Europa ed Africa: continenti allo specchio. Intervista ad Andrea De Georgio
- 07 Febbraio 2018

Europa ed Africa: continenti allo specchio. Intervista ad Andrea De Georgio

Scritto da Edoardo Baldaro

12 minuti di lettura

Andrea De Georgio è un giornalista e documentarista freelance che vive e lavora in Africa occidentale dal 2012. Collabora tra gli altri con Internazionale, Limes, Nigrizia e RaiNews24, oltre ad essere Ispi associate research fellow su sicurezza e Islam in Sahel ed Africa Occidentale. Dopo una prima esperienza sul campo effettuata in Tunisia e Nord Africa durante le Primavere Arabe, si è trasferito a Bamako (capitale del Mali) nel 2012, lasciandola solo recentemente per trasferirsi a Dakar.

Andrea De Georgio è una delle più autorevoli voci italiane ad occuparsi e ad informare sugli avvenimenti dell’Africa occidentale, ed è ormai divenuto un punto di riferimento per quella piccola comunità di giovani ricercatori che si occupano di Sahel. Recentemente ha pubblicato il suo primo libro: Altre Afriche. Racconti di paesi sempre più vicini (Egea 2017), una “geopolitica dal basso” dell’Africa occidentale recensita da Pandora qui.


Non è stato facile organizzare questa intervista. Non certo perché Andrea non sia una persona disponibile, anzi. Ma perché a causa del suo lavoro, e del periodo festivo in cui abbiamo cominciato a pianificarla, intercettarlo in un momento di pausa tra i suoi vari spostamenti si è rivelato essere più faticoso del previsto. Oltre a muoversi alla costante ricerca di nuove storie da raccontare, Andrea de Georgio ha infatti anche un’importante parte dei suoi affetti in Mali – suo fratello vive da anni a Bamako, dove si è sposato e ha messo su famiglia. E proprio il Mali è il paese che, nel momento in cui ci siamo sentiti per la prima volta, si stava apprestando a lasciare, dopo quasi sei anni spesi tra la terra rossa del Sahel. Grazie a questo mix fatto di esperienze personali, affetti, e voglia inesauribile di scoprire, comprendere e raccontare, Andrea oggi è un testimone prezioso, per chiunque si accosti all’Africa occidentale.

Nonostante le difficoltà e dopo un paio di appuntamenti saltati, siamo comunque riusciti a ritrovarci. Entrambi davanti a uno schermo, a cavallo tra Napoli e Dakar – la nuova casa di Andrea De Georgio – esattamente come accade a moltissimi giovani che dalle coste atlantiche del Senegal, sono giunti fino ai vicoli di Forcella. Nell’intervista Andrea non si è limitato ad affrontare i più recenti eventi che hanno reso l’Africa un continente “improvvisamente” vicino e vagamente minaccioso. Come un novello Kapuściński, partendo dalla propria esperienza ha spaziato, riflettendo prima di tutto su come l’Africa venga raccontata oggi, e proponendo interpretazioni alternative di un continente, che è in realtà nostro specchio e nostro doppio, molto più di quanto non vogliamo ammettere.

La prima domanda che vorrei farti riguarda il tuo libro. Come ti è venuta l’idea di scrivere una “geopolitica dal basso” dell’Africa occidentale? E il “periodo storico” che stanno attraversando le relazioni tra Africa ed Europa ha in qualche modo influenzato la tua decisione?

Andrea De Georgio: In realtà, l’idea iniziale è stata di Egea (la casa editrice). Cercavano qualcuno che scrivesse una specie di atlante geopolitico dell’Africa occidentale, e mi avevano contattato in un primo momento già nel 2015. Non ti nascondo che ho avuto molte remore, e mi è occorso diverso tempo per accettare, anche perché non avevo mai affrontato una sfida di questo tipo. Al tempo stesso, ho pensato fin da subito che fosse molto interessante, il fatto che a propormi di realizzare questo libro fosse una casa editrice legata all’Università Bocconi. In un certo senso, l’ulteriore prova della nuova centralità assunta dall’Africa occidentale in Italia.

