Intervista a Emanuele Macaluso
- 07 Aprile 2015

Intervista a Emanuele Macaluso

Scritto da Matteo Giordano, Tommaso Sasso

13 minuti di lettura

Reading Time: 13 minutes

In seguito al contributo di Reichlin pubblicato la settimana scorsa, inizia con questa una serie di conversazioni e interviste svolte da due membri romani di Pandora, Matteo Giordano e Tommaso Sasso. Il loro proposito è stato quello di raccogliere idee, suggestioni e spunti da personalità della sinistra italiana.

Il taglio delle interviste esclude domande di attualità per come viene generalmente intesa. Queste, incentrate sulle prospettive della sinistra, rimandano principalmente alla crisi della modernità in atto, allo scenario europeo e all’interpretazione degli esiti della pluridecennale egemonia neoconservatrice. A seconda dei casi, le domande vertono anche sulla biografia politica degli intervistati.

Gli intervistati sono dirigenti storici del Partito Comunista Italiano, intellettuali e parlamentari.


Domanda: A 16 anni ti sei ammalato di tubercolosi e sei stato ricoverato in sanatorio con una prognosi di pochi mesi di vita. Hai più volte raccontato di essere diventato comunista proprio in quella circostanza così drammatica. Come maturasti la tua ‘scelta di vita’?

Risposta: Premetto che avevo già sviluppato una forte avversione al fascismo, autonomamente con i miei compagni di scuola. Frequentavo l’istituto tecnico minerario, dove andavano i figli di operai. Lì ho cominciato a sollecitare quei giovani a orientarsi contro il fascismo. Tenete conto che io abitavo in una zona dove vivevano i minatori, avevo quindi maturato una ribellione per le condizioni in cui viveva la gente nella mia città. C’era fame, miseria, c’erano stati volontari andati in Spagna perché affamati.
Dunque, quando arrivai in sanatorio avevo già maturato un mio convincimento di sinistra. Un giovane che io conoscevo, di nome Giannone, figlio del libraio di Caltanissetta, che era un po’ più grande di me, e che aveva già aderito alla cellula comunista locale, fu l’unico a venirmi a trovare. Un gesto raro, dal momento che si credeva la tubercolosi contagiosa. Mi disse “io conosco i tuoi orientamenti, conosco il tuo pensiero, se vuoi lottare attivamente l’unica organizzazione che ha una forza e una presenza a Caltanissetta è la cellula del partito comunista”. Io accettai, mi diede un recapito che andai a trovare una volta uscito. Si trattava di un anziano operaio, che era stato in carcere con Terracini, di nome Calogero Boccadutri. Mi presentai e da lì cominciò la mia attività clandestina nel partito. Avevo 17 anni, era il 1941.

Domanda: Pochi anni dopo, avevi 23 anni, Di Vittorio ti nominò Segretario generale della Cgil siciliana. Toccò a te tenere il primo comizio a seguito della strage di Portella della ginestra. Ripercorrendo brevemente la tua esperienza sindacale, vorremmo anche un accenno circa il ruolo avuto da Cosa nostra nel contrasto al movimento operaio.

Risposta: Prima di andare a dirigere la Cgil in Sicilia avevo fatto il segretario della Camera del lavoro di Caltanissetta, prima ancora avevo preso parte all’organizzazione dell’occupazione delle terre. Avevo un’esperienza maturata tra il ’43 e il ’44 organizzando il sindacato, i lavoratori, le lotte contadine. Nel settembre ’44 accompagnai Li Causi, membro della direzione nazionale del partito, siciliano che aveva studiato a Venezia a Ca Foscari, che era stato con Gramsci all’Unità, e che aveva passato 15 anni tra carcere e confino. Togliatti lo mandò in Sicilia, perché lì c’era un forte e violento movimento separatista e un movimento contadino senza una guida, un movimento comunista senza una guida. Io nel ’44 con altri giovani lo accompagnai a Villalba a fare un comizio e a sfidare il capo della mafia locale, Calogero Vizzini, e lì ebbe luogo la prima sparatoria: ferirono Li Causi a una gamba, che restò claudicante tutta la vita. Ebbi quindi allora il primo impatto con Cosa nostra.
Dirigendo la Camera del Lavoro, centro della lotta dei contadini e degli zolfatari, avevo fatto le ossa pur avendo solo 23 anni. Quando si indisse il congresso della Cgil siciliana nel ’47 di Vittorio mi chiese di assumerne la guida. Ricordiamo che allora vigeva l’unità sindacale. Il ’47 fu uno degli anni più significativi per la vicenda politica siciliana perché il 20 aprile c’erano state le prime elezioni regionali, che avevano visto un forte successo della sinistra. Il 1 maggio ci fu la strage di Portella della ginestra: fu un atto di straordinaria intimidazione nei confronti del movimento contadino e di tutta la sinistra, frutto di un intreccio di potere tra la mafia, le forze reazionarie e l’apparato poliziesco. Nel 1948 dopo le elezioni politiche io feci il primo comizio a Portella della Ginestra, con grande partecipazione dei lavoratori di Piana degli albanesi, di San Giuseppe Jato e San Cipirello. Il senso era di non scoraggiare il movimento di fronte alla strage e di fronte alla sconfitta elettorale del ’48. Fu un segnale che volli dare ai compagni invitandoli al contrattacco. Così fu: il movimento contadino si riprese, seguito da quello operaio. A Palermo ci fu ad esempio l’occupazione per 40 giorni di un cantiere navale.

