La crisi dell’Università. Intervista ad Adone Brandalise

Adone Brandalise università

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa intervista al professor Adone Brandalise, noto critico letterario e docente di Teoria della letteratura presso l’Università di Padova, da poco in congedo. Brandalise si è laureato con Vittore Branca e ha a lungo insegnato presso l’Università di Padova. Studioso di Spinoza e Plotino, di Hegel e dell’idealismo tedesco e di Lacan, la sua attività di ricerca si caratterizza per l’intreccio tra riflessione filosofica e interpretazione del testo letterario. Ha collaborato a riviste quali «Lettere italiane», «Studi novecenteschi», «Il centauro» e «Filosofia politica».

Prendendo avvio dall’esperienza del ‘68 e passando per le riforme degli ultimi decenni, Brandalise affronta la questione dell’Università e dei suoi problemi, dai vincoli di un definanziamento strutturale alla crescente burocratizzazione. La riflessione dello studioso si allarga poi toccando altre questioni attuali: i processi di “decostituzionalizzazione” in atto a livello globale, l’esperienza dei gilets jaunes, la fuga dei cervelli, la risposta ai “populismi”. L’intervista è a cura di Giovanni Comazzetto e Mauro Azzolini.


Vorremmo iniziare con una domanda che riguarda il periodo della Sua formazione. Lei si è laureato nel ‘72, in un periodo turbolento per il paese, e in modo particolare per la città di Padova e la sua Università. Sono gli anni della protesta studentesca (che si è presto tramutata in una contestazione globale della società), c’è stato da poco il Sessantotto; il decennio successivo è ricordato soprattutto per la lotta armata e le trame eversive, che a Padova hanno avuto uno dei loro epicentri. In che modo il contesto storico-politico ha inciso sulla sua formazione culturale e politica? 

Adone Brandalise: Fondamentalmente, c’è da dire (e forse questa può essere un’opportuna e un po’ sorprendente anticipazione) che quegli anni possono essere stati vissuti da coloro che si trovavano a vario titolo nell’Università di Padova in maniera molto diversa, e chi, in qualche modo, dovesse sforzarsi a ricostruire il quadro dei propri percorsi in quell’epoca forse potrebbe parlare in alcuni casi di un’Università attraversata con lo sguardo esclusivamente rivolto a delle decorose routine quotidiane, altri potrebbero probabilmente, con qualche base documentaria, sviluppare un discorso capace di avere addirittura dei risvolti epici, in definitiva. Lo dico perché, dal mio punto di vista, quegli anni sono in parte stati trascorsi nel tentativo di trovare delle chiavi interpretative per una serie di situazioni, il nesso tra le quali spesso mi sembrava all’epoca non risultare evidente. Quando si pensa alla Padova di quegli anni, si pensa soprattutto ad una torsione con risvolti inquietanti della stagione dei movimenti. E anche, evidentemente, ad un ruolo che fatti collocati nella città (e forse la città stessa) hanno avuto all’interno di quella che si potrebbe definire una rideterminazione complessiva di assetti costituzionali nel nostro paese de facto, più che de iure. Io avevo la sensazione, allora, che quello che era stato lo sviluppo economico del nostro paese negli anni precedenti, implicato anche con una rapida crescita di complessità sociale, si stesse traducendo in una richiesta complessiva di un salto di qualità – salto di qualità nelle istituzioni culturali, nell’organizzazione dei rapporti di lavoro, insomma una richiesta di superiore qualità di vita, ma soprattutto una richiesta confusa, e non a caso corrompibile, di nuova e superiore qualità nella valorizzazione del capitale sociale. A questo tipo di spinta è stata data dal nostro sistema socio-politico una risposta flessibile, che tutto sommato ha finito per sposare quelli che potremmo definire gli istinti, non dico ignobili, ma certo meno ambiziosi di quella spinta, in realtà. C’è stata una creazione di spazio a diversi livelli all’interno di un sistema di occupazione, in cui tutto sommato le spinte più innovative, più ambiziose di scarti effettivi finivano per ripiegare nella possibilità di conciliare una certa proposta di consumo ideologico con una discreta adattabilità a un grande sistema di compatibilità in cui la complessità di un’Italia in cui alcune cose nuove accadono, ma soprattutto quelle che sono già accadute non devono mai scomparire del tutto e avere comunque un loro spazio, si può dire trovava una sua soddisfazione. La vicenda, poi, che ha portato allo snodo tra tradizione operaista, Autonomia Operaia e poi alle vicende del 7 aprile ecc. da un certo punto di vista ha segnato, comunque si vogliano distribuire le responsabilità, un ripiegamento, nel Veneto come nel paese, di quella che avrebbe potuto essere una fase, invece, di impatto anticipato della nostra realtà con una serie di esigenze di innovazione che negli anni successivi sono state viste in forma sgranata nel tempo – quasi sempre, con una certa rassegnazione a non cogliere le occasioni. Alla fine il prodotto di Padova è stata una delle versioni più allucinanti del gioco terrorismo-antiterrorismo all’interno del quale è stato sacrificato, secondo me, molto del meglio di ciò che si stava producendo nell’epoca. Questo, tutto sommato, fu uno snodo dagli anni ‘70 agli anni ‘80 che io vivevo come un bilancio tutto al passivo di quegli anni.