A questo proposito, mi viene in mente il mio vecchio professore di Storia e Istituzioni dell’Africa ai tempi della triennale. Io volevo scrivere una tesi sull’eredità della figura di Thomas Sankara[1] tra i giovani del Burkina Faso, paese dove volevo andare anche per poter raggiungere mio fratello, che viveva lì già da diversi anni. Il professore, una vera autorità tra gli africanisti italiani, pur lasciandomi andare, mi disse chiaramente che mi stavo andando ad occupare di un’area su cui c’era poco da dire, e ancora meno interesse. La situazione che trovai una volta arrivato invece era molto diversa da quella che mi era stata descritta. Era un contesto estremamente attivo e politicamente molto dinamico, soprattutto fra i giovani, che pur non avendo conosciuto Sankara, lo avevano mitizzato, e che nel suo nome mi parevano ormai pronti a passare all’azione e far cadere il regime di Compaoré.[2] Inutile sottolineare come al tempo, il professore rigettò le conclusioni della mia tesi, considerandole poco realistiche. Mi ha fatto però piacere quando, nel 2014 e in concomitanza con la fuga di Blaise, lui stesso mi riscrisse per scusarsi, e per riconoscermi il fatto che avevo avuto ragione.

La visione dell’Africa: tra paradigmi e stereotipi

Partendo da questo episodio, ritieni ci sia un problema, rispetto al modo in cui viene studiata e raccontata l’Africa, non solo occidentale, in Italia?

Andrea De Georgio: In effetti la storia del mio professore racchiude in sé un problema più vasto. Gli africanisti e i giornalisti italiani tendono a guardare solo alle ex colonie o all’Africa orientale, in questo secondo caso principalmente per ragioni legate alla storica – ma sempre più ridotta – presenza della nostra cooperazione e delle missioni. Tutto questo discorso però non sta più in piedi, e le conseguenze sono tristemente evidenti. La mia prima esperienza come giornalista si è svolta in Nord Africa, durante le Primavere Arabe. In quel caso, ho trovato poco margine per pubblicare, perché il campo era “occupato” dagli inviati delle principali testate. Niente di male, se non fosse stato per il fatto che la maggior parte di loro fossero colleghi che non parlavano l’arabo, inesperti dei luoghi, e che conseguentemente avevano grosse difficoltà a raccontare in maniera completa i paesi e gli eventi di cui erano testimoni.

Questa dinamica l’ho in parte ritrovata anche in Africa occidentale, dove mi sono trasferito nel 2012, approfittando della presenza di mio fratello. Io ho deciso di immergermi nel contesto che ho scelto di raccontare. La RAI, pur avendo inviati di qualità in Africa, ha un’unica sede per tutto il continente, che si trova a Nairobi in Kenya. Ora, in termini di distanza geografica, calcola che Bamako è più vicina a Roma che non a Nairobi. Dall’altra parte, il ragionamento riguardante come l’Africa viene raccontata e studiata potrebbe essere allargato anche ad altri paesi. Il caso più evidente qui riguarda la Francia, la cui presenza nel tessuto economico, sociale e politico dell’Africa occidentale è ancora pervasiva. Nonostante legami molto più intensi, anche i francesi continuano ad avere la tendenza a “costruirsi” la propria Africa, legata in parte al passato coloniale, e in parte all’idea di una “comunità di destini”, che non tiene però conto della velocità con cui quest’area del mondo sta cambiando. E anche in questo caso, le idee e le convinzioni finiscono per avere conseguenze dirette sulla politica e sui rapporti di potere che si instaurano. Un esempio evidente lo ha dato recentemente il presidente Macron, venuto a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) per parlare davanti a una platea di studenti africani, e ricascato nei tipici cliché della FrançAfrique una volta trovatosi ad affrontare le domande del pubblico.

