Intervista ad Alberto Burgio sul razzismo
- 27 Giugno 2017

Intervista ad Alberto Burgio sul razzismo

Scritto da Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini

13 minuti di lettura

Il razzismo appare una questione sempre più centrale nella nostra società e la sua analisi può rivelare meccanismi profondi e illuminare alcuni dei tratti più importanti della contemporaneità. Abbiamo deciso di rivolgerci per questo al professor Alberto Burgio, docente di Storia della Filosofia all’Università di Bologna, che da diversi anni ormai si è occupato del fenomeno, intuendone la rilevanza e rendendolo oggetto delle sue ricerche (che hanno dato origine a libri come Studi sul razzismo italiano, a cura di e con Luciano Casali, Bologna, CLUEB, 1996; L’invenzione delle razze. Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, Manifestolibri, 1998; Nonostante Auschwitz. Per una storia critica del razzismo europeo, Roma, DeriveApprodi, 2010; Razzismo, con Gianluca Gabrielli, Ediesse, 2012; Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, con Marina Lalatta Costerbosa, DeriveApprodi, 2016) e Il sogno di una cosa. Per Marx, DeriveApprodi, 2018. Per il professor Burgio il razzismo non è un elemento estemporaneo ma qualcosa che si lega alle dinamiche più profonde della contemporaneità. Analizzare questo tema sarà dunque un’occasione per riflettere sul nostro tempo.


L’attualità ci pone in maniera sempre più drammatica davanti a fenomeni migratori di portata crescente e al rinascere di atteggiamenti razzisti all’interno delle nostre società.  Per interpretare tale fenomeno lei sottolinea la necessità di comprenderne le radici storiche profonde, al riguardo sottolinea quanto sia importante indagare quella che può esserne definita la genesi. Nel fare ciò lei mette in evidenza nei suoi libri un nesso decisivo che unisce il razzismo alla modernità. In che senso il razzismo può essere definito un fenomeno moderno?

Alberto Burgio: La prima cosa che mi viene in mente è l’importanza di uno studio che metta in evidenza le lunghe radici del razzismo. Nulla sarebbe più fuorviante dell’idea di aver a che fare con qualcosa di contingente, accidentale oppure con un retaggio di epoche passate, un residuo che lo sviluppo della società e, perché no, il progresso (nell’ambito delle relazioni sociali, civili e politiche) porterebbero all’estinzione. Quando, all’inizio degli anni Novanta, sullo sfondo dei fenomeni migratori, ho iniziato a interrogarmi sul razzismo, mi sono accorto che c’è una connessione forte tra le dinamiche di riproduzione della nostra società e ciò che noi chiamiamo «razzismo». La definizione di razzismo è molto complicata e ancora discussa, controversa. In che senso il razzismo sarebbe un fenomeno moderno? Qui entriamo già nel merito. Non è moderna la violenza, non è moderna la discriminazione, non è moderna la xenofobia. È moderna la strategia di legittimazione di questi fenomeni. Questo vuol dire che una definizione corretta di razzismo, per quanto possa sembrare sofisticata, deve intenderlo come una forma del discorso, una strategia discorsiva. In questo senso, razzista non è l’azione violenta ma il modo in cui la si interpreta, rappresenta e giustifica. Vorrei subito sottolineare che il vantaggio principale di questa prospettiva analitica, che focalizza in particolare il dispositivo logico del razzismo, è che essa permette di visualizzare il campo unitario del discorso e della fenomenologia ad esso relativa. Se partiamo dal fenomeno concreto (il razzismo antisemita, quello coloniale, l’antimeridionalismo ecc.), rischiamo di venire subito sommersi dalla concretezza storica e di perdere di vista il denominatore comune a tutta la questione.