Domanda: Parli dell’occupazione del cantiere navale di Palermo a seguito della quale incontrasti per la prima volta Togliatti?

Risposta: Lo ricordo perché Togliatti era preoccupato. Temeva che se dopo la sconfitta elettorale fosse seguita a Palermo una sconfitta nelle fabbriche avremmo subito un arretramento molto serio e chiese a Li Causi di incontrarmi per capire meglio cosa stesse accadendo. Lo incontrai insieme a Roveda, segretario nazionale Fiom: mi chiese se non fosse stato un azzardo un’occupazione di quel tipo. Lo rassicurai circa la compattezza di tutti gli operai. Togliatti mi consigliò di essere prudente, mi disse che una sconfitta sarebbe stata un pericolo per l’intero movimento. Tuttavia quella lotta si concluse bene, e io credo che da lì ripartì poi una ripresa generale della sinistra.

Domanda: 10 anni dopo, nel ’58, da segretario del Pci in Sicilia sei stato regista del Milazzismo. Operazione che per certi versi anticipò di quasi 20 anni lo schema su cui nacque il III Governo Andreotti. Quali furono gli obiettivi che ispirarono quell’esperimento?

Risposta: Nel ’56 lasciai la Cgil perché Paolo Bufalini, vicesegretario del partito, andava sostituito [Bufalini fu vicesegretario Pci in Sicilia fino al ’57. L’esigenza a cui fa riferimento Macaluso si deve al suo ingresso nel ’56 nella segreteria nazionale del partito, NdA]. Assunsi dunque la direzione del Pci in Sicilia. Tenete conto che io ero anche deputato regionale dal 1951, deputato a quello che allora si chiamava Parlamento siciliano, ai tempi ancora una cosa seria e importante.
Quel che accadde nel ’58 non si costruì dalla sera alla mattina. In Sicilia per sette anni, dal ’48 al ’55, governò il centrodestra: Franco Restivo Presidente (Dc), sostenuto dai liberali e dai monarchici. Non si era affermato come a Roma il centrismo perché Psdi e Pri erano in Sicilia poca cosa. Nel 1955, sempre a Roma, comincia un mutamento politico: Gronchi viene eletto presidente della Repubblica in contrasto con la candidatura della Dc [Cesare Merzagora, Presidente del Senato, NdA]. Fece un discorso di grande apertura sociale oltre che politica. In Sicilia in quell’anno ci furono le regionali e un mutamento politico si registrò anche lì. Nella Dc si forma una convergenza su una battaglia cominciata dalla Cgil per lo sviluppo industriale e quindi per la legge sull’industrializzazione, politica su cui convergeva l’associazione degli industriali siciliani che si chiamava Sicindustria. Questa era guidata da un liberale poi diventato repubblicano lamalfiano di nome La Camera, il quale si pose in violento contrasto con la Confindustria, dalla quale fu poi addirittura espulso. Questo gruppo di industriali chiedeva in definitiva una legge che desse attraverso la regione la possibilità di sostenere e sviluppare l’industria promuovendo la borghesia produttiva siciliana, e che allargasse anche l’area del mondo del lavoro. Su questa convergenza nella Dc scoppiò una battaglia politica vinta da un ex popolare sturziano, Giuseppe Alessi, che in virtù dell’unità sindacale era stato con me a Caltanissetta alla camera del lavoro. Un grande avvocato, un antifascista, primo presidente della Regione dal ’47 al ’48. Alessi fece un governo monocolore col sostegno del PSI e del PSDI, con un’opposizione “diversa” da parte del PCI. Ci furono grandi manifestazioni: ne ricordo una organizzata dallo stesso Alessi con Gronchi nel teatro massimo di Palermo con i lavoratori e gli imprenditori. Si aprì un movimento anche autonomistico. Nel senso che a Roma c’era Fanfani segretario della Dc con una politica accentratrice e un poco caporalesca, che con Alessi non aveva nulla a che vedere. Infatti il gruppo dirigente fanfaniano era tutto contro il Presidente siciliano che, ricordiamolo, era un vecchio popolare.