Tornando all’Italia, ho tuttavia l’impressione che la percezione dell’Africa occidentale stia comunque cambiando nel nostro paese. La questione dei migranti e i nuovi accordi commerciali hanno messo questa regione, la più dinamica e giovane di tutto il continente, sotto i riflettori dei media. In questo senso, è anzi bene ricordare che l’interesse mediatico segue sempre lo svilupparsi di un interesse politico ed economico, oramai evidente per quanto riguarda l’Italia. Nel caso di Egea e del mio libro, ho trovato comunque l’operazione valida ed importante soprattutto da un punto di vista culturale, anche se dettata da interessi di tipo geopolitico. È questo il motivo per cui ho contrattato, cercando di realizzare un’opera che fosse soprattutto una “geopolitica dal basso”, un insieme di racconti il cui focus principale fosse la quotidianità degli africani. In questo modo, sarebbe stato più facile far vedere come i grandi temi di politica internazionale toccano direttamente la vita delle persone. Cercavo una chiave di entrata più umana, e sono stato fortunato a trovare dentro la casa editrice un editor che, grazie anche a un suo passato come cooperante in Burkina, ha saputo apprezzare e sostenere la mia idea.

Mi aggancio a quanto hai detto poco fa, e ti chiedo: quale idea ti sei fatto di questa nuova attenzione mediatica dedicata all’Africa occidentale, e al Sahel in particolare? Quali conseguenze può avere sul futuro delle dinamiche euro-africane?

Andrea De Georgio: Partiamo dalla premessa che a mio avviso, rispetto a non parlare di Africa, ben venga anche questa nuova ondata di attenzione, che sta facendo sì che si stiano aprendo finestre di approfondimento in diversi media. Poi è chiaro, che il dovere dei giornalisti e degli analisti che si occupano della regione dovrebbe restare quello, di evitare semplificazioni e di sfuggire alla logica dominante della narrazione attuale. La scelta di trasferirmi a Dakar è stata ad esempio dettata anche da questo bisogno di raccontare la pluralità dell’Africa occidentale, rifiutando il solo nesso migrazioni-sicurezza-terrorismo che sembra essere oggi dominante. Sono ovviamente questioni di cui continuo ad occuparmi, ma cercando sempre di sottolineare come dal campo, vivendo qui, migrazioni e insicurezza, per non parlare del terrorismo, risultino essere separati in maniera netta ed evidente. La sovrapposizione della questione securitaria con quella delle migrazioni è una tendenza tutta europea – soprattutto delle destre – che finisce per fare il gioco di tutti quegli attori, emersi più o meno recentemente, che vedono in questo passaggio un elemento fondamentale per fare avanzare le loro agende e raggiungere il proprio scopo. E in questo caso sto parlando di attori molto diversi tra loro, che comprendono alcuni partiti politici in Europa, leader locali africani, ma anche gli stessi gruppi terroristici, ed in particolare l’Isis. Dobbiamo ricordarci che parlare di migrazioni, sicurezza e terrorismo come di fenomeni correlati porta vantaggi prima di tutto a quelle organizzazioni che sosteniamo di voler combattere.

Ancora una volta, è stato però presentando il mio libro in giro per l’Italia, che mi sono reso conto che fortunatamente, tanta gente è rimasta curiosa, e non spaventata da ciò che accade nella regione. Lo stesso arrivo dei migranti ha permesso che si realizzassero nuovi incontri, attraverso i quali è possibile comprendere che esistono persone portatrici di principi diversi, ma non per questo antagonisti rispetto ai nostri. Di nuovo, questo è il motivo per cui, fatta salva la complessità delle società e dei fenomeni africani, cerco sempre di parlare alle persone e delle persone, evitando di allontanare chi senza essere particolarmente esperto, desidera conoscere realtà diverse dalla sua.

L’Africa: il continente del futuro? O già quello presente?

In questa ultima risposta hai parlato di incontri, di culture e di persone. Vorrei soffermarmi un po’ di più su questo punto. Molto spesso, ciò che accade in Africa viene raccontato attraverso il prisma di insuperabili atavismi – penso ad esempio alla fittizia divisione tra Hutu e Tutsi – o sottolineando l’eterno sottosviluppo del continente e delle popolazioni che lo abitano. Per te che hai eletto il Sahel a tua seconda casa, gli africani sono veramente “fuori dalla storia”? L’Africa è veramente un continente a parte?