 

Dato l’accantonamento di queste istanze più innovative, anche a seguito di ciò che è accaduto alla fine degli anni ’70, questo secondo Lei è in qualche modo correlato alla scarsa resistenza dell’Università rispetto a una serie di riforme che sono state decise soprattutto negli ultimi trent’anni? Una successione di riforme del sistema universitario su cui è difficile non dare un giudizio pesantemente negativo.

Adone Brandalise: Io vi ringrazio per questo passaggio e sono d’accordo con voi. È una cosa che in Università è sempre stato difficile dire, e di cui io mi sono trovato convinto fin dall’inizio – e questo ha in qualche modo accompagnato, per ciò che mi riguarda, anche un ridimensionamento di coinvolgimento politico. Sono convinto del fatto che il percorso dell’Università attraverso la sequenza delle riforme, ivi comprese quelle riforme che sono state rivendicate dalle formazioni politiche della sinistra riformatrice, abbia progressivamente disegnato un piano inclinato lungo il quale l’Università si è progressivamente allontanata da quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo. Io credo che sia iniziato dopo il ‘68 un periodo in cui i percorsi di riforma (che in alcuni casi hanno anche gestito fasi di ampliamento, fasi di potenziamento strutturale, ecc.) sono stati prevalentemente ispirati dall’esigenza di contenere e rendere prevedibili i processi di sviluppo dell’intelligenza socialmente diffusa. Si tratta di questa sensazione – che può essere risentita come assurda –, che in realtà una logica profonda abbia sempre richiesto che l’intelligenza venisse non tanto messa nelle condizioni di svilupparsi socialmente nella forma più ricca, più innovativa, più anche imprevedibile, quanto piuttosto predisposta ad occupare degli spazi compatibili con una serie di assetti esistenti la cui permanenza era assunta come una priorità. Diciamo che nel corso degli anni – e anche questa è un’affermazione che potrebbe destare polemiche, ma che non è ispirata a nessuna volontà aggressiva nei confronti di qualcuno in particolare – alla domanda “qual è il pensiero dell’Università?”, cioè “qual è il pensiero che pensa l’Università decidendone la forma, le finalità, gli obiettivi e quindi anche l’articolazione interna?”, e nello stesso tempo “qual è il pensiero che l’Università produce sul mondo che è in qualche modo chiamata a capire e contribuire ad ordinare?”, a questa domanda “dov’è il pensiero dell’Università?” la risposta non è stata più fornita da qualcosa che possiamo chiamare una filosofia, in senso lato, ma da una sorta di complementarietà tra economia e pedagogia – ovverosia gli obiettivi, i valori, i significati, l’importanza di ciò che è Università la definisce un discorso economico, finanziario e gestionale.

 

Per quanto concerne le diverse forme di opposizione che pur ci sono state a questi processi di trasformazione dell’Università, si è visto che molto spesso ci si limitava a contrattare maggiori risorse da parte dello Stato centrale, quindi non c’erano contestazioni di fondo; d’altra parte, soprattutto negli ultimi anni, ci sono state anche forme di opposizione radicale, ad esempio al metodo quantitativo di valutazione della ricerca. Non era tuttavia chiaro a quali metodi alternativi di valutazione si stesse pensando…