Fu allora che cominciò la battaglia per una nuova politica industriale. Alessi venne purtroppo messo in minoranza dai fanfaniani e dalla destra. Si costituì un governo guidato da un altro democristiano, il notabile fanfaniano Giuseppe La Loggia, appoggiato dalla destra. Il contrasto divenne durissimo e nel 1958 La Loggia cadde a seguito della bocciatura del bilancio. Inizialmente si rifiutò di dimettersi, fu costretto a farlo dall’ostruzionismo parlamentare sopratutto comunista che io guidai a luglio e a agosto. Dimessosi La Loggia, nella Dc si aprì una lotta politica molto dura. I fanfaniani non riuscirono a imporre Lo Giudice e un altro ex popolare, Silvio Milazzo, iniziò a raccogliere voti. Il Parlamento siciliano converse infine su di esso, che venne immediatamente invitato da Fanfani a dimettersi. Milazzo non si dimise e venne espulso dalla Dc. A quel punto dovevamo scegliere se fare opposizione andando però incontro a Fanfani o se appoggiare un governo insieme a parte della Dc, al Psi, al Msi e ai monarchici, ai quale chiedemmo però di giurare fedeltà alla costituzione, cosa che fecero. Il Pci mandò al governo un indipendente. Di lì si costituì un Governo provvisorio fino al ’59: dette il là a una grande mobilitazione di sostegno popolare. Ricordo un comizio, in occasione dell’insediamento di Milazzo, a piazza Politeana con 40-50.000 persone. Nel ’59 ebbero luogo le elezioni regionali: la Dc, il cui segretario era ormai Moro, fece un patto pre-elettorale anticomunista col MSI, il PLI e i monarchici. Le elezioni non dettero la maggioranza a nessuno, venne ingaggiato un braccio di ferro molto teso. Il Presidente dell’Assemblea riuscì a eleggerlo il centrodestra, il Presidente della Giunta riuscimmo a eleggerlo ancora noi, riconfermando Milazzo. La lotta politica divenne ancor più dura e ebbe un rilievo nazionale fortissimo, tanto che il Corriere della sera uscì con un articolo in cui si sosteneva la necessità per il Governo nazionale di mandare l’esercito in Sicilia per chiudere il Parlamento. La collocazione nel mediterraneo dell’Isola era vista infatti come strategica per la tenuta del Patto Atlantico, insidiato secondo molti commentatori da un governo regionale sostenuto dai comunisti. Tutti i prefetti, i questori, la mafia si mobilitarono contro Milazzo. Vennero corrotti alcuni deputati regionali cristiano-sociali sostenitori di Milazzo e nel 1960 si aprì la crisi di governo. Viene varato un governo di centrodestra che durò pochissimo: cadde contemporaneamente al governo Tambroni. A Palermo infatti le mobilitazioni contro di questo erano anche sfociate in scontri, si registrarono addirittura 4 morti, il clima era tesissimo. Quell’episodio che mi vide protagonista (milazzismo) veniva considerato da alcuni come un mio colpo di testa. Ma Togliatti mi appoggiò decisamente: fu un colpo dato all’autoritarismo fanfaniano. Un segno in Italia della possibilità di aprire varchi nel dominio democristiano.

Domanda: Cambiamo ordine di domanda. Ci interesserebbe avere da te un giudizio su due dei più fecondi animatori della vita politica e intellettuale del Pci, Giorgio Amendola e Pietro Ingrao.