Andrea De Georgio: Ritengo che ragionare in termini di divisioni etniche, di categorie “primitivizzanti” spesso di origine coloniale, sia non solo sbagliato, ma anche estremamente pericoloso, come dimostra appunto il terribile esempio del genocidio del Ruanda. Allo stesso modo, è sbagliato e fuorviante pensare a un’Africa come fuori dal tempo e dal nostro mondo. Prendo il caso della nostra generazione. Di fatto i nostri coetanei condividono con noi un background culturale comune, ascoltano la stessa musica e guardano gli stessi film. Ricordo i miei amici a Tunisi, capaci di mettermi in difficoltà quanto a citazioni di Fellini e con cui in generale mi ritrovavo ad avere gli stessi riferimenti culturali. Anche in questo caso comunque, è necessario fare attenzione, e restare consapevoli delle enormi differenze che esistono ancora tra i grandi centri urbani e le periferie rurali, differenza che in Africa Sub-Sahariana risulta essere ancora più brusca. Le generalizzazioni andrebbero sempre evitate, e ancora di più quando si parla delle sole comunità urbane.

Tuttavia, se penso ai miei amici, qui come in Nord Africa, alcuni trend si possono individuare. Molto spesso a un’evidente “occidentalizzazione” si accompagna il mantenimento di una forte connessione alle tradizioni e alle proprie radici. Spesso questi sono ragazzi con una marcia in più, fortemente attratti dalla nostra cultura, ma che al tempo stesso non scordano la loro. Grazie a loro, ho anzi “riscoperto” e rivalutato molti degli ideali cosiddetti europei. In un gioco di specchi, mi sono reso conto che l’Europa è ancora portatrice di ideali positivi, che hanno una grande forza di attrazione sui nostri coetanei. Dall’altro lato, questa stessa generazione si sta rendendo protagonista di un forte ritorno alla tradizione, visibile soprattutto nella riscoperta della religione musulmana (religione dominante in Nord Africa e in larga parte dell’Africa occidentale). La religione svolge infatti una funzione di collante culturale. Come si dice spesso, noi in occidente abbiamo “ucciso Dio”, smettendo di credere che potesse esistere qualcosa di superiore all’uomo e all’economia. Questo ha in parte portato al “delirio di onnipotenza” che ci ha fatto credere nella possibilità di realizzare una crescita infinita, ma che sta anche comportando la distruzione del pianeta, e una profonda rottura identitaria, resa ancora più evidente per la nostra generazione dall’arrivo della crisi. Ecco, la tradizione e la religione stanno rappresentando per masse di giovani africani, la risposta rispetto allo spaesamento indotto da un contesto incapace di fargli realizzare appieno le loro legittime aspirazioni di vita.

In quest’ultima risposta hai giustamente parlato dei giovani africani. In effetti, si sente spesso dire che l’Africa sarà il “continente del futuro”. Sei d’accordo con questa definizione? E in che termini? E cosa sta accadendo invece al presente dell’Africa?

Andrea De Georgio: Secondo me, l’Africa è assolutamente da considerarsi già il continente del presente, non solo del futuro. I prossimi anni a livello internazionale saranno sempre più influenzati dagli eventi africani. Ci sono moltissime dinamiche interessanti di cui tener conto. Prima di tutto, la crescita economica, che fa segnare una media del 4% annuo, con punte del 10% nei paesi costieri. Questi indicatori economici, che fanno ancora più impressione se visti da un’Europa che da ormai dieci anni fatica a tornare a crescere, permettono di decostruire in parte il mito di un continente inesorabilmente povero. L’Africa è stata oggettivamente impoverita nel corso della storia, attraverso processi di aberrante spoliazione in termini sia economici che umani. Penso alla colonizzazione, ma anche alla tratta degli schiavi, due dei principali momenti di accumulazione della ricchezza della storia dell’occidente. Al tempo stesso, i dati sulla crescita africana ci dicono anche che è limitante ragionare solo in termini di indicatori economici. Fondamentale è anche andare a vedere da dove la ricchezza viene prodotta, e come viene ridistribuita. Molto spesso, la ricchezza dell’Africa viene dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, e si appoggia sul rapporto creatosi tra le élite africane e un occidente, in grado di rendersi indispensabile attraverso il proprio savoir faire economico, tecnologico e militare. Questo tipo di meccanismo di produzione della ricchezza finisce per produrre sperequazioni enormi all’interno dei paesi africani, che sostengono il potere e la ricchezza di pochi, a discapito del benessere della più gran parte.