Adone Brandalise: In realtà all’interno dell’Università si è sempre lamentata la dipendenza dei criteri di selezione e di ammissione da logiche di tipo clientelare, rispetto alle quali l’effettivo merito sarebbe stato sempre escluso. Credo che in moltissimi casi questa lamentazione avesse ottime basi: le scelte di immissione all’Università spesso, anzi forse quasi sempre, sono state l’esercizio di un arbitrio oligarchico che peraltro in molti casi rappresentava l’unica forma reale di confronto effettivo con il problema del riconoscimento di una qualità. Per dirla con una battuta, in Università sono sempre entrati coloro che qualcuno ha voluto fare entrare. Va detto che un tempo, fino a qualche decennio fa, l’Università era di fatto talmente deregolata, in concreto talmente affidata all’autogoverno dei docenti, da poter essere contemporaneamente un luogo di sostanziale evasione da qualsiasi dovere professionale e il luogo in cui una forte motivazione intellettuale – che in moltissimi casi c’è stata e a cui dobbiamo molto – produceva un costume di lavoro di eccezionale intensità. Per come li ricordo io, gli anni ‘80-‘90 all’Università sono quelli in cui qualcuno avrebbe quasi potuto evitare di svolgere qualsiasi attività e ritirare lo stipendio, e in cui molti, non pochi, lavoravano invece con dei ritmi molto elevati, sperimentando forme di organizzazione del lavoro anche piuttosto avanzate – proprio perché in molti casi non discendenti da nessun palinsesto normativo particolare. Questo poteva valere anche per gli studenti: un’Università splendida per chi potesse frequentare, disastrosa per chi non avesse queste possibilità o non avesse una capacità personale di impresa e dovesse in qualche modo semplicemente affidarsi all’ufficialità accademica (che in moltissimi casi era evanescente o reticente). Progressivamente abbiamo avuto un processo di burocratizzazione. Attualmente noi siamo in un’Università in cui sostanzialmente gli studenti possono solo frequentare, mentre dimensioni di didattica più innovativa o più ambiziosa (seminari o altro) sono costretti a trovarsi degli spazi di risulta, spesso non trovandoli. Come motore di questo processo io vedo essenzialmente un progressivo scadimento della rilevanza dei contenuti del lavoro di ricerca e del lavoro d’insegnamento, che fa sì che l’Università finisca per apparire all’atto pratico prevalentemente un complesso di procedure che coinvolgono denaro, carriere, e che tutto sommato si proiettano in un complesso di riflessi buoni per una banca dati.

 

In quale misura sono fondate, secondo Lei, le lamentazioni circa il mancato riconoscimento della qualità della ricerca?

Adone Brandalise: Quasi sempre la cosa ha un risvolto perverso, in moltissimi casi il lamento finisce per avere questo aspetto: è indecente che passino i raccomandati, soprattutto se il raccomandato non sono io. E questo è un esito un po’ misero, che non inficia assolutamente il fatto che moltissime persone di grande qualità e di grandi meriti non abbiano trovato posto all’Università e probabilmente ne siano stati privilegiati altri che ne avevano di meno (e i primi avrebbero tutto il diritto di lamentarsi). Resta, questa immaginazione, quasi una sorta di grande narcisismo istituzionale per cui l’Università dovrebbe selezionare i migliori. Rispetto a quale criterio? Quello – e si è trovato solo questo – della soddisfazione delle aspettative dei vertici delle corporazioni che corrispondono ai singoli settori disciplinari. Possiamo dire, se vuole, che la formula cuius regio eius religio si è tramutata in questa formula: che cos’è l’eccellenza accademica? È ciò che sembra eccellente a coloro che possono comporre le commissioni giudicanti dei singoli settori disciplinari. Si è imposta in questi anni la cosiddetta “cultura della valutazione”, e qualsiasi critica a questa istanza valutativa viene vista come il tentativo di razionalizzare una irresponsabilità venata di opportunismo: l’obiezione è «ma allora voi non volete mai essere valutati». Ma la valutazione, per come è stata organizzata in questi anni, è stata vista essenzialmente come riconoscimento dei curricula e dei prodotti come compatibili con una silhouette precostituita, settore per settore, ambito per ambito, sulla base delle tendenze. La stessa nozione di soglia, per cui sostanzialmente ai fini di un’abilitazione per l’associazione o per la prima fascia bisogna aver prodotto un determinato numero di contributi ricavato dalla media di ciò che si produce all’interno di questo settore, rende assolutamente secondario ogni effettivo riferimento qualitativo. Questo degrado per me è essenzialmente legato all’assenza di parametri esterni all’autorappresentazione corporativa dell’Università. Io ho quasi sempre visto che i settori di ricerca in cui era più difficile che si producessero fenomeni di clientelismo erano quelli legati a un forte tasso di internazionalizzazione e in cui il lavoro del singolo settore era in maniera significativa collegato, strutturalmente, con quanto avveniva in altri contesti. I casi in cui, clamorosamente, i meriti non sono riconosciuti secondo una gerarchia che sembrerebbe palese sono quelli di porzioni della struttura universitaria alle quali, paradossalmente, sembra che la cosiddetta società non chieda niente, se non banalmente di esistere. «Chinatown» si potrebbe dire, ricordando Houston, «Fatti loro!», l’oscuro mondo dell’Università si fa i fatti suoi, tanto per tutti noi che non siamo lì dentro non cambia niente (o così si pensa). Questo deriva dal fatto che in realtà in questi anni – e questo è stato un po’ l’effetto di questo scivolo verso il basso – l’innovazione scientifica e la trasformazione dei modi della partecipazione sia sociale che lavorativa allo sviluppo del paese sostanzialmente hanno rinunciato a valorizzare il momento dell’innovazione intellettuale e della crescita culturale. Si dice, lo dice qualsiasi politico a cui qualcuno abbia scritto un discorso, che l’Università e la scuola devono essere il vero motore del paese, e credo sia vero. Ogni volta che questa frase è stata ripetuta le scelte di sistema stavano producendo un arretramento rispetto a questo obiettivo.

