Innovazione equa, responsabile e sostenibile. Intervista a Stefano Furlan sul SDG 9
- 22 Gennaio 2020

Innovazione equa, responsabile e sostenibile. Intervista a Stefano Furlan sul SDG 9

Scritto da Enrico Cerrini

10 minuti di lettura

Stefano Furlan è il referente per l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) relativamente al goal 9 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. È laureato in International Development presso Sciences Po Paris ed in Economia e Management per la Pubblica Amministrazione e le Istituzioni Internazionali presso l’Università Luigi Bocconi. Ha svolto per anni attività di consulenza e affiancamento agli Enti Pubblici per l’attuazione e l’implementazione di progetti di innovamento e di cooperazione allo sviluppo, in collaborazione principalmente con Commissione Europea e Banca Mondiale. L’intervista verte sul Sustainable Development Goal (SDG) 9: «Imprese, innovazione e infrastrutture. Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile».


L’indicatore aggregato che misura l’andamento del goal 9 appare in costante miglioramento a livello mondiale, europeo e nazionale. Come si costruisce tale indicatore aggregato? Quali sono le variabili più importanti, secondo lei? E quali contribuiscono maggiormente alla sua crescita? 

Stefano Furlan: L’indicatore è formato da una serie di sotto-indicatori che misurano il trend complessivo. I sotto-indicatori misurano alcuni parametri relativi all’industria manifatturiera, alle attività di Ricerca & Sviluppo, alla banda larga, alla digitalizzazione, all’occupazione, all’emissione di CO2, etc. Il fulcro è rappresentato dalle attività di R&S perché sono fondamentali per creare innovazione. In particolare, ASviS interpreta i sotto-indicatori relativi alla digitalizzazione e alle attività di R&S come trasversali perché possono impattare su tutti i goal dell’Agenda 2030. Un miglioramento nella digitalizzazione, tramite l’introduzione della tecnologia 5G, non impatta solo sul goal 9, ma anche su tutti gli altri. L’incremento delle performance delle connessioni a banda larga può permettere un miglioramento dell’istruzione perché si incrementa la quantità di popolazione che ha accesso all’informazione, della sanità perché sarà possibile eseguire interventi a distanza e della giustizia perché potrà essere utilizzato il processo telematico. Allo stesso tempo, l’innovazione crea i presupposti per diffondere le competenze accumulate su altri goal. In senso lato, tutta l’Agenda 2030 acquista estremo interesse proprio perché numerosi sotto-indicatori creano impatti importanti su indicatori di goal diversi.

Il rapporto ASviS 2019 afferma che in Italia crescono la diffusione della banda larga, la digitalizzazione delle famiglie e il numero di lavoratori della conoscenza, ma la produttività del lavoro rimane bassa. Quali sono le proposte di ASviS che potrebbero incidere sulla crescita della produttività del lavoro? 

Stefano Furlan: La digitalizzazione permette alle imprese, tra l’altro, di ricostruire le skills dei lavoratori, in particolare di coloro che hanno superato i cinquant’anni di età e non sono nativi digitali. Si deve però sottolineare che un investimento che permette di accrescere le competenze dei lavoratori funziona se tutti i soggetti chiamati in causa collaborano tra loro. Le forze sindacali devono quindi essere coinvolte in tali processi e acquisire consapevolezza dell’importanza della trasformazione digitale. Inoltre, è necessario formulare programmi di aggiornamento continuo perché le skills cambiano molto velocemente. Anche “i primi della classe”, se trascurano la formazione, rischiano di scivolare presto in fondo alla classifica.

Le medesime possibilità sono valide anche per chi non è alla fine dell’età lavorativa? 

Stefano Furlan: Il discorso parte da chi ha un’età lavorativa più avanzata, ma coinvolge anche chi è relativamente giovane come i quarantenni. La rapidità con cui si sviluppa l’innovazione digitale è capace di rendere obsolete le conoscenze di chi non è anziano dal punto di vista lavorativo. Ovviamente devono essere considerate le differenze innescate dai settori in cui si opera. Un’azienda che produce calcestruzzo non ha la necessità di aggiornarsi continuamente dal punto di vista della digitalizzazione perché il grado di innovazione è relativamente basso. Al contrario, una società che si occupa di digitale, settore in cui in brevissimo tempo si sviluppano nuove tecnologie, rischia di rimanere fuori dal mercato se non investe costantemente in formazione. 

Come può incidere il Governo nello sviluppo della digitalizzazione?

