di Pandora”.

Il concetto fondamentale è che il tribunale inquadrava l’esperienza delle minoranze come qualcosa che coinvolgeva unicamente donne bianche e uomini afroamericani, pertanto le querelanti non potevano chiedere il riconoscimento di una discriminazione ai loro danni in quanto donne afroamericane.

L’intersezionalità mira quindi a riconoscere la natura sovrapposta dei sistemi di discriminazione e dominio, sostenendo che non esista un solo tipo di oppressione ma più tipi, che producono a loro volta più forme di disuguaglianza. Così facendo, adotta una prospettiva critica verso un ordine sociale imposto dall’alto a cui tenta di rispondere con un approccio alternativo, dal basso, indirizzato a far emergere esperienze di gruppi non studiati in precedenza. Non a caso l’intersezionalità nasce all’interno del black feminism e deve molto anche al pensiero post-strutturalista di autori come Jacques Derrida e Michel Foucault.

 

Classificazione e “data gap”: perché l’intersezionalità è necessaria

Émile Durkheim è stato probabilmente il primo a riconoscere la natura eminentemente sociale della classificazione[3]. La classificazione sociale può essere vista come un’azione volta a dare ordine tramite la creazione di gruppi (classi), al cui interno vengono inserite unità che condividono una serie di caratteristiche. Status socioeconomico, genere, nazionalità, lingua, territorio, sono fra i criteri più comuni per costruire categorie, o per creare sottoclassi all’interno di classi già istituite. Classificare significa anche gerarchizzare. Prendiamo ad esempio il modo in cui l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) classifica le professioni tramite il codice ISCO-08. L’ILO classifica le professioni utilizzando il criterio del “lavoro” e delle “competenze”: il lavoro è definito come l’insieme di mansioni svolte da una persona sia in qualità di lavoratore dipendente che di datore di lavoro, le competenze riguardano invece l’abilità con cui il lavoratore svolge le suddette mansioni. Qui abbiamo due criteri “classificanti”, di cui uno è usato per inserire una gerarchia nelle professioni. Usando due sotto-criteri, livello di competenze e specializzazione delle competenze, l’ILO suddivide le professioni in macro-gruppi, la cui gerarchia è derivata dal grado di abilità nello svolgimento delle mansioni. L’ILO è quindi in grado di distinguere professioni con un livello di competenze alto (manager, professionisti, tecnici), medio (impiegati, lavoratori dei servizi, professioni agricole, professioni industriali), e basso (professioni elementari).

È naturale che inserendo una gerarchia si facciano distinzioni in base allo status di determinate categorie. Questo fa capire due cose. Da un lato, la classificazione ha un chiaro impatto sulla strutturazione delle disuguaglianze, dall’altro è chiaro che è naturalmente incline a riprodurre rapporti di forza e disuguaglianze di potere. Si potrebbe quindi inquadrare la classificazione come una pratica che legittima le disuguaglianze esistenti, essendone a sua volta espressione. Tuttavia, se appartenere ad una categoria con più o meno status è importante, lo è ancora di più appartenere ad una qualunque categoria[4]. Essere inseriti in una categoria è cruciale, perché al di fuori dei suoi limiti si è sostanzialmente invisibili. La mancata inclusione di determinati gruppi negli schemi classificatori esistenti implica innanzitutto un deficit di rappresentanza e visibilità.

Prendiamo il caso dei primi test per misurare il quoziente intellettivo negli USA, svolti nei primi anni del Novecento, a cui vennero apportate modifiche negli anni successivi, soprattutto da parte di Henry Goddard e Lewis Terman nel 1916. Le modifiche introdotte da Goddard e Terman erano distorte dalla composizione del campione originario sui cui erano stati condotti i test: persone bianche della classe media[5]. Il test era stato quindi disegnato per un gruppo molto specifico, ignorando che la performance peggiore delle minoranze o di persone con estrazione sociale più bassa potesse essere influenzata da bias di vario tipo. Queste sono le conseguenze dell’invisibilità di tutti quei gruppi che sfuggono ai criteri “ortodossi” di classificazione. Ad oggi il problema dell’efficacia dei test standardizzati, non solo per misurare il QI ma anche per accedere all’università, è tutt’altro che risolto negli Stati Uniti, a dimostrazione di quanto complessa sia questa tematica specifica[6].