 

Riguardo al rapporto tra Università e mercato del lavoro, che è un altro dei temi ricorrenti, Lei cosa pensa? Pensa che ci debba essere un rapporto più stretto, e in quali termini? O che si debba superare un rapporto in qualche modo di sudditanza nei confronti dei processi economici?

Adone Brandalise: Capisco che questa affermazione che sto per fare sembrerà velleitaria, ma io ho sempre ritenuto che i rapporti tra organizzazioni produttive, organizzazioni dei servizi, organizzazioni sociali e Università debbano essere strettissimi. Ritengo però che questi stretti rapporti siano disastrosi nel momento in cui diventano una dittatura di una committenza da parte degli interlocutori esterni, fondata sulla loro autorappresentazione. Se noi chiediamo alle nostre industrie e alle nostre organizzazioni sociali cosa deve fare l’Università, ne ricaviamo un’Università che è grande un quinto, un sesto di quella attuale e limitata ad alcuni settori. Il rapporto tra l’Università e questi contesti dovrebbe essere invece quello di un coinvolgimento decisivo dei saperi universitari, che però per fare questo devono produrre una forte autotrasformazione, come elemento discriminante nella lettura da parte del sistema economico delle proprie possibilità di sviluppo. Il problema è di capire se c’è la possibilità di immaginare, in una forma non dirigistica, la creazione di un “cervello sociale” in grado di riconcepire le forme della nostra organizzazione, dal modo di produrre al modo di consumare al modo di organizzare la nostra esistenza, anche per tutti i riflessi di tipo ecologico e ambientale di cui verifichiamo sempre di più l’importanza, e se questo può passare attraverso una riconversione dei luoghi in cui si produce sapere che sappiano essere all’altezza di una chiamata di questo tipo.

 

Una delle molte istanze innovative portate avanti dal ’68 era quella di superare la natura classista dell’Università. I dati sulla mobilità sociale in Italia, per quanto possono valere classifiche e statistiche, descrivono un quadro piuttosto desolante. Vorremmo chiederLe se a suo parere anche questa istanza del ’68 ha fallito.

Adone Brandalise: Diciamo che il cosiddetto “ascensore sociale” in Italia è rallentato da tanto tempo ormai, se non bloccato. E credo essenzialmente per fattori complessivi. Dove non c’è crescita abbinata a trasformazione non si produce quella necessità di valorizzare il meglio che consente di passare oltre a tutta una serie di filtri che non sono fondati sulla valorizzazione della qualità. C’è poi un adattamento generale del nostro paese al ritenere che le risorse, ivi compreso il lavoro, siano uno stock quasi naturalisticamente bloccato. E che i comportamenti politici e sociali debbano essere finalizzati a pattuire o a strappare parti più o meno elevate di una scarsità. Espressioni come “non c’è lavoro”, che – per carità – fotografano una situazione, indicano esattamente la resa al fatto che le grandi decisioni strutturali sono prodotte sistemicamente, quindi vanno viste con la rassegnazione con cui i contadini un tempo guardavano l’evolversi del tempo atmosferico – e per il resto c’è adattamento, più o meno astuto, a delle condizioni sulle quali non si può discutere. Qualcosa che è divenuto sempre più dominante col crescere di quella sorta di paradigma complessivo culturale che è l’economia del debito, per cui siamo sempre tutti in debito. Noi siamo schiacciati dal debito pubblico, ma il dipendente è schiacciato dal fatto che il suo datore di lavoro ha un potere sostanzialmente infinito perché gli fa quasi una grazia se lo fa lavorare; in Università si può in qualche modo lavorare nella ricerca gratis perché si è già dei privilegiati per il fatto di poter restare in rapporto con la struttura universitaria e, un po’ come il vecchio Fracchia o il vecchio Fantozzi di Villaggio, si deve sempre rispondere “Quanto è buono lei!” anche quando si è licenziati, anche quando è ridotto lo stipendio, anche quando è palesemente violato un diritto. Il tutto in qualche modo dedicato alla superiore, divina, sovranità dei mercati.