Stefano Furlan: Durante la presentazione dell’ultimo rapporto ASviS, avvenuta il 4 ottobre a Roma, sono state presentate proposte in merito a industria 4.0 e all’agenda digitale[1]. Negli ultimi anni, l’Italia ha mostrato passi in avanti in questo settore grazie al successo degli incentivi per l’innovazione, in particolare dei crediti d’imposta per le attività di R&S. Gli incentivi hanno il pregio di essere particolarmente semplici da applicare, per cui le aziende che investono in R&S possono facilmente fruire delle agevolazioni. L’attività del governo però non può limitarsi a introdurre incentivi per le imprese. L’Agenda digitale ha assoluta necessità di essere curata da una regia centrale, per cui ASviS propone di formare un comitato interministeriale per il monitoraggio e l’attuazione del programma straordinario per il digitale. Tale comitato potrebbe dipendere dalla Presidenza del consiglio dei ministri. Considerando che la pubblica amministrazione è il primo cliente delle imprese italiane, lo stesso comitato potrebbe indirizzare correttamente gli investimenti delle aziende, applicando un taglio digitale ai contratti pubblici.

La prossima sfida in materia di agenda digitale risponde al nome di 5G. Quali sono i benefici che questa tecnologia potrebbe apportare in termini di sviluppo sostenibile?

Stefano Furlan: Il 5G è una tecnologia importante perché permette una tipologia di innovazione trasversale, in quanto il suo utilizzo diffonde benefici a tutti i goal dell’Agenda 2030. Anche un settore tradizionalmente distante dalla digitalizzazione come l’agricoltura può mutare grazie al connubio tra 5G e sensoristica. L’anno scorso, ASviS ha partecipato a Napoli ad un festival di idee innovative in cui una start up ha presentato un progetto legato a Farming 4.0. Questa tecnologia consiste, tra l’altro, nell’inserire sensori nel terreno per avere informazioni prima ancora che sorgano i problemi, ovvero prima che le piante si ammalino. L’azienda agricola ottiene così un risparmio economico dalla conoscenza tempestiva dei problemi, in termini di minore dispendio di acqua, diserbanti, e tutte le altre sostanze con cui sono irrorate le piante.

Ritiene che sarà possibile conciliare tali benefici con la privacy delle persone e la sicurezza dell’immenso ammontare di dati che diverranno disponibili?

Stefano Furlan: La domanda è interessante e stimolante. Sicuramente esistono dei rischi, ma questi non giustificano l’abbandono della tecnologia perché i vantaggi sono ben maggiori. Un buon coordinamento a livello centrale è necessario per captare e gestire correttamente le informazioni. La garanzia della privacy in tutte le sue molteplici sfaccettature dovrà assumere un ruolo di estrema rilevanza, entrando velocemente nel merito dei problemi e completando gran parte del lavoro prima che la tecnologia sia attivata, in modo da anticipare l’insorgenza dei problemi. Per portare a termine una riformulazione della normativa, il garante potrebbe essere aiutato dal comitato interministeriale accennato nella quarta risposta, dato che tale struttura potrebbe acquisire un ruolo significativo solo se fosse utilizzata da tutti i soggetti pubblici. Si deve sottolineare che spesso i big data non sono interessanti come dati singoli, ma aggregati. Non interessa sapere dove si trova Stefano Furlan, ma dove ci troviamo tutti insieme. Il traffico è l’esempio più importante. Il sistema acquisisce i dati dal satellite per leggere la sommatoria delle auto lungo una strada o arteria autostradale, utilizzando il segnale derivato dalla massa di smartphone in movimento, e segnala se c’è traffico o meno. Il sistema analizza i dati aggregati per evidenziare la presenza o meno di un problema di sovracapacità.

Il rapporto ASviS sottolinea il grande ritardo dell’Italia nell’ambito della Ricerca & Sviluppo. Assolombarda ha proposto la costituzione di un Fraunhofer italiano, un istituto di ricerca applicata, finanziato per il 30% dallo stato e per il 70% dalle imprese. Quali sono le attività e le proposte di ASviS? 

Stefano Furlan: Mentre le aziende maggiori non hanno particolari problemi a condurre innovazione, le piccole e medie imprese faticano se lasciate sole, anche quelle particolarmente brillanti. Il nostro territorio è composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese, per cui ogni strumento che consente loro di partecipare a spazi di innovazione è benvenuto, come la creazione di incubatori di imprese, nonché di poli di innovazione e di start up. ASviS collabora con alcuni incubatori di idee e start up in modo da svolgere il ruolo di collettore, mettendo a disposizione le competenze degli aderenti. Ad esempio, partecipa al FORUM PA, l’evento nazionale dedicato alla modernizzazione della pubblica amministrazione, dove sono selezionate idee e premiate start up con la finalità, ad esempio, di innovare i procedimenti amministrativi. ASviS mantiene un taglio istituzionale, non specifico, in modo da fornire i presupposti perché avvenga l’innovazione anziché crearla in prima linea.