Muovere invece dall’analisi logica del discorso razzista (del razzismo come discorso) consente invece di accorgerci che si tratta di un problema di grandi dimensioni, coestensivo alla modernità, articolato in molteplici configurazioni. E di interrogarci sulla ratio comune alle sue diverse forme: appunto, sul nesso tra razzismo e modernità. Ho detto che, per come suggerisco di intenderlo, il razzismo è una forma del discorso. Chiediamoci ora: perché questa forma è specificatamente moderna? La modernità, come noi la intendiamo, si caratterizza come il tempo storico in cui hanno luogo processi volti alla realizzazione di un eguagliamento tendenzialmente universale. Questa dinamica progressiva genera uno specifico bisogno di legittimazione dell’ineguaglianza che tuttavia permane, un bisogno che viene soddisfatto attraverso precise strategie discorsive. Potremmo definire il razzismo come una negazione determinata dell’eguaglianza, quindi come una negazione determinata del vettore progressivo della modernità. In questo senso la modernità del razzismo inerisce proprio al cuore stesso della modernità e alla sua dialettica.

All’interno della cornice moderna lei ha sottolineato il legame tra i processi oggettivi caratteristici dell’epoca e le loro conseguenze sulla psicologia collettiva. Potrebbe approfondire meglio questo legame?

Alberto Burgio: Certo. Naturalmente stiamo volando altissimi, correndo rischi di genericità e di astrattezza. Se, assumendo un’idea recepita e indubbiamente un po’ generica, consideriamo la modernità come il tempo storico nel quale, anche in virtù della nuova funzione che la dinamica economica incentrata su un nuovo modo di produzione, le società occidentali si fluidificano e perdono la rigidità castale propria delle società di «antico regime», allora vediamo che la modernità è caratterizzata da un gioco significativo di aspettative di riconoscimento, di eguagliamento, di partecipazione alle istanze decisionali entro un’area sempre più vasta (in fondo possiamo considerare l’universalismo etico come una delle caratteristiche della modernizzazione europea e più in generale occidentale). Rispetto agli europei del XIV secolo o ancora del primo XVIII, che vivevano pienamente appaesati nella loro condizione data, l’uomo moderno (l’occidentale) vive in una continua tensione verso il riconoscimento e la conquista di condizioni di parità e uguaglianza, anche se la fenomenologia di questi processi è ovviamente molto variegata e il tasso di consapevolezza e organicità dell’autocomprensione varia di epoca in epoca, a seconda dei settori sociali. Ma nello stesso tempo la nostra società si riproduce rigenerando dinamiche gerarchizzanti e di subordinazione, sia al proprio interno (pensiamo ai fenomeni della soggezione economica e della marginalità) sia verso l’esterno (nei confronti degli stranieri e dei soggetti esclusi dalla cittadinanza). Abbiamo il grosso conflitto tra l’aspettativa e la domanda di eguagliamento e riconoscimento da un lato, e le pratiche reali di esclusione e subordinazione dall’altro.

La mia idea è che il razzismo sia una delle strategie attraverso le quali l’ideologia dominante (e, di conseguenza, il senso comune) giustifica il persistere di condizioni e dinamiche di esclusione, subordinazione, discriminazione e, ai limiti, persecuzione in presenza di uno sfondo di aspettative caratterizzate invece dall’inclusione, dalla partecipazione, dal riconoscimento e dall’eguaglianza.

Burgio: il razzismo come dispositivo concettuale

Come prima ha ricordato, il concetto di razzismo deve la sua modernità al suo essere un dispositivo concettuale al servizio delle dinamiche che citava. Come si dispiega questo dispositivo?

Alberto Burgio: Ritroviamo la modernità del razzismo sul versante delle argomentazioni e specialmente nella tipologia di saperi mobilitati per costruire quelle argomentazioni a fini di legittimazione. Beninteso, la giustificazione dell’esclusione è un elemento ricorrente nel tempo. Ma, come abbiamo detto, nella modernità il bisogno di giustificarla si fa più stringente ed essenziale. E cambiano anche le argomentazioni, in coincidenza col modificarsi dei criteri di verità. Mentre nelle epoche precedenti si faceva ricorso essenzialmente ad argomenti di derivazione scritturale e teologica, la tipologia delle argomentazioni e dei saperi mobilitati dal razzismo moderno attiene prevalentemente alle scienze della natura, alla biologia, all’analisi scientifica del fenotipo, allo studio comparato dell’anatomia, quindi alla genetica.

Come funziona quindi questa strategia argomentativa?