 

Non è in corso, secondo Lei, un progressivo adeguamento al “modello anglosassone”? L’esempio più ovvio, ma forse anche più significativo, degli effetti di questo modello è dato dagli studenti americani che per entrare all’Università si indebitano – fatto che incide pesantemente sul loro percorso di studi e poi sulla loro vita lavorativa. Colpisce il fatto che un modello di questo genere si stia imponendo anche qui.

Adone Brandalise: Credo che la tendenza sia da un certo punto di vista proprio questa. Lo sviluppo, il cosiddetto progresso, dovrebbe essere in qualche modo agganciato a una crescita complessiva di quella che chiamiamo società. Credo che il modello anglosassone, o per meglio dire statunitense, indichi invece che lo sviluppo avanzato è legato a una perenne guerra civile economica che prevede porzioni di società terribilmente penalizzate. Gli Stati Uniti sono un luogo con una incredibile concentrazione di risorse intellettuali e di risorse economiche rivolte alla loro valorizzazione, in cui Lei trova una buona porzione dei cosiddetti licei americani che sfornano diplomati incapaci di leggere e scrivere, o quasi. Una società che prevede contemporaneamente alcuni luoghi vasti, in cui si vive a dei livelli materiali incredibilmente elevati, e aree di povertà sgomentante, veri e propri terzi mondi inclusi. E in cui, per fare una citazione cinematografica, il passaggio da uno studio ai piani alti di un grattacielo alla casa di cartoni in un vicolo è sempre possibile; ecco, lì almeno l’ascensore c’è. Porta su e porta giù, certo. Se questo è ciò che si vuole importare da noi, questo vuol dire soprattutto una dinamica che prevede che l’ascensore porti in basso, e che tutta una serie di sistemi di micro-garanzie, che in qualche modo sono lo spettro economico su cui si proietta l’articolazione complessa di società come le nostre, debbano essere bruscamente semplificati. Da un certo punto di vista si potrebbe concepire anche la sequela di guerre locali avvenute in questi anni, dalla ex-Jugoslavia alla Siria, all’Iraq, come momenti distruttivi di plessi di eccessiva complessità socio-culturale, che i sistemi internazionali vivono come troppo resistenti a un comando. Realtà culturali complesse rischiano di vivere un momento non favorevole perché, detta in una maniera forse dilettantesca da parte mia, la forza algoritmica della grande finanza non vuole avere tra i piedi resistenze troppo umane.

 

Non c’è stata secondo Lei una precisa decisione politica a livello europeo nel voler seguire questo flusso? Pensiamo alla reazione alla crisi economica, che si è fondata sull’imposizione di un paradigma per cui c’erano alcuni Stati pienamente responsabili del loro fallimento economico in quanto avevano vissuto per decenni al di sopra delle proprie possibilità. Questa è stata chiaramente una falsificazione, anche perché Stati come Spagna, Italia e Irlanda dagli anni ‘90 in poi hanno seguito rigorosamente le politiche di austerità che erano state imposte per entrare nei parametri di Maastricht. L’unica soluzione possibile, secondo i paladini dell’austerità, era ed è tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse, tutelare a tutti i costi la stabilità monetaria. Ma gli effetti depressivi di queste politiche sono sotto gli occhi di tutti.

Adone Brandalise: Questo fenomeno in parte illustra un concetto che nei miei percorsi bizzarri e dilettanteschi di filosofia politica io annetto alla cosiddetta “decostituzionalizzazione”. Queste grandi decisioni si producono in territori meta-costituzionali, all’altezza di istituzioni o, a volte, di prassi internazionali che hanno un grado di radicamento nelle decisioni formali di singoli paesi molto limitato, e che in molti casi vengono accettate semplicemente per la difficoltà di organizzare una resistenza alle loro decisioni. Pensiamo al Fondo Monetario Internazionale: Lei ha mai sentito una campagna elettorale italiana, o anche tedesca, inglese, francese, che discutesse del FMI? E quando poi il FMI decide qualcosa è molto difficile organizzare una resistenza a questa decisione per un complesso di effetti che ne deriverebbero. Ad esempio perché quella sorta di droni bombardieri, che sono le agenzie di rating, appena c’è un comportamento che si scosta dal prevedibile possono far arrivare il missile – che è ovviamente una degradazione dell’outlook, o addirittura uno scorrimento nelle categorie. Vuol dire, non sei d’accordo con il FMI? B1 con outlook negativo, così capisci. Perché si è massacrata la Grecia? Perché si creano tanti problemi all’Italia? Perché sostanzialmente all’interno della cosiddetta economia del debito bisogna garantire la remunerazione degli investimenti. Ma investimenti e investitori che cosa sono? Sono in realtà il nostro denaro del cui governo siamo stati espropriati. Perché ad una domanda – e qui ritorna il discorso sull’Università – secondo me importantissima, ossia “il denaro come fa a incrociarsi con l’intelligenza?”, la risposta che è stata data in questi anni dal mondo è: l’incrocio tra il denaro e l’intelligenza è l’autoreferenzialità intellettuale della finanza. In realtà la finanza non governa, non pretende di indicare né obiettivi né priorità, semplicemente opera secondo la propria logica interna e non tollera resistenze a questa logica. Quindi noi siamo sempre di più in un mondo “sgovernato”, perché il potere più potente è un potere che non è interessato a governare, è semplicemente interessato a riprodursi e lascia che la sua riproduzione produca disordine. Perché siamo esattamente in questa situazione. E questo è legato al fatto che sostanzialmente i luoghi per eccellenza dell’intelligenza, come quelli che in un certo senso trovavano una cornice istituzionale nell’Università, hanno cessato di essere i luoghi che producono il pensiero che pensa l’ordine complessivo. L’ordine complessivo è adesso in realtà il grande disordine autoreferenziale del post-denaro, cioè della finanza.