Un caso che non esiterei a definire paradossale è quello del Niger. Qui la multinazionale francese Areva estrae dal sottosuolo nigerino l’uranio con cui vengono alimentate le centrali nucleari in Francia, garantendo l’energia che accende una lampadina su tre oltralpe. Al tempo stesso, l’80% dei nigerini vive senza elettricità. E allora appare naturale allargare il discorso, e porsi qualche domanda rispetto alle élite corrotte che governano in Africa. Perché se c’è un corrotto, allora ci deve essere anche un corruttore, e molto spesso quel corruttore siamo noi. Quando Macron viene a Ouagadougou a fare un discorso contro le élite ai giovani africani, può anche aver ragione, ma appare sia ipocrita, che soprattutto fuori tempo massimo, essendo queste l’espressione di un rapporto politico ed economico alimentato dalle stesse potenze europee.

Il caso del Sahel ci dice però anche altro. L’interesse che la regione ha saputo attrarre negli ultimi anni, è stato convertito in un intenso sforzo di militarizzazione dell’area, favorito dal sostegno e dall’intervento diretto dell’Europa e dei suoi superiori mezzi militari e tecnologici. Si sta di fatto assistendo a un processo di “riempimento” dei vuoti lasciati dagli stati locali, processo che comporta costi sia politici che economici. All’interno di questo quadro, i giovani sono completamente esclusi dalla possibilità di poter ridefinire il proprio tempo, e sono dunque frustrati. L’esempio più lampante è dato dagli universitari, a cui per potersi formare sono richiesti enormi sforzi, che quasi mai però portano a dei ritorni in termini lavorativi una volta terminati gli studi. Di fatto in Africa si assiste a un’estremizzazione di ciò che sta accadendo anche in Europa, per quanto riguarda le generazioni più giovani. E allora l’emigrazione diventa solo la punta di un iceberg.

Anche in questo caso, bisogna sfatare un mito. I giovani africani non vorrebbero partire, sanno cosa l’impresa migratoria comporti in termini di costi e rischi, e sono informati sull’Europa, sul suo clima, sul cibo, e su cosa significhi separarsi dalle famiglie. Tuttavia, la migrazione continua ad essere vista come una possibilità e un’opportunità per migliorare le proprie condizioni economiche, perseguire le proprie legittime aspirazioni di vita o a volte, semplicemente garantire l’auto-sostentamento per sé e le proprie famiglie.

Le conclusioni di Andrea De Georgio

Vorrei tornare brevemente sulla questione dell’identità. In questo contesto, lo stesso jihadismo è ad oggi l’unica ideologia antisistemica a disposizione di una generazione che non riesce a cambiare la propria realtà, e vive in un contesto che tende a marginalizzarla. In tal senso, i meccanismi di radicalizzazione sono simili anche nel caso dei foreign fighters. Una delle chiavi per comprendere quanto sta accadendo secondo me, si ritrova già nelle riflessioni di Frantz Fanon[3] contenute nella sua opera I Dannati della Terra. Proprio ad un passaggio di questo lavoro ho affidato l’apertura di uno dei capitoli del mio libro, quando Fanon descrive la borghesia africana e la sua classe al potere come fondamentalmente parassitaria e predatoria, e che non è stata capace di svolgere la propria funzione storica di classe economicamente dinamica e accumulatrice di capitale e ricchezza. Le dinamiche coloniali e poi post-coloniali hanno invece creato una struttura, per cui le élite hanno principalmente pensato al proprio tornaconto immediato, permettendo al contempo che i rapporti di forza e di dominazione informale con gli ex colonizzatori si perpetuassero. Ancora oggi, è la grande massa impoverita a “giustificare” gli aiuti allo sviluppo e la cooperazione internazionale, che però assai raramente riesce ad avere un oggettivo impatto, poiché spesso viene “catturata” dalle classi dirigenti locali.