Alberto Burgio: Quello razzista è essenzialmente un dispositivo di naturalizzazione della differenza storica. Se noi consideriamo la differenza tra i gruppi umani in un’ottica immune dal razzismo, ci riferiamo a fattori di ordine storico-culturale o storico-sociale. Questo vale – lo sottolineo – anche per la differenza fenotipica, nel senso che siamo criticamente consapevoli che la percepiamo e interpretiamo dentro contesti di senso storicamente determinati: vediamo i neri pensando alla storia del colonialismo, della deportazione e della schiavitù, ecc. Al contrario, il discorso razzista azzera l’elemento storico-sociale per ricondurlo immediatisticamente al tema naturalistico. Questo è il dispositivo che genera l’argomentazione razzista. Dal momento in cui la differenza è presentata come un fatto di natura, da una parte la si può caricare in modo arbitrario di senso, dall’altra la si rende immutabile e indiscutibile. Ottenendo con ciò due risultati formidabili. Si costruiscono le identità «naturali» connotandole arbitrariamente. E si sottrae alla critica la gerarchia sociale che è la vera fonte della differenza naturalizzata.

Lei ha osservato come una critica al razzismo sul piano strettamente scientifico sia insufficiente, proprio perché le sue argomentazioni operano sul piano del senso comune, rispondendo a dei bisogni precisi. Riuscirebbe a spiegare come queste due dimensioni si legano l’una all’altra, ossia come il dispositivo razzista si radica nel senso comune?

Alberto Burgio: Facciamo l’esempio dell’antisemitismo nella Germania degli anni Trenta, che rappresenta l’esempio più limpido. Se noi ci domandiamo come mai l’antisemitismo si diffonda e si radichi in maniera così forte e pervasiva tra la fine degli anni Venti e il decennio successivo, in seguito all’avvento al potere del nazionalsocialismo, non possiamo rispondere a questa domanda se non partiamo dalla condizione difficilissima nella quale la società tedesca – in particolare i ceti medi – si ritrova dopo la prima guerra mondiale. Certo vi è sullo sfondo la storia dei difficili rapporti che in Germania, a partire dall’emancipazione degli ebrei, si sono venuti sviluppando tra la popolazione cristiana e la componente israelitica. Certamente di tutto questo occorre tenere conto. Ma non possiamo capire quanto avviene nella prima metà del secolo scorso se non teniamo presente la condizione disastrosa nella quale la società tedesca si ritrova all’indomani della Grande Guerra e poi dopo la crisi del ’29. In questo contesto l’ebreo funziona perfettamente come polo di attrazione delle pulsioni di risentimento, frustrazione e odio che si sarebbero dovute dirigere contro i Paesi vincitori e contro il sistema capitalistico. Non comprenderemmo la diffusione e il radicamento del razzismo antisemita se non cogliessimo la funzione metaforica svolta – loro malgrado – dagli ebrei, che rappresentavano altro (il nemico bellico, il capitale internazionale). La possibilità di esercitare violenza nei loro confronti soddisfaceva il bisogno di rivalsa nei confronti dei colpevoli della situazione reale, che erano tuttavia fuori portata. Se questo è vero, è evidente che sarebbe inutile rivolgersi a una popolazione animata dal rancore spiegando, magari con l’aiuto della scienza o con l’argomentazione razionale, che è falso affermare che gli ebrei siano una «razza» e quindi non vanno perseguitati. Sarebbe come voler parlare a qualcuno che si è precedentemente otturato le orecchie. È un errore prescindere dai contesti della comunicazione. D’altro canto queste considerazioni si possono generalizzare. La comunicazione politica, il conflitto ideologico sono cose diverse dal confronto razionale tra tesi contrapposte in un contesto tutto sommato purificato dal confronto violento tra le persone, come potrebbero (o dovrebbero) essere l’università o i convegni scientifici.

Quali sono oggi gli effetti che il dispositivo razzista produce sulle basi materiali della società? Quale funzione svolge oggi in Italia e a chi si rivolge?