L’apparato industriale italiano è sviluppato a macchia di leopardo, si intravedono eccellenze caratterizzate da alti gradi di innovazione e sostenibilità in un contesto complessivo che appare ancora arretrato. Ritiene che tale disomogeneità influenzi lo sviluppo italiano? 

Stefano Furlan: La disomogeneità territoriale influisce perché in alcune zone, in particolare al nord, il tessuto imprenditoriale è diverso e si verifica un ambiente in grado di creare innovazione più facilmente. Ciò non significa che il sud sia privo di innovazione, visto che si possono elencare esempi di imprese globali e moderne sia al sud che al centro del Paese.

Il contesto infrastrutturale appare in chiaroscuro, perché i governi stanziano finanziamenti che faticano a trasformarsi in opere compiute. Nei tavoli tecnici si discute ampiamente dell’importanza delle piccole opere, ma il dibattito nazionale è dominato dai grandi interventi, quando non monopolizzato dal corridoio Torino-Lione. Secondo lei, qual è il problema principale? Quali sono le proposte di ASviS?

Stefano Furlan: Coloro che prendono le decisioni dovrebbero avere la capacità di indirizzare il dibattito politico dove necessario. In ogni caso, alcune grandi opere procedono, altre sono in fase di stallo, mentre le difficoltà più importanti ricadono nella progettazione. Sono stati approvati numerosi decreti con l’intento di sbloccare i cantieri, ma non sono mai stati risolutivi, se non per piccole opere. Le responsabilità maggiori ricadono nei governi, in particolare nel Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Da questo punto di vista, è necessario che l’esecutivo prenda decisioni nell’ambito di una visione strategica del paese, tratteggiando una linea e portandola avanti. Ad esempio, se si scegliesse di realizzare il corridoio TAV Torino-Lione, questo dovrebbe essere poi completato. Al contrario, il governo non sembra essere in grado di decidere, si susseguono passi avanti e indietro che accrescono i costi. Il mondo dei trasporti si intreccia con le innovazioni digitali. In particolare, la sensoristica ha acquisito rilevanza a seguito del crollo del ponte Morandi, il quale ha reso cosciente il comune cittadino, e non solo gli esperti, della rilevanza della manutenzione. I sensori di monitoraggio aiutano il nostro Paese perché l’infrastruttura stradale è ormai datata, per cui ha urgente bisogno di manutenzione. Si deve tenere presente che il nostro territorio è diverso da quello dei partner europei, per cui realizzare 100 km di infrastruttura non significa tracciare una linea retta, ma una serie di intersezioni, ponti, gallerie, che incrementano i costi. Il costo al chilometro per le infrastrutture stradali o ferroviarie è quindi maggiore rispetto alla media europea non solo per inefficienza, quanto in misura rilevante per la conformazione del territorio. Di conseguenza anche il costo della manutenzione cresce.

In definitiva, quali sono i provvedimenti più importanti che Governo e Parlamento dovrebbero intraprendere per valorizzare il goal 9? Quale dovrebbe essere il ruolo della pubblica amministrazione? 

