Intervista ad Alberto Burgio sul razzismo

Razzismo Burgio

Il razzismo appare una questione sempre più centrale nella nostra società e la sua analisi può rivelare meccanismi profondi e illuminare alcuni dei tratti più importanti della contemporaneità. Abbiamo deciso di rivolgerci per questo al professor Alberto Burgio, docente di Storia della Filosofia all’Università di Bologna, che da diversi anni ormai si è occupato del fenomeno, intuendone la rilevanza e rendendolo oggetto delle sue ricerche (che hanno dato origine a libri come Studi sul razzismo italiano, a cura di e con Luciano Casali, Bologna, CLUEB, 1996; L’invenzione delle razze. Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, Manifestolibri, 1998; Nonostante Auschwitz. Per una storia critica del razzismo europeo, Roma, DeriveApprodi, 2010; Razzismo, con Gianluca Gabrielli, Ediesse, 2012; Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, con Marina Lalatta Costerbosa, DeriveApprodi, 2016). Per il professor Burgio il razzismo non è un elemento estemporaneo ma qualcosa che si lega alle dinamiche più profonde della contemporaneità. Analizzare questo tema sarà dunque un’occasione per riflettere sul nostro tempo.


L’attualità ci pone in maniera sempre più drammatica davanti a fenomeni migratori di portata crescente e al rinascere di atteggiamenti razzisti all’interno delle nostre società.  Per interpretare tale fenomeno lei sottolinea la necessità di comprenderne le radici storiche profonde, al riguardo sottolinea quanto sia importante indagare quella che può esserne definita la genesi. Nel fare ciò lei mette in evidenza nei suoi libri un nesso decisivo che unisce il razzismo alla modernità. In che senso il razzismo può essere definito un fenomeno moderno?

Burgio: La prima cosa che mi viene in mente è l’importanza di uno studio che metta in evidenza le lunghe radici del razzismo. Nulla sarebbe più fuorviante dell’idea di aver a che fare con qualcosa di contingente, accidentale oppure con un retaggio di epoche passate, un residuo che lo sviluppo della società e, perché no, il progresso (nell’ambito delle relazioni sociali, civili e politiche) porterebbero all’estinzione. Quando, all’inizio degli anni Novanta, sullo sfondo dei fenomeni migratori, ho iniziato a interrogarmi sul razzismo, mi sono accorto che c’è una connessione forte tra le dinamiche di riproduzione della nostra società e ciò che noi chiamiamo «razzismo». La definizione di razzismo è molto complicata e ancora discussa, controversa. In che senso il razzismo sarebbe un fenomeno moderno? Qui entriamo già nel merito. Non è moderna la violenza, non è moderna la discriminazione, non è moderna la xenofobia. È moderna la strategia di legittimazione di questi fenomeni. Questo vuol dire che una definizione corretta di razzismo, per quanto possa sembrare sofisticata, deve intenderlo come una forma del discorso, una strategia discorsiva. In questo senso, razzista non è l’azione violenta ma il modo in cui la si interpreta, rappresenta e giustifica. Vorrei subito sottolineare che il vantaggio principale di questa prospettiva analitica, che focalizza in particolare il dispositivo logico del razzismo, è che essa permette di visualizzare il campo unitario del discorso e della fenomenologia ad esso relativa. Se partiamo dal fenomeno concreto (il razzismo antisemita, quello coloniale, l’antimeridionalismo ecc.), rischiamo di venire subito sommersi dalla concretezza storica e di perdere di vista il denominatore comune a tutta la questione.

Muovere invece dall’analisi logica del discorso razzista (del razzismo come discorso) consente invece di accorgerci che si tratta di un problema di grandi dimensioni, coestensivo alla modernità, articolato in molteplici configurazioni. E di interrogarci sulla ratio comune alle sue diverse forme: appunto, sul nesso tra razzismo e modernità. Ho detto che, per come suggerisco di intenderlo, il razzismo è una forma del discorso. Chiediamoci ora: perché questa forma è specificatamente moderna? La modernità, come noi la intendiamo, si caratterizza come il tempo storico in cui hanno luogo processi volti alla realizzazione di un eguagliamento tendenzialmente universale. Questa dinamica progressiva genera uno specifico bisogno di legittimazione dell’ineguaglianza che tuttavia permane, un bisogno che viene soddisfatto attraverso precise strategie discorsive. Potremmo definire il razzismo come una negazione determinata dell’eguaglianza, quindi come una negazione determinata del vettore progressivo della modernità. In questo senso la modernità del razzismo inerisce proprio al cuore stesso della modernità e alla sua dialettica.

All’interno della cornice moderna lei ha sottolineato il legame tra i processi oggettivi caratteristici dell’epoca e le loro conseguenze sulla psicologia collettiva. Potrebbe approfondire meglio questo legame?

Burgio: Certo. Naturalmente stiamo volando altissimi, correndo rischi di genericità e di astrattezza. Se, assumendo un’idea recepita e indubbiamente un po’ generica, consideriamo la modernità come il tempo storico nel quale, anche in virtù della nuova funzione che la dinamica economica incentrata su un nuovo modo di produzione, le società occidentali si fluidificano e perdono la rigidità castale propria delle società di «antico regime», allora vediamo che la modernità è caratterizzata da un gioco significativo di aspettative di riconoscimento, di eguagliamento, di partecipazione alle istanze decisionali entro un’area sempre più vasta (in fondo possiamo considerare l’universalismo etico come una delle caratteristiche della modernizzazione europea e più in generale occidentale). Rispetto agli europei del XIV secolo o ancora del primo XVIII, che vivevano pienamente appaesati nella loro condizione data, l’uomo moderno (l’occidentale) vive in una continua tensione verso il riconoscimento e la conquista di condizioni di parità e uguaglianza, anche se la fenomenologia di questi processi è ovviamente molto variegata e il tasso di consapevolezza e organicità dell’autocomprensione varia di epoca in epoca, a seconda dei settori sociali. Ma nello stesso tempo la nostra società si riproduce rigenerando dinamiche gerarchizzanti e di subordinazione, sia al proprio interno (pensiamo ai fenomeni della soggezione economica e della marginalità) sia verso l’esterno (nei confronti degli stranieri e dei soggetti esclusi dalla cittadinanza). Abbiamo il grosso conflitto tra l’aspettativa e la domanda di eguagliamento e riconoscimento da un lato, e le pratiche reali di esclusione e subordinazione dall’altro.

La mia idea è che il razzismo sia una delle strategie attraverso le quali l’ideologia dominante (e, di conseguenza, il senso comune) giustifica il persistere di condizioni e dinamiche di esclusione, subordinazione, discriminazione e, ai limiti, persecuzione in presenza di uno sfondo di aspettative caratterizzate invece dall’inclusione, dalla partecipazione, dal riconoscimento e dall’eguaglianza.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il razzismo come fenomeno moderno

Pagina 2: Burgio: il razzismo come dispositivo concettuale

Pagina 3: Una società sempre più diseguale, quindi sempre più suscettibile di essere narrata attraverso il razzismo


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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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