Alberto Burgio: Vedrei due settori fondamentali. Da una parte quello geopolitico, dall’altra quello economico. Il primo, che ha anche un versante politico interno, riguarda oggi prevalentemente l’elemento islamico, con una fortissima ricaduta. Per dirla con una formula rozza ma forse efficace, il razzismo anti-islamico è un grande presupposto di legittimazione delle guerre. Noi siamo in guerra da venticinque anni, continuamente. Lo eravamo anche prima ma, al tempo della guerra fredda, si trattava di conflitti regionali che servivano a evocare ciò che entrambe le superpotenze sapevano di non potersi permettere. Era insomma una forma di gestione di un equilibrio che aveva ricadute molteplici sia sul terreno politico sia su quello economico. Poi l’equilibrio è saltato, ed è sorto il problema di spiegare all’opinione pubblica che è necessario e legittimo continuare a fare guerre. Si pensi alla discussione in Italia quando, negli anni Novanta, ci siamo resi conto, da un giorno all’altro, che l’articolo 11 della Costituzione era pura virtualità. Abbiamo incominciato ad avere i nostri morti in divisa, le missioni dei nostri cacciabombardieri, le truppe in Somalia, in Afghanistan, in Iraq. Insomma, tutto questo impone una potente narrazione. L’ordine mondiale è cambiato e richiede continui interventi militari. Io credo che il razzismo offra i suoi servigi in modo molto efficace ai fini della legittimazione delle nuove guerre. Quando si dice che gli islamici si comportano in un certo modo, ragionano in un certo modo, sono fatti, in definitiva, in un certo modo, si suggerisce che l’«Occidente cristiano» ha a che fare con una particolare forma dell’umanità, la cui identità è costruita in funzione al rapporto bellico. Questo è il primo dei due settori. Il secondo è quello economico. Noi conviviamo con una realtà sempre più problematica, quella delle nuove servitù sul lavoro. La produzione di merci globalizzata è remunerativa in virtù del fatto che una grande quantità di merce viene prodotta in condizioni servili. Non dico di schiavitù, perché il lavoro è comunque remunerato, ma lo è in misura e in condizioni assolutamente non commensurabili con quelle proprie delle nostre società. Questo è precisamente un fenomeno di disuguaglianza flagrante, drammatica, che confligge con l’orizzonte di uguaglianza, riconoscimento e partecipazione all’universale che, come dicevamo all’inizio, costituisce l’orizzonte di senso entro cui ciascuno di noi (consapevolmente o meno) si colloca nella comprensione di sé come individuo del mondo contemporaneo. Allora, ancora una volta, come quadriamo il cerchio? Come mai da una parte siamo individui eguali che ragionano sulle proprie aspettative di riconoscimento e rivendicano democrazia, dall’altra viviamo circondati da segni che ci ricordano continuamente la drammatica disuguaglianza che caratterizza le condizioni del genere umano? Ancora una volta il razzismo ci fornisce una risposta: una risposta tanto più gradita – aggiungo – in quanto siamo anche, paradossalmente, risentiti con questi nuovi servi delle periferie del mondo, dei quali il capitale si serve per svalorizzare e precarizzare il nostro lavoro. Il razzismo ci spiega che possiamo convivere pacificamente con le nuove servitù perché in realtà siamo diversi, siamo essenzialmente diversi; così come possiamo riconciliarci con la guerra, perché abbiamo a che fare con esseri per natura pericolosi.

Vorrei concludere con un chiarimento: quando definisco il razzismo come dispositivo discorsivo, non sto facendo riferimento a un’argomentazione criticamente e consapevolmente assunta. Il senso comune non funziona così. Funziona per comunicazione implicita di segmenti di discorso assunti al di fuori di un contesto riconosciuto come tale. In larga misura ciò che noi pensiamo non sappiamo di pensarlo. Il razzismo funziona per esempio attraverso gli slogan della politica, che noi assumiamo in modo immediato, senza interrogarci sui loro presupposti e le loro implicazioni. In questo modo si costruisce il senso comune razzista.

Prima ha fatto riferimento ai grandi cambiamenti incorsi nelle nostre società a partire dagli anni Novanta, chiamando in causa più o meno esplicitamente i processi di neoliberalizzazione all’interno dei quali ancora oggi ci troviamo. Come si articola oggi il rapporto tra le masse e il neoliberismo mediante il dispositivo razzista?