 

Ma sono possibili in qualche modo forme di resistenza a queste trasformazioni? Perché sicuramente, in base a quello che ha detto prima, Lei non condivide l’idea di un’Università come “torre d’avorio” separata dal resto della società.

Adone Brandalise: No, assolutamente, non può esserlo nel senso che sarebbe una torre d’avorio in cui presto verrebbe venduto anche l’avorio. Io credo che non si debba essere spaventati dal confronto con ciò che c’è al di fuori dell’Università, anzi il nostro compito dovrebbe essere quello di costituire un sistema nervoso di questa realtà più vasta. Lo dico in maniera un po’ enfatica, però per diventarlo bisogna essere non subalterni al modo in cui una forma di intelligenza – che io non credo sia la più elevata – identifica i propri bisogni. Il motivo assurdo per cui c’è della gente che si iscrive a Legge, si iscrive a Lettere, si iscrive a Filosofia, è che in qualche modo si vuole rispondere – tra mille equivoci – a un bisogno sociale per cui saperi di questa natura servono, servono alla qualità della vita, anche se è difficile poi far quadrare i conti con gli indici di occupazione e così via. E queste sono altrettante testimonianze – ma questo vale anche per le facoltà scientifiche, perché i matematici e i fisici sono altrettanto eroi ormai – del fatto che esiste una forza sociale diffusa che vorrebbe una propria valorizzazione, e la vorrebbe chiedendo che ci fosse anche un incrocio di denaro, di leggi, di risorse organizzative, capace di renderla produttiva, capace di legittimarla. Soltanto un altissimo sviluppo scientifico-tecnologico che diventi caratteristica complessiva di intere società è in grado, io credo, di evitare una pura subalternità a questi meccanismi.

 

Tornando al tema, che avevamo solo accennato, della cosiddetta fuga di cervelli. Diverse narrazioni si contrappongono e talvolta si intrecciano. Dando un quadro confuso e incompleto del fenomeno. Quel che è certo e incontestabile è che molto spesso chi finisce il dottorato o qualche anno di assegno è posto di fronte ad un bivio: lasciare il mondo accademico o proseguire la propria ricerca all’estero. Chiaramente non c’è nulla di sbagliato nel fare esperienze all’estero; ma diventa un fenomeno preoccupante nel momento in cui questa non è una decisione facoltativa, espressiva della volontà di arricchire il proprio percorso, ma la conseguenza di una incapacità del nostro sistema di valorizzare l’intelligenza in eccesso che produce. Vorremmo chiederle qual è il suo pensiero al riguardo.

Adone Brandalise: Per un po’ si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un normale esperimento di vasi comunicanti, si tratta di molta gente che ha ricevuto una formazione che la rende capace di essere inserita all’interno di importanti processi produttivi che qui non ci sono e altrove ci sono – e la gente va dove può essere valorizzata. E fin qui nulla di sorprendente. Il problema è che i “nostri” vanno dove trovano la possibilità di valorizzazione – ma questo lo fanno tanti francesi, tanti tedeschi e anche tanti americani che vanno all’estero, solo che non vengono da noi. Allora il nostro problema non è tanto che i nostri “ragazzi” vanno all’estero, ma che all’estero ci sono i luoghi dove possono essere valorizzati, mentre da noi non ci sono luoghi in cui possano essere valorizzati né gli italiani né qualcuno che venga da fuori. Nella logica – questa sì difficile da contrastare, ma tutto sommato neanche negativa – per cui se io mi occupo di un certo tipo di ricerca, il posto dove si sviluppa meglio è Oslo, vado a Oslo. Il problema è che non c’è un grande ricercatore norvegese che senta il bisogno di venire in Italia, perché in Italia è molto difficile che ci sia un posto dove si rende produttivo un certo tipo di ricerca. Ci sono dei luoghi dove si riesce a intuire l’importanza di certe ricerche, magari anche a iniziarle, magari a formare le persone che riescono a farle meglio al mondo, ma che poi per avere un posto dove c’è il denaro, le strutture, per sviluppare ciò che hanno compiutamente concepito, devono andarsene altrove. Allora questi posti dove il lavoro intellettuale lo si trasforma bene o male in un valore economico sono diffusi in tutto il mondo, mentre in Italia ce ne sono troppo pochi o non ce n’è nessuno. Punto. Questa è la fuga dei cervelli.