Il problema dell’invisibilità si coglie anche studiando i dati censuari o le rilevazioni campionarie effettuate dagli istituti nazionali di statistica o da Eurostat. Ad esempio, le rilevazioni sulle forze di lavoro, armonizzate da Eurostat e inserite nella Labour Force Survey (EU-LFS), uno dei dataset europei più importanti, non includono informazioni dettagliate sull’etnia. Osservando i dati sulla Francia, un Paese dove è lecito aspettarsi una diversità etnica abbastanza forte, si nota che circa il 94% del campione è etichettato come “National / Native of own Country”.Intersezionalità

La stessa situazione può essere rinvenuta anche nel caso italiano, un Paese che ha criteri diversi da quelli impiegati dalla Francia nell’attribuzione della nazionalità.Intersezionalità

È chiara qual è l’implicazione principale di questa condizione di invisibilità: il “data gap”. In questo caso non è possibile elaborare questi dati ottenendo delle disaggregazioni rilevanti per etnia. Così facendo, non si possono avere, ad esempio, informazioni sulla condizione occupazionale di determinati gruppi, quanto guadagnano, con quali contratti lavorano. La LFS ha affrontato la questione con un modulo ad hoc del 2014, ma la mancata inclusione dell’etnia fra le variabili rilevate ogni anno solleva inevitabilmente delle criticità.

Il “data gap” non è sempre legato alla mancata classificazione. Il caso del genere è da questo punto di vista emblematico. Come sostiene Caroline Criado-Perez, infatti, la mancanza di dati disaggregati per sesso legittima e aumenta le disuguaglianze di genere[7]. Quindi, il data gap può prodursi anche quando un gruppo rientra nella classificazione, ma è una certezza per chi non vi rientra.

Ecco che possiamo vedere l’intersezionalità non solo come teoria sulla sovrapposizione dei sistemi di oppressione e discriminazione, ma anche e soprattutto come metodologia che, lavorando ai margini delle categorie esistenti, si pone l’obiettivo di portare alla luce l’esperienza di gruppi precedentemente ignorati. Questo viene fatto con i tre strumenti analitici che possiamo definire come le “basi” dell’intersezionalità, cioè classe sociale, genere, ed etnia. Le intersezioni di queste tre categorie vengono poi accompagnate da scelte di contesto specifiche. Ad esempio, si possono studiare le pratiche antidiscriminatorie nei confronti di gay e lesbiche all’interno del settore pubblico[8], piuttosto che le disuguaglianze che il capitalismo green crea fra gli immigrati che lavorano nel settore dello smaltimento dei rifiuti[9]. Il risultato è quindi un approccio metodologico bottom up, che cerca di illuminare la condizione di gruppi che non verrebbe catturata da criteri di categorizzazione top down.

 

 Il rapporto con le categorie tradizionali: una sintesi possibile?

Nelle sezioni precedenti, l’intersezionalità è stata introdotta come un metodo che lavora dal basso, con lo scopo di far luce sulla condizione di gruppi soggetti a regimi di discriminazione e oppressione sovrapposti e intrecciati. Questo porta inevitabilmente ad una tensione fra “il basso e l’alto”, ovvero nel modo in cui l’intersezionalità si rapporta con le categorie esistenti, che per convenienza verranno chiamate “tradizionali”. Nello specifico, gli studi intersezionali devono sempre affrontare il tema del grado di scetticismo con cui si relazionano con le categorie tradizionali. Quando si affronta questo tema, bisogna considerare che nel momento in cui una categoria si legittima, ad esempio tramite la legge, si “naturalizza”. Il risultato è una “prospettiva sulle prospettive”, un punto di vista universale superiore e più completo di tutti gli altri. La genesi delle categorie tradizionali rimanda a quella dello Stato, che Pierre Bourdieu definisce così:

«Il […] colpo di mano simbolico che consiste nel fare accettare universalmente, nei limiti di un certo ambito territoriale che si costruisce attraverso la strutturazione di tale punto di vista dominante, l’idea secondo cui non tutti i punti di vista si equivalgono, ma ne esiste uno, dominante e legittimo, che è la misura di tutti gli altri»[10]

L’intersezionalità agisce in maniera opposta, cercando di mostrare come esista una molteplicità di punti di vista non considerati dalla prospettiva “universale”, la quale è a sua volta il prodotto di un punto di vista particolare, quello dei dominanti. Ad esempio, Judith Butler afferma che la critica femminista deve porsi il problema di come la categoria “donne” viene prodotta e ristretta dalle stesse strutture di potere tramite cui cerca di emanciparsi[11]. Riprendendo Foucault, Butler afferma che la costruzione giuridica del soggetto avviene tramite pratiche esclusorie e restrittive nascoste dietro le pieghe della legge che, usata per giustificare tali pratiche di categorizzazione, stabilisce così la sua egemonia. Questo ragionamento è chiaro quando si considera il lavoro di Krenshaw sulle sentenze dei tribunali. Nel caso della General Motors, le lavoratrici avrebbero potuto ottenere una forma di protezione in quanto donne solo se fossero state bianche, perché l’identità delle donne in quanto “categoria protetta” non prevedeva che la condizione delle donne afroamericane fosse diversa da quella delle donne bianche.