Alberto Burgio: Come dicevo prima, tenga presente il grado di consapevolezza. Noi tendiamo a dimenticare che quando facciamo dei ragionamenti ci muoviamo su schemi teorici di interpretazione estremamente astratti, forse erronei, ma che hanno una loro coerenza o si sforzano di averla; e che maneggiamo materiali che sono a loro volta ipotesi interpretative: concetti, schemi di riferimento. Nel caso del razzismo e della sua diffusione, ci serviamo di un simile armamentario analitico per descrivere il punto di vista di soggetti che ovviamente non hanno alcuna idea di questi nostri schemi di riferimento, di questi nostri concetti e di queste ipotesi analitiche. Dunque noi ci sforziamo di comprendere come funziona il senso comune utilizzando metodologie e prospettive di analisi che sono tutt’altra cosa da come i soggetti ai quali ci riferiamo e che ragionano secondo il senso comune pensano il mondo e vedono se stessi. Oggi, intanto, le masse non hanno idea di cosa siano i processi di liberalizzazione: per comprendere e descrivere in modo adeguato il punto di vista soggettivo, dovremmo quindi cominciare col dire che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini esperisce una condizione caratterizzata essenzialmente dalla paura, dall’ansia, dalla percezione di insicurezza, dalle difficoltà di elaborare previsioni e di avere aspettative di medio-lungo termine sulle proprie condizioni. Questo elemento germinale le persone non lo sottopongono a verifica e tantomeno a un’analisi eziologica. Raramente ci si impegna ad analizzare i processi di delocalizzazione produttiva o di privatizzazione e di finanziarizzazione per comprendere che il proprio stato di ansia è legato al fatto che si sono modificate le ragioni di produzione del profitto e di redditività del capitale. Semplicemente si vive nell’ansia (o nella povertà). Allora l’ansia spinge alla ricerca di alcune risorse: da una parte alla ricerca della sicurezza e dall’altra a quella del colpevole. Perché sono in ansia? Perché quel vicino (magari immigrato) mi minaccia con usi, abitudini, modi estranei. La condizione di disagio è feconda di ricerche di giustificazioni di cui il razzismo si serve per produrre quelle spiegazioni a cui facevo riferimento prima.

Una società sempre più diseguale, quindi sempre più suscettibile di essere narrata attraverso il razzismo

Senza una presa di coscienza da parte dei cittadini, questi si troveranno condannati a una condizione di subalternità nei confronti di quei dispositivi e di quei processi di cui ha appena parlato.

Alberto Burgio: Ha ragione. Ne possiamo uscire (e questo naturalmente ci dimostra quanta strada abbiamo di fronte) soltanto se c’è da un lato una presa di consapevolezza e dall’altro viene anche meno – se la nostra ipotesi è fondata – la base strutturale del razzismo che costituisce il fondamento obiettivo della discriminazione, della subordinazione e della strutturazione gerarchica delle nostre relazioni sociali. Quindi una società senza razzismo dovrebbe essere, diciamo così, una società compiutamente egualitaria e contemporaneamente matura sul terreno culturale e ideologico. Se impongo l’eguaglianza a una società in cui è viceversa ancora prevalente una domanda di ineguaglianza, per paradossale che possa apparire, non si risolverebbe alcun problema. Ad esempio, se alle persone non si riesce a spiegare perché è giusto e doveroso che ci sia un’unica graduatoria per l’asilo nido, è inevitabile che ciò generi dei contraccolpi. Se io non ho l’asilo nido mentre ce l’ha una famiglia di recente immigrazione, è difficile evitare che ciò generi un conflitto. Se ne esce solo con una gestione delle risorse finalizzata a prevenire simili situazioni.

Quali prospettive vede per questo compito di maturazione culturale e civica nel presente?

