Intervista a Piero Ignazi sui partiti

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Il Professor Piero Ignazi insegna Politica comparata e Politica estera dei paesi europei all’Università di Bologna. È stato direttore della rivista di cultura e politica “il Mulino” dal 2009 al 2011, di cui è tutt’ora membro della Direzione. È editorialista di “Repubblica” e “l’Espresso”. Nei suoi studi di politica comparata si è occupato dei sistemi partiti in Italia e in Europa. Tra le sue ricerche sono da segnalare inoltre quella sulla destra europea e italiana. Dei suoi libri segnaliamo: Dal Pci al Pds (Il Mulino 1992), Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano (Il Mulino 1998), Partiti politici in Italia (2008), Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza 2012) e Vent’anni dopo. La parabola del berlusconismo (Il Mulino 2013). Abbiamo deciso di intervistarlo sulle trasformazioni che i partiti e le forme di partecipazione collettiva attraversano.


Professore, nel suo libro Forza senza legittimità traccia una storia dell’evoluzione dei partiti nel mondo occidentale che culmina nell’affermazione e nel successivo declino del partito di massa. Posto che la crisi e dissoluzione di quest’ultimo appare ormai da tempo un dato acquisito, vede emergere nella fase attuale elementi di novità? In particolare, la crisi attuale nel contesto europeo sta modificando, e se sì in che termini, le forme della partecipazione politica?

Si tratta di due cose diverse: un conto sono le forme della partecipazione politica, un conto sono i partiti politici. Sono due cose connesse ma nettamente diverse. La partecipazione politica avviene, per varie ragioni, sempre meno attraverso quelle strutture tradizionali che erano i partiti politici, soprattutto per via delle nuove modalità di collegamento tra i decisori e i cittadini che sono fornite dai nuovi media. Queste nuove modalità di collegamento non hanno fatto diminuire la partecipazione.

Dobbiamo astrarci da un modello novecentesco della partecipazione (i cortei, gli scioperi, le manifestazioni di piazza: tutte quelle forme di partecipazione collettiva che hanno caratterizzato il Novecento) e pensare invece a manifestazioni più individualizzate, che erano tipiche invece del contesto americano (in cui, ad esempio, scrivere al proprio rappresentate era considerato un significativo atto di partecipazione politica, mentre da noi veniva considerato negli anni Settanta e Ottanta una cosa un po’ bizzarra). Oggi, proprio grazie ai nuovi media, c’è la possibilità di contattare i decisori, e questo viene fatto da moltissime persone attraverso Facebook, Twitter, i blog e così via. I cittadini hanno oggi, una presenza, a mio avviso, anche superiore rispetto al passato, più continua e spesso, peraltro meno controllata per via dell’assenza di filtri collettivi. Naturalmente anche all’epoca dei partiti di massa si assisteva ad uno scatenamento incontrollato delle pulsioni, per via delle dinamiche di gruppo come sappiamo, dalla Psicologia della folle di Le Bon (1895) in poi. Per questo, trovo che la partecipazione politica oggi sia diversa nelle forme ma non per questo minore.

Poi ci sono anche altre modalità di partecipazione molto più sofisticate: tutto quello che fa riferimento alla democrazia deliberativa, ai Mini-publics che prevedono che i decisori affidino le loro decisioni a gruppi di cittadini che discutono e prendono decisioni in merito a specifici problemi che verranno implementate da chi ha la responsabilità formale. Nel complesso ci sono modalità diverse di partecipazione che non sono più quelle tradizionali ma che non per questo coinvolgono un numero minore di persone. I partiti versano in una situazione di grande difficoltà: da un lato ci sono stati cambiamenti epocali dal punto di vista della strutturazione socio-economica delle società, dall’altro mutamenti epocali dal punto di vista culturale (individualizzazione, atomizzazione e quindi mancanza di reti, di riferimenti sociali etc.).

I partiti che hanno basato tradizionalmente la loro forza su riferimenti sociali hanno oggi inevitabili difficoltà ad aggregarli. Secondo me non è un caso che abbiano successo proprio quei partiti che non offrono delle risposte pragmatiche e razionali ai problemi ma risposte emotive: proprio perché mancano alla politica quegli elementi passionali che indubbiamente sono una necessità.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’evoluzione dei partiti nel mondo occidentale

Pagina 2: I mutamenti di lungo periodo della forma partito

Pagina 3: Modello europeo e americano di partito politico


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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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