Questo è un passaggio molto delicato, dal momento che l’intersezionalità si pone spesso come obiettivo la decostruzione delle categorie tradizionali. Anche quando la decostruzione non è l’obiettivo primario, le ricerche intersezionali mirano spesso a “mettere tensione” su come una categoria è costruita. Tuttavia, come sostiene Leslie McCall, questo porta spesso ad ignorare le relazioni fra categorie[12]. Ad esempio, gli studi intersezionali fanno più fatica a comparare la condizione femminile in gruppi occupazionali diversi, come colletti blu e manager, mentre sono più inclini a indagare le discriminazioni nel settore del trasporto merci, studiando le differenze di genere in quel contesto specifico. Questo perché nel primo caso bisognerebbe affidarsi, tendenzialmente, all’uso di grandi dataset, i cui dati sono stati raccolti da altre persone.

È quindi necessaria una profonda riflessione metodologica che cerchi di superare queste criticità. Un punto di partenza interessante potrebbe essere l’adozione di approcci che integrano l’analisi qualitativa (etnografia, interviste, storie di vita) con quella quantitativa. In particolar modo, potrebbe essere molto utile pensare a come creare dataset più intersezionali, a partire dai criteri con cui vengono condotte le rilevazioni statistiche.

Uscendo dalla dimensione scientifica, emerge anche la grande sfida per i corpi intermedi di ricostruire legami di solidarietà sociale fra gruppi che sperimentano forme di oppressione differenti. Discostandoci dalla prospettiva foucaultiana, più che “resistere alla classificazione” bisognerebbe agire sui rapporti di forza che danno vita alle categorie. Probabilmente, più che aggiungere categorie nuove a quelle esistenti, bisognerà riflettere su come modificare le categorie tradizionali. Tuttavia, questo può essere fatto solo dopo aver riconosciuto la natura conflittuale e le asimmetrie di potere che si celano dietro questi processi. Intersezionalità e solidarietà sono due elementi cruciali per il futuro, e sarà nella saldatura fra questi due concetti che l’azione dei corpi intermedi dovrà concentrarsi.


[1] S. Truth, Ain’t I A Woman?, Penguin, Londra 2020.

[2] K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, «University of Chicago Legal Forum», Vol. 1989 No. 1.

[3] É. Durkheim, The Elementary Forms of Religious Life, trad. C. Cosman, Oxford University Press, Oxford 2008.

[4] E. G. Pontikes, Emerging Trends: Social Classification, Emerging Trends in the Social and Behavioral Sciences, «American Cancer Society», 2015, pp. 1-15.

[5] K. Laundra e T. Sutton, You Think You Know Ghetto? Contemporizing the Dove ‘Black IQ Test’, «Teaching Sociology», SAGE, 2008, Vol. 36 No. 4, pp. 366–377.

[6] N. López, C. Erwin, M. Binder, e M. J. Chavez,  Making the invisible visible: advancing quantitative methods in higher education using critical race theory and intersectionality, «Race Ethnicity and Education», Routledge, 2018, Vol. 21 No. 2, pp. 180–207.

[7] Un caso interessante è la mancanza di dati disaggregati sugli spostamenti urbani tramite mezzi pubblici, che non permette di capire come la rete urbana di trasporto pubblico sia disegnata “a misura d’uomo”, nonostante la maggior parte dei fruitori di tale rete siano soprattutto le donne.

[8] F. Colgan e T. Wright, Lesbian, Gay and Bisexual Equality in a Modernizing Public Sector 1997–2010: Opportunities and Threats, «Gender, Work & Organization», 2011, Vol. 18 No. 5, pp. 548–570.

[9] V. Bonatti e Z. Gille, Changing Registers of Visibility: Immigrant Labor and Waste Work in Naples, Italy, «International Labor and Working-Class History», Cambridge University Press, 2019, Vol. 95, pp. 114–129.

[10] P. Bourdieu, Sullo Stato. Corso al Collège de France. Volume I, Feltrinelli, Milano 2013.

[11] J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York 1990.

[12] L. McCall, The Complexity of Intersectionality, «Signs: Journal of Women in Culture and Society», 2005, Vol. 30 No. 3, pp. 1771–1800.

Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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