Se mi permetti, vorrei concludere con un ragionamento più ampio, in cui mettere dentro anche noi. Trovo infatti che proprio la questione della marginalizzazione e della privazione di opportunità costituisca il ponte, attraverso cui leggere una dinamica condivisa che accomuna le giovani generazioni tanto in Europa che in Africa. Spesso infatti la questione non è solo quella della distanza dal mondo del lavoro, ma più in generale di una totale idiosincrasia di vedute rispetto al cosiddetto “ordine costituito”. I giovani andrebbero ascoltati, in quanto portatori sani di attivismo. Non è mai esistita una generazione più numerosa nella storia dell’umanità, che al tempo stesso però rimane frustrata e senza possibilità di affermarsi. In più, nel caso dei giovani africani, questi non godono neanche della libertà di movimento che noi in Europa consideriamo come qualcosa di acquisito. Tutto ciò prima o poi esploderà, e anzi sono convinto che sia una situazione che non può durare ancora a lungo. Guarda alle migrazioni, ma guarda anche alla radicalizzazione e al fenomeno terroristico: parlare di etnie, di tribù, nel caso del Mali e del Sahara di Beduini, è una stupidaggine. È un discorso molto più vicino a noi, è un fenomeno in cui ci possiamo specchiare e vedere le stesse dinamiche che esistono anche da noi, ed è per questo che è un fenomeno che ci fa ancora più male. Ogni attentato ci chiama in causa direttamente e in prima persona. Non è un caso che in entrambi “i campi”, esistono soggetti che hanno capito questa dimensione transnazionale e generazionale della “rivolta”, e che portano avanti discorsi ed ideali dalla valenza appunto transnazionale. Tutto ciò non verrà arrestato rafforzando barriere o mandando soldati in sperduti fortini. E questo vale anche per la nostra missione in Niger, che serve molto di più a ridefinire il nostro ruolo su uno scacchiere geopolitico estremamente dinamico, che non a gestire fenomeni epocali e destinati a segnare la nostra contemporaneità.


[1] Thomas Sankara (1949 – 1987). Noto anche come “Che Guevara africano”, fu un militare, rivoluzionario, e presidente del Burkina Faso, così rinominato su sua iniziativa. Divenuto già in vita uno dei principali simboli della volontà africana di affrancarsi dal giogo neo-coloniale e dal sottosviluppo, venne assassinato durante il colpo di stato che consegnò il potere al suo secondo Blaise Compaoré.

[2] Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso dopo Sankara – che in molti sospettano sia stato direttamente eliminato dal suo secondo – è rimasto ininterrottamente al governo del proprio paese per 27 anni, fino a che le proteste scatenatesi nel paese nel 2014 lo costrinsero prima alle dimissioni e poi alla fuga in Costa d’Avorio.

[3] Frantz Fanon (1925-1961), intellettuale francese originario della Martinica, fu uno dei principali esponenti della corrente terzomondista, nonché tra i più influenti studiosi dei processi decolonizzazione da un punto di vista politico, sociologico e culturale.

Scritto da
Edoardo Baldaro

Nato a Bologna, dopo aver conseguito il dottorato in Scienze Politiche presso la Scuola Normale Superiore (sede di Firenze), è attualmente assegnista di ricerca in Relazioni Internazionali presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Si occupa principalmente di conflitto e sicurezza in Sahel, e delle politiche estere occidentali nell’area.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]