Risposta: Sono entrato nella Direzione nazionale del partito nel ’59. Tenete presente che la direzione allora era composta da una ventina di persone, non era certo un organo pletorico come lo è adesso in alcuni partiti.
Amendola e Ingrao li conobbi meglio allora. Quando poi ebbi un ruolo nel gruppo dirigente del partito, approfondii ulteriormente la conoscenza. Amendola e Ingrao hanno avuto certo un ruolo straordinario nella vicenda politica del partito, nel quadro di una dialettica che nel PCI era abbastanza normale. Sembra che nel PCI non ci sia mai stata discussione, contrasti, scontri. Ci sono stati eccome. Io ritengo che Amendola abbia avuto un ruolo straordinario anche dal punto di vista pubblico, era un uomo politico che aveva una robustezza e una combattività con pochi eguali. Ingrao anche aveva una visibilità esterna notevole, ma sopratutto la ebbe su vicende interne. Io non sono mai stato né amendoliano né ingraiano. Sono sempre stato particolarmente vicino a Enrico Berlinguer con il quale preparai tra le altre cose, insieme a Natta, l’XI Congresso. Che fu il Congresso dove la dialettica interna si accese il modo particolare. Ingrao in quell’occasione fece un discorso alternativo dal punto di vista della prospettiva politica rispetto alla relazione di Longo. Ci fu un contrasto tra Ingrao, che proponeva un modo diverso di fronteggiare il centrosinistra, attraverso un nuovo pensiero e la formazione di un nuovo blocco sociale (in sostanza, una linea di più marcata contrapposizione), e Amendola che, sostenendo il segretario, auspicava una lotta politica articolata che entrasse all’interno delle contraddizioni del centrosinistra senza però rompere coi socialisti. In quell’occasione Ingrao pronunciò un discorso sul centralismo democratico, sostenendo la possibilità della formazione di maggioranze e minoranze “formali” interne al partito. Un discorso che nel ’62 aveva invece fatto Amendola, in occasione del XXII Congresso del Pcus, aprendo una polemica con Togliatti: Amendola sosteneva allora la necessità di un’articolazione, Togliatti in direzione rispose “facciamo un congresso a mozioni, io presenterò la mia”. Nessuno ne presentò altre. Tornando all’XI Congresso, Amendola chiese a Alicata, a Bufalini e ad altri di appoggiare un’eventuale estromissione di Ingrao dall’ufficio politico, dove allora eravamo in 9. Io Berlinguer e Natta andammo a trovare a casa Longo e ci opponemmo: “Ingrao non deve uscire dall’ufficio politico”. Longo ci dette ragione.
A volerla dire tutta, anche Ingrao si rimangiò la sua posizione: quando nel ’69 si affrontò la questione del gruppo del Manifesto, composto da ingraiani, il discorso più duro fu proprio quello di Ingrao, che sostenne l’unità del partito avanti tutto.
Dunque, semplificando un poco, una volta tornò indietro Amendola, un’altra Pietro.
Io credo che questo sia stato un danno, perché se avessimo promosso un’articolazione interna più aperta ne avremmo giovato anche di fronte all’opinione pubblica.

Domanda: Veniamo ora all’attualità. Innanzitutto una domanda di fase. La crisi che viviamo, avanti tutto di civiltà, ha in qualche misura svelato la reale natura di una dottrina ideologica, quella neoliberale, ai cui assunti di fondo la Sinistra, in particolare quella europea, è stata subalterna culturalmente prima ancora che politicamente. Cosa ritieni ci sia stato alla base di questo pressoché totale appiattimento? Come si spiega il suo deficit di autonomia intellettuale, la sua incapacità di articolare una lettura propria della storia recente, la limitatezza della sua proposta politica?