Alberto Burgio: Questa domanda mi mette in serio imbarazzo. Bisognerebbe vedere come interpretiamo la fase nella quale ci troviamo. Io ho un’impressione molto negativa al riguardo. Ho l’impressione che la tendenza in atto spinga le nostre società verso evoluzioni regressive, sia per quanto riguarda i sistemi di comando (accentramento di potere, processi di trasformazione in senso oligarchico), sia per quanto riguarda la dinamica economica. La tendenza è verso la sperequazione, l’accentramento nelle mani di pochi, pochissimi, del potere economico e politico. Le grandi corporazioni sono più potenti della maggior parte degli Stati nazionali. Abbiamo quindi una forte tendenza alla verticalizzazione e alla privatizzazione del potere e della sovranità. Tutti questi vettori vanno nel senso di una maggiore disuguaglianza, per usare terminologie consuete, tra governanti e governati, tra dirigenti e diretti, tra chi sta in basso e chi decide, tra chi esercita potere e dispone di risorse e chi no. Allora, se questo è vero, noi viviamo in società destinate a ricorrere massicciamente alla risorsa ideologica del razzismo. Perché se le nostre analisi hanno un senso, i fenomeni suscettibili di giustificazione attraverso lo schema razzistico non sono destinati a ridursi, né per impatto né per frequenza e dimensione. Al contrario: la nostra società diventa sempre più diseguale, quindi sempre più suscettibile di essere narrata attraverso il razzismo. So di aver dato una risposta desolante, ma non credo che ci libereremo di questa questione facilmente. Occorre sapere che non abbiamo a che fare con un retaggio del passato, ma con una risorsa tipicamente moderna, attraverso la quale è dato governare il senso comune in forme funzionali rispetto alle tendenze in atto.

In ogni caso, diventare consapevoli di ciò rappresenta già un grande passo avanti, non trova?

Alberto Burgio: Sì, ma non ci dobbiamo illudere. Prendere coscienza di tutto ciò è inevitabilmente appannaggio di una ristretta cerchia intellettuale. Le analisi che stiamo facendo implicano un grado di consapevolezza e la disponibilità di risorse analitiche per la comprensione della realtà di notevole complessità. Come dicevo, sono vent’anni che provo a ragionare su questi temi e la mia esperienza è che persino l’affermazione piuttosto semplice secondo cui il razzismo è essenzialmente una strategia discorsiva stenta a essere compresa. La differenza tra il razzismo come pratica e il razzismo come discorso, essenziale per capire ciò di cui noi stiamo parlando, non viene colta. Ho l’impressione che siamo su un terreno molto sfavorevole per la critica e per le lotte di emancipazione. Spesso le persone che più dovrebbero combattere sono prigioniere di efficienti trappole cognitive.

Proprio per questo bisognerebbe compiere un’operazione di traduzione radicale tra linguaggi. Se i diretti interessati, i soggetti che volenti o nolenti sono coinvolti in questo processo, restano esclusi da quelle dinamiche che potrebbero essere operatrici di una loro auspicabile emancipazione, è doverosa un’operazione di traduzione e mediazione nei loro confronti.

Alberto Burgio: Sì, ha ragione, ma è molto difficile. Il razzismo ha un grande vantaggio: è un parassita delle differenze apparenti. La differenza fenotipica è un problema da questo punto di vista, in quanto impone alla critica del razzismo di fare immediatamente i conti con la complessità. Il critico del razzismo deve fare capire che tra fenotipo e identità non vi è connessione. Deve fare intendere che la differenza fenotipica è irrilevante nonostante il suo violento imporsi. È complicato. La mia esperienza è che la critica razionale del razzismo appare astratta. Di conseguenza si imbocca la scorciatoia del moralismo, che è fuorviante. I destinatari della critica sono sordi alle prediche moralistiche, anzi reagiscono – qualche volta a ragione – radicalizzando le proprie posizioni. Spesso ci rivolgiamo in modo moralistico proprio alle persone sulle quali contemporaneamente rovesciamo le condizioni di maggiore sfavore, perché – guarda caso – sono i quartieri periferici quelli nei quali si è condannati alle situazioni di maggiore disagio, di convivenza e di sfida nella relazione «inter-etnica». Il più delle volte le prediche e gli appelli astratti alla buona volontà vengono impartiti da persone che possono permettersi di non fare i conti con le reali difficoltà.

Scritto da
Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini

Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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