 

Sembra che per tentare di ovviare a questo problema si insista molto su un’altra parola magica che è “internazionalizzazione”. Il problema è che forse non basta accrescere il livello di inglese, si dovrebbe piuttosto creare un contesto socio-culturale che possa essere adatto agli scambi…

Adone Brandalise: L’idea che facendo corsi in inglese si attirino studenti dall’estero può anche non essere sbagliata, dipende anche in quali settori. Questa tematica entra in risonanza con un’altra considerazione del tutto, credo, minoritaria. Credo che si stia affermando un disastroso monolinguismo culturale. Tra poco finiremo per fare lezione di letteratura italiana in inglese, ovviamente su testi in traduzione inglese per italiani…Perché sostanzialmente si sta decidendo che solo ciò che è censito in inglese è scientificamente rilevante. Questo in realtà risponde a una scelta che non è linguistica e funzionale, ma è una scelta di contenuto. In realtà ciò che si sta decidendo non è che bisogna parlare inglese per capirsi, ma che solo ciò che può essere detto in un inglese convenzionale è intellettualmente rilevante. Stiamo praticamente cancellando buona parte della biodiversità intellettuale del mondo dall’orizzonte della rilevanza scientifica. Forse anche perché è una biodiversità culturale che si vuole levare dalle scatole. Attraverso questo monolinguismo veicolare si afferma l’idea che il linguaggio è un portalettere di pacchetti di informazione. Il linguaggio però non è solo qualcosa che veicola contenuti, il linguaggio è qualcosa attraverso il quale noi ci strutturiamo, attraverso il quale noi produciamo quella invenzione che noi stessi siamo. E questo vuol dire sostanzialmente ridurre ciò che si comunica a un pensiero reificato, a un pensiero morto, con un tasso di metaforicità bassissimo. Qualcuno potrebbe dire: avete bisogno delle metafore, voi? Quasi tutto, anche nelle grandi imprese scientifiche, nasce quasi sempre con veri momenti metaforici, con invenzioni – oso dirlo – con dei passaggi poetici (ma queste sono le invenzioni dei grandi giuristi, dei grandi fisici, dei grandi matematici). Io credo che sostanzialmente noi avremo bisogno di una scelta plurilinguistica. Per carità, vanno benissimo l’inglese e le lingue veicolari (che ci devono essere), ma l’idea che non si debba ascoltare la pluralità irriducibile della esperienza multilinguistica e multiculturale secondo me comporta un fortissimo impoverimento.

 

In Europa c’è anche una sorta di fallacia prospettica che caratterizza parte della comunità accademica e in generale quella fascia della popolazione che per formazione è stata in grado di abbracciare l’idea del plurilinguismo, rispetto a tutta una fetta molto più grande della popolazione che vive l’esclusione sociale per il fatto di non avere questo livello di conoscenza linguistica, fondamentale per comunicare ed esercitare le libertà di circolazione a livello europeo.

Adone Brandalise: Veda i fatti francesi di questo periodo, che non sono certo il prodotto di bilingui perfetti: sono persone che sostanzialmente dicono “noi ci sentiamo l’ultima ruota del carro e ne siamo stufi”. Si tratta di questo, molto brutalmente. E ne sono stufi perché quella che è la razionalità riconosciuta che regge il contesto della vita economica, politica, della Comunità europea, dei singoli Stati, è qualcosa che ormai è fondato sulla loro irrilevanza. Questa irrilevanza è anche l’affidamento di queste porzioni di società a una dinamica di crescente spoliticizzazione e di crescente impoverimento materiale. Quanto è successo in Francia (i gilets jaunes) è avvenuto quando sostanzialmente sono entrate in conflitto queste due cose: una sacrosanta idea di tutela dell’ambiente attraverso la riduzione delle emissioni, e il fatto che una decisione di questo tipo rendeva impraticabile una buona parte di un parco macchine obsoleto, sfasciato, peraltro indispensabile per la sopravvivenza di una porzione vastissima di popolazione che a quel tipo di risorsa attinge per una mobilità resa necessaria dalla sua vita di lavoro. Un tipico caso in cui un’ampia porzione di società viene percepita come non valorizzabile, e conseguentemente non degna di investimenti.