Risposta: Penso che a fronte della rivoluzione neoconservatrice, interpretata tra gli altri da Reagan e da Margaret Thatcher, la reazione della sinistra sia stata senza dubbio debole. Il punto è: cosa è avvenuto?
Fino a quando l’internazionale socialista fu presieduta da Brandt, che redasse un documento sul terzo mondo e sulla battaglia mondiale del socialismo dalla forza straordinaria, il socialismo non solo europeo mantenne la dimensione che gli è propria, ossia quella mondiale. Le sue categorie interpretative erano quindi capaci, almeno in potenza, di una lettura profonda e autonoma dei grandi processi. Non a caso sono gli anni in cui anche Berlinguer, che comunque comunista diceva di restare e che comunista restò, ebbe un rapporto con Brandt, Palme, Mitterrand, su questo terreno.
Io ritengo che la crisi dell’89 e il successivo disfacimento dell’Urss non sia stata solo crisi del comunismo, ma contestualmente del socialismo democratico, che contro l’Urss aveva condotto una battaglia politica per diversi aspetti giusta, apparentemente vincente. Quel crollo diede molta più forza all’altra parte, cioè ai gruppi dirigenti conservatori occidentali.
In quella fase, l’indebolimento del socialismo conduce i socialisti alla ricerca di un’idea concorrenziale e non di contrasto con il capitalismo liberista. Dunque non più nei termini di ciò che il socialismo democratico aveva fatto in Inghilterra, in Germania, in Francia ecc., ma attraverso la cosiddetta terza via, di cui Blair è il simbolo. Le sue parole d’ordine sono note: privatizzazioni, meno Stato e via discorrendo. Una linea che ha portato il socialismo europeo sulla strada di mantenere alcune posizioni limitate di difesa del mondo del lavoro, ma di farlo con una politica economica e sociale che in definitiva cede all’offensiva liberista. Io ritengo che oggi ci troviamo di fronte a una crisi del socialismo, nel mondo come in Europa.
La contraddizione che io trovo molto grave, per tornare a prima, è il fatto che nel momento in cui c’è un processo di globalizzazione mondiale e il capitalismo sempre più assume carattere globale, la sinistra ha smesso di avere un ruolo mondiale e financo europeo. È una contraddizione che si fatica a mettere a fuoco e che rafforza la forze conservatrici.
Non esiste più una forza che ha anche un disegno più generale, come aveva l’internazionale socialista e il comunismo. Crollato questo, l’internazionale socialista si è sciolta, e proprio nel momento in cui la globalizzazione ha raggiunto il suo apice.
Nel mondo intellettuale qualcosa si muove. Oggi sul Corriere della sera è riportato nella pagina culturale che alla mostra di Venezia un grande intellettuale nigeriano ha organizzato in diversi incontri una lettura del Capitale, con relativa esposizione di quadri e pitture. Ha invitato diversi intellettuali che dovranno parlare di Marx di Lenin fino a Pasolini, recitandone alcuni passaggi. Su La Stampa invece ho letto che in Inghilterra è uscita un’edizione popolare del Manifesto del ’48 che è andata a ruba. L’intellettuale nigeriano di cui accennavo ha dichiarato “faccio tutto questo per contrastare il dominio culturale del capitale finanziario a livello mondiale”. Notevole no?
Ma sul terreno politico non c’è ancora nulla…

Domanda: Alfredo Recihlin da diversi anni richiama la necessità per la Sinistra di dotarsi di un nuovo pensiero, di una nuova autonoma chiave di lettura delle cose del mondo, di nuovi strumenti di lotta. Di ricostruire un nuovo mito di rivoluzione di massa. Perdona la domanda forse un poco brusca, ma da questo punto di vista, a che punto siamo? Come giudichi, sotto questo aspetto, l’attuale stato di cose?

Risposta: Oggi in Italia l’unica forza che organizza ancora masse di lavoratori è il sindacato, che vive anch’esso una crisi. Non ha più la forza che aveva un tempo.
Sul piano politico non c’è niente, diciamo la verità. Reichlin è stato tra gli intellettuali fondatori del Partito democratico, io non aderii perché ritengo che, così per come è nato, così per come è, non abbia costitutivamente la possibilità e la capacità di riorganizzare il mondo del lavoro, le masse popolari, il ceto medio, in una lotta, per dirla con Bobbio, per l’uguaglianza e il progresso. E non perché c’è Renzi, come qualcuno oggi dice. Renzi ne ha semplicemente accentuato e portato a compimento alcuni caratteri.
Non c’è nemmeno lontanamente un approccio alla dimensione mondiale, a porsi problemi che vadano oltre la contingenza. Quanto al sindacato, esso fa ormai una battaglia di retroguardia. Tempo fa fui invitato da CGIL, CISL e UIL a un anniversario dell’unità sindacale (tenete conto che firmai il patto di unità sindacale nella mia provincia), in cui dissi loro: “Badate che se il sindacato non si riunifica, non elabora un progetto proprio di riforma dello stato sociale e non ha una proposta di politica economica per il Paese, è morto”.
Una posizione di retroguardia è anche interpretata dalla sinistra del Partito Democratico. Quale progetto hanno per il lavoro, la democrazia, il partito? C’è ben poco.
Non vi dico di essere disperato, perché disperarsi non serve. Posso dirvi però di essere amareggiato.