Stefano Furlan: Il codice degli appalti è uno strumento importante per tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, tanto che il governo dovrebbe riconoscergli un ruolo centrale. Tale consapevolezza potrebbe avere effetti dirompenti sulla realizzazione dell’Agenda 2030, visto che la pubblica amministrazione rappresenta il primo cliente delle imprese italiane. Le società che innovano e sono in grado di condurre il Paese verso un sentiero di crescita potrebbero essere avvantaggiate se la pubblica amministrazione selezionasse i propri fornitori tenendo conto della sostenibilità ambientale, della tutela dei lavoratori, della sicurezza sui luoghi di lavoro, delle certificazioni di sostenibilità, etc. In passato, la pubblica amministrazione selezionava gli acquisti solo in base al prezzo, ma così facendo è sempre presente qualche impresa che offre un euro in meno e chi vuole innovare non ne ha l’opportunità. Si creano dei sotterfugi che distruggono il valore anziché crearlo. L’ultimo codice degli appalti, introdotto con la legge n. 50 del 2016, ha rappresentato un passo in avanti perché ha introdotto la selezione sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Il nuovo codice dovrebbe però essere accompagnato dalla formazione delle stazioni appaltanti, i cui funzionari possano redigere bandi o disciplinari di gara che valorizzino la sostenibilità. Ad esempio, i bandi di gara dovrebbero selezionare società che creano valore aggiunto, inserendo i criteri della rendicontazione non finanziaria e del green public procurement. La pubblica amministrazione ha infine il dovere di valorizzare quelle imprese che effettuano la rendicontazione non finanziaria[2]. Chi lavora nel terzo settore e le grandi imprese hanno ormai consolidato l’abitudine di redigerla. La grande maggioranza del tessuto produttivo italiano ne è invece esentata perché il belpaese è formato da piccole e medie imprese. ASviS propone al governo di ampliare la platea, come rimarcato da Enrico Giovannini nella presentazione del rapporto, in modo da guidare le piccole e medie imprese alla stesura della rendicontazione non finanziaria. Paradossalmente, si conoscono casi in cui le società compiono le azioni previste ma non le rendicontano. Alcuni studi in merito alle imprese del Nord-Est hanno evidenziato che sebbene alcuni imprenditori non siano soliti rendicontare le informazioni su sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale, gli stessi hanno aiutato i dipendenti in difficoltà o hanno svolto servizi di utilità sociale. Alcune piccole e medie imprese possono quindi aver realizzato le attività cosiddette sostenibili  ma non è nella loro cultura rendicontarle, altre semplicemente non sono, al momento, interessate. La sfida è quella di coinvolgere la maggiore platea possibile, creando i presupposti perché questa innovazione sostenibile possa effettivamente produrre i propri frutti.


[1] Le slide del portavoce di ASviS Enrico Giovannini durante la presentazione del rapporto 2019 contengono, tra le altre, le seguenti proposte:

  1. accelerare la transizione verso un’economia circolare, con l’innovazione dei modelli di produzione, l’introduzione di incentivi legati alla rendicontazione non finanziaria e l’uso generalizzato del Green Public Procurement (GPP);
  2. potenziare il programma di supporto alle tecnologie emergenti 5G e investire in capitale umano, in particolare nelle competenze digitali;
  3. investire nell’educazione e la formazione degli adulti;
  4. investimenti in infrastrutture, ricorrendo anche alla finanza sostenibile.

[2] La rendicontazione non finanziaria consiste nella comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi, ai sensi della legge n. 254/16. Le società che hanno l’obbligo di effettuare tale rendicontazione sono gli enti di interesse pubblico (società emittenti titoli negoziati sui mercati regolamentati, banche, assicurazioni e altri intermediari finanziari) con più di 500 dipendenti.


Il goal 9 e i suoi target: IMPRESE, INNOVAZIONE E INFRASTRUTTURE

Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

9.1 Sviluppare infrastrutture di qualità, affidabili, sostenibili e resilienti, comprese le infrastrutture regionali e transfrontaliere, per sostenere lo sviluppo economico e il benessere umano, con particolare attenzione alla possibilità di accesso equo per tutti

9.2 Promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e, entro il 2030, aumentare in modo significativo la quota del settore di occupazione e il prodotto interno lordo, in linea con la situazione nazionale, e raddoppiare la sua quota nei Paesi meno sviluppati

9.3 Aumentare l’accesso dei piccoli industriali e di altre imprese, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, ai servizi finanziari, compreso il credito a prezzi accessibili, e la loro integrazione nelle catene e nei mercati di valore

9.4 Entro il 2030, aggiornare le infrastrutture e ammodernare le industrie per renderle sostenibili, con maggiore efficienza delle risorse da utilizzare e una maggiore adozione di tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente e dei processi industriali, in modo che tutti i Paesi intraprendano azioni in accordo con le loro rispettive capacità

9.5 Potenziare la ricerca scientifica, promuovere le capacità tecnologiche dei settori industriali in tutti i Paesi, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, anche incoraggiando, entro il 2030, l’innovazione e aumentando in modo sostanziale il numero dei lavoratori dei settori ricerca e sviluppo ogni milione di persone e la spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo

9.a Facilitare lo sviluppo sostenibile e resiliente delle infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo attraverso un maggiore sostegno finanziario, tecnologico e tecnico ai Paesi africani, ai Paesi meno sviluppati, ai Paesi in via di sviluppo senza sbocco sul mare e ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo

9.b Sostenere lo sviluppo della tecnologia domestica, la ricerca e l’innovazione nei Paesi in via di sviluppo, anche assicurando un ambiente politico favorevole, tra le altre cose, alla diversificazione industriale e a conferire valore aggiunto alle materie prime

9.c Aumentare significativamente l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e sforzarsi di fornire un accesso universale e a basso costo a Internet nei Paesi meno sviluppati entro il 2020

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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