 

In un recente articolo Carlo Galli mette in discussione le più diffuse forme di opposizione a quelli che sono chiamati “populismi” e “sovranismi”, per il fatto che esse tendono perlopiù a trascurare le legittime istanze di protezione sociale provenienti da certe fasce della popolazione. Istanze che a molte forze di sinistra appaiono ormai incomprensibili.

Adone Brandalise: Più che altro non gestibili con le ricette attraverso le quali queste forze si candidano ad avere un ruolo di governo. C’è tutta una serie di forze cosiddette democratico-progressiste-riformiste che a questa gente non sanno cosa dire, perché ritengono che le scelte giuste siano scelte che li sacrificano. Punto. Dopo di che, che questi diano vita essenzialmente a movimenti che si possono poi qualificare – ma è una qualificazione insignificante – di “destra” si sposa perfettamente col fatto che apparati, come questi della tradizione social-progressista, sono obsoleti, e quella realtà finanziaria-economica che li ha accettati come interlocutori, come mediatori per anni, adesso sente di non avere più bisogno di loro. La rivolta degli sfavoriti sta venendo di fatto valorizzata dai loro avversari estremi, che a questo punto se ne servono per liquidare un’intercapedine di mediazione divenuta inutilmente costosa. Come dire: che bisogno ha la finanza di avere dei socialdemocratici comprensivi delle sue esigenze quando li può far spazzare via da coloro che esattamente la subalternità a questa esigenza ha impoverito e che adesso si scaglieranno rabbiosamente contro i mediatori e non contro coloro che li sovrastano? Trump è diventato presidente scatenando un assalto alla finanza e alle banche, e appena eletto presidente ha nominato ministro del tesoro un vicepresidente della Goldman Sachs. Ovvio, assolutamente ovvio. Gli sconfitti si comportano da sconfitti e quando si ribellano producono sconfitte. Se coloro che dovrebbero in qualche modo tentare di evitare che fossero sconfitti stanno dall’altra parte, questo è l’esito. Se c’è la gente per strada che protesta sulla base di una mitologia infondata, ma sulla base anche di un disagio reale, e le si spiega che è poco colta e poco razionale, sostanzialmente non si è fatto molto per organizzarla in crescita. Io non vedo al momento, sul terreno politico, quello che dà vita ai partiti, alle associazioni, ai movimenti, qualcosa che sia minimamente adeguato a ciò di cui ci sarebbe la necessità. Sarebbe importante che in ambienti come quello universitario sorgessero delle spinte di autovalorizzazione, da parte di coloro che effettivamente vivono in Università, verso la creazione di aggregazioni capaci di elaborare prodotti non riconducibili a una logica del deperimento. Credo che nessuno debba sentirsi esentato dal fare quello che può. Fare quello che si può vuol dire anche cimentarsi per verificare se per caso non sia possibile fare delle cose che per molto tempo si sono pensate impossibili.

 

Servirebbe un’opposizione soprattutto a quel fenomeno che Mark Fisher (l’autore di Realismo capitalista) chiamava “impotenza riflessiva”…

Adone Brandalise: Sì, alla fine forse la vera cosa che si può fare, forse non sufficiente, è tentare di non autolimitarsi. Tentare di esprimere quell’intelligenza che forse nessuno ci chiede veramente di mettere in campo, ma che forse abbiamo noi il bisogno di non lasciare anchilosata. Detto così è veramente generico, però credo anche che ci sia dentro un po’ di verità. Altrimenti c’è questa battaglia per procurarsi i posti migliori in prima classe, ovverosia ranking e poi concorsi, senza magari chiedersi se il treno sulla cui prima classe ci accalchiamo è un treno che per caso non sta andando in deposito invece che in una stazione. Non vorrei che a un certo momento ci si fermasse in campagna e si scoprisse che ci siamo battuti per un posto in prima classe di un treno che resta fermo eternamente in mezzo ai grebani, come si diceva una volta.


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Mauro Azzolini, nato a Palermo nel 1988, ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Linguistiche, Filologiche e Letterarie all'Università di Padova. Cultore della materia in Filologia Romanza presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Palermo, si occupa prevalentemente di narrativa antico-francese in versi. Giovanni Comazzetto ha 28 anni, ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto costituzionale presso l'Università di Padova; si occupa di conflitti costituzionali nel contesto europeo e di teorie del costituzionalismo oltre lo Stato. È avvocato e cultore della materia Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Diritto pubblico dell'Università di Padova.

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