Domanda: Quale ruolo pensi invece possano giocare le esperienze di Syriza e Podemos nel campo della Sinistra europea?

Risposta: Syriza è l’espressione della crisi della Grecia e della sinistra greca. Una crisi ha investito prima i comunisti, poi il Pasok.
Mettiamo un attimo da parte i giudizi su questa o quella proposta di Syriza. Resta il fatto che si è radunato in una forza politica un mondo che contesta il modo d’essere dell’attuale costruzione europea senza sconfinare nella lotta all’Euoropa. Questo è il punto. Guardo con molto interesse a a questo esperimento, penso ci sia molto da imparare.

Domanda: Richiamavi prima l’attenzione sulla carenza cultura politica alla base della formazione del partito democratico. A partire da questa considerazione, allargando il campo arriviamo alla prossima domanda. I partiti hanno senso in quanto esprimono una cultura politica, svolgono una funzione nazionale, trovano una collocazione chiara nel paese che si propongono di guidare. Le formazioni politiche di oggi stentano a definire cultura politica, sono quasi prive di radicamento sociale. Pensi che andiamo verso una democrazia senza partiti o in cui comunque i partiti svolgono un ruolo marginale rispetto ad esempio alla figura del leader o a gruppi di interesse e di pressione?

Risposta: La crisi della democrazia italiana è dovuta alla crisi dei partiti. La democrazia italiana, in quanto nata a seguito della liberazione, si configurò come una democrazia parlamentare retta dai partiti, la cui funzione fu sancita in Costituzione. Tra l’89 e il ’93, come sappiamo, scompaiono i partiti su cui si era poggiata la democrazia italiana. Il problema è: perché in 25 anni non si è riusciti a ricostruire un sistema politico fondato sui partiti, anche diversi da quelli di un tempo? La risposta va anche cercata nelle origini della crisi di fine anni ’80 – primi anni ’90. Ridurre il problema a Tangentopoli è un errore. Ritengo che ci sia una responsabilità della sinistra italiana, che ha polemizzato contro la partitocrazia e non ha capito in tempo che esistono forze capaci di dominare la politica senza i partiti. Alla sinistra spettava il compito di riorganizzare la democrazia italiana, costruendo un partito sì diverso dal Pci e tanto più dal Psi, ma sinceramente popolare, dotato di una forte assonanza con i problemi della società italiana. Questo non è stato fatto. C’è una grande responsabilità anche diffusa, sia chiaro. Basti pensare al ruolo giocato dagli intellettuali e dai grandi quotidiani, che hanno tutti sparato a zero su ciò che è stato.
Quando si chiede “verso dove andiamo, quale è la prospettiva?” Io non la vedo.
Mi preoccupa questa situazione di debolezza dei partiti. Il Pd si va strutturando attorno a un leader, la destra è frammentata, i gruppi centristi sono legati a sistemi di potere minori.
L’unico punto di riferimento in questo quadro resta il Pd, ma in esso non vi è lotta politica sulla prospettiva della democrazia italiana, non ci si interroga su quali potrebbero essere nuovi strumenti oltre i partiti. Io credo che non ve ne siano: guardiamo alla Grecia, ossia alla più drammatica delle crisi vissute nel continente. E guardiamo a chi si propone di risolverla. Cosa è Syriza se non un partito, pur per certi aspetti innovativo?
Tornando all’Italia, vedo il pericolo di un paese in mano alle lobbies, ai poteri privi di legittimazione popolare. Quel che mi preoccupa di più è che su questi temi non c’è un confronto e un dibattito aperto. Tutti parlano di crisi della politica, ma nessuno parla di possibili soluzioni degne di questo nome. Se nei momenti di crisi della politica non c’è chi la politica la ripropone nelle condizioni nuove in cui il paese la richiede, ebbene non è questo il segno della crisi profonda degli intellettuali?


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

Scritto da
Matteo Giordano

Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

Scritto da
Tommaso Sasso

Studia giurisprudenza all'università di Roma 3. È membro del Comitato di redazione di Italianieuropei.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici